INDICE
1. IL “GENOCOST” CONGOLESE: LA COMMEMORAZIONE DEL 2025
2. I COLLOQUI DI PACE TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’AFC/M23: BLOCCO TOTALE
3. L’ACCORDO DI PACE TRA LA RDC E IL RUANDA: I PRIMI TIMIDI PASSI
1. IL “GENOCOST” CONGOLESE: LA COMMEMORAZIONE DEL 2025
Il 2 agosto, la RDC ha celebrato la Giornata Nazionale del “Genocost”, una contrazione di “Geno”, che significa genocidio, e “cost”, che significa il costo dello sfruttamento illegale delle risorse del Congo. In altre parole, Genocost indica il “genocidio economico” attualmente in corso in Congo. Il termine “Genocost” è stato coniato a Londra nel 2013, da un attivista del CAYP, una Piattaforma d’Azione composta da giovani congolesi, in seguito alla pubblicazione del “Mapping Report”, un rapporto delle Nazioni Unite che documenta l’orrore dei crimini commessi nell’Est della RDC a partire dal 1996, con l’implicazione di alcuni paesi limitrofi: Uganda, Ruanda e Burundi e con la complicità di grandi potenze occidentali.
La parola “Genocost” è quindi diventata l’espressione di un popolo congolese che si sente vittima dell’avidità delle multinazionali minerarie che si servono dei Paesi limitrofi per fare man bassa delle ricchezze minerarie del sottosuolo congolese, in una logica di sfruttamento economico che affonda le sue radici nel periodo della colonizzazione. La società civile congolese ha rapidamente fatto propria questa idea. Una piazza di Kinshasa è stata simbolicamente ribattezzata “Place du Genocost” e la data del 2 agosto, che segna l’inizio della seconda guerra del Congo nel 1998, è stata scelta come giorno di commemorazione annuale del “Genocost” congolese. Uno degli obiettivi principali è quello della richiesta di istituire un tribunale penale internazionale per il Congo.
È solo alla fine del 2022 che le autorità congolesi si sono appropriate del termine “Genocost”, cioè dopo la ricomparsa dell’M23 alla fine del 2021 e la ripresa del conflitto con il Ruanda.
Secondo Gloria Menayame, giurista e responsabile del settore progetti presso CAYP France, l’istituzione di una giornata ufficiale di commemorazione il 2 agosto e la sua approvazione da parte del governo rappresentano una “vittoria”, ma “dal sapore di incompiuta”: «Il riconoscimento ufficiale della campagna “Genocost” è qualcosa che apprezziamo. Ciò che vogliamo evitare è un suo ricupero strumentalizzato che prende in considerazione solo ciò che conviene al governo. Si parla molto di responsabilità internazionale o della creazione di un tribunale internazionale. Ma il governo evita espressamente di creare, all’interno del sistema giudiziario, dei meccanismi specializzati che possano permettere di processare gli autori dei crimini commessi […]. Il governo avrebbe la possibilità e la capacità di farlo, ma gli manca la volontà». Gloria Menayame aggiunge che, «nel governo congolese e nelle zone di conflitto, ci sono politici e generali che sono stati citati in diversi rapporti delle Nazioni Unite come autori di crimini commessi nella RDC, senza essere né indagati, tanto meno processati».
Tuttavia, il concetto “Genocost” non è unanimemente accettato da tutti e rimane giuridicamente controverso. Ithiel Batumike, ricercatore presso Ebuteli afferma che, «a livello teorico, il concetto di Genocost è problematico» e che il suo uso affonda le radici in decenni di frustrazione e impunità per i crimini commessi nel Paese.[1]
Sul suo account X, il premio Nobel per la Pace 2018, il Dott. Denis Mukwege, ha pubblicato il seguente messaggio rivolto ai cittadini congolesi:
«Oggi commemoriamo l’inizio della Seconda Guerra del Congo (1998). Questo conflitto, il più sanguinoso dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, ha aperto la strada a un ciclo di violenze che continuano ancora oggi. Rendiamo omaggio alle vittime e alle comunità martirizzate da tre decenni di sfruttamento, schiavitù e sterminio pianificato. L’attuale guerra di aggressione del Kivu fa parte di un piano orchestrato fin dal 1998. L’ultimo rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla RDC ha dimostrato, ancora una volta, che il motivo principale della ricomparsa dell’M23, appoggiato dall’esercito ruandese, risiede nell’accaparramento delle risorse minerarie congolesi, compromettendo seriamente l’integrità della catena di approvvigionamento dei minerali strategici essenziali per l’economia mondiale.
Eppure, dopo decenni di saccheggi e di crimini, le autorità congolesi continuano a svendere le nostre risorse e a cedere la nostra sovranità, firmando accordi di pace frettolosi, opachi e non inclusivi. Come la presenza saccheggiatrice dei cinesi che operano nella RDC, le recenti iniziative diplomatiche riflettono ancora una volta una scioccante logica estrattivista neocoloniale. Infatti, nel tentativo di ottenere la pace, il regime di Kinshasa si è impegnato, attraverso gli accordi di Washington e di Doha, a legalizzare il saccheggio delle nostre risorse e a legittimare l’occupazione dei nostri aggressori.
La diplomazia congolese si farebbe più onore se chiedesse la creazione di un Tribunale penale internazionale per la RDC, se si impegnasse maggiormente ad esigere delle sanzioni internazionali contro gli aggressori e se chiedesse l’attuazione della risoluzione 2773 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Nel frattempo, è disgustoso constatare che il piano di balcanizzazione della RDC prosegue inesorabilmente il suo cammino. Dopo aver occupato le zone minerarie e insediato amministrazioni parallele, la coalizione AFC/M23 approfitta del clima di terrore da essa stessa instaurato nei territori occupati, per promuovere un federalismo che prefigura già la disgregazione del Paese. Questa rivendicazione fa chiaramente parte di un piano ben congegnato da coloro che sono implicati nella destabilizzazione della nazione congolese, per contribuire alla nascita di un nuovo Stato nell’Est del nostro Paese. Purtroppo, se oggi la nostra popolazione non si sveglia, rischiamo di essere l’ultima generazione cresciuta entro le attuali frontiere della RDC.
In questa giornata di commemorazione del GENOCOST, che significa “genocidio per interessi economici”, riaffermiamo che la giustizia per i milioni di vittime congolesi non è negoziabile e che nessun accordo può portare a una pace duratura, se sacrifica la giustizia e il diritto internazionale.
Nessuno salverà il Congo al posto nostro. Dopo trent’anni di violenze senza precedenti, è chiaro che nessun dirigente del mondo darà priorità alla nostra sofferenza piuttosto che agli interessi del popolo che l’ha eletto. Ecco perché, ora più che mai, ci affidiamo alla vigilanza del nostro popolo, alla sua consapevolezza e alla sua determinazione per intraprendere un radicale cambiamento per la nostra nazione e voltare una volta per tutte questa pagina oscura della storia della RDC, dell’Africa e dell’umanità».[2]
2. I COLLOQUI DI PACE TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’AFC/M23: BLOCCO TOTALE
Nonostante la firma, della Dichiarazione di principi da parte del Governo congolese e dell’Alleanza Fiume Congo / Movimento del 23 Marzo (AFC/M23), intervenuta il 19 luglio a Doha (Qatar), con la mediazione del Qatar, il governo congolese e l’AFC/M23 non sembrano essere pronti ad accordarsi su ciò che dovrebbe portare alla risoluzione della crisi di insicurezza esistente nell’Est della Repubblica Democratica del Congo (RDC).[3]
Il 25 luglio, in una conferenza stampa tenutasi a Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, Benjamin Mbonimpa, segretario esecutivo dell’AFC/M23, ha insistito sulla necessità di applicare le disposizione della Dichiarazione di Principi prima di prendere in considerazione ulteriori tappe. «Nel paragrafo 2 della Dichiarazione di Principi, si legge che “il governo congolese e l’AFC/M23 hanno concordato di attuare innanzitutto questa Dichiarazione di Principi”. Ciò significa che, prima di tornare a Doha per continuare i lavori, è necessario applicare tutte le disposizioni previste nella Dichiarazione di Principi, per potere poi avviare i negoziati diretti in vista dell’accordo di pace conclusivo. È necessario concludere la prima fase per potere passare alla fase successiva», ha egli affermato, proseguendo: «Nella Dichiarazione di Principi, abbiamo indicato che firmeremo un accordo di pace. Ritornando a Doha, dovremo affrontare tutte le cause profonde del conflitto, tra cui la governance, la giustizia sociale, la restaurazione dell’autorità dello Stato, il ritorno dei rifugiati, lo sviluppo economico e il nuovo ordine politico: tutto questo è incluso nell’accordo di pace e sarà quindi sottoposto a discussione».
L’obiettivo della Dichiarazione di Principi è quello di definire le prossime fasi del processo di pace. Secondo il documento, le due Parti si sono impegnate ad attuare le disposizioni della Dichiarazione di Principi immediatamente dopo la sua firma, e comunque non oltre il 29 luglio 2025. Le due Parti hanno concordato di avviare dei negoziati diretti immediatamente dopo l’attuazione delle disposizioni contenute nella Dichiarazione. La data prevista è quella dell’8 agosto,[4]
Nel corso della stessa conferenza stampa tenutasi a Goma, Benjamin Mbonimpa, segretario esecutivo dell’AFC/M23, ha illustrato i vari punti della dichiarazione di principi firmata a Doha con la mediazione del Qatar. Per quanto riguarda la restaurazione dell’autorità dello Stato nelle zone occupate dalla ribellione, Mbonimpa ha sottolineato che si tratta di un nuovo ordine politico e che l’accordo che sarà firmato definirà ciò in cui consisterà l’autorità dello Stato e chi ne saranno i rappresentanti. «Il punto 4 della Dichiarazione afferma che la restaurazione dell’autorità dello Stato riguarda l’intero territorio nazionale e non solo i territori controllati dall’AFC/M23. Dopo aver discusso su tutte le cause profonde del conflitto e aver firmato un accordo di pace. Quando si inizierà ad applicarlo, si arriverà a ciò che si chiama restaurazione dell’autorità dello Stato, in cui l’AFC/M23 sarà attore principale», ha spiegato Benjamin Mbonimpa.
Secondo lui, la restaurazione dell’autorità dello Stato non sarà possibile effettuarla con l’attuale governo: «L’accordo che verrà firmato definirà le modalità, le tappe e il calendario per la restaurazione dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale. Ciò riguarderà non solo i territori, gli spazi e le zone attualmente sotto il controllo della nostra organizzazione, ma l’intera estensione del territorio nazionale. La restaurazione dell’autorità dello Stato non sarà possibile mantenendo l’attuale governo. Essa sarà implementata da altre persone e da altri animatori».
Sempre sulla questione relativa alla restaurazione dell’autorità dello Stato, Benjamin Mbonimpa ha rivelato che l’AFC/M23 intende presentare alcune nuove proposte, tra cui una sul federalismo:
«Sulla questione relativa alla restaurazione dell’autorità dello Stato, ciò che non vi è stato detto è che a Doha abbiamo discusso su varie riforme che dovranno essere fatte, in vista di una buona governabilità. Noi ne proporremo alcune che permetteranno il miglioramento della vita quotidiana del popolo congolese e che favoriranno l’economia e lo sviluppo del nostro Paese. Per esempio, si discuterà di federalismo. Crediamo infatti che sia la migliore forma di Stato che si possa attuare, per risollevare questo nostro Paese che annaspa nel fango da 65 anni», ha rivelato il segretario esecutivo dell’AFC/M23, continuando: «Questa è una delle cause profonde del conflitto e dobbiamo lavorarci sopra con metodo e responsabilità, per mettere fine all’attuale modo caotico di governare il Paese a partire da Kinshasa. Quindi, la restaurazione dell’autorità dello Stato è l’obiettivo da raggiungere, dopo aver firmato un accordo e affrontato e risolto tutte le cause profonde del conflitto. Ciò non avverrà il 17 agosto, come alcuni pensano e dicono. Credo che ciò avverrà quando si saranno risolte tutte le cause profonde del conflitto e quando si saranno esaurite tutte le strade necessarie per rimettere il Paese sulla buona strada. Certamente, non avverrà con il governo attualmente a Kinshasa».[5]
Il 26 luglio, su X (ex Twitter), il coordinatore dell’AFC/M23, Corneille Nangaa, ha dichiarato che la delegazione dell’AFC/M23 non tornerà a Doha per proseguire i colloqui con il governo congolese, fino a quando non sarà avviata l’operazione di liberazione dei prigionieri e detenuti, come previsto dalla Dichiarazione di Principi. L’AFC/M23 afferma infatti che oltre 700 suoi membri siano attualmente detenuti nelle carceri congolesi.
Il Vice Primo Ministro per gli Affari Interni e la Sicurezza, Jacquemain Shabani, ha dichiarato che la questione della liberazione dei prigionieri sarà affrontata durante le discussioni che si terranno prima della stesura del prossimo accordo di pace.
È necessario ricordare che la Dichiarazione di Principi firmata a Doha prevede delle “misure volte a rafforzare la fiducia reciproca, tra cui la creazione di un meccanismo, facilitato dal CICR, per organizzare la liberazione dei detenuti ” (punto 7, paragrafo 2).[6]
Dieci giorni dopo la firma della Dichiarazione di Principi a Doha (Qatar) da parte del governo congolese e dell’AFC/M23, nessuna delle sue disposizioni è stata finora applicata, nonostante le parti si siano impegnate a farlo immediatamente dopo la firma e non oltre il 29 luglio 2025.
Tra le disposizioni da attuare, la dichiarazione menziona un cessate il fuoco immediato e permanente. Sul terreno invece, in diverse località sotto controllo dell’AFC/M23 nel Nord Kivu e nel Sud Kivu, in particolare nei territori di Masisi, Rutshuru e Kalehe, si continua ad assistere a frequenti scontri tra l’M23 e i Wazalendo. Questi ultimi sono dei gruppi armati locali di autodifesa appoggiati dall’esercito governativo. La persistenza di questi scontri viola lo spirito della Dichiarazione di Doha, rivela la mancanza di responsabilità nei confronti degli impegni assunti e mettono in dubbio la reale volontà delle parti di rompere con la logica della guerra.
Un’altra disposizione della Dichiarazione riguarda la creazione di un meccanismo congiunto di monitoraggio e di verifica, con l’obiettivo di definire le modalità del cessate il fuoco e garantirne l’attuazione. Ma, anche in questo caso, non si sono registrati progressi concreti. L’AFC/M23 ha proposto la creazione di una zona cuscinetto, che Kinshasa ha rifiutato. Come alternativa, si è proposto un ritiro di pochi chilometri da parte di entrambi le parti. Anche in questo caso, non si è raggiunto alcun accordo.
Un altro punto della dichiarazione riguarda la liberazione dei prigionieri. L’AFC/M23 ha sottoposto alla mediazione una lista di oltre 780 prigionieri da liberare. Tra questi, una ventina di familiari di Corneille Nangaa, coordinatore dell’AFC/M23. Si sono avuti dei contatti con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ma finora senza alcun esito. L’AFC/M23 ha avvertito che ritornerà a Doha senza aver ottenuto la loro liberazione. Da parte sua, Kinshasa afferma che la liberazione dei prigionieri sarà effettuata caso per caso, nell’ambito dei negoziati per l’accordo di pace finale.
A proposito della liberazione dei prigionieri, il professor Bob Kabamba, docente presso l’Università di Liegi, ritiene che sarà difficile reperire tutti i prigionieri segnalati dall’AFC/M23: «Non vedo come il governo congolese possa attuare qualcosa che non lo vincola. La lista dei 700 prigionieri include dei prigionieri che non sono ufficialmente registrati. Molti di essi sono stati arrestati senza alcun mandato di cattura, senza validi motivi e si trovano in carcere, senza che nessuno sappia dove si trovino. Altri sono scomparsi. Di conseguenza, questa disposizione della Dichiarazione rischia di non potere essere attuata in maniera soddisfacente».
Come si può constatare, nulla è stato ancora fatto per mettere in atto le disposizioni previste nella dichiarazione di principi, il che può preannunciare il fallimento dei negoziati di Doha.[7]
Dieci giorni dopo la firma della dichiarazione di principi tra il governo congolese e l’AFC/M23 a Doha, rimane ancora un punto critico da chiarire: il ritiro della coalizione dell’AFC/M23 dai territori sotto suo controllo. Al tavolo dei negoziati, il governo chiede il ritiro dell’AFC/M23 dai territori occupati, ma si tratta di una disposizione “inaccettabile” per l’AFC/M23. Infatti, Benjamin Mbonimpa, capo negoziatore dell’AFC/M23 a Doha ha affermato che «nessuna forza riuscirà a cacciarci via da qui, perché siamo a casa nostra» e ha per di più proposto una co-amministrazione di queste regioni tra Kinshasa e l’AFC/M23, basata sul modello federale. Si tratta di una linea rossa che il governo congolese non può oltrepassare, tanto più che sta esigendo la restaurazione dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale. Queste due richieste sembrano, per il momento, inconciliabili, soprattutto quando la Dichiarazione di Principi di Doha non fa alcun riferimento ad alcuna operazione di disarmo e di acquartieramento delle truppe dell’M23. Sul terreno, i combattimenti continuano, ma non tra l’AFC/M23 e l’esercito congolese, ma tra l’AFC/M23 e i Wazalendo, gruppi armati pro-Kinshasa, il che permette al governo congolese di “rispettare sulla carta” un cessate il fuoco almeno virtuale.[8]
Il 1° agosto, in una dichiarazione, otto organizzazioni della società civile per la difesa e la promozione dei diritti umani nella provincia del Nord Kivu, hanno espresso il loro totale rifiuto nei confronti dell’intenzione manifestata dai leader dell’M23-RDF-AFC il 25 luglio, in una conferenza stampa in cui proponevano l’istituzione del federalismo nella RDC, come conclusione dei colloqui di pace in corso a Doha, in Qatar.
Secondo i firmatari, questa proposta, unita alla richiesta dell’AFC/M23 di amministrare i territori sotto suo controllo per otto anni, rivela una strategia politica volta a disintegrare la sovranità nazionale e preparare la balcanizzazione della RDC e l’annessione dell’Est del paese al Ruanda. Essi fanno riferimento anche alle recenti dichiarazioni dell’autoproclamato governatore del Nord Kivu, Erasto Bahati, membro dell’AFC/M23, che ha descritto i colloqui di Doha come “sterili avventure” e che ha chiesto ai giovani del Nord Kivu di arruolarsi nel loro esercito per continuare la guerra. Dietro a questi fatti, le otto organizzazioni percepiscono una manovra espansionistica da parte dell’AFC/M23 volta a trasformare l’Est della RDC in un “buco nero”, in cui né Kinshasa, né la comunità internazionale possono esercitare alcun controllo.
Le otto organizzazioni affermano inoltre che il federalismo non ha alcun posto nel dibattito attuale, nel senso che l’attuale forma di decentramento dello Sato è già una misura costituzionale soddisfacente, perché avvicina i governanti ai governati e le Entità Territoriali Decentrate usufruiscono già dell’autonomia gestionale loro concessa dalla legge, di cui esse chiedono al Governo della Repubblica la piena attuazione.
La dichiarazione denuncia anche le atrocità commesse dall’AFC/M23 tra il 12 e il 31 luglio nei territori di Rutshuru e Masisi, tra cui massacri di civili, scomparse di persone e reclutamento di oltre 250 giovani del territorio di Rutshuru. Dopo un’operazione di rastrellamento da parte dell’AFC/M23 a Mujoga, decine di corpi sono stati ritrovati all’interno del Parco Nazionale dei Virunga.
Secondo le otto organizzazioni, questi eventi dimostrano il divario esistente tra la retorica diplomatica del Ruanda sul piano internazionale e la sua nefasta presenza militare sul campo: «La duplicità di Kigali è evidente. Da un lato, esso presenta un volto di pace appoggiando l’accordo di Washington firmato il 27 giugno 2025 e, dall’altro, continua ad alimentare la guerra, attraverso l’AFC/M23 e le sue truppe presenti sul suolo congolese». Di fronte a questa situazione, i rappresentanti della società civile chiedono agli Stati Uniti, mediatore nell’accordo di pace del 27 giugno, e a tutti i partner internazionali di esercitare una forte pressione sul Ruanda e sull’AFC/M23, affinché rispettino gli impegni assunti nell’accordo sopra citato.[9]
3. L’ACCORDO DI PACE TRA LA RDC E IL RUANDA: I PRIMI TIMIDI PASSI
L’accordo di pace, firmato il 27 giugno 2025 a Washington tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, prevede tre date importanti di attuazione, che coincidono con la creazione del Meccanismo Congiunto di Coordinamento per la Sicurezza tra la RDC e il Ruanda, del Comitato Congiunto di Supervisione e del Quadro Regionale di Integrazione Economica.
→ Il Comitato Congiunto di Monitoraggio, che dovrebbe essere già istituito in virtù dell’accordo (punto 7, paragrafo a). La sua prima riunione è prevista a Washington, entro 30 giorni dall’entrata in vigore dell’accordo.
→ Il Meccanismo Congiunto di Sicurezza, che dovrà essere istituito entro 45 giorni dall’entrata in vigore dell’accordo, cioè verso il 10 agosto, ha come obiettivo quello di creare delle procedure operative comuni e dei meccanismi di rendicontazione capaci di garantire la trasparenza sull’organizzazione delle operazioni tra i due Paesi. Esso si fonda sui seguenti principi:
– La fine irreversibile e verificabile dell’appoggio dello Stato alle FDLR e ai gruppi armati associati, e il totale divieto di apportare, a questi ultimi, qualsiasi tipo di supporto materiale, logistico, finanziario o di altro tipo, sia interno che estero.
– L’impegno a identificare, localizzare e neutralizzare le FDLR, in conformità con le pertinenti disposizioni del piano armonizzato per la neutralizzazione delle FDLR e il ritiro delle truppe / revoca delle misure difensive da parte del Ruanda, approvato il 31 ottobre 2024 a Luanda (Angola).
– L’impegno a rispettare gli accordi bilaterali di cooperazione in materia di sicurezza, secondo i quali le operazioni militari da intraprendere dovrebbero essere puntuali e focalizzate su una minaccia specifica.
– L’impegno, infine, ad assicurare la protezione dei civili e il rispetto del diritto internazionale umanitario.
→ Un ambito di integrazione economica regionale, da attuare entro tre mesi dall’entrata in vigore dell’accordo. Scaglionato in diverse tappe, questo ambito sarà definito in un accordo separato, denominato “Ambito di Integrazione Economica Regionale”. Esso si baserà su organismi già esistenti, tra cui la Zona di Libero Scambio Continentale Africana (ZLECAF), la Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) e la Comunità dell’Africa dell’Est (EAC).
Si prevede che le parti firmatarie utilizzino questo ambito per incrementare il commercio estero e gli investimenti provenienti dalle principali catene di approvvigionamento minerario della regione e per introdurre una maggiore trasparenza che, si spera, possa porre fine ai canali economici illeciti e favorire, quindi, una maggiore prosperità a entrambe le parti, “attraverso partenariati reciprocamente vantaggiosi e nuove opportunità di investimenti”.[10]
Dopo un mese dalla firma dell’accordo di pace tra la RDC e il Ruanda a Washington, rimane ancora un punto critico da affrontare, quello relativo alla sequenza delle operazioni di neutralizzazione delle FDLR e il ritiro delle truppe ruandesi dal territorio congolese.
L’accordo di pace di Washington prevede, da una parte, il ritiro delle truppe ruandesi dal territorio congolese e la cessazione dell’appoggio ruandese all’M23 e, dall’altra, la neutralizzazione, da parte della RDC, delle FDLR, un gruppo armato di origine ruandese ma ancora relativamente attivo sul suolo congolese, Il punto controverso che deve essere chiarito è quello della tempistica delle operazioni contro le FDLR e del ritiro delle truppe ruandesi dal territorio congolese. Secondo Kigali, la previa neutralizzazione delle FDLR è condizione necessaria per il ritiro delle sue truppe, mentre per Kinshasa le due operazioni devono essere svolte contemporaneamente. Infine, l’operazione di neutralizzazione delle FDLR sembra più difficile del previsto, poiché parte di questo gruppo armato si trova in zone attualmente controllate dall’AFC/M23.[11]
Il 30 luglio, l’Assemblea Nazionale dei Deputati del Ruanda ha approvato all’unanimità il testo dell’accordo di pace firmato il 27 giugno a Washington tra il Ruanda e la RDC. Il Ministro degli Esteri Olivier Nduhungirehe ha ribadito che le misure di difesa ruandesi dispiegate “nei pressi della frontiera” con la RDC non saranno revocate fino allo smantellamento completo delle FDLR. Approvato dall’Assemblea Nazionale, il testo deve ora essere esaminato dal Senato. Da parte congolese, il testo dell’accordo di pace non è ancora stato inviato al Parlamento, in quanto attualmente i lavori sono sospesi per le ferie estive. Tuttavia, alcuni deputati hanno già chiesto che l’esame del testo dell’accorso venga inserito nell’ordine del giorno della sessione parlamentare di settembre, in vista della sua approvazione.[12]
Il 31 luglio, a Washington, i rappresentanti della RDC e del Ruanda, in collaborazione con gli osservatori degli Stati Uniti, del Qatar, della Commissione dell’Unione Africana e del Togo (facilitatore da parte dell’Unione Africana), hanno tenuto la prima riunione del Comitato Congiunto di Monitoraggio dell’attuazione dell’accordo di pace firmato il 27 giugno dalla RDC e dal Ruanda. Questo comitato ha il compito di accompagnare l’attuazione dell’accordo di pace, attraverso il monitoraggio delle violazioni dell’accordo, dell’adozione di misure appropriate per rimediare a tali violazioni e della ricerca di soluzione di eventuali litigi per via amichevole.
Durante questa prima riunione, le parti hanno designato i loro presidenti all’interno del comitato, hanno adottato i termini di referenza che regoleranno le future riunioni del comitato, hanno fatto una prima valutazione dei progressi fatti nell’attuazione dell’accordo e hanno preparato la prima riunione del Meccanismo Congiunto di Coordinamento per la Sicurezza, prevista per la prossima settimana. L’avvio di questo comitato congiunto di monitoraggio dell’accordo di pace e lo svolgimento di questa sua prima riunione sono conformi alle disposizioni dell’accordo di pace firmato a Washington, secondo il quale le parti avevano 30 giorni di tempo per incontrarsi e istituire questo comitato, primo passo nell’attuazione dell’accordo stesso.[13]
Il 1° agosto, a Washington, i rappresentanti della RDC e del Ruanda, con la collaborazione degli Stati Uniti, hanno firmato un testo relativo ai Principi del Quadro di Integrazione Economica Regionale, previsto dall’accordo di pace firmato tra i due Paesi il 27 giugno.
Secondo un comunicato del Dipartimento di Stato americano, grazie s un coordinamento congiunto in settori come l’energia, le infrastrutture, le attività minerarie, la gestione dei parchi nazionali, il turismo e la sanità pubblica, la RDC e il Ruanda intendono favorire il progresso economico e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni nella regione dei Grandi Laghi Africani.
Secondo la tempistica iniziale, questo organismo doveva essere avviato entro tre mesi dalla firma dell’accordo di pace, ovvero non oltre il 27 settembre 2025.
L’obiettivo della dichiarazione di principi del Quadro di Integrazione Economica Regionale è di rendere strutturale la cooperazione economica, in particolare nel settore minerario, e di permettere alla regione dei Grandi Laghi di accedere al mercato globale in modo legale e regolamentato.
Kinshasa e Kigali dichiarano la loro volontà di porre fine alle attività illegali nel settore delle risorse minerarie. Con questa dichiarazione di principi, i due Paesi si impegnano a bonificare gradualmente l’intero settore nelle sue successive fasi: estrazione, commercio, trasporto e trasformazione.
Per esempio, il governatore Jean-Jacques Purusi ha dichiarato davanti alla Commissione Affari Esteri dell’Assemblea Nazionale francese che, al suo arrivo alla guida del Sud Kivu, almeno 1.600 società minerarie stavano sfruttando illegalmente le risorse minerarie della sua provincia.
Oggi, sotto l’egida degli Stati Uniti, la RDC e il Ruanda affermano la loro volontà di agire, ciascuno nel proprio Paese, ma anche in modo collaborativo, per garantire un approvvigionamento costante e trasparente dei minerali verso i mercati internazionali. L’obiettivo è costruire un settore minerario industriale a livello mondiale, dalla miniera all’utente finale. Un altro impegno è quello di formalizzare l’attività mineraria artigianale e su piccola scala, per facilitare gli investimenti delle più grandi compagnie minerarie del mondo. E Washington sta già posizionando le sue.
Il testo siglato non è ancora un accordo. È una dichiarazione di principi che definisce le linee generali della cooperazione economica. Kinshasa e Kigali intendono finalizzare questo quadro di integrazione economica regionale con un accordo separato, che specificherà i meccanismi di coordinamento, i piani d’azione e le iniziative da attuare.
Washington ha dunque già avviato i lavori per arrivare il più presto possibile all’accordo economico “minerali in cambio di sicurezza”, ancora prima che i presidenti congolese e ruandese, Félix Tshisekedi e Paul Kagame, firmino l’accordo di pace finale tra la RDC e il Ruanda, come previsto e annunciato dallo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ciò dà la strana impressione che gli affari economici vengano prima della sicurezza.[14]
[1] Cf RFI, 02.08.’25
[2] Cf https://x.com/DenisMukwege/status/1951434789648793716
[3] Cf Yvonne Kapinga et Clément Muamba – Actualité.cd, 28.07.’25
[4] Cf Yvonne Kapinga et Clément Muamba – Actualité.cd, 27.07.’25
[5] Cf Yvonne Kapinga et Clément Muamba – Actualité.cd, 28.07.’25
[6] Cf Actualité.cd, 26.07.’25
[7] Cf RFI, 29.07’25, Actualité.cd, 29.07.’25 et Jean-Noël Ba-Mweze – DW / MCP, via mediacongo.net, 30.07.’25
[8] Cf Christophe Rigaud – Afrikarabia.com, 29.07.’25 https://afrikarabia.com/wordpress/rdc-les-accords-de-washington-et-doha-au-milieu-du-gue/
[9] Cf Alphonse Muderwa – 7sur7.cd, 01.08.’25; Urprus – Opinion-info.cd, 01.08.’25
[10] Cf Acp / MCP , via mediacongo.net, 22.07.’25
[11] Cf Christophe Rigaud – Afrikarabia.com, 29.07.’25 https://afrikarabia.com/wordpress/rdc-les-accords-de-washington-et-doha-au-milieu-du-gue/
[12] Cf RFI, 30.07.’25
[13] Cf Radio Okapi, 01.08.’25
[14] Cf Radio Okapi, 03.08.’25 e RFI, 03.08.’25