Congo Attualità n. 514

INDICE

1. COLLOQUI DI PACE A DOHA TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’AFC/M23:
Nessun progresso, le due parti restano attaccate alle loro rispettive posizioni
2. ACCORDO DI PACE DI WASHINGTON TRA LA RDC E IL RUANDA:
Nessun cambiamento sul campo, la guerra continua
3. NEGOZIATI TRA GLI STATI UNITI E LA RDC IN VISTA DI EVENTUALI CONTRATTI MINERARI
Mancanza di trasparenza e assenza di consultazioni

1. COLLOQUI DI PACE A DOHA TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’AFC/M23:

Nessun progresso, le due parti restano attaccate alle loro rispettive posizioni

Il 19 luglio, a Doha (Qatar), il governo congolese e l’AFC/M23 avevano firmato una dichiarazione di principi che includeva un accordo di cessate il fuoco. Secondo il testo della dichiarazione, le due parti si impegnavano a rispettare un «cessate il fuoco permanente» e ad «astenersi da qualsiasi azione che potesse ostacolare il cessate il fuoco». Tra la firma della dichiarazione e l’inizio delle trattative ufficiali previsto per l’8 agosto, le due parti dovevano progredire nell’applicazione di misure di distensione che avrebbero permesso di sedersi al tavolo delle trattative. Si trattava in particolare di trovare un accordo su alcuni preliminari avanzati dall’AFC/M23 alcuni mesi prima: la liberazione dei prigionieri politici da parte di Kinshasa e della revoca delle condanne a morte pronunciate nei confronti di alcune personalità importanti dell’AFC/M23. Ma in tre settimane non è stato fatto nulla. Rimaste per un certo periodo di tempo a Doha, le due delegazioni hanno quindi deciso di tornare rispettivamente a Kinshasa e a Goma.[1]

Nell’Est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dopo la firma della dichiarazione di intenti da parte di Kinshasa e dell’AFC/M23 il 19 luglio a Doha (Qatar), i combattimenti non sono ancora cessati. Gli scontri sono ancora molto frequenti tra le truppe dell’AFC/M23 e le milizie Wazalendo, un mosaico di gruppi armati alleati con l’esercito congolese. L’8 agosto era la data prevista per la ripresa ufficiale dei colloqui di Doha, ma i combattimenti si sono addirittura intensificati. In effetti, le due delegazioni non si sono recate a Doha a causa delle numerose difficoltà che caratterizzano l’attuazione della dichiarazione di principi. Esse avrebbero dovuto mettersi d’accordo sulle modalità di un “cessate il fuoco permanente”, della liberazione dei prigionieri dell’AFC/M23 da parte di Kinshasa e della revoca delle condanne giudiziarie nei confronti dei leader della ribellione. Dalla firma del 19 luglio, nulla è cambiato, né a proposito del cessate il fuoco, di cui i Wazalendo non sono firmatari, né circa la liberazione dei prigionieri, una procedura che richiederà molto più tempo del previsto. E come spesso accade in caso di stallo nei negoziati, le armi hanno ripreso il sopravvento.[2]

L’8 agosto, i delegati del governo congolese e quelli dell’AFC/M23 non si sono presentati a Doha, il che ha impedito l’avvio del dialogo diretto previsto. Tuttavia, la mediazione qatariota ha rassicurato che «le due parti continuano a lavorare con l’appoggio del Qatar per attuare le disposizioni stabilite nella Dichiarazione di Principi firmata il 19 luglio». Infatti, le due parti avevano tempo fino al 29 luglio, al massimo, per attuare le disposizioni della Dichiarazione di Principi firmata il 19 luglio, tra cui l’attuazione di misure di rafforzamento della fiducia, prima di avviare le discussioni dirette in vista di un accordo di pace globale e inclusivo. Tra quelle disposizioni, la creazione di un meccanismo congiunto per la liberazione dei prigionieri, in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale, ha richiesto più tempo del previsto.
Il principale punto controverso è che l’AFC/M23 continua a chiedere a Kinshasa di liberare, prima della ripresa dei colloqui a Doha, oltre 700 prigionieri accusati o sospettati di essere in combutta con la ribellione. A questo proposito, l’AFC/M23 ricorda di aver già “liberato” e consegnato a Kinshasa un migliaio circa di soldati congolesi, custoditi in una base della MONUSCO a Goma, dopo la caduta della città a fine gennaio. Tuttavia, il governo congolese, che inizialmente si era detto favorevole ad uno scambio di prigionieri tra le due parti, sostiene che i prigionieri da liberare caso per caso dovrebbero essere rilasciati al termine del dialogo di Doha. Da parte sua, Kinshasa esige anche la restaurazione dell’autorità dello Stato nelle zone occupate dall’AFC/M23, il che implica il ritiro di quest’ultimo dalle località occupate del Nord e del Sud Kivu, una proposta chiaramente respinta dall’AFC/M23.[3]

A metà agosto, il Qatar, mediatore del processo di pace tra il governo congolese e l’AFC/M23, ha inviato una bozza di accordo di pace a entrambe le parti che, il 17 agosto, hanno confermato la possibilità di riprendere i dialogo a Doha. La bozza di “accordo globale di pace” contiene una serie di questioni che le parti considerano come “cause profonde del conflitto”. Dietro questa formula, vi sono notevoli differenze. L’AFC/M23 ha avanzato una serie di richieste che, però, il governo congolese ritiene inaccettabili.
– Restaurazione dell’autorità dello Stato
Per il governo congolese, la priorità delle prossime trattative è chiara: lo smantellamento dell’amministrazione parallela istituita dall’AFC/M23 e il ritiro/acquartieramento dei combattenti dell’AFC/M23, per poter procedere ala restaurazione dell’autorità dello Stato. L’AFC/M23 respinge questo approccio. Secondo lui, qualsiasi tipo di restaurazione dell’autorità dello Stato deve essere preceduto dal riconoscimento del “fallimento dello Stato”, da una revisione dei precedenti accordi ritenuti violati e non applicati e da riforme istituzionali. Si tratterrebbe di una procedura che, secondo l’AFC/M23, non potrebbe limitarsi a poche settimane di discussioni.
– Lo spettro di una forza cuscinetto
Un’altra questione delicata è l’eventuale creazione di una forza cuscinetto tra le Forze Armate della RDC (FARDC) e le l’AFC/M23 nelle zone controllate dall’AFC/M23. Il governo congolese rifiuta categoricamente questa possibilità, ritenendo che tale configurazione equivarrebbe a una spartizione del Paese. Spera invece che la Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) possa avere un ruolo importante in quelle zone. Tuttavia, in questo ultimo caso, l’AFC/M23 preferirebbe che le truppe della MONUSCO non fossero una forza combattente a fianco delle FARDC.
– Il dibattito sulla forma dello Stato
L’AFC/M23 esige l’istituzionalizzazione di uno Stato federale nella RDC, un’opzione che il governo congolese respinge, considerandola come un progetto di balcanizzazione del Paese. L’elenco delle questioni sollevate dall’AFC/M23 si estende anche al modo di governare, alla giustizia sociale e a un nuovo ordine politico.
– Il ritorno dei rifugiati
Tra le questioni considerate più delicate c’è il ritorno dei rifugiati congolesi, in particolare di quelli che vivono in Ruanda. L’AFC/M23 insiste per essere coinvolto nella gestione di questa iniziativa, in quanto si tratta del diritto al ritorno di rifugiati congolesi che, in maggioranza, sono Tutsi. Da parte sua, il governo congolese ribadisce di essere l’unico interlocutore istituzionale legittimo. Lo dimostra il fatto che, il 24 luglio, i ministri degli Interni della RDC e del si sono incontrati con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) per discutere di questo tema.[4]

«Si tratta ancora della bozza 0, il che significa che c’è ancora molto lavoro da fare», spiega un diplomatico africano che, tuttavia, accoglie con favore l’iniziativa USA-Qatar in «una crisi in cui gli africani non sono stati in grado di condurre i protagonisti al tavolo dei negoziati e gli europei sono completamente assenti».
Il primo punto del testo prevede un “cessate il fuoco permanente”. Le parti devono quindi “astenersi da qualsiasi atto di sabotaggio, da qualsiasi tentativo di occupare nuove posizioni con la forza, da qualsiasi altra azione che possa violare il cessate il fuoco o essere incompatibile con una cessazione definitiva delle ostilità”. Il testo chiede inoltre la fine di “ogni retorica ostile o incendiaria”.
Il piano prevede anche l’attuazione delle misure di distensione delineate nella dichiarazione di principi firmata il 19 luglio, tra cui il rilascio dei prigionieri attraverso un meccanismo in cui sia coinvolta la Croce Rossa Internazionale. Questa richiesta di liberazione dei prigionieri è uno dei primi punti posti sul tavolo dalla delegazione del’AFC/M23, che rivendica di aver permesso l’evacuazione su Kinshasa di più di 1.500 militari dell’esercito congolese trincerati in una base della Missione delle Nazioni Unite a Goma al momento dell’occupazione della città a fine gennaio, senza dimenticare l’estradizione dei mercenari rumeni assoldati da Kinshasa.
Da parte sua, all’inizio di agosto, il governo congolese aveva ammesso che il processo di liberazione dei prigionieri stava subendo “alcuni ritardi”. Tre settimane dopo, il ritardo sembra persistere. «La nostra delegazione si recherà a Doha in formato ridotto e discuterà solo su due punti: il cessate il fuoco e il rilascio dei prigionieri. Non andremo oltre. Sarebbe inutile finché Kinshasa continuerà a disattendere queste nostre richieste», ha dichiarato un responsabile dell’AFC/M23.
La bozza prevede anche l’istituzione di un “Meccanismo di Monitoraggio Multilaterale” per la supervisione dell’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco. Il meccanismo sarà composto da un numero uguale di rappresentanti di entrambe le parti. Il Qatar e il facilitatore dell’Unione Africana assisteranno in qualità di osservatori.
La bozza prevede anche l’istituzione di una “Forza Speciale ad Interim”, composta al 50% da membri dell’AFC/M23 che collaboreranno con elementi della polizia nazionale sotto l’autorità del Ministero dell’Interno. Questa forza potrà intervenire solo nelle “zone occupate” dall’AFC/M23 nelle province del Sud Kivu e del Nord Kivu. Al termine della missione, questi elementi saranno integrati nei ranghi delle forze nazionali congolesi.
L’elemento più delicato del testo riguarda a “restaurazione dell’autorità dello Stato”. Per Kinshasa, questo punto è sinonimo dl ritiro totale dell’AFC/M23 dalle zone occupate. Da parte sua, l’AFC/M23 intende rimanere dove si trova e svolgere un suo ruolo nel futuro della regione e del Paese intero. I suoi rappresentanti avevano proposto l’istituzione del federalismo, una possibilità rifiutata da Kinshasa, equiparandola ad una  “balcanizzazione” dell’Est del Paese. La bozza non menziona questa proposta di federalismo, il che ha particolarmente irritato i membri dell’AFC/M23.
Il progetto di accordo prevede infine che il Governo congolese nomini delle autorità ad interim a livello locale e che l’AFC/M23 possa presentare i propri candidati. Queste autorità ad interim dovrebbe terminare il loro mandato con l’organizzazione di elezioni locali nel 2027. La bozza auspica inoltre l’organizzazione, nel 2026, di un dialogo nazionale che integri l’opposizione disarmata nelle discussioni sul futuro della Repubblica Democratica del Congo.[5]

La creazione di una “Forza Speciale ad Interim per la regione occupata” è una proposta audace, destinata a soddisfare tutti. Da un lato, Kinshasa rifiuta l’idea di una forza cuscinetto. Dall’altro, l’AFC/M23 respinge l’idea di abbandonare le aree sotto il suo controllo.
Il progetto prevede quindi una “Forza Speciale ad Interim” come unica forza autorizzata a operare nella regione implicata, cioè nelle zone precedentemente controllate dall’AFC/M23. Essa non dovrebbe intervenire al di fuori di queste zone e i suoi membri non potrebbero essere inviati altrove senza il loro consenso. Il reclutamento sarebbe supervisionato da un meccanismo multilaterale: il 50% proverrebbe dall’AFC/M23, l’altra metà sarebbe composta da membri della Polizia Nazionale Congolese (PNC) e da civili locali, ma non da militari provenienti dall’esercito (FARDC). Questa forza speciale sarebbe posta sotto l’autorità del Ministero dell’Interno e della Sicurezza e il reclutamento sarebbe supervisionato da un meccanismo di monitoraggio multilaterale. Questa forza speciale ad interim opererebbe con un mandato temporaneo di cinque anni, rinnovabile se necessario, sempre sotto la supervisione del meccanismo di monitoraggio multilaterale. Al termine di tale mandato, la forza verrebbe sciolta e i suoi membri integrati, in modo graduale e regolamentato, nell’esercito congolese, le Forze Armate della RDC (FARDC) o nella Polizia Nazionale Congolese (PNC).
In breve, si prevede una forma di cogestione dell’area controllata dall’AFC-M23. Tuttavia, va ricordato che si tratta ancora solo di una bozza di accordo. Le parti devono ora discuterne. Il suo contenuto potrebbe evolvere o essere semplicemente respinto da una parte o dall’altra. In effetti, rimane un ostacolo importante: la bozza specifica che l’obiettivo finale di questa forza sarebbe quello di integrare progressivamente i membri idonei dell’AFC/M23 nelle forze di sicurezza dello Stato, quando una legge emanata dall’Assemblea Nazionale impedisce l’integrazione di membri di gruppi armati nell’esercito regolare e nel corpo della polizia nazionale.[6]

Dal 20 agosto, le delegazioni del governo congolese e dell’AFC/M23 si trovano a Doha, in Qatar, per riprendere i negoziati. Inizialmente previsti per l’8 agosto, questi colloqui riprendono in un contesto di ripresa dei combattimenti sul campo. Queste discussioni hanno un duplice obiettivo. Il primo è assicurare la piena attuazione delle disposizioni contenute nella Dichiarazione di Principi firmata a Doha il 19 luglio. Ma un punto rimane ancora irrisolto: l’AFC/M23 è ancora in attesa del rilascio dei suoi prigionieri da parte del Governo congolese. Da parte sua, Kinshasa esita e insiste affinché questa questione faccia parte dell’accordo finale. Per il momento, quindi, nessuna delle due parti è pronta a cedere. Quasi a dimostrare la propria intransigenza, l’AFC/M23 ha inviato a Doha una piccola delegazione: solo due rappresentanti, René Abandi e il colonnello Dieudonné Padiri, due veterani di negoziati. Secondo alcuni osservatori, il loro mandato è chiaro: non discutere sulla bozza di accordo proposta dalla mediazione, ma solo sul cessate il fuoco e sul rilascio dei prigionieri. Per l’AFC/M23, questi sono prerequisiti assoluti per la ripresa dei colloqui di pace.
Il secondo obiettivo di questo nuovo round, secondo alcune fonti, è raggiungere un accordo di pace globale e duraturo. Se nel corso dei colloqui si registreranno dei progressi, l’AFC/M23 potrà ampliare la propria delegazione e aggiornare il proprio mandato.[7]

Il 22 agosto, Martin Fayulu, presidente della coalizione LAMUKA e membro dell’opposizione congolese, ha ribadito la sua ferma posizione in merito ai colloqui in corso a Doha, in Qatar, tra le delegazioni del governo congolese e dell’AFC/M23. Sul suo account X (ex Twitter), Fayulu ha dichiarato: «L’incontro di Doha deve perseguire un solo obiettivo: l’imposizione di un cessate il fuoco e l’attuazione della risoluzione 2773 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Questa risoluzione condanna l’appoggio militare del Ruanda all’M23, esige l’immediato ritiro delle truppe ruandesi dal territorio congolese e chiede all’M23 di cessare le ostilità e di ritirarsi dalle zone occupate. Fayulu insiste sul fatto che tutte le altre questioni debbano essere affrontate nell’ambito di un dialogo inclusivo tra congolesi, sotto la mediazione della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO) e della Chiesa di Cristo in Congo (ECC), con l’appoggio dell’Unione Africana.[8]

2. ACCORDO DI PACE DI WASHINGTON TRA LA RDC E IL RUANDA:

Nessun cambiamento sul campo, la guerra continua

Il 7 e 8 agosto, presso la sede della Commissione dell’Unione Africana ad Addis Abeba, i rappresentanti della Repubblica Democratica del Congo (RDC) e della Repubblica del Ruanda, in presenza di osservatori degli Stati Uniti, del Qatar e dell’Unione Africana (UA), hanno tenuto la prima riunione del Meccanismo Congiunto di Coordinamento per la Sicurezza previsto nell’Accordo di Pace tra la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica del Ruanda, firmato a Washington il 27 giugno 2025. Il Meccanismo Congiunto di Coordinamento per la Sicurezza è incaricato dell’attuazione del piano di neutralizzazione delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) e di Disimpegno delle Forze militari / Revoca delle Misure Difensive da parte del Ruanda. Il meccanismo ha inoltre il compito di facilitare la condivisione, tra le parti, di informazioni logistiche e militari, utili per l’attuazione dell’accordo di pace. Nella prima riunione, i membri permanenti, cioè la RDC e il Ruanda, hanno adottato il regolamento per le future riunioni del meccanismo e hanno avviato le discussioni sull’attuazione dell’accordo di pace. Una seconda riunione è prevista per settembre. Secondo quanto riportato, questa seconda riunione si concentrerà sull’attuazione delle prossime operazioni: chi dovrà fare cosa e come? Secondo alcune fonti, il periodo di tre mesi fissato per la neutralizzazione delle FDLR dovrebbe essere conteggiato a partire da questa seconda riunione. Un diplomatico della regione insiste: la cosa più importante non sono le date, ma la buona volontà degli attori implicati.[9]

Il 20 agosto, in occasione della sua partecipazione alla 9ᵃ Conferenza Internazionale di Tokyo sullo Sviluppo Africano (TICAD9) a Yokohama, la Primo Ministro congolese, Judith Suminwa Tuluka, ha incontrato Raouf Mazou, Vice Alto Commissario per le Operazioni presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Secondo l’unità di comunicazione dell’Ufficio del Primo Ministro, le discussioni si sono concentrate sulla “delicata” questione del rimpatrio dei rifugiati congolesi in Ruanda e dei rifugiati ruandesi nella RDC.
In questa occasione, Judith Suminwa ha sottolineato la necessità di una procedura rigorosamente supervisionata dall’UNHCR, per garantire una chiara identificazione dei rifugiati che dovrebbero ritornare nella RDC, con l’obiettivo di evitare passi falsi e di prevenire nuove crisi. Da parte sua, Raouf Mazou ha ribadito che il mandato dell’UNHCR è garantire che questi rimpatri siano volontari, dignitosi e sicuri, che si tratti di congolesi in Ruanda o di ruandesi nella RDC.
Questo incontro avviene poche settimane dopo la firma di un accordo tripartito tra la RDC, il Ruanda e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), firmato ad Addis Abeba, per facilitare il rimpatrio volontario dei rifugiati. L’accordo intende rilanciare il processo di rimpatrio sicuro dei rifugiati ruandesi nella RDC e dei rifugiati congolesi in Ruanda.
La questione dei rifugiati è sempre stata un punto di contesa tra Kinshasa e Kigali. Sulla base degli ultimi dati dell’UNHCR, in una recente conferenza stampa, Thérèse Kayikwamba aveva fornito un aggiornamento sul numero di rifugiati in questi due stati: «Gli ultimi dati in nostro possesso indicano che ci sono circa 132.000 rifugiati ruandesi nella RDC e 135.000 rifugiati in Ruanda. Dobbiamo quindi creare delle condizioni favorevoli per il loro ritorno ed è necessario assicurarsi che ogni ritorno avvenga nell’ambito di una stretta collaborazione tra  la RDC, il Ruanda e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati».
Da parte sua, il 26 agosto, in una conferenza stampa, il vice primo ministro congolese responsabile dell’Interno e della Sicurezza, Jacquemain Shabani, ha precisato che «la Repubblica del Ruanda aveva fatto sapere che 83.000 congolesi si trovano sul suolo ruandese e che solo 23.000 persone sono state identificate come congolesi che usufruiscono dello statuto di rifugiati in Ruanda».[10]

Il 22 agosto, mentre la situazione di insicurezza nell’est della RDC continua a deteriorarsi a causa delle continue violenze, nonostante le iniziative diplomatiche internazionali in corso, gli Stati Uniti hanno chiesto alle parti interessate di rispettare i propri impegni.
Secondo Dorothy Camille Shea, Rappresentante Permanente degli Stati Uniti d’America presso le Nazioni Unite, le continue ostilità sul campo compromettono gli sforzi di mediazione in corso e aggravano ulteriormente la già precaria situazione di insicurezza. «Gli Stati Uniti si aspettano che la RDC e il Ruanda rispettino i loro obblighi di cessare le ostilità e di risolvere le divergenze con mezzi pacifici, attraverso il Comitato Congiunto di Supervisione istituito dall’accordo di pace del 27 giugno. Ci aspettiamo inoltre che la RDC e l’M23 agiscano in buona fede, in linea con la Dichiarazione di Principi firmata a Doha, in cui entrambe le parti si sono impegnate a un cessate il fuoco permanente. La continuazione delle ostilità è contraria agli accordi firmati dalle parti», ha dichiarato Dorothy Camille Shea al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A nome dell’amministrazione Trump, la diplomatica statunitense ha esortato il Consiglio di Sicurezza a sanzionare i “sabotatori” del processo di pace nella RDC: «Gli Stati Uniti chiederanno ai sabotatori della pace  di rendere conto dei loro crimini e invitano i membri del Consiglio di Sicurezza a fare la stessa cosa». Sul campo, le tensioni continuano ad aumentare tra le Forze Armate della RDC e la ribellione dell’AFC/M23. Che si accusano a vicenda di continue violazioni del cessate il fuoco.[11]

3. NEGOZIATI TRA GLI STATI UNITI E LA RDC IN VISTA DI EVENTUALI CONTRATTI MINERARI

Mancanza di trasparenza e assenza di consultazioni

L’accordo di pace firmato tra la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Ruanda con la mediazione di Washington prevede anche un partenariato economico tra gli Stati Uniti e questi due Paesi. Per quanto riguarda la RDC, questo partenariato prevede un accesso privilegiato per le aziende americane alle risorse minerarie congolesi, in cambio di un maggiore aiuto nel settore della sicurezza del Paese. In questo contesto, il 27 giugno, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti aveva adottato una risoluzione che approvava la possibilità di stipulare degli accordi minerari con la RDC. Lo stesso testo incoraggiava la tracciabilità dei minerali nelle catene di approvvigionamento.
Tuttavia, da entrambe le parti (statunitense e congolese) si sentono voci che chiedono solide garanzie per impedire che questo partenariato minerario contribuisca ad esacerbare conflitti e corruzione. Finora, nessun accordo è stato formalmente firmato. Tuttavia, esistono già alcuni accordi di principio con alcune aziende, tra cui KoBold Metals.[12]

In un eventuale scenario di partenariato economico tra la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e gli Stati Uniti, la società americana KoBold Metals, sostenuta da colossi come Jeff Bezos e Bill Gates e con l’approvazione dell’amministrazione Trump, ha firmato una dichiarazione di intenti con Kinshasa e ha ufficialmente presentato delle richieste di permessi per l’esplorazione mineraria del territorio congolese. A KoBold Metals, potrebbero essere assegnate circa 1.700 concessioni minerarie. L’obiettivo è quello di accelerare un programma di esplorazione mineraria su larga scala in RDC. Si tratterebbe di una prima fase di richiesta di permessi di ricerca che dovrebbe sfociare in un parere del catasto minerario, seguito da un progetto di decreto di concessione dei permessi di ricerca che sarà trasmesso al ministro delle Miniere per la firma. Secondo Popol Mabolia Yenga, direttore generale del Cadasto Minerario (CAMI), la procedura potrebbe durare 60 giorni.
Un altro obiettivo di KoBold è il giacimento di litio di Manono, nel sud-est del Paese. Si tratta di uno dei più importanti giacimenti di litio in roccia dura non ancora sfruttati nel mondo.  KoBold e lo Stato congolese stanno già collaborando a questo proposito. La RDC deve ora nominare un esperto che funga da intermediario. Tuttavia, il sito di Manono è al centro di una disputa con la società australiana AVZ, che sostiene di possedere ancora i diritti sul progetto. «Se si risolverà questa questione, rilasceremo il permesso a KoBold. Le negoziazioni si stanno svolgendo a Kinshasa e al Dipartimento di Stato americano», spiega Popol Mabolia Yenga, direttore del CAMI. L’ultimo aspetto dell’accordo tra KoBold e le autorità congolesi riguarda la digitalizzazione dei dati minerari. Anche in questo caso, tutto è già stato firmato.[13]

Nell’ambito di un accordo di integrazione economica recentemente firmato tra Kinshasa e Kigali, in seguito a un accordo di pace concluso a Washington sotto l’egida degli Stati Uniti, l’azienda americana Symbion Power ha proposto un investimento di 700 milioni di dollari per costruire una centrale elettrica da 140 megawatt sul lato congolese del lago Kivu e linee di trasmissione lungo il confine con il Ruanda. Il progetto mira a trasformare il metano del lago Kivu in energia elettrica per rifornire Goma e i suoi dintorni. Ma l’iniziativa rimane subordinata a una condizione fondamentale: il ritiro dei miliziani dell’M23 e un miglioramento duraturo della sicurezza nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri. «Nessuna centrale elettrica senza stabilità», ha avvertito Paul Hinks, amministratore delegato di Symbion Power. Secondo Massad Boulos, consigliere speciale del presidente americano citato da Bloomberg, questi potenziali investimenti riflettono l’impegno degli Stati Uniti a sostenere lo sviluppo economico e a rafforzare le relazioni bilaterali con la RDC e il Ruanda. Anche questo progetto rientra nell’accordo di integrazione economica regionale firmato recentemente tra Kinshasa e Kigali, in seguito all’accordo di pace concluso a Washington sotto l’egida degli Stati Uniti.[14]

L’11 agosto, in una lettera aperta indirizzata al Presidente Donald Trump e al Segretario di Stato Marco Rubio, 52 membri del Partito Democratico eletti alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno espresso la loro preoccupazione per la mancanza di trasparenza che sta caratterizzando i negoziati tra gli Stati Uniti e la Repubblica Democratica del Congo (RDC) in materia di contratti minerari. Questi parlamentari deplorano la mancanza di consultazione del Congresso stesso nelle trattative riguardanti l’importazione di minerali congolesi strategici, tra cui il cobalto, il coltan, il rame e il litio, risorse essenziali per le tecnologie avanzate e la transizione energetica. I 52 parlamentari richiamano l’attenzione sulle gravi violazioni dei diritti umani che persistono nel settore minerario congolese: rivalità tra gruppi armati per il controllo delle miniere, pessime condizioni di lavoro, sfruttamento di lavoro minorile, violenze sessuali e inquinamento ambientale. Le conseguenze ambientali sono particolarmente evidenziate: contaminazione del suolo e dell’acqua in seguito all’uso di sostanze chimiche tossiche, diminuzione della fertilità dei terreni e aumento di gravi malattie, tra cui tumori e malformazioni congenite.
Insistendo sul rispetto dei diritti umani, la tutela dell’ambiente e la trasparenza, i 52 parlamentari sollevano anche la questione di un possibile conflitto di interessi, citando specificamente l’imprenditore texano Gentry Beach, stretto collaboratore di Donald Trump e membro di un consorzio che cerca di ottenere i permessi di estrazione di coltan nella miniera di Rubaya, nel Nord Kivu (Est della RDC), Infine, essi chiedono al governo degli Stati Uniti di garantire il ricorso a una procedura trasparente e partecipativa, assicurando al contempo che l’estrazione, la trasformazione e la commercializzazione di queste risorse non avvengano a scapito del popolo congolese.[15]

Il 12 agosto, in un comunicato pubblicato sul suo sito web, l’Ufficio di Controllo dei Beni stranieri (Office of Foreign Assets Control / OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato il gruppo armato dei Patrioti Resistenti Congolesi (PARECO), la Cooperativa dei Minatori Artigianali Congolesi (CDMC) e due società minerarie cinesi con sede a Hong Kong: East Rise e Star Dragon. Queste quattro entità sono accusate di estrazione illegale e contrabbando di minerali provenienti dalla miniera di Rubaya, situata nel territorio di Masisi, nel Nord Kivu. La maggior parte dei minerali provenienti dall’Est della RDC viene spesso fatta passare di contrabbando in Ruanda, per poi essere inviata verso i principali paesi di raffinazione e di trasformazione, tra cui la Cina. I beni di queste entità che si trovano depositati o in transito negli Stati Uniti sono automaticamente bloccati. A tutti gli statunitensi è vietato effettuare transazioni finanziarie con queste entità sanzionate. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, tra il 2022 e il 2024, il gruppo armato PARECO si è finanziato attraverso il controllo delle attività minerarie, l’imposizione di tasse illegali ai minatori e l’attività di  contrabbando dei minerali verso il Ruanda. Nelle zone minerarie sotto il suo controllo, il PARECO ha anche imposto lavori coatti a suo favore e giustiziato persone civili.
Per quanto riguarda la CDMC, una società mineraria congolese che opera nella più grande concessione mineraria di Rubaya, è specificamente accusata di aver agito come braccio commerciale del gruppo armato PARECO, facilitando l’esportazione dei minerali verso la Cina.
Secondo la dichiarazione dell’OFAC, «le operazioni minerarie, l’imposizione di tasse illegali e le attività di contrabbando di PARECO a Rubaya sono state facilitate dalla CDMC, che, a sua volta, ha venduto i minerali provenienti dalle aree controllate da PARECO a due società di esportazione con sede a Hong Kong: East Rise Corporation Limited e Star Dragon Corporation Limited».
Le due società cinesi sono state anch’esse sanzionate per aver sostenuto finanziariamente le attività della CDMC. Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, «East Rise e Star Dragon sono state designate per aver materialmente assistito, sponsorizzato o fornito supporto finanziario, materiale, logistico e tecnologico alla CDMC».
Queste sanzioni sono state decise mentre Washington sta trattando con Kinshasa e Kigali per garantirsi la priorità nell’accesso ai minerali della regione. Secondo i legislatori statunitensi, alcune società minerarie statunitensi, tra cui una legata a uno stretto collaboratore di Donald Trump, stanno già manifestando il loro interesse per tale possibilità. «Il Dipartimento del Tesoro non esiterà ad agire contro i gruppi armati che impediranno agli Stati Uniti e ai loro alleati di accedere a minerali essenziali per la loro difesa nazionale», ha dichiarato John Hurley, Sottosegretario al Tesoro per l’Antiterrorismo e l’Intelligence Finanziaria. È in questo contesto che, secondo il comunicato stampa dell’OFAC, «gli Stati Uniti si sono impegnati a trovare una soluzione al conflitto dell’Est della RDC, facilitando l’accordo di pace tra la RDC e il Ruanda, firmato il 27 giugno 2025. Gli Stati Uniti continuano a sostenere gli sforzi della RDC e del Ruanda per creare un ambito di integrazione economica regionale che possa promuovere il commercio, migliorare la trasparenza nelle catene di approvvigionamento dei minerali critici e aprire la strada a investimenti responsabili e legali nella regione».
A proposito della miniera di Rubaya, occorre ricordare che, dal mese di aprile 2024, essa è passata sotto il controllo della coalizione AFC/M23 appoggiata dalle truppe ruandesi. Sarebbe quindi auspicabile che l’Ufficio di Controllo dei Beni stranieri (Office of Foreign Assets Control / OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti possa avviare una nuova inchiesta, in vista di nuove sanzioni nei confronti della coalizione AFC/M23, delle truppe ruandesi che la stanno affiancando, delle entità implicate nell’attività di contrabbando dei minerali di Rubaya verso il Ruanda e delle società minerarie implicate nella trasformazione ed esportazione di tali minerali.[16]

[1] Cf Hubert Leclercq – Lalibre.be / Afrique, 08.08.’25
[2] Cf Christophe Rigaud – Afrikarabia.com, 11.08.’25
[3] Cf Isaac Kisatiro – 7sur7.cd, 08.08.’25
[4] Cf RFI,fr, 18.08.’25
[5] Cf Hubert Leclercq – Lalibre,be/afrique, 20.08.’25   https://afrique.lalibre.be/79755/rdc-le-draft-0-du-plan-de-paix-qatari-ne-satisfait-aucune-partie/
[6] Cf RFI.fr, 20.08’25
[7] Cf Patient Ligodi – RFI.fr, 22.08.’25
[8] Cf Radio Okapi, 22.08.’25
[9] Cf Radio Okapi, 09.08.’25; RFI.fr, 12.08.’25
[10] Cf Clément Muamba – Actuaité.cd, 20.08.’25; Samyr Lukombo – Actualité.cd, 27.08.’25
[11] Cf Clément Muamba – Actuaité.cd, 23.08.’25
[12] Cf Radio Okapi, 12.08.’25; RFI.fr, 12.08.’25; Gloire Balolage – Opinion Info / MCP , via mediacongo.net, 12.08.’25
[13] Cf RFI.fr, 08.08.’25
[14] Cf Radio Okapi, 09.08.’25
[15] Cf Radio Okapi, 12.08.’25; RFI.fr, 12.08.’25; Gloire Balolage – Opinion Info / MCP , via mediacongo.net, 12.08.’25
[16] Cf 7sur7.cd, 13.08.’25; RFI.fr, 13.08.’25