Congo Attualità n. 517

INDICE

1. IL PROCESSO DI PACE DI WASHINGTON TRA LA RDC E IL RUANDA
a. La firma del Quadro di Integrazione Economica Regionale (CIER)
b. La campagna di sensibilizzazione dei combattenti FDLR in vista di una loro resa volontaria
2. LA CONFERENZA DI PARIGI PER LA PACE E LA PROSPERITÀ NELLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI AFRICANI
3. IL PROCESSO DI PACE DI DOHA TRA LA RDC E L’AFC/M23
a. Il progetto di un accordo provvisorio di compromesso sui punti di convergenza
b. La firma di un accordo intermedio di base tra il Governo congolese e l’AFC/M23

1. IL PROCESSO DI PACE DI WASHINGTON TRA LA RDC E IL RUANDA

Sono passati quattro mesi da quando la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Ruanda hanno firmato, il 27 giugno, l’accordo di pace di Washington. Ciascun Paese si è impegnato a portare a termine una missione. La RDC si è impegnata a neutralizzare le FDLR, mentre il Ruanda si è impegnato a ritirare le proprie truppe dal territorio congolese. Quattro mesi dopo la firma, a che punto è l’attuazione dell’accordo?
Jean Mulenda, ex membro del movimento civico Lucha, afferma di non avere alcuna speranza circa l’attuazione dell’accordo di Washington. Secondo lui, finora la RDC ha dimostrato di non essere in grado di neutralizzare le FDLR. Questa incapacità è di natura tecnica, logistica, tecnologica e finanziaria. D’altra parte, secondo altre fonti, da quando Kinshasa ha iniziato la campagna di sensibilizzazione delle FDLR, chiedendo loro di deporre le armi e di consegnarsi alle autorità congolesi o alla Monusco, non è ancora stato registrato alcun progresso in tale direzione.
Secondo Hubert Tshiswaka, attivista per i diritti umani, gli accordi politici non sono mai stati dei documenti automatici. Essi richiedono tempo. Ecco perché, sul posto, gli effetti dell’accordo non sono ancora visibili. Ma sulla carta ci sono dei progressi. È per questo che Tshiswaka continua a sperare nell’applicazione dell’accordo. La sua speranzosi fonda sul proseguimento dei colloqui a Washington. Secondo lui, attualmente le delegazioni della RDC e del Ruanda stanno discutendo sulle modalità con cui la RDC dovrà neutralizzare le FDLR e il Ruanda ritirare le sue misure difensive (le sue truppe) dal territorio congolese. Tuttavia, Hubert fa notare che, finora, a livello degli incontri di Washington, non è ancora stato determinato chi dovrà condurre le operazioni militari per la neutralizzazione delle FDLR. Da parte sua, la RDC non ha ancora precisato il numero effettivo dei membri delle FDLR, né i luoghi in cui si trovano. Le discussioni non hanno ancora indicato il periodo di disattivazione delle misure di sicurezza prese dal Ruanda. Infine, egli ammette che «ciò che hanno messo nero su bianco è diverso da ciò che sta accadendo sul posto».[1]

Il 21 e 22 ottobre, i delegati dei governi della RDC e del Ruanda si sono riuniti a Washington, negli Stati Uniti, per la terza riunione del Meccanismo Congiunto di Coordinamento della Sicurezza (MCCS). Nel corso di queste riunioni, alle quali hanno partecipato anche dei rappresentanti degli Stati Uniti, del Qatar e della Commissione dell’Unione Africana, le parti hanno stabilito alcune azioni specifiche coordinate, al fine di preparare il terreno per la neutralizzazione delle FDLR e la revoca delle misure difensive del Ruanda. La seguente riunione del MCCS è prevista per il 19 e 20 novembre.[2]

a. La firma del Quadro di Integrazione Economica Regionale (CIER)

Il 7 novembre, al termine della quarta riunione del Comitato Congiunto di Monitoraggio (CCM) dell’attuazione dell’accordo di Washington, la RDC e il Ruanda hanno finalmente firmato il testo integrale del Quadro di Integrazione Economica Regionale (CIER) sotto la supervisione della sottosegretaria di Stato Hooker e del consigliere per l’Africa nell’amministrazione Trump, Massad Boulos. Il CIER definisce i settori chiave scelti per promuovere la cooperazione e lo sviluppo economico tra i due paesi, creando opportunità di investimenti e di crescita che potranno andare a diretto beneficio delle popolazioni della regione. L’obiettivo è quello di porre le basi per una cooperazione rafforzata tra i due Paesi in diversi settori: attività mineraria, infrastrutture, energia, sviluppo industriale, industria agroalimentare, sanità pubblica e turismo transfrontaliero. Presentato come piattaforma dinamica di cooperazione, il CIER  ha come finalità quella di formalizzare l’estrazione mineraria artigianale, rafforzare la tracciabilità dei minerali e la trasparenza delle filiere di approvvigionamento, sviluppare le infrastrutture regionali e aumentare le capacità di produzione e di trasformazione dei minerali. Insieme all’elemento sicurezza, il CIER rappresenta la componente economica dell’accordo di pace firmato il 27 giugno 2025 a Washington. La sua attuazione rimane tuttavia subordinata al soddisfacente adempimento degli impegni assunti dai due Paesi, la RDC e il Ruanda: la neutralizzazione delle FDLR da parte dell’esercito congolese e il ritiro delle truppe ruandesi dal territorio congolese.[3]

Mentre il presidente americano Donald Trump ha salutato l’accordo di “pace” tra il Ruanda e la RDC come la fine di una guerra sanguinosa durata trent’anni, un nuovo rapporto dell’Oakland Institute getta un’ombra su tale annuncio. Intitolato Shafted: The Scramble for Critical Minerals in the DRC, il documento afferma che l’iniziativa diplomatica sopracitata nasconde, in realtà, una strategia americana volta a consolidare il controllo sui minerali critici congolesi.
Secondo Frédéric Mousseau, coautore del rapporto e direttore delle politiche dell’Oakland Institute, l’ingerenza americana nella RDC non sarebbe una novità. Egli sottolinea che «l’ingerenza degli Stati Uniti negli affari congolesi è sempre stata indiscutibilmente legata all’obiettivo di garantirsi l’accesso ai minerali essenziali». Il rapporto sostiene che l’accordo recentemente salutato da Washington si inserisce in una continuità storica, in cui gli interessi minerari hanno spesso dettato la politica estera americana nella regione. Secondo i ricercatori dell’Oakland Institute, questo accordo diplomatico non rappresenterebbe un passo verso la pace, ma piuttosto un “accordo vincente-perdente“. Essi ritengono che esso avvantaggi essenzialmente le imprese americane e il Ruanda, a scapito della sovranità congolese. Mousseau si spinge oltre, affermando che l’accordo in questione «ricompensa il Ruanda per i suoi decenni di saccheggio delle risorse minerarie congolesi», mentre Kigali e il suo alleato, il Movimento del 23 marzo (M23, hanno rafforzato la loro occupazione sull’Est della RDC.
Il rapporto si basa su un’analisi dettagliata del commercio del coltan, minerale strategico essenziale per la produzione di smartphone, computer e veicoli elettrici. Basandosi su dati finora trascurati, i ricercatori rivelano il ruolo centrale degli Stati Uniti nel riciclaggio di minerali congolesi fatti passare di contrabbando in territorio ruandese. Tra il 2013 e il 2018, le esportazioni di tantalio, un metallo estratto dal coltan, da parte del Ruanda verso gli Stati Uniti, sarebbero aumentate di quindici volte. Questo spettacolare aumento delle importazioni è avvenuto dopo la prima offensiva dell’M23 nel 2012 e coincide con la revoca, da parte di Washington, delle sanzioni contro Kigali. Un’evoluzione che, secondo l’Oakland Institute, solleva interrogativi sulla compiacenza americana nei confronti del commercio illegale di risorse minerarie provenienti da zone di conflitto. Più della metà del tantalio importato dagli Stati Uniti proveniva dal Ruanda, anche se la produzione di coltan da parte di questo Paese è molto limitata.
Secondo l’istituto di ricerca con sede in California, l’accordo di “pace” tra Kinshasa e Kigali non farebbe altro che istituzionalizzare questo commercio minerario finora illegale. Favorendo l’integrazione economica regionale, Washington aprirebbe la strada alla legalizzazione del riciclaggio di minerali congolesi, riesportati con l’etichetta ruandese. Così, dietro l’immagine di un successo diplomatico, l’Oakland Institute vede un’operazione geopolitica a fini economici. Il rapporto mette in guardia contro una nuova forma di dominazione neocoloniale, in cui la pace servirebbe da copertura ad una corsa sfrenata per il controllo delle risorse minerarie strategiche del sottosuolo congolese.[4]

b. La campagna di sensibilizzazione dei combattenti FDLR in vista di una loro resa volontaria

Il 10 ottobre, in un comunicato firmato nell’ambito dell’attuazione dell’ordine operativo concordato in seguito alla terza riunione del Comitato Congiunto di Monitoraggio (CCM) dell’attuazione dell’ accordo di pace firmato a Washington tra la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Ruanda, il portavoce delle Forze Armate della RDC (FARDC), il generale Syilvain Ekenge, ha chiesto a tutte le fazioni delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) di deporre le armi e di arrendersi senza condizioni alle autorità congolesi o alla MONUSCO, in vista del loro rimpatrio nel loro paese d’origine, il Ruanda. In caso di resistenza e di rifiuto di ottemperare, le FARDC procederanno al disarmo con la forza, in conformità con le pertinenti disposizioni dell’accordo di Washington. Inoltre, le FARDC hanno chiesto alle popolazioni locali di dissociarsi dai membri delle FDLR con cui possono avere dei contatti e di esortarli a consegnarsi alle autorità della RDC e/o alla MONUSCO. Le FARDC hanno ugualmente ricordato a tutti i loro militari il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione con le FDLR. Ogni violazione di questa direttiva espone il suo autore a severe sanzioni. È opportuno ricordare che i governi della RDC e del Ruanda hanno ribadito il loro impegno per raggiungere l’obiettivo finale che comprende l’eliminazione della minaccia delle FDLR nella RDC, la revoca delle misure difensive del Ruanda, la restaurazione dell’autorità della RDC nei territori attualmente occupati e il ripristino della fiducia tra la RDC e il Ruanda.[5]

Il 31 ottobre, a Walikale (Nord Kivu), quartier generale provvisorio della 34ª regione militare, nell’ambito dell’attuazione degli accordi firmati tra la RDC e il Ruanda a Washington, il governo e l’esercito congolesi hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione dei combattenti delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), affinché possano arrendersi volontariamente. Le radio locali sono state coinvolte per diffondere i messaggi di sensibilizzazione tradotti nelle lingue vernacolari. Sono stati inoltre stampati e distribuiti dei volantini, affinché il messaggio possa raggiungere i combattenti delle FDLR. Nel caso in cui non possano tornare in Ruanda, i combattenti FDLR che si consegneranno avranno la possibilità di scegliere un altro paese di asilo, dove saranno trasportati dalla MONUSC,. Al termine di questa fase di sensibilizzazione, quelli che non ottempereranno a questo appello saranno costretti dalle forze governative a farlo. Nel territorio di Walikale, i combattenti delle FDLR sono concentrati principalmente nella località di Makungurano, raggruppamento di Waloa Loanda, in prossimità del territorio di Masisi; nella località di Banarukisa verso Buoye, raggruppamento di Waloa Uroba, in prossimità con il raggruppamento di Ufamandu II (territorio di Masisi); e in una parte della località di Banakindi, raggruppamento di Kisimba, in prossimità con il territorio di Rutshuru.[6]

Il 5 novembre, una delegazione dell’esercito congolese inviata da Kinshasa e guidata dal generale di brigata Sasa Nzita, capo dello Stato maggiore dell’intelligence militare, ha tenuto un meeting a Walikale. L’obiettivo: discutere con la popolazione della presunta presenza delle FDLR in questa parte della provincia. La missione proveniente da Kinshasa ha raccolto diverse testimonianze della popolazione locale, che ha affermato all’unanimità che le FDLR non sono più presenti su tutto il territorio di Walikale, contraddicendo così le affermazioni del Ruanda. Secondo Kigali, la riva sinistra del fiume Lowa, nel cuore del territorio di Walikale, sarebbe ancora occupata dalle FDLR, un’affermazione formalmente respinta dalla popolazione e smentita dalla delegazione congolese sul posto. Allora perché organizzare questa campagna a Walikale? Le autorità militari rispondono che Walikale è una delle posizioni più avanzate del fronte. L’esercito afferma di poter agire solo nella propria zona. La campagna riguarda anche Pinga, al confine con il territorio di Masisi, dove si troverebbero alcuni gruppi delle FDLR. Secondo l’esercito congolese, le FDLR sono insediate principalmente nelle zone controllate dall’AFC/M23. Da parte sua, Kigali afferma che vari combattenti delle FDLR sono integrati nelle file dell’esercito congolese, cosa che Kinshasa smentisce categoricamente.[7]

Il 7 novembre, la RDC e il Ruanda hanno esaminato insieme i preparativi delle operazioni militari contro le FDLR e hanno adottato un accordo di attuazione. Queste iniziative rientrano nella volontà comune di porre fine alla presenza di questo gruppo armato.
Il tenente colonnello Octavien Mutimura, portavoce delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR, rifiuta categoricamente qualsiasi tipo di disarmo. «Occorre tener conto della causa della nostra lotta armata. Siamo qui per proteggere noi stessi e i rifugiati ruandesi abbandonati a se stessi. Consegnare le armi senza che siano soddisfatte tutte le condizioni è un’utopia», egli afferma. Di fronte alla minaccia di un’operazione militare congiunta, il portavoce delle FDLR si mostra risoluto: «Quando si è presi di mira, non si può temere di essere attaccati. Siamo tra gli obiettivi di Kigali. Resisteremo fino a quando Kigali non accetterà un dialogo inter-ruandese e un ritorno dei rifugiati in tutta dignità». Le FDLR affermano inoltre di essere bersaglio di attacchi condotti dall’AFC/M23. «Ci troviamo nelle zone in cui si svolgono i combattimenti. L’AFC/M23 ci attacca e minaccia i nostri rifugiati. Abbiamo l’obbligo di proteggerli», spiega Octavien Mutimura.
Mentre le FDLR dichiarano di voler proteggere i rifugiati hutu ruandesi, le operazioni di rimpatrio di questi ultimi proseguono sotto il coordinamento dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Il 21 ottobre, 277 Hutu ruandesi hanno attraversato la frontiera di Rubavu verso il Ruanda, provenienti dall’est della RDC. Nel mese di agosto, altri 532 rifugiati hutu ruandesi erano già tornati in Ruanda. Secondo l’UNHCR, in tre mesi più di 800 persone hanno scelto il rimpatrio volontario. Parallelamente, il Ruanda prosegue il processo di smobilitazione. Il 7 novembre, nel centro di Mutobo, a Musanze, è stata avviata la 76ᵃ fase del programma di reinserimento, con 156 ex membri delle FDLR e milizie affiliate. Sono previsti tre mesi di formazione incentrati sul reinserimento, la disciplina e l’educazione civica. Ma secondo le FDLR, il ruolo dell’UNHCR non è affatto neutrale. «I rifugiati sono i nostri genitori, i nostri figli. Non si può dividere le famiglie in questo modo. Alcune delle persone inviate in Ruanda con l’assistenza dell’UNHCR sono congolesi. Altre vengono catturate e poi rimpatriate con la forza. L’UNHCR sta facendo il gioco del Ruanda», denuncia Octavien Mutimura.
Le FDLR, spesso accusate dalle Nazioni Unite di collaborare con le Forze armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC),smentiscono categoricamente tale accusa. «Gli esperti delle Nazioni Unite si sbagliano», dichiara il tenente colonnello Mutimura. Secondo lui, le FDLR si trovano attualmente in zone controllate dall’AFC/M23, in particolare a Bwisha, nel territorio di Rutshuru, dove regolarmente si scontrano con i loro avversari. Per quanto riguarda le loro capacità militari, Mutimura rimane evasivo: «Siamo un gruppo consistente. Il numero dei nostri membri è abbastanza significativo. Contiamo sulla nostra determinazione». I vari rapporti parlano di un numero compreso tra 1.500 e 3.000 combattenti, ma il portavoce del gruppo ritiene che questa cifra sia sottostimata. Le FDLR chiedono ai mediatori del Qatar e degli Stati Uniti di intensificare la pressione su Kigali. «Devono fare pressione su Paul Kagame affinché si avvii un dialogo inclusivo tra ruandesi», conclude Mutimura.
È da più di due decenni che, con diverse iniziative, si è tentato di risolvere la questione delle FDLR. Nel 2001, una prima iniziativa aveva portato al disarmo e all’accantonamento di vari combattenti a Kamina e alla distruzione pubblica delle loro armi a Kinshasa, alla presenza della comunità internazionale. Nel 2014, oltre 1.500 combattenti avevano consegnato le armi alla Comunità per lo Sviluppo dell’Africa australe (SADC) e alla Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) ed erano stati alloggiati, insieme alle loro famiglie, negli accampamenti di Kisangani, Kanyabayonga e Walungu, posti sotto supervisione internazionale. Dal 2009 al 2015, diverse operazioni militari sono state condotte contro le FDLR: alcune sono state intraprese unicamente dall’esercito congolese, altre congiuntamente con l’esercito ruandese e le truppe della Missione dell’ONU in Congo (MONUSCO). Tra queste diverse operazioni militari, se ne possono citare alcune: Umoja Wetu, Kimia I e II, Amani Leo, Amani Kamilifu e Sokola II. Queste offensive hanno provocato centinaia di migliaia di sfollati e numerose vittime civili, senza mai risolvere definitivamente la questione.
Resta da vedere come si svolgerà questa nuova campagna militare contro le FDLR: se ci sarà ancora una collaborazione tra le FARDC e le RDF e quale ruolo avrà l’AFC/M23.[8]

2. LA CONFERENZA DI PARIGI PER LA PACE E LA PROSPERITÀ NELLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI AFRICANI

Il 30 ottobre, in qualità di mediatore dell’Unione Africana (UA) per la Regione dei Grandi Laghi, il presidente del Togo, Faure Essozimna Gnassingbé, ha partecipato alla Conferenza a sostegno della pace e della prosperità nella regione dei Grandi Laghi Africani indetta dal presidente francese Emmanuel Macron. Tenutosi a Parigi, questo evento ha offerto alla comunità internazionale l’opportunità di riaffermare il proprio impegno a favore della pace e dello sviluppo in quella regione. Intervenendo insieme ai suoi omologhi Emmanuel Macron e Félix Tshisekedi, il presidente del Togo, Faure Essozimna Gnassingbé, ha denunciato l’attività mineraria informale, il commercio illegale delle risorse minerarie e il loro contrabbando, tre settori che, secondo lui, continuano a finanziare i gruppi armati e ad impoverire le comunità locali. Secondo il leader togolese, le sofferenze della popolazione dell’Est della RDC derivano principalmente da un’economia di guerra ben radicata sul territorio.
Il presidente del Consiglio del Togo ha dichiarato: «Non possiamo ignorare che la crisi umanitaria attualmente in corso nell’Est della RDC è in gran parte la conseguenza di un’economia deviata. Bisogna dirlo con lucidità: lo sfruttamento minerario informale, il commercio illegale delle risorse minerarie e il loro contrabbando continuano a finanziare i gruppi armati e ad impoverire le comunità locali. Finché i minerali continueranno ad essere esportati illegalmente e ancora allo stadio grezzo (senza essere previamente trasformati e raffinati), la pace rimarrà sempre fragile; finché queste risorse continueranno a finanziare le milizie, le sofferenze delle popolazioni continueranno. Nell’Est della RDC, le sofferenze non derivano solo dal conflitto, ma dall’economia di guerra che lo alimenta. È necessario assicurare la tracciabilità di tutti i minerali, rendere possibile la loro trasformazione sul posto, prima della loro esportazione e coinvolgere le popolazioni locali nelle catene legali di approvvigionamento». Secondo il mediatore dell’Unione Africana, nella crisi tra Kinshasa e Kigali, è urgente porre fine al sistema che alimenta il finanziamento della violenza.
«È assicurando un’economia trasparente e legittima che si potrà interrompere i flussi che finanziano la violenza. La pace nella regione dei Grandi Laghi non deve essere una semplice tregua nel conflitto, ma sarà il frutto di una riforma dell’economia estrattiva, della cessazione dello sfruttamento illegale delle risorse e della garanzia di un risarcimento equo alle popolazioni che, da troppo tempo, pagano caro il prezzo delle ricchezze delle loro terre», ha egli dichiarato, aggiungendo: «La crisi umanitaria nella regione dei Grandi Laghi è un test per il mondo e per l’Africa. Dobbiamo trasformare la compassione in soluzione e l’emergenza in futuro. Dobbiamo fare della solidarietà una leva per l’autonomia e dell’aiuto uno strumento di sovranità. Questo è lo spirito di questa conferenza: una solidarietà efficace, africana e sostenibile, che collega la pace alla prosperità e la dignità alla responsabilità».
Il principale obiettivo di questa Conferenza a sostegno della pace e della prosperità nella regione dei Grandi Laghi è stato quello di mobilitare la comunità internazionale intorno all’emergenza umanitaria che colpisce l’Est della RDC e tutta la regione dei Grandi Laghi. Secondo gli organizzatori, il secondo obiettivo è stato quello di appoggiare il processo di negoziazione e mediazione in corso, promosso dagli Stati Uniti, dal Qatar e dall’Unione Africana per raggiungere la pace. La Conferenza ha inoltre permesso di affrontare, tra l’altro, il tema dell’integrazione economica regionale, considerata come leva essenziale per una pace duratura nella regione dei Grandi Laghi.[9]

3. IL PROCESSO DI PACE DI DOHA TRA LA RDC E L’AFC/M23

a. Il progetto di un accordo provvisorio di compromesso sui punti di convergenza

All’inizio di novembre, i mediatori del Qatar hanno cercato di rilanciare il processo di pace e il dialogo tra Kinshasa e l’Alleanza Fiume Congo / Movimento del 23 marzo (AFC/M23). I delegati delle due parti sono a Doha ma, per il momento, la situazione rimane quasi a un punto morto. Dall’inizio della settimana non si registrano progressi concreti. Essi dicono di essere in attesa delle direttive della mediazione. «È una situazione di stallo», ammette una delle parti. E l’altra confida: «Firmeremo, sì, ma cosa firmeremo?». A che punto sono dunque le discussioni?
La mediazione sta lavorando su un progetto di accordo. Ascolta entrambe le parti e, secondo alcune informazioni, è già alla tredicesima versione. La settimana scorsa, le due delegazioni si sono incontrate su iniziativa della mediazione. I mediatori avrebbero voluto arrivare già alla firma di un framework, un testo che stabilisce il protocollo dell’accordo, ma le divergenze sono ancora profonde, soprattutto sulla questione della restaurazione dell’autorità dello Stato. Per Kinshasa, ciò passerebbe attraverso il ritiro dell’M23, che potrebbe poi essere integrato nelle istituzioni. Per l’AFC/M23, al contrario, la restaurazione dell’autorità dello Stato deve essere il risultato dei negoziati. Potrebbe avvenire, per esempio, attraverso un governo di unità nazionale incaricato di ristabilire tale autorità.
Di fronte a queste divergenze, a un certo punto si è persino parlato di firmare un accordo solo sui punti di convergenza. Nonostante tutto, le autorità del Qatar sperano ancora in una firma a breve termine e, secondo le informazioni ricevute, solo dopo la firma dell’accordo a Doha, Donald Trump potrebbe convocare un’altra riunione, negli Stati Uniti, per ratificare tutti gli accordi finora negoziati. Tutto ciò avviene in un clima di tensione. Sul terreno, l’AFC/M23 continua a rafforzare la sua amministrazione, in particolare con l’annuncio dei risultati dei test di valutazione dei candidati magistrati sul territorio sotto suo controllo. Un passo che irrita ancora di più Kinshasa. Negli ultimi  giorni, il presidente congolese Félix Tshisekedi ha accusato il suo omologo ruandese Paul Kagame di voler occupare, o addirittura annettere, l’Est della RDC. «Per difendere il mio popolo, sono pronto a tutto, anche a diventare militare», ha egli dichiarato[10].

L’11 novembre, era previsto che, a Doha, Kinshasa e l’AFC/M23 firmassero un accordo di pace provvisorio. Un testo che è ben lontano da un accordo di pace definitivo che potesse garantire il cessate il fuoco nell’Est della RDC. Le due parti parlano di «una nuova tabella di marcia» frutto della «buona volontà e dei mesi di lavoro da parte delle autorità del Qatar» che, tuttavia, non sono riuscite a conciliare le aspettative delle due parti.
Si tratterrebbe di una tabella di marcia che, nel prossimo futuro, dovrebbe permettere di riportare le due parti congolesi al tavolo dei negoziati, per affrontare le cause profonde del conflitto… ma questa volta si incontrerebbero a Lomé, capitale del Togo, il cui presidente Faure Gnassingbé era stato designato dall’Unione Africana (UA) come mediatore tra il governo congolese e l’AFC/M23. Egli è il successore del presidente angolano João Lourenço, nel frattempo nominato presidente della Commissione dell’Unione Africana. La sua mediazione dovrebbe servire a stabilire un dialogo costruttivo tra le due parti interessate.
Nel frattempo, i mediatori del Qatar potranno vantarsi di aver almeno ottenuto un testo firmato da entrambe le delegazioni. Un testo che potranno presentare al presidente statunitense, che attende questo documento, per poter invitare i presidenti congolese (Félix Tshisekedi) e ruandese (Paul Kagame) presso lo Studio Ovale della Casa Bianca, per firmare il trattato di pace definitivo tra i due Paesi. Questo incontro alla Casa Bianca era previsto per il 13 novembre. Ancora una volta, le due delegazioni, congolese ruandese, non saranno presenti. Per il momento, è stata fissata un’altra data: il 23 novembre. La firma di Washington dovrebbe dare il via a nuovi investimenti americani in una Regione dei Grandi Laghi… “pacificata”, garantendo una catena di approvvigionamento di materie prime strategiche estratte nel Kivu, sotto amministrazione dell’AFC/M23, e trasportate in Ruanda per essere trattate e trasformate, prima di essere esportate verso gli Stati Uniti.
Questo accordo segna di fatto una spartizione della RDC. Infatti, senza un vero accordo di pace a Doha, gli investitori americani dovranno ovviamente negoziare – ammesso che abbiano il coraggio di avventurarsi in quella regione – con quelli che controllano i territori e le miniere in questione, ovvero l’AFC/M23. Kinshasa rimarrà sul balcone, assistendo impotente allo smembramento di fatto del suo territorio azionale.
Il regime di Tshisekedi dovrà “accontentarsi” di mantenere il controllo solo dell’80% del territorio, sperando di bloccare l’avanzata dei ribelli e, soprattutto, mantenendo il controllo sulle ricchezze del Katanga, molto più opulente di quelle in gioco nella regione dei Grandi Laghi.
In questa spartizione di fatto, il Ruanda occuperà un posto strategico e del tutto ufficiale nel grande accordo ideato dalla Casa Bianca. Otterrebbe così un nuovo status che dovrebbe allentare la pressione internazionale sul regime di Kigali.
Questa situazione riuscirà a garantisce il congelamento del conflitto? Niente è meno sicuro. A Doha, i veri antagonismi non sono stati risolti e le famose «cause profonde» del conflitto non sono state affrontate. Peraltro, sia l’AFC/M23 che Kinshasa continuano ad armarsi. Nel 2026, la continuazione dei negoziati di pace tra Kinshasa e l’AFC/M23 non sarà né più serena, né più facile che nel 2025.[11]

La firma di un accordo  provvisorio era stata programmata tra le parti congolesi per l’11 novembre a Doha (Qatar). La delegazione dell’AFC/M23 era rappresentata da Bertrand Bisimwa, il numero due del movimento. La delegazione di Kinshasa, invece, non si è presentata.
I negoziatori del Qatar volevano evitare di dover riconoscere un loro fallimento. «Volevano poter presentare un documento finale firmato dal governo congolese e dall’AFC/ M23 a Washington, che sta aspettando con impazienza di poter firmare degli accordi commerciali sia con il Ruanda che con la Repubblica Democratica del Congo», ha dichiarato un diplomatico, aggiungendo che «senza questo accordo tra le parti belligeranti congolesi, sarà molto complicato finalizzare ciò che è già sul tavolo alla Casa Bianca. Senza questo documento, nessun investitore americano serio investirà denaro in questa regione dei Grandi Laghi. Senza questo accordo, le materie prime che usciranno dalle province del Kivu che rimane ancora sotto il controllo dell’AFC/M23 non potranno essere immesse nel mercato mondiale, poiché questi ultimi non hanno la possibilità di produrre certificati in buona e debita forma. Questa paralisi infastidisce Kigali, che potrebbe diventare un hub ufficiale per la trasformazione delle materie prime prodotte nell’Est della RDC, e infastidisce anche Washington, che spera di garantirsi una catena di approvvigionamento stabile per le materie prime critiche.
Con la firma dell’11 novembre, il Qatar avrebbe preso tre piccioni con una fava. Si sarebbe sbarazzato di una questione che alcuni considerano ingestibile, avrebbe risposto all’appello dell’Unione Africana, che spera ancora di trovare una soluzione continentale a questa crisi regionale, e avrebbe permesso a Washington di convocare i presidenti Tshisekedi e Kagame al fianco di Donald Trump.
Per ottenere un risultato a tutti i costi, i negoziatori del Qatar hanno persino tentato un “compromesso alla belga”, proponendo di affidare i punti di disaccordo tra le delegazioni congolesi a una commissione. Questi punti sarebbero stati riportati nel testo finale di Doha, diventando di fatto punti ufficiali irrisolti dell’accordo. Ma nemmeno questa strada ha permesso di raggiungere un compromesso che avrebbe consentito di trasferire il processo di pace a Lomé, la capitale del Togo, che aveva ereditato la gestione “africana” di questo dossier, dopo che l’Angola, che svolgeva questo stesso ruolo, aveva approfittato della sua nomina alla presidenza di turno dell’Unione Africana per liberarsene.[12]

b. La firma di un accordo intermedio di base tra il Governo congolese e l’AFC/M23

Tuttavia, la mediazione del Qatar continua a fare di tutto, per ottenere il più rapidamente possibile la firma di un accordo di pace tra il governo congolese e il gruppo politico-militare AFC/M23. I delegati si trovano a Doha e hanno potuto venire a conoscenza delle diverse versioni dell’accordo che circolano. Se i due delegati finalizzeranno i dettagli, si potrà procedere alla firma. Secondo alcune informazioni, non si è ancora giunti a un accordo definitivo. Si sta piuttosto procedendo verso la redazione di un accordo quadro su alcuni principi guida. In questa fase delle discussioni tra i rappresentanti della RDC e dell’AFC/M23, emerge che l’accordo di pace globale sarà composto dall’accordo quadro in fase di negoziazione e da diversi protocolli che saranno discussi in seguito. Due sono già stati firmati. Ciascun protocollo deve definire misure dettagliate, scadenze e modalità tecniche. Essi faranno parte integrante dell’accordo e costituiranno, nel loro insieme, l’accordo di pace globale.
Sulla delicata questione della restaurazione dell’autorità dello Stato, il testo in discussione prevede un ripristino graduale e coordinato delle istituzioni e dei servizi dello Stato. Ciò riguarda l’ordine pubblico, la sicurezza, la libera circolazione delle persone e delle merci, nonché l’accesso ai documenti di stato civile e ai servizi finanziari.
Per quanto riguarda la sicurezza, il testo in discussione indica che la parte governativa e l’AFC/M23 dovrebbero concordarsi sulla messa in atto di organismi transitori di sicurezza, per garantire l’ordine pubblico e proteggere i civili. La composizione, il comando, la durata e il mandato di tali accordi transitori dovranno essere definiti nei futuri protocolli.
È inoltre previsto che il governo si impegni a dichiarare lo stato di emergenza umanitaria e di zona sinistrata nelle regioni colpite da lungo tempo da conflitti armati. Questo dispositivo dovrà essere accompagnato da un programma speciale di pacificazione e ricostruzione, le cui modalità saranno definite nei protocolli.
Il testo precisa inoltre che le Parti devono concordarsi sulla creazione di una commissione nazionale indipendente incaricata di promuovere la verità, la riconciliazione e le responsabilità per i crimini commessi e di raccomandare adeguati risarcimenti nell’ambito di un processo di giustizia transitoria. L’organizzazione e il funzionamento devono essere conformi alla Costituzione e al diritto internazionale applicabile.
Infine, le parti dovrebbero adottare i protocolli che specificheranno le scadenze, gli ambiti, la sequenzialità, i parametri di sicurezza, le misure giuridiche e le disposizioni in materia di risorse necessarie per l’attuazione dell’accordo quadro.[13]

Il 15 novembre, a Doha, i delegati del governo congolese e quelli dell’AFC/M23 hanno firmato un accordo intermedio di base che dovrebbe permettere il proseguimento dei negoziati in vista di un accordo di pace globale. Non si tratta ancora di un testo definitivo, ma di un documento che stabilisce la metodologia e il calendario delle prossime trattative. Secondo alcune fonti, le due parti hanno confermato il cessate il fuoco permanente e hanno ribadito il loro impegno a liberare i prigionieri, in conformità con i meccanismi già siglati nei mesi di settembre e ottobre 2025.
L’accordo provvisorio de base definisce una serie di protocolli, molti dei quali devono ancora essere negoziati nelle due settimane successive alla firma. In particolare, tali protocolli riguarderanno l’accesso umanitario alle zone colpite dal conflitto, la sicurezza, il programma DDR (disarmo, smobilitazione e reinserimento), la restaurazione dell’autorità dello Stato nelle zone attualmente sotto il controllo dell’AFC/M23, il ritorno degli sfollati interni e dei rifugiati, la ripresa economica delle regioni colpite e le misure di giustizia a favore delle vittime.
Il testo insiste sulla risoluzione delle cause profonde del conflitto, in particolare:
la lotta contro la discriminazione, il rafforzamento dell’unità nazionale e l’instaurazione di una governance inclusiva, che integri tutte le componenti della società.
La firma di questo accordo di base segna una tappa importante nel processo di pace, anche se restano ancora molte sfide da affrontare per poter arrivare a una soluzione politica duratura del conflitto che, da tre decenni, sta sconvolgendo l’Est della RDC. La firma di questo accordo quadro avviene infatti in un contesto in cui le due parti continuano ad accusarsi reciprocamente di violare il cessate il fuoco in vigore.[14]

Secondo il testo pubblicato, l’accordo provvisorio di base si articola in otto protocolli che coprono tutte le questioni legate alla crisi: il meccanismo di liberazione dei prigionieri (firmato il 14 settembre 2025); il meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco (firmato il 14 ottobre 2025); l’accesso umanitario e la protezione giudiziaria; la restaurazione dell’autorità dello Stato, le riforme e la governance partecipativa a livello nazionale; gli accordi provvisori in materia di sicurezza e il programma di disarmo e reinserimento dei combattenti di gruppi armati (DDR); l’identità, la cittadinanza, il ritorno e il reinserimento dei rifugiati e degli sfollati; la ripresa economica e i servizi sociali; la giustizia, la verità e la riconciliazione.
Oltre ai due protocolli già firmati, gli altri sei saranno oggetto di trattative a partire da due settimane dopo la firma dell’accordo provvisorio di base. L’obiettivo dei prossimi negoziati sarebbe quello di  definire le modalità tecniche, le scadenze di attuazione e i rispettivi impegni delle due parti. L’accordo di base e gli otto protocolli costituiranno l’accordo di pace definitivo tra il governo congolese e l’AFC/M23.[15]

L’accordo provvisorio di base, che non è ancora un accordo di pace definitivo, si basa sui seguenti impegni:
– Scambio di prigionieri sotto supervisione internazionale
– Istituzione di un meccanismo congiunto di monitoraggio del cessate il fuoco
– Progressiva restaurazione dell’autorità dello Stato nelle zone occupate
– Ritorno sicuro e volontario dei rifugiati e degli sfollati
– Misure di fiducia (liberazioni, comunicazione, fine della propaganda di odio)
– Elaborazione di una tabella di marcia per un accordo di pace globale
– Coinvolgimento della MONUSCO, dell’Unione Africana e della CIRGL
– Riconoscimento formale del ruolo dei mediatori internazionali (Qatar, Stati Uniti, UA, ecc.).
– I punti di forza dell’accordo:
In primo luogo, il testo segna un ritorno al dialogo diretto, a lungo rifiutato. Il meccanismo congiunto di monitoraggio del cessate il fuoco è probabilmente l’innovazione più significativa: per la prima volta, Kinshasa e l’M23 accettano di sedersi allo stesso tavolo, per verificare gli eventuali incidenti, ciò che riduce le zone d’ombra e può frenare la spirale delle accuse reciproche.
In secondo luogo, la presenza attiva del Qatar, degli Stati Uniti e delle organizzazioni regionali conferisce all’accordo una notorietà politica e una forma di garanzia morale. Nessun attore potrà affermare di non aver “assunto” impegni.
– I punti deboli dell’accordo:
– Il primo problema è un’ambiguità voluta: l’accordo non regola né lo statuto politico dell’AFC/M23, né la questione centrale dell’appoggio ruandese a tale movimento armato. Si nasconde la polvere sotto il tappeto, nella speranza che la dinamica politica la faccia scomparire. Ma non scomparirà.
– Secondo punto debole: è stato annunciato la restaurazione dell’autorità dello Stato, ma senza un chiaro meccanismo di disimpegno militare e senza un calendario vincolante. L’AFC/M23 può “cooperare” senza mai ritirarsi realmente.
– Terza fragilità: le misure di fiducia sono solo dichiarazioni di intenti. La fiducia tra Kinshasa e l’AFC/M23 è pressoché inesistente. Senza azioni rapide, come il rilascio dei prigionieri, l’apertura di corridoi umanitari, la cessazione delle ostilità, ecc., il testo diventerà un altro ennesimo documento archiviato nella grande biblioteca dei processi di pace falliti.
Infine, la partecipazione internazionale è utile, ma rischia anche di creare una dipendenza diplomatica: se Washington e Doha si limiteranno a promuovere i loro interessi, tutto crollerà.
Senza gesti tangibili, Doha 2025 rimarrà solo un altro ennesimo accordo fallito. Con azioni appropriate e rapide, potrebbe diventare la prima pietra di un’architettura di pace che, finalmente, potrebbe non sgretolarsi prima ancora di essere costruita.[16]

[1] Cf La Guardia Magazine / MCP , via mediacongo.net, 27.10.’25
[2] Cf Clément Muamba – Actualité.cd, 23.10.’25
[3] Cf Clément Muamba – Actualité.cd, 08.11.’25
[4] Cf Opinion Info / MCP, via mediacongo.net, 23.10.’25
[5] Cf Clément Muamba – Actalité.cd, 10.10.’25
[6] Cf Actualité.cd, 01.11.’25
[7] Cf Clément Muamba – Actualité.cd, 08.11.’25; RFI.fr, 08.11.’25
[8] Cf RFI.fr, 10.11.’25
[9] Cf Clément Muamba – Actualité.cd, 01.11.’25
[10] Cf RFI.fr, 05.11.’25
[11] Cf Hubert Leclercq – Lalibre.be/Afrique, 10.11.’25
[12] Cf Hubert Leclercq – Lalibre.be/Afrique, 12.11.’25
[13] Cf RFI. fr, 13.11.’25
[14] Cf Clément Muamba – Actualité.cd, 15.11.’25 ; Radio Okapi, 15.11.’25
[15] Cf Clément Muamba – Actualité.cd, 16.11.’25
[16] Cf Wally-W Nkuy Kimbungu – 7sur7.cd, 15.11.’25