Mag 13

Ruanda Attualità 10 maggio 2014

INDICE

1. LA GUERRA PSICOLOGICA TRA FRANCIA E RUANDA E LE SUE MOTIVAZIONI
2. LA STRATEGIA DI ROTTURA CONDOTTA DAL FPR NEL 1994 E LA CONQUISTA DEL

    POTERE DA PARTE DI PAUL KAGAME

3. IL DRAMMA RWANDESE MERITA UNA GIUSTIZIA IMPARZIALE

4. LA GIUSTIZIA DEI VINCITORI, I TRIBUNALI GACACA E IL TPIR

5. IL GENOCIDIO DEL 1994, IN RUANDA, AVREBBE POTUTO ESSERE EVITATO

6. QUALE VERITÀ PER IL RUANDA?

1. LA GUERRA PSICOLOGICA TRA FRANCIA E RUANDA E LE SUE MOTIVAZIONI

Jean-Marie Micombero, ex ufficiale dei servizi segreti del FPR ed ex segretario generale del Ministero della Difesa ruandese

Jean-Marie Micombero preferisce parlare di una campagna di disinformazione. Per il regime ruandese, si tratta di trasmettere un messaggio di propaganda positiva a favore del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), al fine di far passare sotto silenzio le sue gravi e innumerevoli violazioni dei diritti umani e di fare tutto il possibile affinché la comunità internazionale possa avere un’immagine del Ruanda del tutto diversa da ciò che vi sta accadendo. Il FPR s’infiltra in tutti i settori che hanno una certa influenza sull’opinione pubblica e fa di tutto per finanziare associazioni, collettivi e media per far passare il suo messaggio a livello internazionale.

L’attentato contro l’aereo che trasportava, il 6 aprile 1994, il presidente ruandese Juvénal Habyarimana, di ritorno da un vertice sugli accordi di Arusha, è l’ultimo di una serie di attacchi che Paul Kagame, capo del FPR, aveva ordinato con l’obiettivo di provocare il governo, di dimostrare alla popolazione ruandese che il governo non era più capace di garantire la sua sicurezza e di dare, quindi, al FPR una giustificazione sufficiente per intervenire militarmente, senza aspettare il processo di pace. C’è stata una serie di attentati mirati, tra cui l’assassinio di Gatabazi, leader del PS, un partito dell’opposizione prossimo ad un partito moderato. Gatabazi è stato assassinato,per ordine di Paul Kagame, da un commando guidato dal comandante del 3° Battaglione, Charles Kayonga. C’è stata una serie di attacchi contro i capi delle milizie, per provocarle e indurle a fomentare l’insicurezza nella città di Kigali e nel resto del paese.

Per facilitare gli attentati, occorreva una strategia: infiltrare dei commandos di “tecnici” in città, sotto coperture diverse. Alcuni erano stati dispiegati nelle vicinanze dell’aeroporto, altri nei pressi della prefettura di Kigali e della Presidenza, dissimulati come piccoli venditori ambulanti. Di giorno, raccoglievano informazioni e, la sera, collaboravano con i miliziani Interahamwe.

L’obiettivo di abbattere l’aereo era un atto di provocazione, ma era necessario far capire alla gerarchia militare del FPR che era necessario annientare il generale Habyarimana, in quanto comandante supremo dell’esercito e, quindi, centro di gravità del nemico. Questa decisione non è mai stata discussa negli ambienti politici del FPR perché, secondo informazioni credibili, i politici non l’avrebbero mai accettata, perché avevano investito molte risorse nel processo degli accordi di pace di Arusha. Non è stata discussa nemmeno all’interno degli Stati Maggiori generali dell’APR, il braccio armato del FPR, perché alcuni  comandanti erano convinti che si stava andando verso la pace. È stata una decisione unilaterale e un affare privato di Kagame. Secondo lui, si doveva trovare qualcosa che avrebbe dovuto avere un grande effetto. La pianificazione di tutto questo processo è una questione privata Kagame e del piccolo nucleo ristretto dello Stato maggiore militare di Mulindi. L’atto è stato eseguito da un gruppo composto da elementi dell’alto comando di Mulindi, appoggiati logisticamente dal 3° Battaglione comandato dal tenente colonnello Charles Kayonga.
Il luogo del lancio dei missili è la collina di Masaka, a destra della strada Kigali – Mulindi – Rwabagana. C’è una piccola strada che scende verso il basso della collina, c’è un piccolo ponte e, quando si scende dal ponte, subito a sinistra, c’è una piccola radura denominata la fattoria, dove ci sono degli alberi. È questo il luogo che era stato scelto come più adatto per il lancio dei missili.

Il fatto che l’aereo sia stato abbattuto dai membri dell’APR non è mai stato un segreto in seno alla gerarchia militare del FPR. Dopo l’attentato, se ne parlava apertamente, ce se ne vantava, lo si considerava come un atto di coraggio che era stato commesso dal boss dell’APR. Diventa tabù solo dopo l’emissione di alcuni mandati di arresto internazionali.

Kagame non ha mai sostenuto il processo di pace. I cessate il fuoco durante il processo di pace di Arusha sono stati una semplice opportunità per rafforzare le operazioni di provocazione nei confronti del nemico e sabotare gli accordi, per far fallire il processo di pace in corso. I militari del FPR erano stato costantemente sensibilizzati contro gli accordi di pace di Arusha. Erano delle trattative fittizie che non avrebbero mai potuto essere reali. Era esattamente in occasione dei  cessate il fuoco che c’era un maggior reclutamento di nuove leve, degli addestramenti militari e l’approvvigionamento di armi e munizioni.

Il regime di Paul Kagame si basa sulla menzogna. Quando si apre un’inchiesta, gli investigatori si recano sulle colline ruandesi e si aspettano di avere la verità. È una finzione. Le persone che sono disposte a fornire informazioni che possano essere usate contro il FPR non potranno mai testimoniare. I testimoni sentiti nel quadro delle indagini e dei processi, sia presso il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR) che presso altri tribunali all’estero, sono sempre preparati dagli agenti delle cellule di sicurezza organizzate in Ruanda. Ci sono addirittura dei centri di preparazione. Uno di essi è Kami. È quindi difficile ottenere vere informazioni su ciò che è accaduto e che sta accadendo in Ruanda.

Il regime di Paul Kagame filtra le informazioni che ritiene possano essere messe a disposizione e la menzogna è veicolata attraverso un’efficacissima campagna di comunicazione tesa a convincere le parti interessate che possono influenzare la politica ruandese. È un regime di un terrore e di una brutalità eccezionali, perché le persone che rifiutano di collaborare vengono arrestate, incarcerate e assassinate, sia all’interno del paese che all’estero. Si tratta di un regime di intimidazione e di demonizzazione. Tutti i mezzi sono buoni: finanziare, corrompere, fare lobby per cercare di convincere la comunità internazionale sulla “rettitudine” delle azioni di Paul Kagame.[1]

2. LA STRATEGIA DI ROTTURA CONDOTTA DAL FPR NEL 1994 E LA CONQUISTA DEL POTERE DA PARTE DI PAUL KAGAME

Colonnello Luc Marchal, Vice del Generale R. Dallaire e comandante del settore Kigali di dell’UNAMIR (Onu)

Il contesto generale che regnava a Kigali fine marzo – inizio aprile 1994 ci portava verso un certo ottimismo. Infatti, contrariamente ai mesi di gennaio e febbraio, il mese di marzo fu molto diverso. Il significativo miglioramento della situazione ci faceva ragionevolmente pensare che fossimo arrivati ​​ad un momento in cui il processo di pace potesse finalmente in grado avanzare e che avremmo potuto, insieme (partito di governo, FPR e UNAMIR), gettare le basi di un futuro di pace per tutti i Ruandesi.

Tuttavia, due fatti di quel periodo hanno attirato la mia attenzione.

Il primo è stato il fallimento del ventesimo, credo, tentativo di creazione delle istituzioni di transizione, il 25 marzo. Mentre c’erano tutte le condizioni per andare avanti, il FPR ha deciso di praticare la politica della sedia vuota. Se avesse davvero voluto partecipare al gioco democratico, il FPR avrebbe preso il posto che le spettava nello scenario politico del paese. Ma, ovviamente, un tale progetto non faceva parte della sua visione delle cose. È esattamente ciò che Jacques -Roger Boh Boh, il capo della missione dell’Onu in Ruanda, ha espresso nel suo libro “Il capo di Dallaire parla” proprio a proposito di questo rifiuto da parte del FPR: «La sua maschera è caduta. Per molto tempo aveva nascosto il suo gioco, ma questa volta le cose erano chiare. Il FPR certamente non aveva voglia di concludere il processo di pace».

Il secondo fatto che ha attirato la mia attenzione è accaduto il 30 marzo, cioè 7 giorni prima dell’attentato. Quel giorno, nel tardo pomeriggio, ho incontrato il Generale Nsabimana, Capo di Stato Maggiore delle FAR, l’esercito regolare …. Fin dall’inizio, mi accorgo che era molto preoccupato …. Dopo un breve silenzio, mi confida la sua personale convinzione secondo cui il FPR potrebbe riprendere la guerra nei giorni seguenti. Mi ha detto di basare questa convinzione sull’esistenza di stock d’armi accumulate la settimana precedente dal FPR lungo la frontiera con l’Uganda. Precisa inoltre che tali depositi d’armi sono stati reperiti con precisione dagli agenti dei servizi di intelligence.

Questo è  il contesto generale della situazione quando il presidente Habyarimana prende l’aereo, la mattina del 6 aprile, per recarsi ad un vertice regionale a Dar es Salaam, su invito del Presidente ugandese Yoweri Museveni. Ci sarebbe molto da dire su questo pseudo vertice … : totale assenza di un vero e proprio ordine del giorno della riunione e un ritardo inspiegabile nel piano di volo per il ritorno. Si prevedeva, infatti, un decollo da Dar es Salaam alle 17:00, per poter arrivare a Kigali ancora di giorno in Kigali, ma tale piano di volo è stato ampiamente ritardato e non è stato che alle 19:30 che l’aereo del presidente Habyarimana è decollato per il suo ultimo viaggio. Verso le 20.30, il lancio di un missile ha abbattuto il Falcon 50 in fase di atterraggio, provocando la morte dei presidenti di Ruanda e Burundi, di alcuni loro collaboratori politici e militari e dei membri dell’equipaggio. Alle prime vittime sono seguite milioni di altre. I diritti umani più elementari sono stati sacrificati in nome della vendetta ideologia, ma anche in nome di interessi politici e finanziari, mettendo il profitto al di sopra di ogni altra considerazione. In una frazione di secondo, lo stato ruandese perde il suo presidente e il capo del suo esercito. Il Ruanda è doppiamente decapitato.

È dunque in un clima di grande incertezza che, verso le 23:00, arrivo al campo militare Kigali, dove è stata convocata una riunione di crisi cui anche l’UNAMIR era stata invitata. Quando sono arrivato nella sala delle riunioni, sento fisicamente l’atmosfera di costernazione che vi regna. Mi trovo in presenza di uomini profondamente scioccati e sconvolti da quanto era accaduto e certamente non in fase di cospirazione. L’intenzione degli ufficiali presenti è quella di valutare le conseguenze della scomparsa del Capo dello Stato e del capo delle forze armate, per evitare che il vuoto di potere non sfoci in una situazione incontrollata accompagnata da una possibile ripresa delle ostilità tra le forze del FPR e l’esercito governativo. Senza la minor ambiguità, chiedono all’UNAMIR di aiutarli a gestire la crisi dopo l’attentato, ma anche di comunicare al Consiglio di Sicurezza il loro impegno a creare, quanto prima possibile, le istituzioni di transizione, in conformità con gli accordi di pace di Arusha. Se degli organizzatori dell’attentato fossero stati là intorno al tavolo, la riunione si sarebbe svolta in modo totalmente diverso. Inoltre, in tal caso, ho seri dubbi che il generale Dallaire e io stesso fossimo stati invitati a partecipare. Un colpo di stato è un’operazione che corrisponde a dei criteri che io qualificherei di universali, compreso quello di mettere il paese davanti al fatto compiuto. Non era affatto questa la situazione a Kigali nelle ore successive all’attentato. Diverse pattuglie miste dell’UNAMIR e della gendarmeria hanno constatato la soppressione di vari posti di blocco militari che erano stati eretti nelle prime ore della notte. Personalmente, e senza scorta militare, ho attraversato una parte della città verso le 2:00 del mattino e ho potuto personalmente constatare l’assenza di qualsiasi dispositivo che assomigliasse ad uno stato di assedio.

A questa mancanza di presa in mano del potere da parte di una o dell’altra fazione dei partecipanti alla riunione, apparentemente ostili agli accordi di Arusha o alla persona del Capo dello Stato, corrisponde invece l’avvio immediato di una grande offensiva militare da parte del FPR. Questa offensiva, in totale contraddizione con gli accordi di pace di Arusha, terminerà tre mesi dopo con la conquista assoluta del potere, senza alcuna condivisione di posti con la parte avversa.
Tecnicamente, la simultaneità tra l’attentato e l’inizio di questo offensiva mi porta a fare le seguenti considerazioni.
Prima considerazione. Non è possibile approfittare di un’opportunità come la morte del Presidente Habyarimana e del generale Nsabimana per improvvisare un’offensiva generale, mettendo in movimento molte unità militari con missioni completamente diverse. Tale offensiva non può che essere il risultato di un lungo processo di preparazione e di pianificazione, che comprendeva la progettazione della strategia, la diffusione degli ordini fino ai livelli inferiori e il dispiegamento di migliaia di militari in posizione di partenza, pronti a passare all’azione  all’arrivo dell’ordine. Tutto ciò non lo si organizza in un attimo, ma richiede invece tempi lunghi e incomprimibili.

Seconda considerazione. Il FPR non sarebbe stato in grado di garantire la continuità della sua offensiva, senza l’accumulazione preventiva di grandi stock d’armi, di munizioni e di materiali di equipaggiamento. In breve, il FPR si era dotato di una logistica che gli ha permesso di combattere per oltre 3 mesi e di vincere la guerra. Non vi è alcun miracolo in materia, non ci sono operazioni militari senza una logistica adeguata. È ciò che il Generale Nsabimana mi aveva detto nell’ultimo incontro, il 30 marzo nel tardo pomeriggio.

Terza considerazione. Riguarda le condizioni di questa offensiva o, più in particolare, i suoi obiettivi dichiarati o non dichiarati. Quando il FPR ha ripreso le ostilità a Kigali, il 7 aprile, intorno alle ore 16:30, ha giustificato la sua decisione unilaterale adducendo la necessità di fermare i massacri dei Tutsi. Si tratta di un falso pretesto, in quanto le sue truppe avevano già iniziato la loro offensiva nel nord e nord-est, in totale assenza di aggressioni contro i Tutsi. Inoltre, il 12 aprile, cioè solo 5 giorni dopo la ripresa dell’offensiva, il FPR aveva già infiltrato tre battaglioni supplementari a Kigali. Alcuni sostengono che, in città, a Kigali, il FPR ne aveva molti di più. In ogni caso, con questi tre battaglioni, oltre a quello che si trovava in città in seguito agli accordi di Arusha, il FPR possedeva una forza militare in grado di agire contro i massacri che, a Kigali, stavano sempre più aumentando.

Quello stesso 12 aprile, 10 alti ufficiali delle forze armate ruandesi hanno firmato un manifesto che potrebbe essere qualificato, nelle circostanze del momento, di molto coraggioso. In quel documento, chiedono espressamente al FPR di accettare un cessate il fuoco immediato e di unire gli sforzi “per evitare ulteriori inutili spargimenti di sangue di persone innocenti”. Quest’appello non ha avuto alcun eco in seno al FPR e, per conseguenza, i massacri continuavano ad amplificarsi. In nessun momento ho visto che, in un modo o nell’altro, il FPR abbia cercato di opporsi ai massacri che si stavano intensificando. Tuttavia, le sue forze erano pienamente capaci di creare aree di rifugio nei pressi della zona da loro controllate militarmente. Ma, ovviamente, il destino dei suoi parenti lontani dell’interno non era una priorità per loro. Inoltre, nel suo libro “Ho stretto la mano del diavolo”, Dallaire stesso non ha detto altra cosa quando afferma che, in diverse occasioni, «Paul Kagame mi ha candidamente detto che i suoi compagni Tutsi potrebbe dover pagare un caro prezzo per la causa».

La tenacia con cui le autorità del FPR hanno chiesto il ritiro delle truppe straniere arrivate in Ruanda per evacuare gli espatriati, piuttosto che richiedere la loro collaborazione per fermare la carneficina, è altamente sospetta. Come se il FPR avesse temuto di essere contrastato dalla comunità internazionale in questo suo piano per la conquista del potere con la forza delle armi. Non solo il FPR non ha mai cercato il sostegno dell’UNAMIR per fermare il caos ma l’ha, invece, fomentato. Il 10 aprile ha lanciato un ultimatum all’UNAMIR, minacciando che se il battaglione della Guinea, dispiegato nel nord, nella zona smilitarizzata, non avesse abbandonato le sue posizioni entro 24 ore, sarebbe stato preso di mira dall’artiglieria. Non so se un cessate il fuoco avesse potuto metter fine al martirio della popolazione. Posso solo testimoniare che tutte le richieste di un cessate il fuoco, espresse sia dall’UNAMIR che dalle autorità governative, rimasero senza alcuna risposta da parte del FPR. Il Generale Nsabimana non si sbagliava. Il FPR ha condotto la sua guerra in conformità con i suoi obiettivi, senza preoccuparsi minimamente per la sorte delle popolazioni locali o, eventualmente, dell’opinione della comunità internazionale.

Penso che la narrazione degli eventi di cui sopra sia abbastanza esplicita, per rendersi conto che non solo Paul Kagame non ha messo fine al genocidio, come egli sostiene, ma, al contrario, se n’è servito per condurre a termine la sua strategia di rottura e per concretizzare, in tal modo, il credo che era il suo, vale a dire la conquista del potere assoluto attraverso le armi. In effetti, solo questa strategia gli permetteva di evitare di passare attraverso le elezioni che avrebbero concluso il processo di pace, elezioni che egli non voleva assolutamente. Infatti, aveva perfettamente capito, come vari di noi, vista l’evoluzione del quadro politico interno del Ruanda, che le elezioni sarebbero sfociate inevitabilmente in un voto a carattere etnico, ciò che non gli avrebbe permesso di raggiungere legalmente il suo obiettivo.

Circa il ruolo degli Stati Uniti nei conflitti della regione dei Grandi Laghi, di per sé richiederebbe una conferenza a parte. In modo ultra sintetico, il FPR non sarebbe stato in grado di condurre operazioni militari dal mese di ottobre 1990 senza un appoggio esterno significativo. Se la NRA ugandese, già allora sotto perfusione anglosassone, ha potuto, per qualche tempo, fornire questo supporto, l’ampiezza delle operazioni militari condotte dal FPR nel 1993 e nel 1994, ha richiesto un appoggio logistico superiore che solo una grande potenza poteva apportargli. Che dire poi dell’offensiva del 1996 che ha portato le truppe di Kabila padre fino a Kinshasa, truppe costituite in maggior parte di militari dell’APR. Il Congo è un Paese 89 volte più grande del Ruanda.
D’altra parte, realtà quali l’aumento della presenza militare statunitense nella regione dei Grandi Laghi dal 1994, la proliferazione delle multinazionali, essenzialmente anglosassoni, che sfruttano il Congo dal 1996, sono più che sufficienti per dimostrare che questa regione dell’Africa Centrale era davvero una priorità strategica per gli Stati Uniti. Tale controllo su questa zona dell’Africa sarebbe stato impraticabile al tempo della guerra fredda, ma la ridistribuzione delle carte sulla scena mondiale, dopo l’implosione del blocco comunista, ha radicalmente ridisegnato le zone d’interesse e le zone di influenza in Africa.[2]

3. IL DRAMA RUANDESE MERITA UNA GIUSTIZIA IMPARZIALE

Carla Del Ponte, procuratore generale del TPIR dal 1999 al 2003

Domanda: Qual è stata la sua esperienza presso il TPIR? Quali sono stati gli ostacoli?

Risposta: L’ufficio del Procuratore del TPIR era a Kigali. Il mandato riguardava le inchieste sulle alte autorità politiche e militari. A proposito delle indagini sul genocidio, non c’era alcun problema. Il governo ci seguiva da vicino. Eravamo continuamente controllati, ma avevamo accesso ai testimoni e alla documentazione. Tuttavia, I testimoni dovevano sempre essere autorizzati dal governo ruandese. Inoltre, non abbiamo mai potuto contare i corpi delle vittime sepolti nelle fosse comuni. Non è mai stato possibile aprire una qualche fossa comune, perché il governo non ce lo permetteva.
I problemi iniziarono quando, nel condurre le inchieste, siamo venuti in possesso di elementi che dimostravano che anche l’altra parte, cioè i Tutsi, aveva commesso dei crimini durante il conflitto. Così avevo deciso di raccogliere la documentazione anche su di essi.

Dopo 3 anni, ho ritenuto che si dovesse aprire un’inchiesta anche sui crimini commessi dal FPR, perché avevamo informazioni relative ad uccisioni e a torture. Così ho detto al presidente Paul Kagame che avevo una lista di 13 episodi e che avrei dunque aperto un’indagine. Mi ha detto: “bene, ma ha abbastanza da fare con il genocidio degli Hutu contro i Tutsi”. Ho risposto che gli indizi erano più che sufficienti e che non avrei fatto il mio lavoro di procuratore, se li avessi lasciati in un cassetto. Ho precisato che avevo bisogno della collaborazione del governo ruandese e, in particolare, del procuratore militare. Mi ha detto di sì. Ma, a proposito dei crimini commessi dal FPR, il procuratore militare ha sempre rifiutato di cooperare con il TPIR. Allora l’ho detto al presidente che si è detto sorpreso. Ma il procuratore agiva certamente sotto suo ordine. Almeno questa è la mia interpretazione. Quindi, non si riusciva a continuare l’inchiesta.

Un giorno, sono stata chiamata a Washington per un incontro con le autorità ruandesi per vedere come poter continuare queste indagini speciali. Erano chiamate così per marcare la differenza con le inchieste sul genocidio degli Hutu contro i Tutsi. A Washington si è capito come andavano le cose. C’era l’ambasciatore per i crimini di guerra, il signor Prosper, che aveva già preparato un accordo secondo il quale si sarebbero lasciate le inchieste speciali alle autorità ruandesi e non al TPIR. Non ero d’accordo  e dissi che si sarebbe dovuto riflettere ulteriormente sulla questione. Non vi avevo rinunciato. Ma ero arrivata ormai verso la fine dei miei quattro anni di mandato e non mi era stato ancora rinnovato.

Ero a New York. Ho parlato con il segretario generale Kofi Annan. Gli ho detto che ritenevo assurdo ciò che stava succedendo. Egli rispose: “Ascolta Carla, questa è la politica. Hai tutte le ragioni del mondo, ma se il Consiglio di Sicurezza prende una decisione politica, io non ci posso fare nulla”. Gli ho detto che avrebbe dovuto appoggiarmi. Egli ha insistito sul fatto che si trattava di un caso politico e che non poteva intervenire. Secondo le informazioni che ho poi ottenuto, il presidente Kagame era stato in visita ufficiale a Washington e il presidente Bush gli aveva chiesto di non firmare la ratifica della Corte permanente. Sembra che, anche se non ho potuto verificarlo, il Presidente Kagame gli avrebbe detto di sì, ma che abbia aggiunto che Carla Del Ponte stava svolgendo certe inchieste. Quindi, “do ut des”. Da quel momento, gli Stati Uniti non mi hanno più sostenuta. La Gran Bretagna ne seguì l’esempio, come sempre. Per conseguenza, il mio mandato presso il TPIR rischiava di non essere rinnovato.

Intanto, sapevo che, a Parigi, il giudice Bruguière aveva aperto un’inchiesta. Allora sono andata da lui, a Parigi, e gli ho detto che non potevo continuare con le inchieste speciali. Gli ho chiesto di continuare la sua, in modo che, una volta completata, avremmo studiato come darle seguito. Anche in questo caso, non abbiamo avuto molto successo. Aveva fatto l’inchiesta, ma non aveva potuto recarsi in Ruanda , perché vi avrebbe rischiato la vita. Ma disponeva di testimoni fuori del Ruanda disposti a testimoniare. Poco prima della fine del mio mandato, il giudice Bruguière mi avvisò di aver concluso la sua inchiesta e di avere prove sufficienti. Avevamo deciso di andare dal Segretario Generale per informarlo. Fu in quel periodo che il mio mandato di procuratore presso il TPIR non mi fu rinnovato. Per questo, non potemmo andarvi. Ed è finita così.

Il motivo ufficiale per cui non sono stata rinnovata presso il TPIR è che occorreva un procuratore esclusivamente per il Ruanda. Non era vero. Tutti lo sapevano. Non era la mia attività di procuratore che era in discussione, dato che sono rimasta per il tribunale dell’ex Jugoslavia. Il vero motivo è che, a causa delle famose inchieste speciali, il presidente Kagame non voleva che io restassi al TPIR. Non c’erano altre ragioni.

Per quanto riguarda l’episodio dell’attentato contro l’aereo del presidente Habyarimana, esso avrebbe potuto essere di nostra competenza. Non si è mai riusciti a sapere cosa sia successo. Ciò che mi ha sempre impedito di prendere una posizione nei confronti di una parte o dell’altra è che, se fosse Kagame che ha ordinato di abbattere l’aereo, Kagame sarebbe il principale responsabile del genocidio degli Hutu contro i Tutsi, perché se lo avesse fatto, lo avrebbe fatto a proposito. E ritengo ciò veramente diabolico. Ma naturalmente, il Diavolo esiste! Ma non si è riusciti a trovare le prove. Tuttavia, credo che si debba continuare il lavoro partendo dall’inchiesta del giudice Bruguiere.
C’è una zona d’ombra intorno al TPIR: l’altra parte, che anch’essa ha commesso dei gravi crimini, resta impunita. È necessario che la verità sia completa e totale, affinché giustizia sia fatta per tutte le vittime e di tutte le parti. Non vi si è ancora riusciti.[3]

4. LA GIUSTIZIA DEI VINCITORI, I TRIBUNALI GACACA E IL TPIR

Filip Reyntjens, Professore presso l’Università di Anversa, ex testimone esperto presso il TPIR

– Prima di tutto, è necessario riaffermare che, in Ruanda, nel 1994, c’è stato il genocidio contro i Tutsi. Tre quarti dei Tutsi furono sterminati. Questo genocidio ha degli autori che devono rendere conto davanti  alla giustizia ed essere condannati se la loro colpevolezza è accertata.

– In secondo luogo, secondo diversi rapporti, nel 1994, anche l’APR ha ucciso decine di migliaia di civili ruandesi. Sono dei crimini che sono stati qualificati come crimini contro l’umanità e crimini di guerra, in particolare dal relatore speciale dell’Onu, René Dénis Segui, già dal 1994. Il numero di questi crimini era già noto quando il TPIR iniziò ad operare nel 1995 e avrebbe dovuto occuparsene. Nel 1996 e nel 1997, i rifugiati civili hutu nello Zaïre (ora Repubblica Democratica del Congo) sono stati oggetto di una vera e propria campagna di sterminio. Almeno 100.000 sono morti per le mani dell’APR. Diversi rapporti segnalano crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi su vasta scala.

Un rapporto delle Nazioni Unite del 1998 e il rapporto Mapping dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, pubblicato nel 2010, hanno affermato che, se fosse provata l’intenzione di sterminare in parte gli Hutu, si tratterrebbe di un genocidio. Questa è la definizione della Convenzione: sterminio, in toto o in parte, di un gruppo etnico come tale. Per quanto riguarda ciò che è successo nell’ex Zaire, ci sono già indicazioni in tale senso. L’APR ha inoltre massacrato decine di migliaia di civili nel 1997 e nel 1998, durante un’insurrezione nel nord del Ruanda. Quando si addizionano i dati disponibili, si arriva a una stima di oltre 200.000 vittime civili come conseguenza di violazioni generalizzate, sistematiche e deliberate del diritto umanitario internazionale.

– Il FPR ha potuto usufruire dell’impunità a tutti i livelli, nazionale (in Ruanda) e internazionale (presso il TPIR e nei paesi terzi in cui si sono svolti alcuni processi). In Ruanda, le giurisdizioni convenzionali, i tribunali normali del sistema giudiziario, in particolare i tribunali militari, non hanno processato alcun membro del FPR. In occasione della creazione dei tribunali popolari Gacaca, era stato annunciato che non avrebbero processato che i colpevoli di genocidio e che era proibito di parlare dei crimini commessi dal FPR, di cui avrebbero dovuto occuparsi i tribunali militari. In seguito all’azione dei Gacaca, che ha terminato le sue attività nel giugno 2012, sono stati processati circa 1,5 milioni di persone sospette, di cui circa l’85 % sono stati condannati. Ciò significa che i tribunali gacaca hanno proceduto alla condanna di circa il 70 % degli Hutu maschi, adulti nel 1994. Questo dato conferma ovviamente l’idea di una colpevolezza collettiva che è stata formalizzata attraverso la campagna Umunyarwanda, iniziata da quasi un anno, nel luglio 2013, secondo la quale tutti gli Hutu devono chiedere perdono per i crimini commessi in loro nome da altri Hutu, cosa che, quando si parla di riconciliazione, costituisce un enorme problema.

Da parte loro, i tribunali militari hanno processato solo 32 soldati dell’APR per fatti commessi nel 1994. Solo 14 sono di loro stati condannati: uno a sei anni di reclusione, cinque a tre e quattro anni di reclusione, sette a un anno e uno a una sanzione non specificata, pene che per la maggior parte non sono nemmeno state scontate effettivamente. Tutti questi sospettati del FPR processati dai tribunali militari lo sono stati per omicidi e mai per crimini contro l’umanità o crimini di guerra.

– Dopo vent’anni, si constata che certi crimini, compresi quelli commessi dall’APR, sono rimasti impuniti. È la giustizia del vincitore che ha prevalso. L’impunità incoraggia nuovi crimini. Se all’inizio della sua attività, il TPIR si fosse interessato anche dei crimini commessi anche dall’APR, in RDCongo l’esercito ruandese non avrebbe agito come ha fatto.

Le vittime dei crimini commessi dal FPR all’interno del Ruanda non hanno nemmeno il diritto di commemorare i propri familiari assassinati. Ciò crea frustrazione e risentimento, sentimenti di emarginazione e contribuisce ad un fenomeno di violenza strutturale che è ora ampiamente percepito in Ruanda e potrebbe un giorno, come è avvenuto nel 1994, trasformarsi in violenza fisica.[4]

5. IL GENOCIDIO DEL 1994, IN RUANDA, AVREBBE POTUTO ESSERE EVITATO

Secondo il politologo tedesco Helmut Strizek, “il genocidio del 1994 in Ruanda si sarebbe potuto  evitare … Il gruppo etnico dei Tutsi è stato consapevolmente consegnato ai carnefici attraverso la decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 21 aprile 1994 sul ritiro dei caschi blu. È la più vergognosa decisione presa da questa organizzazione mondiale sin dall’inizio della sua creazione”. L’ha affermato in una lettera aperta inviata il 6 aprile a Frank – Walter Steinmeier, ministro federale degli affari esteri della Germania:

«Sarebbe utile chiarificare e informare i tedeschi su come questa decisione è stata presa. Su ordine dell’amministrazione Clinton e con la partecipazione attiva della Gran Bretagna – come appare dai documenti che sono stati divulgati da Linda Melvern – si sono messe a tacere tutte le voci che, negli incontri informali e confidenziali del Consiglio di Sicurezza, di erano dette contrarie a tale decisione. La telefonata dell’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite – effettuata a posteriori – da una cabina telefonica pubblica per ottenere nuove istruzioni a riguardo, non convince nessuno. L’amministrazione Clinton sapeva ciò che stava facendo. Nell’interesse di una rapida vittoria militare del suo alleato Paul Kagame, ha accettato che dei Tutsi senza alcuna difesa fossero massacrati in massa e che non si facesse nulla per stabilire un armistizio che avrebbe potuto fermare gli assassini. Il mondo occidentale ha anche coperto i massacri compiuti, nello stesso periodo, dalle truppe di Kagame sugli Hutu. Non erano solo i cosiddetti Hutu moderati che sono stati massacrati in massa, come è sempre stato dichiarato per nascondere la verità.

Posso solo sperare che Lei abbia il coraggio di chiedere pubblicamente chi sono i veri responsabili dell’attentato terroristico del 6 aprile 1994, il cui chiarimento è stato fino ad oggi impedito dai Clinton e da altri ambienti interessati.

Signor Ministro, come me, Lei sa bene chi è responsabile dell’attentato, uno dei più sofisticati nella storia del mondo e in cui due Capi di Stato e il comandante di un esercito nazionale sono stati assassinati attraverso l’abbattimento dell’aereo in cui viaggiavano e che fu colpito da un missile. Degli ex stretti collaboratori di Paul Kagame hanno attestato le responsabilità di Kagame stesso in questo attentato.

Il 1° aprile 2014, in una conferenza presso il Senato francese, Jean – Marie Micombero, ex maggiore dell’esercito ribelle e poi segretario di Stato presso il Ministero della Difesa sotto Kagame, ha dichiarato di aver partecipato personalmente ai preparativi dell’attentato.

Vorrei qui esprimere i miei rispetti all’australiano recentemente scomparso Michael Hourigan che, dopo aver lasciato il suo servizio attivo nella polizia, in una sua testimonianza (affidavit ) del 27 novembre 2006, ha descritto come era stato rimosso dal suo incarico di investigatore del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel febbraio 1997, perché voleva prendere in esame le indicazioni di tre informatori che, a lui e ai suoi colleghi, avevano segnalato la loro partecipano all’attentato.

Chiunque ignori il rapporto tra l’attentato e l’abbandono dei Tutsi indifesi ai massacri si rende colpevole. Ci si rende colpevoli anche quando non si tira alcuna conseguenza sui massacri di centinaia di migliaia di Hutu da parte dei militari ruandesi e ugandesi nelle foreste dello Zaire nel 1997. Che il rapporto Mapping, pubblicato dal Commissario per i diritti dell’uomo dell’Onu, Navanethem Pillay, nell’ottobre 2010, corrisponda alla verità, che io sappia, non è mai stato messo in dubbio da nessuno, tranne che dal Presidente del Ruanda».[5]

6. QUALE VERITÀ PER IL RUANDA?

 

Per Marianne, il giornalista franco-camerunense Charles Onana ritorna sul ruolo più che ambiguo degli Stati Uniti durante questo periodo e su quello della Francia legata al regime di Juvénal Habyarimana per accordi precedenti di cooperazione militare.

Marianne. Pensa che la Francia abbia sempre difeso la possibilità di una soluzione pacifica e politica del conflitto tra il FPR e il regime di Habyarimana e che gli Stati Uniti abbiano costantemente fatto il doppio gioco?

Charles Onana. Sin dall’offensiva del FPR contro lo stato ruandese a partire dalle sue basi in Uganda, nell’ottobre 1990, il presidente Mitterrand ha ritenuto che fosse assolutamente necessario impedire la destabilizzazione del Ruanda e, più in generale, quella della regione dei Grandi Laghi. In linea con la politica avviata dal suo predecessore, Valery Giscard d’Estaing, Mitterand ha deciso di sostenere Habyarimana e di rispettare gli accordi di cooperazione militare che legavano i due Paesi. Gli americani, invece, hanno seguito una logica diversa. Habyarimana era alleato con Mobutu, presidente dello Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo, RDCongo), partner privilegiato degli Stati Uniti per 30 anni, perché considerato come un baluardo efficace contro un’eventuale avanzata del comunismo sovietico, ma diventato inutile e ingombrante ai loro occhi dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, che marcò la fine della guerra fredda tra gli USA e l’ex URSS. Nel 1990, gli americani fanno finta di essere sorpresi dal dell’offensiva del FPR ma, in realtà, non ignoravano nulla.

E per una buona ragione: Kagame è stato formato e addestrato negli Stati Uniti, presso l’Accademia Militare di Kansas, come altri quadri militari del FPR. Il Pentagono e la CIA sapevano perfettamente che avrebbe preso la via della guerriglia. Conoscevano e, in realtà, appoggiavano il suo progetto: rovesciare Habyarimana con la forza e invadere l’est del Congo-Zaire. Peraltro, al momento dell’attacco del FPR, Habyarimana si trovava in visita ufficiale negli Stati Uniti e le autorità americane gli hanno proposto di rimanere per, naturalmente, lasciare il campo aperto al FPR. Habyarimana ha rifiutato. Al suo ritorno in Ruanda, Mitterrand non ha mai smesso di spingerlo a negoziare con il FPR, di esigere la democratizzazione del paese e la creazione di un governo aperto all’opposizione non armata. Dal 1990 al 1993, Mitterrand non ha risparmiato alcun sforzo per raggiungere un accordo tra le due parti. Ufficialmente, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sostenevano questi sforzi ma, in sotto mano, appoggiavano il FPR sin dal 1988.

Infatti, il forte sostegno di Washington alla ribellione tutsi si è precisato nella seconda parte dell’amministrazione di George Bush padre. Dal 1992, a Orlando, in Florida, gli investigatori dei servizi doganali statunitensi hanno scoperto un importante traffico di armi, missili ed elicotteri destinati all’Uganda e il cui pilastro era nientemeno che il direttore di gabinetto di Yoweri Museveni. In quel tempo, l’Uganda non era in guerra e il presidente Museveni aveva eliminato ogni forma di opposizione sul suo suolo. Quelle armi dovevano servire, da una parte, ai ribelli Sud Sudanesi di John Garang, in guerra contro il regime del generale al-Bashir di cui gli Americani volevano sbarazzarsi e, dall’altra, al FPR di Paul Kagame. Infatti, in occasione della firma degli accordi di pace di Arusha, alcuni osservatori delle Nazioni Unite identificarono nelle mani dei combattenti del FPR grandi quantità di armi provenienti dagli “stock” dell’Uganda.

Marianne: Agli occhi degli americani, Habyarimana era troppo amico di Mobutu?
Charles Onana: I due erano in effetti molto amici. Ma, ripeto, gli Stati Uniti volevano disfarsi di Mobutu. L’ambasciatore del Ruanda a Washington mi ha raccontato come, in quel tempo, Herman Cohen, responsabile per gli affari africani al Dipartimento di Stato, gli aveva un giorno spiegato il piano di destabilizzazione che gli Stati Uniti volevano attuare. Per questo, avevano bisogno che Habyarimana concedesse loro il passaggio sul territorio ruandese. Ma Habyarimana non ha mai accettato e mai ha veramente capito che l’offensiva contro la presenza francese e lo spazio francofono era inscritta nella politica americana e già in fase molto avanzata.

Quando Clinton arrivò alla Casa Bianca, questa politica si è amplificata, in particolare sotto l’influenza di Madeleine Albright, allora ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’Onu, e di Susan Rice, allora al Consiglio Nazionale di Sicurezza.

Marianne: Gli Stati Uniti hanno sostenuto l’accordo di pace di Arusha tra il FPR e il regime di Habyarimana?
Charles Onana: Assolutamente, ma in modo molto distorto. Ho trovato un documento del Dipartimento di Stato che, inviato a Herman Cohen, evocava molto esplicitamente la pressione che doveva essere esercitata su Habyarimana, attraverso il francese Paul Dijoud (Direttore degli Affari africani presso il Ministero degli Affari Esteri nel 1992) e il belga Willy Claes (allora ministro degli Esteri), affinché accettasse gli accordi di Arusha, pur riconoscendo che le condizioni erano totalmente inaccettabili per gli Hutu.

Marianne: Quale fu l’atteggiamento degli Stati Uniti dopo il 6 Aprile 1994?

Charles Onana: Durante i tre mesi dei massacri, gli Stati Uniti non si sono mai mobilitati in favore di una vera e propria operazione di pacificazione che avesse potuto fermarli. Occorreva evitare che la Francia non intervenisse in Ruanda, soprattutto a Kigali poiché, sin dal 1993, il FPR aveva già esigito che lasciasse il suolo ruandese. Se le truppe francesi fossero ritornate a Kigali, il FPR non avrebbe potuto prendere il potere. Nel mese di giugno, quando l’ONU chiese alla Francia di preparare quella che divenne poi l’Operazione Turchese, ufficialmente gli Stati Uniti l’hanno appoggiata, ma non l’hanno mai sostenuta logisticamente, anche se avevano promesso degli aerei. Poi allestirono una propria operazione umanitaria denominata Supporto di Speranza (Support Hope), a partire da Kampala (capitale dell’Uganda), anche se, in Ruanda, non c’era più nessuno da salvare. Anche gli Inglesi procedettero con un’operazione simile e denominata Gabrielle. In realtà, tutti questi soldati, tra cui anche degli Israeliani, erano stati mandati per formare le nuove forze armate ruandesi ormai passate sotto controllo del FPR. Ancor prima della fine dei massacri, il Dipartimento di Stato statunitense aveva chiesto il riconoscimento delle nuove autorità ruandesi e, qualche tempo dopo, il francese che era la lingua ufficiale sin dai tempi della colonizzazione fu soppresso dalla vita amministrativa.

Mitterrand si era accorto del doppio gioco anglo – americano, grazie al suo capo di stato maggiore  personale, il generale Christian Quesnot, che aveva perfettamente analizzato la strategia del FPR e dei suoi sostenitori a Washington e a Londra. Ma era già malato e, di fronte alla violenza della campagna anti-francese promossa nei media esagonali, non ha potuto o saputo opporvisi.[6]

[1] Cf Colloque “Le drame rwandais: la vérité des acteurs” Sénat, Paris, le 1er avril 2014

https://www.youtube.com/watch?v=0rzV24r6AHw

[2] Cf Colloque “Le drame rwandais: la vérité des acteurs” Sénat, Paris, le 1er avril 2014

https://www.youtube.com/watch?v=4QCrJoSLXq0

[3] Cf Colloque “Le drame rwandais: la vérité des acteurs” Sénat, Paris, le 1er avril 2014

   https://www.youtube.com/watch?v=mzSGKIF2rYs

[4] Cf Colloque “Le drame rwandais: la vérité des acteurs” Sénat, Paris, le 1er avril 2014

https://www.youtube.com/watch?v=pe5FH3I0w5I

[5] Cf http://www.musabyimana.net/lire/article/rwanda-le-groupe-ethnique-tutsi-a-ete-sciemment-livre-aux-bourreaux-par-la-decision-du-conseil-de/index.html

[6] Cf Alain Léauthier – Marianne, 29.03.’14 http://www.marianne.net/Quelle-verite-pour-le-Rwanda_a237699.html