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Set 05 2013

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Prima che non sia troppo tardi

Editoriale Congo Attualità n. 192 – a cura della Rete Pace per il Congo

 

L’ONU si pronuncia sulla provenienza dei tiri di obici.

Il 21 agosto, dopo un mese di tregua, sono ripresi gli scontri tra l’esercito congolese (FARDC) e il Movimento del 23 marzo (M23), un gruppo armato appoggiato militarmente dal vicino Ruanda. I combattimenti si sono svolti intorno a Kibati, Mutaho e Kanyarucinya, a circa quindici chilometri a nord di Goma, capoluogo del Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo).

Ciò che ha caratterizzato questa nuova serie di scontri è la caduta di obici non solo sulla città congolese di Goma e sui quartieri di periferia, ma anche su Gisenyi e dintorni, una città ruandese situata nelle immediate vicinanze della frontiera con la RDCongo.

Il Ruanda ha immediatamente accusato l’esercito congolese di essere all’origine della caduta di tali obici sul suo territorio, minacciando di essere pronto ad intervenire per la sicurezza della sua popolazione e del suo territorio. Una versione decisamente smentita dalle autorità militari e governative congolesi, secondo cui sarebbe stato lo stesso M23 a lanciare gli obici sul territorio ruandese.

È questa seconda versione che è stata accreditata presso l’Onu in seguito ad un rapporto del sotto-Segretario Generale per le operazioni di mantenimento della pace, Edmond Mulet, presentato al Consiglio di sicurezza in occasione di una riunione a porte chiuse, il 29 agosto, sull’attuale situazione della RDCongo. In tale rapporto, Edmond Mulet afferma che la Monusco (Missione delle Nazioni Unite nella RDCongo) ha potuto constatare «dei tiri dell’artiglieria dell’M23 lanciati verso il Ruanda» e che non ha mai visto le forze governative congolesi (FARDC) sparare sul Ruanda. «I tiri dell’artiglieria provenivano da zone dove le FARDC non erano presenti», ha dichiarato precisando che, «secondo i rilievi eseguiti, gli obici lanciati contro il Ruanda provenivano da posizioni occupate dall’M23». Inoltre, Edmond Mulet ha sostenuto che, “in questi ultimi giorni“, truppe ruandesi si sono infiltrate nella RDCongo per appoggiare l’M23 in maniera diretta.

Il 30 agosto, in un comunicato, anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha confermato che sono stati i ribelli dell’M23 che hanno sparato in direzione del Ruanda.

Alla ricerca di pretesti di guerra.

L’obiettivo della strategia del lancio di obici sul territorio ruandese da parte dell’M23, già testata negli scontri del mese di luglio, potrebbe essere quello di offrire all’esercito ruandese un pretesto “plausibile” per poter entrare ufficialmente in territorio congolese.

Tale operazione servirebbe, non solo a coprire o ad ufficializzare l’attuale presenza di militari ruandesi a lato dell’M23, mediante l’arrivo “ufficiale” di truppe ruandesi nuove, ma anche a provocare una guerra a livello “internazionale” tra l’esercito congolese e quello ruandese, al fine di mettere la Monusco in una situazione di fatto del tutto nuova, in cui «i principi fondamentali di mantenimento della pace, tra cui il consenso delle parti, l’imparzialità e il non ricorso alla forza, se non nei casi di legittima autodifesa o per la difesa del mandato» (Introduzione risoluzione 2098 dell’Onu)  e l’attuale mandato di «impedire l’espansione di tutti i gruppi armati, neutralizzarli e disarmarli, in modo da ridurre la minaccia rappresentata dai gruppi armati per l’autorità dello Stato e la sicurezza dei civili nell’est  della RDCongo» (risoluzione 2098, n. 12. b), si manifesterebbero del tutto inadeguati.

L’obiettivo finale di tale strategia sarebbe di  bloccare ogni tipo di operazioni da parte della brigata d’intervento della Monusco a fianco delle FARDC e di ottenere, probabilmente, non solo il suo ritiro, ma anche quello dell’intero contingente della Monusco dalla RDCongo. A questo punto, il Ruanda avrebbe tutte le porte aperte sul Nord Kivu e non solo.

Il coraggio necessario.

Per impedirlo, non basta più limitarsi a condannare un generico “appoggio esterno” all’M23, senza citare i nomi dei Paesi che lo forniscono, il Ruanda e l’Uganda, ma occorre prendere urgentemente misure concrete e adeguate.

Il 23 agosto, per esempio, il Rappresentante permanente della RDCongo presso le Nazioni Unite, l’ambasciatore Ignace Gata Mavita, in una lettera a Maria Cristina Perceval, Presidente del Consiglio di Sicurezza per il mese di agosto, ha chiesto al Consiglio Sicurezza di:

– Condannare fermamente gli attacchi della forza negativa M23 e dei suoi alleati contro la popolazione civile di Goma e dei suoi dintorni;

– Ordinare il ritiro immediato e incondizionato delle unità regolari dell’esercito ruandese nel territorio della RDCongo;

– Invitare il Ruanda a rispettare gli impegni assunti liberamente, in conformità con l’accordo-quadro firmato ad Addis Abeba il 24 febbraio 2013;

– Considerare gli atti criminali commessi dalla forza negativa M23 dai loro sponsor come crimini di guerra e crimini contro l’umanità e di chiedere al CPI di trattarli come tali.

Altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani avevano già proposto di:

– decretare un embargo sulle armi destinate al Ruanda,

– sospendere l’importazione, dal Ruanda, di minerali (cassiterite, wolframite, coltan e oro) spesso provenienti dalla zona di conflitto dell’est della RDCongo,

– decretare delle sanzioni (congelamento dei conti bancari e interdizione di viaggiare all’estero) contro quelle personalità politiche e militari citate nei vari rapporti del gruppo degli esperti dell’Onu per la RDCongo.