«

»

Gen 09 2013

Stampa Articolo

Liberarsi insieme

Congo Attualità n. 171 – Editoriale a cura della Rete Pace per il Congo

 

Ripresa del dialogo tra Governo e M23 a Kampala.

Iniziato a Kampala (Uganda) il 9 dicembre e sospeso il 21 dicembre, ufficialmente in occasione delle festività di fine anno, il dialogo tra il Movimento del 23 Marzo (M23) e il Governo congolese doveva riprendere il 4 gennaio. Si tratta di un dialogo senza alcun senso, perché per quanto negativo sia il bilancio della gestione dello Stato da parte del governo, nulla giustifica il ricorso alle armi come mezzo per fare prevalere le proprie rivendicazioni. Il rischio di tale dialogo è quello di cadere negli errori del passato: un’ennesima ridistribuzione del potere tra le parti e una nuova reintegrazione di criminali di guerra nell’esercito congolese.

Invitata come osservatrice e testimone, l’opposizione politica non ha accettato di parteciparvi e, come alternativa, propone un dialogo inter-congolese a livello nazionale, con la partecipazione del Governo, dell’opposizione, della Società Civile e dello stesso M23 e con l’obiettivo di affrontare le questioni fondamentali della crisi: la crisi di legittimità ai vertici delle istituzioni dello Stato, come conseguenza dei brogli elettorali del novembre 2011 e l’insicurezza nell’est del Paese, provocata dalla guerra dell’M23. In questo caso, occorrerà evitare il rischio di consolidare la tesi secondo cui la guerra dell’M23 è un problema interno prettamente congolese, dimenticando che si tratta di una vera guerra di invasione e di aggressione da parte dei regimi del Ruanda e dell’Uganda che, al servizio delle multinazionali e delle grandi potenze occidentali (Stati Uniti e Regno Unito, in particolare), stanno appoggiando l’M23 in armi, militari e logistica.

Le questioni fondamentali.

1.         Dopo le elezioni presidenziali e legislative del novembre 2011, caratterizzate da numerose irregolarità e brogli elettorali, il Paese sta attraversando una profonda crisi di legittimità delle sue Istituzioni di governo.

2.         La causa principale delle varie ribellioni e dell’esistenza di numerosi gruppi armati nell’est del Paese è lo sfruttamento illegale e il contrabbando dei minerali. La guerra è in funzione del controllo sui siti minerari.

3.         L’instabilità dell’est del Paese è dovuta a un certo tipo di ingerenza politica, militare ed economica sull’est del Paese, da parte di alcuni Paesi limitrofi, soprattutto il Ruanda e l’Uganda, diventati esportatori di minerali prodotti nella RDCongo.

4.         L’esercito congolese, mal pagato e mal equipaggiato, è un conglomerato di ex miliziani provenienti da gruppi armati precedenti e incapace di garantire la sicurezza della popolazione e di difendere la sovranità nazionale e l’integralità territoriale del Paese. Anche la Polizia Nazionale si trova nelle stesse condizioni.

5.         Salvo alcune eccezioni, la classe politica e dirigente si dedica alla corruzione e alla ricerca dei propri interessi personali. La Giustizia del Paese è corrotta, al servizio del potere e del più forte e, quindi, incapace di lottare contro l’impunità e garantire il diritto.

Alcune proposte.

a.         Per uscire dalla crisi di legittimità delle attuali Istituzioni dello Stato, la via più efficace e duratura è quella di elezioni veramente libere e trasparenti sulla base di un censimento generale della popolazione congolese. Una legge sulla ristrutturazione della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (Ceni) è già stata approvata dal Parlamento e dovrebbe essere promulgata al più presto dal Presidente della Repubblica, affinché una nuova Ceni possa ridare al popolo ciò che gli spetta: il diritto di scegliersi i propri rappresentanti alla guida del Paese.

b.         Per garantire la sicurezza della popolazione, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale è necessario procedere alla riforma dei servizi di sicurezza (esercito nazionale, corpo di polizia e servizi segreti). A tale proposito, il Parlamento ha già approvato varie leggi, molte delle quali sono già state promulgate dal Capo dello Stato. È più che mai urgente passare alla fase della loro applicazione, al fine di avere un esercito epurato da elementi infiltrati e implicati nel contrabbando dei minerali o al servizio di un determinato gruppo etnico e di Paesi terzi. Si tratta di nominare nuovi ufficiali ai vari posti di comando, capaci di porre fine a catene di comando parallele e alla malversazione degli stipendi delle truppe e di provvedere a una logistica adeguata per sconfiggere i vari gruppi armati, stranieri e nazionali, attivi nell’est del Paese e per impedire invasioni di eserciti stranieri sul territorio congolese.

c.         Per assicurare il rispetto della legge e dei diritti umani e il buon funzionamento delle Istituzioni dello Stato è necessaria una riforma della giustizia, inclusa quella militare. In questo modo, si potrà mettere fine alla cultura dell’impunità che permette il perpetuarsi della corruzione e della criminalità.

d.         Un serio impegno del governo congolese per la democrazia, la sicurezza e la giustizia lo renderà più credibile davanti alla comunità internazionale e, quindi, più affidabile a livello diplomatico. Ciò gli permetterà di essere maggiormente ascoltato in ambito internazionale, di influire più efficacemente sulle Istituzioni internazionali, come l’ONU, l’UE e l’UA e di mostrarsi più sicuro e deciso nei confronti dei Paesi limitrofi, il Ruanda e l’Uganda, che stanno minacciando la sovranità nazionale e l’integrità territoriale del Paese.

Nessuno libera nessuno, ci si libera insieme

Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano, diceva che nessuno libera nessuno: ci si libera insieme. C’è un cammino che il popolo congolese deve fare lui stesso se vuole trasformare la sua situazione. Di fronte all’inefficienza degli attori internazionali, noi possiamo solo affiancarlo e chiederci quali impedimenti poniamo sul suo cammino. E gli impedimenti sono tanti. Si chiamano armi, sfruttamento illegale dei minerali e geopolitica che porta ancora a decidere dei destini dei popoli con una mai sopita arroganza coloniale.  Possiamo darci da fare per toglierli.