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Set 06 2012

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Congo Attualità n. 160

INDICE

EDITORIALE: Per un esercito rinnovato e repubblicano

1. LA VISITA DEL MINISTRO DEGLI ESTERI DEL BELGIO IN RDCONGO E IN RUANDA

2. KIGALI PRESENTA LA SUA DIFESA AL CONSIGLIO DI SICUREZZA, MA SENZA

    CONVINCERE

3. UN MILIONE DI FIRME CONTRO LA GUERRA

4. L’ESERCITO HA INIZIATO UNA CAMPAGNA DI RECLUTAMENTO DI NUOVE LEVE

5. ALCUNE NOTIZIE DAL NORD KIVU

 

EDITORIALE: Per un esercito rinnovato e repubblicano

1. LA VISITA DEL MINISTRO DEGLI ESTERI DEL BELGIO IN RDCONGO E IN RUANDA

a. Prima della visita.

Il 20 agosto, in una dichiarazione rilasciata a Bruxelles, la senatrice belga Nele Lijnen ha chiesto alle autorità belghe di sospendere gli aiuti militari al Ruanda. «Posso solo constatare che la situazione sta peggiorando giorno dopo giorno e che la nostra diplomazia mantiene un totale silenzio sulle ingerenze del Ruanda nell’Est della RDCongo», denuncia la senatrice liberale fiamminga.

Il Partito dei Verdi del Belgio richiede la stessa fermezza nei confronti del Ruanda. Dopo aver ricordato che alcuni paesi europei hanno deciso di ritardare o sospendere i propri aiuti al Ruanda nell’attesa di ulteriori chiarimenti circa l’appoggio di questo paese al movimento ribelle del M23, il Partito dei Verdi chiede che il governo belga appoggi la posizione del governo congolese che propone di affidare alla MONUSCO la missione di forza internazionale neutra per disarmare i ribelli dell’M23 e controllare la frontiera tra Ruanda e RDCongo. Inoltre, gli ambientalisti belgi dubitano dell’efficacia del dialogo tra Kinshasa e Kigali, sostenuto dal governo belga: «La richiesta di dialogo è un pio desiderio, data l’evoluzione della situazione nel Kivu, in cui le popolazioni locali sono ancora una volta le prime vittime. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, le fughe di massa, gli stupri e i saccheggi sono, infatti, ancora all’ordine del giorno». Secondo il partito ecologista, il Belgio deve «far pressione, a livello europeo, per fare della MONUSCO una vera e propria forza di imposizione della pace e di disarmo dei gruppi armati. Si potrebbe addirittura pensare di inviare nel Kivu una forza di reazione rapida europea». Il partito chiede, inoltre, al governo belga e all’Unione Europea di «implicarsi nell’attuazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite sull’embargo delle armi nella regione dei Grandi Laghi e nell’esecuzione dei mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI)».

Il silenzio di Bruxelles e dell’Unione Europea di fronte alle sofferenze delle popolazioni del Kivu è denunciato anche da diverse organizzazioni non governative della RDCongo. La Coalizione “Tutti insieme per le donne della RDCongo” e la “Piattaforma Africa Centrale del CNCD” hanno chiesto alle autorità belghe di «condannare l’aggressione ruandese contro la RDCongo» e di «implicarsi maggiormente nella ricerca di una soluzione definitiva di questa interminabile crisi». Secondo queste organizzazioni, «il Belgio e l’Unione Europea dovrebbero fare pressione sul Consiglio di Sicurezza, affinché approvi una risoluzione che condanni chiaramente il Ruanda. Tale risoluzione dovrebbe richiedere la cessazione immediata della guerra condotta dall’M23 e denunciare l’appoggio logistico e militare del Ruanda a questo movimento».[3]

La Nuova Società Civile Congolese (NSCC) si aspetta dal Belgio una condanna esplicita del regime di Kigali per il suo sostegno al M23 e la sua protezione dell’ex generale delle Forze Armate della RDCongo (FARDC), Bosco Ntaganda. Secondo la NSCC, il Belgio dovrebbe opporsi anche alla candidatura del Ruanda per un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza. Questa sede, ha affermato, potrebbe aumentare l’influsso di Kigali sulla destabilizzazione del governo di Kinshasa e dell’intera regione dei Grandi Laghi. La NSCC raccomanda inoltre a Bruxelles di intraprendere sanzioni specifiche contro i funzionari ruandesi citati nel rapporto delle Nazioni Unite, tra cui il Ministro della Difesa James Kabarebe, il Capo di Stato Maggiore Charles Kayonga e i Generali Jack Nziza, Emmanuel Ruvusha e Alexis Kagame. Secondo la NSCC, il Belgio dovrebbe appoggiare tutte quelle iniziative intraprese per citare Paul Kagame dinanzi ai tribunali internazionali, a causa dell’appoggio militare fornito ai terroristi del M23, com’è stato il caso dell’ex presidente liberiano Charles Taylor. La società civile chiede a Bruxelles di appoggiare una possibile risoluzione del Consiglio di Sicurezza intesa a rivedere, rafforzare e adeguare il mandato della MONUSCO alla nuova situazione e sollecita una maggiore mobilitazione di aiuti umanitari destinati alla popolazione dei due Kivu.[4]

b. La visita in Repubblica Democratica del Congo

Dal 20 al 24 agosto, il Vice Primo Ministro e Ministro degli affari esteri belga, Didier Reynders, ha effettuato una visita ufficiale in RDCongo, dove ha incontrato, tra altri, il Presidente della Repubblica Joseph Kabila, il primo ministro Augustin Matata Mponyo e il Presidente dell’Assemblea Nazionale Aubin Minaku. Si è recato a Kinshasa, Lubumbashi, Goma e Bukavu, prima di continuare il suo viaggio per Kigali (Ruanda). Secondo le sue dichiarazioni, «la priorità è quella di pacificare l’Est del Paese. È quindi necessario condannare la ribellione che vi è stata suscitata, garantire l’integrità territoriale del Paese, evitare ogni ingerenza esterna e ristabilire la pace, la stabilità e lo stato di diritto».

Secondo lui, «la soluzione alla guerra passa innanzitutto attraverso la riforma dell’esercito». Reynders ha riconosciuto che in passato si è commesso l’errore di integrare nell’esercito una massa di indisciplinati e che si è introdotto così nell’esercito anche l’indisciplina. Occorre quindi mettere una croce sull’integrazione di tutti quegli avventurieri che ricorrono alle armi, pensando di essere integrati e di ottenere gradi superiori, anche se non sono mai stati in un’accademia militare. «L’integrazione di ribelli e ammutinati nelle Forze Armate della RDCongo (FARDC) non è forse stata la soluzione migliore», ha affermato Reynders, che si è quindi dichiarato contrario all’idea di continuare a integrare nelle FARDC persone provenienti da diversi gruppi armati, come si è fatto finora: «Credo che le soluzioni del passato non sono più ripetibili. Occorre pensare a qualcosa di diverso». Reynders ha poi precisato che il Belgio è pronto a fornire ancora l’appoggio necessario per materializzare la riforma delle FARDC.

Per garantire l’intangibilità della frontiera con il Ruanda, il ministro degli esteri belga ritiene che la forza internazionale neutra debba essere formata a partire dalla Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in RDCongo (MONUSCO): «Penso che sia intorno alla MONUSCO che potrebbe costituirsi una forza internazionale neutra capace di assicurare il controllo della frontiera», ha affermato. Secondo Reynders, la pacificazione dell’Est del Paese richiede anche un dialogo regionale tra i vari Paesi della regione. Egli ha anche affermato che, «se il Ruanda dice di non essere parte del problema, deve dimostrare di essere parte della soluzione. Occorre che il Ruanda partecipi attivamente alle iniziative volte a mettere fine alla ribellione, impedendo il passaggio di militari e il traffico di armi attraverso la frontiera». Ha quindi rassicurato che il Belgio potrà appoggiare un dialogo tra Kinshasa e Kigali.

Circa la questione dell’appoggio del Ruanda all’M23, Reynders ha affermato che se sarà necessario decretare delle sanzioni contro il Ruanda, queste dovrebbero essere decise in seguito a consultazioni a livello dell’UE e delle Nazioni Unite.

A lungo termine, lo statista belga auspica anche un’integrazione dei Paesi limitrofi a livello regionale come quella che ha condotto alla pacificazione dell’Europa dopo secoli di guerre. «È l’integrazione regionale che aiuterà la RDCongo a uscire dalle sue difficoltà», ha sostenuto. Durante la sua visita a Bukavu (Sud Kivu), Didier Reynders, ha sottolineato che sarebbe utile rafforzare lo scambio commerciale nella zona frontaliera tra la RDCongo e il Ruanda e che questo sarebbe uno dei modi per ridurre la violenza nella regione: «Non scegliamo noi i nostri vicini, dobbiamo imparare a vivere con loro. La comunicazione, le infrastrutture, il commercio, le varie attività e gli scambi tra paesi vicini, contribuiranno a ridurre la violenza».

A proposito della situazione politica del paese, Didier Reynders ha ricordato che «la democratizzazione della RDCongo passa inevitabilmente per la riforma della CENI [Commissione elettorale nazionale indipendente]. Questa riforma dovrebbe coinvolgere anche l’opposizione e la società civile». Ha indicato che il Belgio è pronto ad appoggiare la RDCongo per organizzare le prossime elezioni provinciali, a condizione che vi sia una profonda riforma della Ceni che consenta all’opposizione politica e alla società civile di partecipare alla sua gestione. La riforma dovrebbe inoltre consentire l’uso di «meccanismi di controllo reale, non solo il giorno delle elezioni, ma anche durante la compilazione dei risultati».

Infine ha concluso: «C’è ancora molto da fare nella RDCongo, soprattutto per attuare le riforme dell’esercito, della polizia, dell’amministrazione, della giustizia e per ristabilire lo stato di diritto».[5]

In un’intervista rilasciata al quotidiano belga Le Soir, dopo l’incontro con il ministro belga Didier Reynders, il primo ministro congolese Augustin Matata Mponyo ha dichiarato di «volere mettere in  ordine la gestione del settore minerario», ma che «ci sono Paesi che vogliono continuare ad approfittare del caos che esiste in alcune parti del paese, un caos alimentato da loro stessi, avendo capito che se il Governo congolese riesce a ristabilire l’ordine, allora occorre fargli guerra». Secondo il primo ministro, «la priorità è la pace e la difesa dei confini storici del Paese». Deplorando il fatto di essere stato costretto a usare una parte dei fondi pubblici per le spese di guerra, ha detto di desiderare che «la guerra nell’Est del Paese finisca presto» e che la comunità internazionale capisca che non si può lasciare che un paese semini disordine in un paese vicino e che alimenti un ammutinamento per organizzare la propria economia».

Secondo Matata Mponyo, «la ‘governance’ è un concetto globale e non si può parlare di successo economico, se questo successo lo si ottiene saccheggiando un Paese vicino. Non ci si può vantare di governare bene, se si sfruttano le risorse del vicino di casa. Non si tratta di un governo basato su valori etici, ma sulla frode». Il capo del Governo ha affermato che «esistono reti mafiose e che questa guerra si basa sullo sfruttamento illegale dei minerali da parte di gruppi mafiosi che, a partire dall’estero, hanno ramificazioni anche nell’interno del Paese. Ci sono paesi che esportano minerali di cui non sono produttori». Concludendo, Matata Mponyo ha affermato di essere determinato ad «affrontare tutte queste reti mafiose, siano esse transnazionali che interne».[6]

Il 23 agosto, in occasione della visita del ministro Didier Reynders a Bukavu (Sud Kivu), la società civile del Sud Kivu ha chiesto al governo belga di implicarsi maggiormente in quanto segue:

1. Fare tutto il possibile, sia all’interno dell’UE che a livello del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per fermare la guerra nel Kivu e applicare il diritto internazionale contro ogni Stato e ogni personalità politica e militare che fomenti guerre e massacri contro il popolo congolese;

2. Che il Rapporto del gruppo degli esperti dell’Onu sulla guerra nell’Est della RDCongo e il Rapporto Mapping sui crimini commessi in RDCongo dal 1993 al 2003 siano seguiti da effetti reali, in conformità alla Carta delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, del Patto internazionale della Conferenza per la pace e la sicurezza nella sub-regione dei Grandi Laghi e di altri strumenti giuridici del diritto internazionale;

3. Rinforzare la cooperazione bilaterale RDCongo-Belgio, in vista della formazione di un esercito realmente repubblicano, perché il processo di integrazione dei gruppi armati, finora seguito, ha dimostrato la sua debolezza e i suoi limiti. Da qui, la necessità di una ristrutturazione dell’esercito e del corpo di polizia, affinché siano in grado di proteggere i civili e di garantire l’integrità del territorio e delle frontiere congolesi, come ereditate dalla Conferenza di Berlino;

4. Esigere dal governo ruandese di chiedere all’M23 di fermare la guerra. Potrà così dimostrare che veramente le sue truppe non sono presenti in RDCongo e che è vero che non appoggia questo movimento;

5. Chiedere ai leader della regione dei Grandi Laghi d’Africa una reale democratizzazione dei loro paesi, la promozione dei diritti umani e la lotta contro l’impunità, garanzia di una pace duratura per il benessere dei cittadini;

6. Accompagnare la richiesta della società civile congolese per una rapida ristrutturazione dell’attuale CENI e l’organizzazione urgente delle elezioni locali, provinciali e del Senato, al fine di consolidare la democrazia nella RDCongo e di favorire un effettivo decentramento;

7. Porre fine ad ogni appoggio finanziario, politico e diplomatico ai regimi che fomentano le guerre e le violazioni dei diritti umani nei paesi dei Grandi Laghi Africani.

c. La visita n Ruanda

Il 25 e 26 agosto, Didier Reynders, ha effettuato una visita di 48 ore in Ruanda. Dopo una visita al campo di transito Nkamira (Ruanda occidentale), che ospita ancora un migliaio di sfollati ruandofoni, in attesa di un loro trasferimento al campo più permanente di Kigeme, si è detto «particolarmente colpito dalle violenze commesse nella RDCongo negli ultimi mesi». Alcune donne tutsi hanno detto di essere state violentate nella RDCongo, il che ha suscitato l’indignazione del ministro belga degli affari esteri. Ma Didier Reynders ha, tuttavia, potuto sentire alcuni racconti contradditori di donne tutsi rifugiate, i cui mariti erano stati dati per uccisi nella RDCongo ma che, in realtà, si trovavano sul fronte, tra le truppe dell’M23.

Il Ministro belga forse non si è accorto del montaggio abilmente preparato da Kigali, che ha concentrato in un solo luogo dei Tutsi vittime della stigmatizzazione di altre comunità che li accusano di essere dei traditori al servizio dell’M23. Senza negare che vi siano state delle reazioni esacerbate di alcuni contro persone di apparenza tutsi, si tratta però di fatti rari ed isolati, subito condannati dalla società civile e dalle autorità congolesi. La realtà è che è il regime ruandese alla base di questa caccia all’uomo contro i Tutsi del Nord Kivu. La responsabilità è di coloro che, a causa della loro brama di potere e di dominio, dei loro atti di violenza (omicidi, stupri, arresti arbitrari, imposizione di tasse illegali) e della loro volontà di impadronirsi delle risorse naturali (minerali, terreni e pascoli), espongono i Tutsi al disprezzo degli altri Congolesi, nonostante siano fratelli e sorelle che vivono negli stessi villaggi, siano membri di uno stesso popolo e siano presenti nelle Istituzioni dello Stato (esercito, polizia e amministrazione). Inoltre, è l’M23 che ha cercato di arruolare a forza giovani tutsi prendendoli dai loro villaggi del Nord-Kivu, provocandone la fuga.

Questa situazione favorisce Paul Kagame, in quanto il piano è quello di dimostrare, davanti al mondo intero, che i Tutsi sono in pericolo nella RDCongo e in particolare nel Nord Kivu.

Ancora una volta, questa motivazione serve come pretesto per eventuali negoziati, al fine di ottenere, come in passato, che i militari tutsi integrati nelle FARDC non siano trasferiti fuori dal Nord Kivu, con il fine di proteggere le loro famiglie minacciate. Ma la realtà è che i militari tutsi vogliono rimanere nel Nord Kivu per continuare a sfruttare, per conto loro o per conto di alcune autorità politiche e militari del Ruanda, le risorse naturali (minerali, terreni e pascoli) del Kivu.[7]

A Kigali, il ministro degli esteri belga ha incontrato, tra altri, il presidente Paul Kagame e il ministro degli Esteri Louise Mushikiwabo. Egli ha esortato il Ruanda a prendere parte attiva al processo di pace nella regione e a dimostrare che non è parte del problema, sotto pena di sanzioni internazionali. Il ministro degli Esteri belga lascia a Kigali il beneficio del dubbio, circa la sua implicazione nel conflitto del Nord Kivu e non prevede, per il momento, alcuna sospensione dell’aiuto al Ruanda, come hanno già fatto, separatamente, diversi paesi occidentali. Egli ha tuttavia invitato tutti i paesi vicini alla RDCongo, il Ruanda in particolare, ad astenersi da qualsiasi sostegno al Movimento del 23 marzo (M23), sotto pena di una “scalata”, pericolosa per Kigali, al ricorso a sanzioni internazionali. In una conferenza stampa congiunta con il suo omologo ruandese, egli ha così concluso: «Ci sono molte cose da fare a Kinshasa (da parte delle autorità congolesi, per stabilire lo stato di diritto sul loro territorio), ma ci sono anche molte altre cose da fare nei paesi vicini», soprattutto per evitare indebite ingerenze.[8]

Secondo alcuni osservatori, concedendo al Ruanda il beneficio del dubbio, là dove le cose sono chiare come acqua limpida, il Ministro belga si contraddice. Egli afferma che il Belgio non ha ancora chiara la complicità del Ruanda e che, per questo, non sospende, per ora, il suo aiuto al Ruanda, come hanno fatto altri paesi occidentali. Ma, continua, se a livello dell’Onu, gli altri paesi adottassero sanzioni contro il Ruanda, il Belgio si allineerebbe. Se il Belgio non ha ancora chiarito la complicità del Ruanda con l’M23, ci si può quindi chiedere come potrà approvare sanzioni contro questo paese per un appoggio non verificato a tale gruppo armato.

Reynders ha fatto molte dichiarazioni sulla necessità di debellare l’M23, per riuscire a porre fine alla guerra all’Est della RDCongo. Ma come si potrà sconfiggere l’M23, senza risolvere l’equazione di chi  l’appoggia, che non è altro che il Ruanda?[9]

2. KIGALI PRESENTA LA SUA DIFESA AL CONSIGLIO DI SICUREZZA, MA SENZA CONVINCERE

Il 28 agosto, il Comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha ascoltato i delegati ruandesi e congolesi, parti interessate dal rapporto degli esperti delle Nazioni Unite sull’appoggio fornito da Kigali all’M23 Kigali. Un consigliere del presidente ruandese, Paul Kagame, ha presentato la risposta del Ruanda al rapporto e ha smentito le accuse emesse dagli esperti delle Nazioni Unite. Egli ha affermato che il campo militare situato nei pressi dell’aeroporto di Kigali e indicato dagli esperti come luogo di accoglienza di ribelli dell’M23 non è adatto per operazioni di addestramento e che le munizioni trovate negli arsenali dell’M23 non sono dello stesso tipo di quelle utilizzate dall’esercito ruandese. Argomenti “fragili”, hanno replicato gli esperti dell’ONU. In aula, vari diplomatici hanno qualificato la difesa presentata dal Ruanda come poco convincente.[10]

Il 29 agosto, il Consiglio di Sicurezza ha ascoltato i ministri degli Esteri ruandese e congolese circa le accuse formulate contro il Ruanda dal gruppo degli esperti dell’Onu. Il Ministro ruandese degli Affari Esteri, Louise Mushikiwabo, ha accusato il capo del gruppo degli esperti, l’americano Steve Hege, di agire contro il Ruanda per vendetta e ha criticato la decisione di molti paesi di sospendere gli aiuti, precisando che «gli aiuti allo sviluppo non dovrebbero essere usati come strumento di ricatto». Per ora, i membri del Consiglio di Sicurezza appoggiano le conclusioni degli esperti. Anche se a porte chiuse, essi hanno inviato un messaggio molto forte a Kigali: il Ruanda deve cessare di appoggiare i gruppi armati, soprattutto l’M23 e deve rispettare la sovranità della RDCongo. Da parte sua, il ministro congolese degli Affari Esteri, Raymond Tshibanda, ha chiesto che il Consiglio di Sicurezza approvi le sanzioni necessarie contro il Ruanda. Secondo un diplomatico, il Comitato potrebbe decidere di sanzionare l’M23 piuttosto che Kigali.[11]

Il 31 agosto, il ministro congolese degli Affari Esteri, Raymond Tshibanda, ha dichiarato che la RDCongo ha chiesto alle Nazioni Unite di sanzionare alcune personalità militari ruandesi per il loro appoggio all’M23. Davanti alla stampa, Tshibanda non ha nominato i “dignitari stranieri” contro cui Kinshasa esige sanzioni da parte delle Nazioni Unite. Ma in una dichiarazione davanti al Consiglio di Sicurezza, egli ha citato diverse personalità militari ruandesi citate nel rapporto degli esperti delle Nazioni Unite, tra cui il ministro della Difesa, il generale James Kabarebe, e il Capo di Stato Maggiore, Charles Kayonga. Parlando nel corso di una conferenza stampa di una “situazione di guerra” tra i due paesi, il ministro ha chiesto che il mandato della Missione delle Nazioni Unite nella RDCongo (MONUSCO) sia “modificato e rafforzato” in modo che la Monusco sia in grado di combattere i ribelli e di monitorare la frontiera con il Ruanda: «Non si tratta tanto di aumentare le dimensioni della componente militare della MONUSCO ma di apportare alcuni cambiamenti sul mandato, sulle regole di ingaggio e sulla disposizione delle truppe che la compongono».[12]

Il 31 agosto, la società civile del Nord Kivu ha accusato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di lassismo nei confronti del Ruanda, accusato di sostenere i ribelli dell’M23 che, da vari mesi ormai, stanno destabilizzando l’Est della RDCongo. Per il Vice Presidente di questa struttura, Omar Kavota, l’ONU dovrebbe sanzionare il Ruanda, invece di limitarsi a chiedergli di cessare di sostenere i ribelli.[13]

L’atteggiamento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti della risposta del Ruanda non ha certamente soddisfatto le autorità di Kigali. Il Ministro della Difesa ruandese, James Kabarebe, così si è espresso sul blog della giornalista Colette Braeckman del quotidiano belga Le Soir: «il gruppo di esperti delle Nazioni Unite che ha redatto il rapporto e che è costituito da uomini e donne troppo giovani, tra cui Steven Hege, che sostiene la necessità di negoziati con le FDLR, è stato manipolato dal governo congolese. Non si capisce come le Nazioni Unite possano avere designato come esperti delle persone così giovani, senza esperienza e che non riescono nemmeno a comprendere gli acronimi. Anche la loro integrità è discutibile. Non hanno la minima comprensione della situazione in cui si trova la Regione dei Grandi Laghi».[14]

Fino a pochi mesi fa, il nome di Steve Hege, funzionario delle Nazioni Unite, era ancora sconosciuto al grande pubblico che segue l’attualità della regione dei Grandi Laghi. In realtà, lavora come “esperto” presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e, nel 2010, è stato nominato coordinatore del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite sulla RDCongo. In seguito alla pubblicazione del rapporto sulla situazione del Kivu e l’appoggio di Kigali all’M23, Hege è diventato il principale bersaglio della critica del regime di Kigali e di certi mezzi di comunicazione che lo accusano di essere “revisionista”, “razzista”, “pro genocidio”, “ostile a Kigali” e “sostenitore delle FDLR” (Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda).

Il quotidiano online ruandese IGIHE, Albert Rudatsimburwa, direttore di Contact FM Kigali e Jean Pierre DUSINGIZEMUNGU, presidente dell’associazione IBUKA sono i più virulenti nei confronti di Hege, basandosi su un suo articolo scritto nel febbraio 2009 e intitolato «Understanding the FDLR in the DR Congo ; key facts on the disarmament and repatriation of Rwandan rebels» (“Capire le FDLR in RDCongo, chiavi per il disarmo e il rimpatrio dei ribelli ruandesi”). L’articolo faceva parte di un rapporto che l’esperto aveva inviato alla Peace Appeal Foundation, un’ONG americana che appoggia tutte le iniziative di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace.

In quell’articolo, per la prima volta, un esperto delle Nazioni Unite porta degli elementi di riflessione politica sulla ribellione FDLR che il regime di Kigali ha sempre voluto collegare al genocidio ruandese del 1994, al fine di bloccare eventuali negoziazioni con loro e di rivendicare il diritto di annettere il Nord Kivu, in nome della lotta contro questo movimento qualificato di terrorista.

Lungi dal prendere le difese della ribellione delle FDLR, l’esperto dell’Onu fornisce un quadro generale sul difficile mantenimento della pace e della stabilità nella regione e affronta la questione delle FDLR nel contesto delle sfide politiche regionali. Nel suo articolo, Hege Steve cerca di spiegare che le FDLR, sempre presentate da Kigali come causa di instabilità nella regione, in realtà «non sono che una delle tante conseguenze di questa instabilità».

L’esperto dell’Onu ritiene che «le FDLR devono essere comprese nel contesto della storia regionale, caratterizzata dalla formazione di ribellioni armate di rifugiati». D’altra parte, anche l’attuale regime dell’FPR è sorto in un contesto simile, quello dei rifugiati in Uganda. Secondo Hege, «le FDLR non possono essere sistematicamente rapportate al genocidio ruandese del 1994, ma devono piuttosto essere situate nel periodo 1996-1999, caratterizzato dai massacri di massa dei rifugiati hutu nell’ex Zaire». (La fondazione delle FDLR, in quanto tali, risale al 2.000).

Steve Hege critica il doppio linguaggio e la mancanza di volontà da parte del regime di Kigali e del governo congolese che non hanno facilitato e, a volte, hanno ostacolato, il disarmo e il ritorno in pace dei rifugiati e combattenti. Nonostante le promesse di rimpatrio formulate nella Dichiarazione di Roma del 2005 e nel programma «go and see» (“andare a vedere”), gli ufficiali delle FDLR denunciano le intimidazioni e la mancanza di una commissione internazionale che dovrebbe garantire la loro sicurezza in caso di un ritorno.

Nello stesso articolo, Steve Hege aggiunge che «debellare il ramo armato dell’opposizione FDLR non condurrà alla libertà politica a Kigali, fin quando l’economia e lo spazio politico saranno dominati dalla stessa elite tutsi ugandese sorta in seno all’FPR». Hege constata semplicemente che il potere reale è, di fatto, riservato non ai Tutsi in generale, ma alla sola “elite Tutsi ugandese sorta in seno all’FPR”, cioè agli ex rifugiati anglicizzati e americanizzati, a scapito dei Ruandesi del Ruanda o ritornati da altri paesi africani, anche se Tutsi.

All’interno del Paese come all’estero, il regime ruandese diffonde solo l’idea secondo cui le FDLR sono un movimento terrorista, costituito di genocidari che si finanziano saccheggiando le miniere del Kivu, con il solo scopo di generare una continua instabilità nella regione. Ma in realtà, le cose sono più complesse. Anche se sfruttano le risorse minerarie, come la maggior parte delle ribellioni (comprese le ribellioni filo ruandesi AFDL, RCD e CNDP) e delle forze armate regolari congolesi, le FDLR si finanziano anche attraverso l’agricoltura e il commercio di prodotti di prima necessità.

Effettivamente, Steve Hege presenta un’analisi del movimento FDLR diversa dalla posizione ufficiale di Kigali. Secondo lui, dopo 16 anni, non si può continuare ad usare il genocidio ruandese del 1994 per occultare e non affrontare le questioni politiche, sociali ed economiche che danneggiano la stabilità regionale. L’instabilità è dovuta principalmente alla spinosa questione degli interessi economici ruandesi nel Kivu, all’assenza dello Stato congolese e alla cattiva gestione delle risorse minerali congolesi.

Certo, si può non condividere l’analisi di Hege, ma la strumentalizzazione del genocidio e il ricorso, da parte di alcuni mass media, ai termini “revisionista, razzista, pro genocidario” non sono solo pericolosi e affrettati, ma dimostrano anche un chiaro allineamento alla posizione del regime FPR. Infatti, per il regime FPR e alcuni mezzi di comunicazione è “negazionista”, “revisionista” quasi “genocida” e, addirittura, una “persona da eliminare”, non solo chi si discosta dal discorso dominante sul “genocidio”, ma anche chi si oppone alla lettura degli eventi successivi fatta con i soli occhiali di Kagame.

Infine, ragionevolmente, per essere “negazionista” o “revisionista” in relazione a un punto della storia, il “genocidio del 1994” in questo caso, se ne deve parlare, ciò che Steve Hege, l’uomo da abbattere, non ha fatto. Le parole o gli scritti che gli si criticano non sono legati agli eventi del 1994, ma a fatti posteriori. Purtroppo, affermare che la verità storica potrebbe essere un po’ diversa dal discorso ufficiale di Kagame fa di una persona un “negazionista”, se non un “genocidario”.[15]

Sempre a proposito delle FDLR, nel corso di una tavola rotonda, organizzata nella Sala Concordia di Bukavu, sul tema “L’insicurezza nell’Est della RDCongo: problemi, sfide e vie di uscita”, organizzata dal Centro nazionale di appoggio allo sviluppo e alla partecipazione popolare (CENADEP), Baudouin Hamuli Kabaruza, coordinatore nazionale per la RDCongo del comitato nazionale della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL), ha dichiarato che «le FDLR non sono più una minaccia per la sicurezza in Ruanda».[16]

3. UN MILIONE DI FIRME CONTRO LA GUERRA

Il 25 agosto, i leader delle diverse confessioni religiose hanno organizzato, presso la Cattedrale del centenario a Kinshasa, un culto ecumenico per celebrare la fine della raccolta di firme per una petizione contro la guerra nell’Est della RDCongo. Secondo i responsabili religiosi, è stato raccolto almeno 1 milione di firme. La Petizione sarà inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Una delegazione di leader religiosi si recherà presso le Nazioni Unite e in Europa, per chiedere sanzioni reali contro il Ruanda, accusato di condurre una guerra di aggressione contro la RDCongo. Presentata al popolo congolese il 12 luglio, la petizione dice di no a qualsiasi forma di negoziazione con gli “eterni criminali”, fra cui i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23), all’origine di continue guerre, soprattutto nell’Est del Paese. Nel documento, parlando in nome del popolo congolese, i responsabili religiosi condannano qualsiasi tentativo di balcanizzazione del paese. «Vogliamo solo che il paese non sia diviso e che il popolo congolese rimanga unito», ha dichiarato Sheikh Abdallah Mangala. I promotori della petizione esigono anche l’arresto di tutti coloro che sono ricercati dalla giustizia internazionale, a causa dei crimini da loro commessi. Esigono, infine, la condanna di tutti i crimini commessi dal regime ruandese nella RDCongo.[17]

La petizione è stata consegnata alla sede ONU di New York, il 1° settembre, a Hervé Ladsous, Segretario Aggiunto dell’ONU incaricato del mantenimento della pace in rappresentanza del Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, che si trova in Iran, da una delegazione di leader religiosi congolesi. La delegazione era guidata da Sua Ecc. Mons. Nicolas Djomo, Presidente della Conferenza Episcopale Congolese (CENCO). Insieme a lui Mons. Pierre Marini Bodho, Presidente dell’Eglise du Christ au Congo (ECC), e El Hadj Cheick Abdallah Mandala, Presidente della Comunità islamica in Congo (COMICO). Il 4 settembre, la delegazione è stata ricevuta dal Congresso di Washington e ha incontrato alcuni funzionari della Casa Bianca.[18]

Il 31 agosto, in una dichiarazione resa pubblica a Kinshasa, il sindacato degli insegnanti dell’istruzione primaria, secondaria e professionale (EPSP), raccomanda alle istituzioni della Repubblica di sospendere le relazioni diplomatiche con il Ruanda. Gli insegnanti si dicono indignati per l’insicurezza che prevale all’est del Paese e chiedono al governo congolese di rafforzare l’esercito e metterlo nelle condizioni di poter debellare il movimento ribelle del 23 marzo (M23) e tutte le forze negative che operano in questa parte del paese. Mentre denunciano il progetto di balcanizzazione della RDCongo, gli insegnanti chiedono alla comunità internazionale di esigere l’immediato ritiro dell’esercito ruandese dal territorio congolese. Chiedono il posizionamento di forze neutrali al confine tra la RDCongo e il Ruanda e non tra le posizioni del M23 e delle FARDC. Alla classe politica e alla società civile congolese, gli insegnanti chiedono l’unità e la coesione nazionale, la vigilanza e la sensibilizzazione dell’insieme della popolazione sul valore dell’integrità territoriale. I docenti chiedono inoltre all’esercito di difendere con coraggio l’integrità territoriale del Paese.[19]

4. L’ESERCITO HA INIZIATO UNA CAMPAGNA DI RECLUTAMENTO DI NUOVE LEVE

All’inizio di agosto, lo Stato Maggiore Generale delle FARDC ha lanciato un’operazione di reclutamento, su base volontaria e a livello nazionale, di giovani congolesi di età compresa tra 18 a 25 anni. Il capo della delegazione responsabile del reclutamento nel Nord Kivu, il colonnello Mwitcho Wabateyi, afferma che questa operazione non è necessariamente legata alla guerra in corso nell’Est del Paese e che il suo obiettivo è piuttosto quello di ringiovanire l’esercito, secondo il programma della riforma intrapresa dal governo congolese. Il colonnello Mwitcho Wabateyi afferma che, per sei mesi, le nuove reclute riceveranno una formazione di base nei centri di formazione sparsi in tutto il paese, prima di essere orientati verso altre aree di specializzazione.

L’operazione di reclutamento inizia con la registrazione dei candidati. Il colonnello Mwicho Wabateyi spiega che, per essere registrato, ogni candidato deve presentare la propria carta d’identità. Viene quindi inviato in ospedale per una visita medica. Se il medico lo ritiene idoneo per il servizio militare, dovrà sottomettersi agli esercizi fisici previsti prima del servizio militare effettivo. Il colonnello Mwicho Wabateyi ha fatto notare che le reclute del Nord Kivu seguiranno i corsi di formazione di base presso i centri di Kitona, nel Bas-Congo e di Kamina, nel Katanga. Aggiunge che alcuni siti di reclutamento si trovano anche nella provincia del Nord Kivu, precisamente a Goma, Karisimbi e Kibati, nel territorio di Nyiragongo, a Sake, a 27 chilometri da Goma, nel territorio di Masisi e a Tongo, nel territorio di Rutshuru.[20]

In un’intervista rilasciata al quotidiano Le Potentiel, il presidente dell’associazione dei giovani di Rutchuru, Sinza Wolf, ha denunciato il lassismo di alcune autorità militari e responsabili dei servizi di sicurezza del Nord Kivu e la complicità sempre più manifesta all’interno della catena del comando militare. Secondo Sinza, la pianificazione dell’attuale guerra nel Nord Kivu si è svolta a Goma, sotto gli occhi dei servizi di sicurezza, e una possibile presa della città di Goma da parte dei ribelli dell’M23 non potrà sorprendere, perché molti di questi ribelli sono già in città. Confutando la tesi secondo la quale i soldati congolesi non erano in grado di far fronte all’M23, egli ha affermato che si tratta piuttosto di un problema di mancanza di organizzazione e di tradimento da parte di alcuni ufficiali dell’esercito, di cui ha addirittura proposto la revoca.[21]

Già il rapporto del Comitato per i Diritti Umani del 2009 aveva descritto i disagi in cui versavano i militari congolesi al fronte: «Le FARDC devono far fronte a difficoltà strutturali, tra cui la mancanza di formazione e di disciplina, l’esiguità dei salari e la corruzione generalizzata. I soldati sono mal pagati o non pagati e gli aiuti per i loro familiari a carico sono quasi inesistenti. Di conseguenza, quando sono inviati in un determinato posto, devono portare con sé anche le loro famiglie, anche quando sono impiegati in operazioni militari. Per la mancanza di un adeguato sostegno logistico (equipaggiamento militare, razioni alimentari, tende militari), le truppe in movimento devono cercare loro stesse il cibo e l’alloggio per sé e per le loro famiglie. Devono così improvvisare campi militari costruendo capanne di paglia o occupare case private. Gli scarsi stipendi, spesso pagati in ritardo o “persi – intascati” lungo la catena di pagamento, inducono i soldati ad usare la forza contro la popolazione civile per assicurarsi il proprio sostentamento». Secondo il rapporto, «Le FARDC sono composte di gruppi armati che hanno un forte senso di appartenenza più alla comunità etnica che alla nazione congolese. Pertanto i diversi gruppi integrati sono più fedeli alle loro comunità di origine piuttosto che al governo».[22]

5. ALCUNE NOTIZIE DAL NORD KIVU

Il 21 agosto, come il Ruanda, Jean Marie Runiga, presidente dell’M23, ha affermato che «la MONUSCO non può avere un ruolo nella forza internazionale neutra, perché ha preso parte attiva nei combattimenti a fianco dell’esercito regolare e gli ha fornito materiale bellico».[23]

Il 23 e il 24 agosto, le FARDC e l’M23 si sono scontrati a nord di Kiwanja, nel territorio di Rutshuru (Nord Kivu). Alcune fonti affermano che i ribelli dell’M23 avevano cercato di raggirare la linea del fronte che li separa dalle FARDC ma che sono stati respinti verso la città di Mabenga, circa 18 km a nord di Kiwanja.[24]

Il 24 agosto, il capo del comando militare dell’M23, il colonnello Sultani Makenga, ha annunciato che il movimento sarebbe d’accordo per una tregua. La tregua sarebbe stata proposta dal presidente ugandese e presidente in carica della CIRGL, Yoweri Museveni, che avrebbe chiesto al gruppo ribelle di fermare gli scontri con le FARDC, al fine di facilitare il lavoro della CIRGL per risolvere la crisi nell’Est della RDCongo. Il colonnello Sultani avrebbe dichiarato che «il presidente ugandese Yoweri Museveni ci ha chiesto di cessare le ostilità per negoziare una soluzione politica alla crisi».[25]

Il 27 agosto, a una domanda circa l’annunciata presenza del presidente francese François Hollande al Vertice della Francofonia, in programma a Kinshasa dal 12 al 14 ottobre, Jean-Marie Runiga, coordinatore politico della ribellione dell’M23, ha dichiarato: «Devo confessare che ho sono stato molto sorpreso della conferma della sua presenza a Kinshasa. Le condizioni che egli aveva posto per la sua presenza non sono ancora state adempiute: la riforma della commissione elettorale nazionale indipendente (CENI) e il rispetto dei diritti umani. Venire a Kinshasa in queste condizioni è un’umiliazione per il popolo congolese. François Hollande verrà per legittimare un potere in difficoltà, illegittimo e discreditato dalla maggioranza della popolazione congolese».[26]

La Società Civile del Nord Kivu si dice scandalizzata dalle dichiarazioni dell’Ambasciatore della RDCongo in Uganda, Jean-Charles Okoto. Questi avrebbe affermato che in territorio congolese non c’è nessun militare ugandese. Omar Kavota, vice-presidente e portavoce dell’organizzazione, ha affermato che la presenza di queste truppe straniere sul suolo congolese è “comprovata” e che la dichiarazione del diplomatico congolese dimostra la sua complicità in questa guerra di invasione. Secondo Omar Kavota, la società civile è in possesso delle prove della presenza di truppe ugandesi a Beni e a Rutshuru (Nord Kivu).[27]


[1] Cf Radio Okapi, 29.08.’12

[2] Cf Wa Mutuishayi – Le Potentiel – Kinshasa, 29.08.’12             http://www.lepotentielonline.com/661-wa-mutuishayi

[5] Cf Radio Okapi, 21 et 24.08.’12 ; Le Palmarès – Kinshasa, 23.08.’12; La Prospérité – Kinshasa, 24.08.’12

[7] Cf Kandolo M. – Forum des As – Kinshasa, 28.08.’12

[8] Cf Belga – La libre Belgique, 26.08.’12; RFI, 27.08.’12

[9] Cf Kandolo M. – Forum des As – Kinshasa, 28.08.’12

[10] Cf RFI, 29.08.’12

[11] Cf RFI, 30.08.’12

[12] Cf AFP – Jeune Afrique, 01.09.’12

[13] Cf Radio Okapi, 01.09.’12

[16] Cf ACP – Congo Indépendant, 28.08.’12

[17] Cf Radio Okapi, 26.08.’12

[18] CfAgenzia Fides,New York, 04.09.’12

[19] Cf Radio Okapi, 31.08.’12

[20] Cf Radio Okapi, 22 e 28.08.’12

[21] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 29.08.’12

[22] Cf Tshiswaka Masoka Hubert – Kongo times, Kinshasa, 28.08.’12

[23] Cf Lefils Matady – La Tempête des Tropiques – Kinshasa, 23.08.’12

[24] Cf Radio Okapi, 25.08.’12

[25] Cf Réseau de recherche sur les opérations de paix, 24.08.’12; Afriscoop, 24.08.’12

[26] Cf Trésor Kibangula – Jeune Afrique, 28.08.’12

[27] Cf Radio Okapi, 25.08.’12