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Ago 05 2011

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VISITA DI KAGAME IN FRANCIA

 

VISITA DI KAGAME IN FRANCIA: È NECESSARIO BERE IL CALICE FINO ALLA FECCIA?

Hervé Cheuzeville, 22 luglio 2011[1]

Il 12 settembre, la Francia stenderà il tappeto rosso e riserverà tutti gli onori della Repubblica al peggior criminale attualmente al potere: l’autoproclamato generale Paul Kagame, dittatore del Ruanda. Simultaneamente all’annuncio della visita, alcune donne tutsi del Ruanda hanno presentato una denuncia contro l’esercito francese per stupri collettivi che sarebbero stati commessi durante l’Operazione Turquoise (1994). Queste accuse sarebbero “confermate” da ex miliziani hutu che avrebbero collaborato con i militari francesi e che si trovano attualmente detenuti in Ruanda.

Da quando è arrivato al potere con la forza delle armi nel luglio 94, Kagame, ha continuato ad accusare la Francia. Secondo lui, è stata la Francia che ha pianificato e organizzato il genocidio, sostenendo le milizie estremiste ‘hutu “, addestrandoli ed armandoli. Sempre secondo Kagame, l’esercito francese avrebbe direttamente partecipato al genocidio massacrando dei Tutsi o consegnandoli ad altri miliziani hutu. Infine, attraverso l’”Operazione Turquoise”, la Francia avrebbe fatto uscire dal Paese i responsabili e gli autori del genocidio, fra cui ella ne ospiterebbe un certo numero sul suo territorio!

Nei miei tre libri e nei miei articoli, ho sempre cercato di denunciare questo cumulo di menzogne​​, che, purtroppo, è stato molto ben accolto in Francia e altrove, soprattutto in certi ambienti. A forza di essere continuamente ripetute in articoli, interviste e libri, le menzogne, anche le più spudorate, diventano, alla fine, delle “verità storiche”. Tutti coloro che osano contestarle sono inevitabilmente trascinati nel fango, destinati all’obbrobrio, accusati di essere “negazionisti” o, addirittura, “genocidari”.

Nei miei scritti, ho sempre ricordato che la guerra del Ruanda fu innescata da un gruppo armato, composto prevalentemente di tutsi e sorto in seno all’esercito del vicino Uganda. È questo gruppo che, il 1° ottobre 1990, ha attaccato il Ruanda, provocando una guerra che è durata quasi quattro anni, prima di diffondersi nel vicino Zaire, dove continua a mietere vittime ancora oggi. Ho anche sempre sottolineato che è questo gruppo, di cui Paul Kagame prese il comando (dopo l’eliminazione fisica dei suoi primi dirigenti), che commise le prime atrocità di tale guerra. Massacri di massa sono stati commessi da entrambe le parti. Ma alcuni sono stati più “mediatizzati” di altri, per la presenza di giornalisti nella zona controllata dal governo del Ruanda e per la loro totale assenza nella zona occupata dal FPR, il gruppo armato guidato da Paul Kagame.

Certamente, i massacri di civili hanno raggiunto il loro culmine durante i terribili “cento giorni” che si sono susseguiti all’assassinio del presidente della Repubblica Juvenal Habyarimana, il 6 aprile 1994. Tale assassinio è stato commesso dal FPR, per ordine di Kagame che ha tentato più volte di addossarne la responsabilità agli “estremisti hutu”. Questa menzogna storica è di grande importanza. È Paul Kagame che ha fatto abbattere l’aereo presidenziale, causando la morte del presidente (e quella del suo omologo burundese, di alti funzionari ruandesi e dell’equipaggio francese) e che ha, quindi, una pesante responsabilità nella ripresa delle ostilità e nell’ingranaggio diabolico che condusse l’odio e la rabbia al loro culmine, provocando stragi di innocenti dapprima a Kigali e, in seguito, in tutto il paese.

Mentre il regime di Habyarimana fu decapitato per la morte improvvisa del suo leader e quella dei suoi principali luogotenenti, il paese si immerse in un orrore senza precedenti. Il FPR, dopo aver rotto il cessate il fuoco garantito dagli accordi di Arusha, ha lanciato un’offensiva generale, da lungo tempo pianificata. Questo gli ha permesso di prendere rapidamente il controllo della maggior parte del territorio. Mentre nelle zone ancora controllate dalle forze governative, le milizie hutu massacravano i civili tutsi e hutu sospettati dicomplicità, il FPR, lontano dalle telecamere dei media internazionali, commetteva ugualmente massacri di massa nei territori che “liberava”.

Se gli orrori commessi dai vinti erano ben documentati, quelli commessi dai vincitori sono stati volutamente nascosti, a volte messi sul conto dei vinti. Sin dall’installazione del nuovo regime nel luglio 1994, si è cercato di riscrivere la Storia. Si presentò il FPR come un gruppo di persone che avevano preso le armi per porre fine al genocidio in corso. La triste realtà è che è proprio questo gruppo di persone che ha iniziato questa guerra sfociata poi nel genocidio. Il FPR – e in primo luogo il suo capo Paul Kagame – ha quindi la responsabilità morale del genocidio e condivide con gli assassini dei due campi quella di averlo perpetrato. Se gli orrendi massacri commessi in Ruanda dalle milizie hutu presero fine con la sconfitta di questi ultimi, quelli commessi dalle truppe del FPR sono continuati nei mesi e negli anni susseguenti alla fine ufficiale della guerra (luglio 1994).

Alla fine di settembre del 1996, si estesero al vicino Zaire, con l’invasione di questo paese da parte delle truppe di Paul Kagame. Là, centinaia di migliaia di rifugiati Hutu furono massacrati. Alcuni sopravvissuti non avevano altra scelta che di ritornare in Ruanda, dove hanno dovuto subire le rappresaglie del nuovo regime, mentre altri sono stati spietatamente braccati e uccisi in un esodo senza fine attraverso la grande foresta dello Zaire. Anche i civili zairesi furono vittime di questo conflitto che non era loro. L’esercito di Kagame ha creato dei gruppi armati zairesi che, alle sue dipendenze, hanno prestato servizio come ausiliari e hanno partecipato ai massacri. Questa guerra di invasione, camuffata sotto il degno nome di “guerra di liberazione” di ciò che si è rinominato “Repubblica Democratica del Congo”, ha permesso a Kagame, con la complicità del suo alleato ugandese, a cacciare il dittatore Mobutu da Kinshasa e sostituirlo da un uomo di loro scelta, Laurent-Desire Kabila. Nel 1998, quest’ultimo si è rivelato troppo intrattabile per il gusto dei suoi sostenitori ruandesi e ugandesi ed è iniziata una nuova guerra per eliminarlo. La guerra terminò ufficialmente nel 2002; essa ha servito come pretesto per realizzare nuovi massacri su larga scala. Da allora, questi massacri continuano, perché molti gruppi armati continuano ad operare nella parte orientale della RDC. La popolazione di questa regione martire, purtroppo, è ancora costretta a ripetuti esodi, alla fame, agli omicidi e stupri di massa. Dall’inizio del conflitto innescato da Paul Kagame, sono morti quattro o cinque milioni di Congolesi, vittime delle conseguenze dirette o indirette di questa guerra senza fine, la più sanguinosa dalla fine della seconda guerra mondiale.

In tutta la durata della tragedia congolese, le forze di occupazione ruandese e ugandese e i loro collaboratori locali si sono dati al saccheggio generalizzato delle immense risorse naturali del Congo / Zaire, un paese potenzialmente ricco in legnami pregiati, oro, cassiterite, coltan , diamanti e altri. È questo saccheggio a grande scala che ha permesso a Kagame di sostenere lo sforzo bellico del piccolo Ruanda e del suo sviluppo, che ha provocato l’ingenua ammirazione dei suoi alleati anglo-sassoni.

Da quando è arrivato al potere, Kagame ha iniziato a eliminare la lingua francese, che egli non conosce, dal Ruanda, Paese francofono diventato anglofono con la forza, e anche membro del Commonwealth, anche se non ha una storia comune con il Regno Unito. Quando divenne ministro francese degli esteri, nel 2007, Bernard Kouchner, grande ammiratore e propagandista di Paul Kagame, ha fatto ogni sforzo possibile per ripristinare le relazioni tra Francia e Ruanda. Ci è riuscito senza grandi difficoltà, perché il presidente Sarkozy si è facilmente lasciato convincere, felice di prendere le distanze dalla politica del suo predecessore Jacques Chirac. Nel 2010, il capo dello Stato francese ha effettuato anche una breve visita a Kigali, durante la quale egli non si è affatto sentito in imbarazzo a farsi fotografare in compagnia di ufficiali ruandesi, oggetto di mandati di cattura internazionali emessi dal magistrato francese Jean-Paul Bruguière! Semplice ignoranza della problematica e della storia recente dei rapporti tra i due paesi o reale volontà di bere il calice dell’umiliazione nazionale fino in fondo, per il semplice piacere di regolare dei conti politici?

La sostituzione di Kouchner con Alain Juppé, che ministro degli esteri nel periodo del genocidio ruandese ha fatto nascere, tra coloro che conoscevano la verità, la speranza della fine dei compromessi con il dittatore di Kigali. Questa speranza è stata di breve durata, poiché, come accennato all’inizio di questo articolo, il generale Paul Kagame si recherà in visita ufficiale in Francia, paese che odia e che, per due decenni, ha continuato a diffamare, a combattere e a coprire d’obbrobrio internazionale.

Non c’è bisogno di ritornare sulle infondate accuse lanciate contro l’esercito francese: in un regime di terrore, è molto facile “convincere” i concittadini a imparare a memoria delle storie inventate di sana pianta ed è ancora più facile far pressione su dei prigionieri per comprovare tali “prove”. Il presidente Sarkozy avrà l’onore di dare un grande “benvenuto” al criminale di guerra più grande attualmente al potere nel mondo.

Quel 12 Settembre 2011, spero di trovarmi molto, molto lontano dalla Francia!

 

LE SETTE CONTROVERSIE RUANDESI

Hervé Cheuzeville, 1er août 2011[2]

Com’è difficile scrivere sul Ruanda! Pochi giorni fa, ho pubblicato un articolo esprimendo la mia indignazione per l’annuncio della visita in Francia dal generale-presidente Paul Kagame, in programma per il 12 settembre. Tale articolo, con mia grande sorpresa, è stato ripreso da molti siti, con o senza il mio permesso. Ha suscitato decine di commenti, da parte di Ruandesi o di Francesi. Alcuni sono d’accordo con la mia analisi e la mia indignazione. Altri mi hanno accusato di essere un negazionista, un neo-colonialista e un sostenitore della “francofonia africana” che cerca di riscrivere la storia, presentando Kagame come un criminale, invece che come un uomo coraggioso che ha messo fine al genocidio dei tutsi e che, da allora, si è focalizzato sullo sviluppo del Rwanda.

Di che si tratta realmente? Non ho mai appoggiato, in quel articolo o nei miei libri, i regimi hutu che hanno preceduto quello del presidente Kagame, prevalentemente Tutsi. Non ho nemmeno negato gli eccessi criminali del governo provvisorio che governò per breve tempo il Ruanda tra l’assassinio del presidente Habyarimana e la presa di Kigali da parte delle forze del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), di Paul Kagame. Ho sempre denunciato chiaramente I terribili massacri commessi durante queL periodo che è durato un centinaio di giorni.

Di che cosa mi rimproverano i “commentatori” che hanno attaccato, al di là del presunto contenuto del mio articolo, il mio onore e la mia reputazione? Per loro, è semplicemente intollerabile che qualcuno osi trattare alcuni punti di cui non si dovrebbe parlare. Quali sono questi punti? Cercherò qui di riassumerli brevemente e con chiarezza.

– Il primo è che il regime di Habyarimana (1973-1994) non era un sistema nazi tropicale, come qualcuno ha osato scrivere. Il presidente Habyarimana, che non era un santo, non ha mai pianificato alcun genocidio e il suo regno, almeno fino all’inizio della guerra (ottobre 1990) è stato caratterizzato da un notevole sviluppo del Rwanda. Habyarimana è sicuramente salito al potere con un colpo di stato militare, ma negli anni 1970, questo era più la regola che l’eccezione nel continente africano.

Nel 1973, va ricordato, solo il Botswana aveva una democrazia multipartitica. Tutti gli altri stati del continente erano retti da dittature militari (come in Uganda, vicino settentrionale del Ruanda, che era sotto la grottesca dittatura del maresciallo Idi Amin Dada, o in Burundi, suo vicino meridionale), o da sistemi a partito unico, come quello di un altro Paese vicino al Ruanda, la Tanzania di Julius Nyerere. Alcuni paesi si erano evoluti passando da un governo militare al sistema del partito unico, sempre guidati da un uomo forte proveniente dall’esercito, come il grande vicino dell’ovest, lo Zaire del maresciallo presidente Mobutu Sese Seko. È questa via che Habyarimana impose in Ruanda preservando, tuttavia, il suo paese dalla corruzione generalizzata che si diffuse in Zaire o dalla cieca repressione che insanguinò l’Uganda e il Burundi.

I Paesi occidentali e i finanziatori del momento elogiavano la gestione di Habyarimana e il paese sembrava essersi messo sulla via dello sviluppo e dell’allentamento delle tensioni hutu-tutsi che avevano marcato l’indipendenza del Ruanda e del regime di Grégoire Kayibanda, il primo presidente, rovesciato nel 1973. Nel 1990, grazie ai negoziati tripartiti tra Ruanda, Uganda e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) si stava per arrivare ad un accordo che avrebbe consentito ai rifugiati tutsi che vivevano in Uganda di ritornare a casa. L’attacco del 1° ottobre di quello stesso anno impedì una soluzione pacifica.

– Si arriva così al secondo punto, insopportabile per i miei critici: ho ricordato che quel attacco è stato condotto da militari dell’esercito regolare ugandese. No, il FPR, originariamente, non era un gruppo di ribelli che combattevano contro un regime dittatoriale e razzista. Il FPR era un esercito straniero che ha attaccato il Ruanda senza alcuna dichiarazione di guerra. I legami organici con l’esercito ugandese continuarono per lungo tempo, poiché durante l’intera guerra, il FPR è stato fornito di militari, armi ed equipaggiamenti dal paese vicino, l’Uganda, e ha usato i campi di addestramento situati sul territorio di quest’ultimo (mentre un embargo sulle forniture di armi era stato imposto all’esercito ruandese, che stava affrontando le forze del FPR). Ricordare le origini “straniere” del regime attualmente al potere in Ruanda mette a disagio i suoi sostenitori.

– Si può passare ora al terzo punto, il più doloroso, e cioè quello dei massacri commessi in Ruanda durante la guerra del 1990-94. Ho osato, come altri autori prima di me, affermare che le forze del FPR avevano commesso dei massacri di massa contro le popolazioni civili passate sotto il loro controllo. È imprecisa questa affermazione? Numerose testimonianze lo confermano, soprattutto quelle di militari del FPR o di membri di quel movimento. Alcuni di loro hanno anche scritto dei libri su questo. Dire che il FPR ha massacrato delle popolazioni civili è negare che il governo di transizione (aprile-luglio 1994) e le milizie estremiste hutu sono state responsabili di atti di genocidio contro la comunità tutsi? Certo che no. Ciò che è successo in quei 100 giorni, nelle zone ancora controllate dal governo di transizione, è spaventoso e deve rimanere imprescrittibile, le vittime innocenti di questa mostruosità hanno diritto al rispetto, e quello che hanno subito non deve essere né cancellato dalla nostra memoria, né relativizzato; la responsabilità dei carnefici non deve essere attenuata.

Essendo ciò chiaro, dovrebbe ciò indurci a ignorare i crimini contro l’umanità commessi dalle forze del FPR prima, durante e dopo quegli orribile 100 giorni? Non lo credo. Tutte le vittime dell’orrenda tragedia ruandese dovrebbero avere diritto al rispetto, nessuna dovrebbe essere dimenticata. L’appartenenza politica di un assassino rende meno grave l’atto da lui commesso? Tutti gli assassini dovrebbero essere condannati e i loro atti denunciati con lo stesso vigore. Come Dominique Sopo, presidente dell’associazione “SOS Racisme” non ha esitato a scrivere, “evocare il sangue degli hutu è sporcare quello dei tutsi”? Non penso. Penso addirittura che una tale affermazione contenga chiare sfumature razziste. Perché il sangue di membri di una comunità sarebbe più importante di quello di un’altra?

Avendo vissuto in Ruanda e in Burundi, sto ben attento a non insistere eccessivamente sulla cosiddetta appartenenza razziale delle vittime della tragedia ruandese. Nei miei libri, ho spiegato che tale appartenenza non significa nulla e che né hutu né tutsi costituiscono una “razza” e nemmeno un gruppo etnico. Chiunque abbia soggiornato in quei paesi gemelli che sono il Ruanda e il Burundi sa come gli Hutu e i Tutsi si siano mescolati nel corso dei secoli. Tutti parlano la stessa lingua e vivono sulle stesse colline da tempo immemorabile. Centinaia di migliaia di Ruandesi, Hutu e Tutsi, sono stati vittime di massacri commessi da criminali ruandesi, anch’essi Hutu e Tutsi. Il malore dei tutsi non deve cancellare quello delle vittime del FPR, come la sofferenza delle vittime di quest’ultimo non può relativizzare la natura terribile dei crimini delle milizie hutu.

– Il quarto punto che sembra aver suscitato la furia dei miei avversari è quello della morte del presidente Habyarimana. Ricordiamo semplicemente che quest’ultimo è stato ucciso quando l’aereo presidenziale è stato abbattuto, la sera del 6 aprile 1994, mentre stava atterrando a Kigali. Non ci sono stati sopravvissuti. Tra le vittime c’erano il presidente del Burundi, i principali responsabili dell’esercito ruandese e l’equipaggio, composto di militari francesi. Tale attentato, in cui sono periti due Capi di Stato in funzione, non è mai stato oggetto di alcuna inchiesta internazionale, mentre l’ONU ha indagato sull’assassinio di Rafik Hariri, ex primo ministro libanese, che non era più in esercizio nel momento dell’attentato di cui è stato vittima. Non c’è forse in questo una “doppia misura” flagrante e inaccettabile?

La simultanea eliminazione fisica di due Capi di Stato in carica è stato un evento eccezionale nella storia. La mancanza di inchieste e di processo per questo caso è ugualmente una grande eccezione storica. Come altri, io tendo ad attribuire questo attentato al FPR e penso che l’ordine di abbattere l’aereo sia stato dato dal suo capo, lo stesso Paul Kagame. Il fatto che il FPR abbia rotto il cessate-il-fuoco in vigore, nella stessa notte in cui l’aereo è stato abbattuto e che abbia impegnato le sue truppe in un’offensiva generalizzata che non poteva che essere pianificata da lungo tempo, costituisce un indizio serio.

Altri elementi, apportati da ex membri del FPR, sembrano confermare questa tesi. Tuttavia, alcuni sostengono che sono gli “estremisti hutu” i veri autori dell’attentato e che si tratterrebbe, quindi di un colpo di stato. Ammetto di non credere a questa ipotesi. I principali responsabili dell’esercito sono morti nello schianto dell’aereo, a fianco del presidente. Molti testimoni stranieri che hanno avuto dei contatti con le autorità, infatti, confermano la situazione di un’impreparazione assoluta, addirittura di panico, in cui si sono trovate le persone chiamate a prendere le redini del potere, in quella mattina del 7 aprile. Un’inchiesta internazionale avrebbe potuto contribuire a chiarire il terribile dubbio che persiste ancora, 17 anni dopo i fatti.

– Il quinto punto della controversia è direttamente correlato al quarto: l’attentato contro l’aereo presidenziale è l’elemento che ha scatenato i massacri di massa contro i Tutsi e gli oppositori, in quegli orribili 100 giorni che seguirono la morte del presidente? Rispondere affermativamente a questa domanda dopo aver affermato che Kagame è l’uomo che diede l’ordine di commettere l’attentato vuol dire ammettere la sua responsabilità indiretta in questa tragedia. Non ho mai affermato che Kagame sia stato l’autore di quegli ignobili massacri commessi da aprile a luglio 1994. I responsabili dei crimini commessi nella zona governativa durante questo periodo sono stati chiaramente identificati: sono i partigiani della supremazia hutu, i leader estremisti di diversi partiti a prevalenza hutu e i capi della milizia Interahamwe. In circostanze “normali”, questi politici razzisti non avrebbe avuto la possibilità di andare fino in fondo nella loro follia criminale. Il caos e vuoto di potere che seguirono l’attentato e il panico causato dall’offensiva generale del FPR ne ha dato loro l’opportunità. Questi massacri di massa erano stati pianificatida lunga data, come si è spesso affermato? Non ne so assolutamente nulla: in 17 anni di lavori, il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR) non ha potuto apportare alcuna prova.

Il sesto punto di polemica tra pro e anti Kagame concerne il ruolo dell’esercito francese in Rwanda, in particolare durante l’Operazione Turquoise, dispiegato nel sud-ovest del paese, alla fine della guerra. Certi Francesi e Ruandesi affermano che l’obiettivo di questo intervento era quello di riportare al potere i “genocidari” cacciati da Kigali dalle forze del FPR nel luglio 1994. Essi aggiungono che l’operazione ha permesso agli autori del genocidio di fuggire in Zaire. È opportuno ricordare qui che l’operazione Turquoise aveva un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che la maggior parte dei dignitari del governo erano fuggiti in Zaire via Gisenyi, città di confine ruandese che non è mai stata sotto il controllo dei soldati francesi.

Come se ciò non bastasse, gli accusatori affermano anche che le forze francesi hanno partecipato a massacri di Tutsi, a lato degli Interahamwe e che si sono rese colpevoli di stupri su donne tutsi. Da parte mia, affermo che questa operazione Turquoise, tanto diffamata, ha salvato la vita di migliaia di Tutsi che, in quel tempo, si trovavano in quella parte del Ruanda. Probabilmente non ne ha salvato abbastanza?

In una tragedia di tale portata, è sempre facile, dopo i fatti, sostenere che si poteva fare di più! Io sostengo che i militari francesi hanno fatto un buon lavoro, tenuto conto delle circostanze e del caos che regnava allora in Ruanda. Affermare che quei militari abbiano partecipato ai massacri mi sembra un’accusa di grande fantasia. I militari francesi hanno commesso degli stupri? Io non ne so assolutamente nulla. Se così fosse, tali atti devono naturalmente essere puniti. Sia le accuse di massacri che quelle di stupri mi sembrano invenzioni di un regime dittatoriale che cerca di offuscare l’immagine di un paese colpevole, secondo lui, di aver avuto rapporti con il regime precedente.

– Il settimo punto che scatena passioni concerne il ruolo del Ruanda nel Paese vicino, lo Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo. Eppure i fatti sono ben dimostrati. L’esercito di Paul Kagame ha effettivamente invaso quel paese durante l’ultimo trimestre del 1996. Ha attaccato i campi dei rifugiati ruandesi che si trovavano intorno a Goma e Bukavu, lasciando migliaia di vittime. Se centinaia di migliaia di quei rifugiati non avevano altra scelta che ritornare in patria, altre centinaia di migliaia sono riusciti a fuggire in una corsa disperata attraverso la grande foresta equatoriale del Congo. Sono stati spietatamente braccati dall’esercito di Kigali attraverso tutto il territorio congolese. Nel corso di quel esodo, almeno 200.000 di loro sono morti per la stanchezza e la fame o vittime di massacri da parte dell’esercito ruandese e dei suoi alleati congolesi. Anche in questo caso, evocare la tragica sorte di queste persone sembrano essere, agli occhi dei sostenitori di Kagame, un insulto alle vittime dei Tutsi del 1994. Anche in questo caso, mi ribello contro la diversità del trattamento riservato alle vittime, secondo la loro cosiddetta origine “etnica”.

Il destino del popolo congolese durante gli anni della guerra e dell’occupazione ruandese è stato terribile: i massacri di massa, gli stupri collettivi (anch’essi “di massa”), le continue fughe, la miseria degli sfollati. Il saccheggio delle risorse naturali del Congo, perpetrati per conto del regime di Kigali, è stato ben documentato dai vari gruppi di “esperti” delle Nazioni Unite. Evocarlo non dovrebbe dunque essere oggetto di controversa.

Tutte le questioni menzionate sopra mi inducono, come cittadino, ad indignarmi del fatto che l’attuale Capo di Stato ruandese possa essere ricevuto ufficialmente a Parigi. Dapprima, si dovrebbe far luce su queste questioni. Quando la verità, tutta la verità sarà rivelata, sarà necessario che tutte le vittime di questa immane tragedia possano commemorare le loro sofferenze e i loro lutti, pur riconoscendo e rispettando le sofferenze e i lutti degli altri. Perché, in questa tragedia ruandese, nessuno può avere il monopolio della sofferenza e della commemorazione. Una volta compiuto questo lavoro di memoria, allora si potrà arrivare, poco a poco, ad una vera riconciliazione. Questa potrebbe assumere la forma di un dialogo inter-ruandese. Solo allora il Ruanda e la Francia sarebbero in grado di ristabilire relazioni sane all’interno delle quali si potrebbe accogliere degnamente, a Parigi, il presidente di un Ruanda riconciliato con se stesso.
 


 

[1] Echos d’Afrique, 23.07.’11 – Visite de Kagame en France : faut-il boire le calice jusqu’à la lie?

Hervé Cheuzeville è autore di tre libri: «Kadogo, Enfants des guerres d’Afrique centrale», l’Harmattan, 2003; «Chroniques africaines de guerres et d’espérance», Editions Persée, 2006; «Chroniques d’un ailleurs pas si lointain – Réflexions d’un humanitaire engagé», Editions Persée, 2010.

[2] Echos d’Afrique, 02.08.’11 – Les sept controverses rwandaises