Ago 09 2011

TRIBUNALI COMUNITARI SUL GENOCIDIO IN RWANDA: 3^ PARTE

Rapporto Human Rights Watch, 31 maggio 2011 (3ª Parte)

SOMMARIO:

V. LA DINAMICA COMUNITARIA DEL SISTEMA GACACA.
   A. La partecipazione comunitaria.
   B. I rischi incorsi dai testimoni.
        – Arresti e detenzioni arbitrarie.
        – Accuse di falsa testimonianza o di complicità nel genocidio.
        – Ostracismo e intimidazioni.
   C. Il gacaca come mezzo per regolare dei conti personali.
   D. Il gacaca come mezzo per far tacere gli oppositori e le voci critiche.

VI. INDIPENDENZA E IMPARZIALITÀ NEI PROCESSI GACACA.
   A. Giudici e potenziali conflitti di interesse.
   B. La corruzione.
   C. Le ingerenze esterne.

VII. I CASI DI VIOLENZA SESSUALE.

VIII. UNA GIUSTIZIA SELETTIVA E CHE OMETTE DI TRATTARE I CRIMINI DEL FRONTE PATRIOTTICO RUANDESE.

IX. I PARERI SUL SISTEMA GACACA.
   – Le opinioni dei sopravvissuti al genocidio.
   – Le opinioni delle persone accusate di genocidio.

X. IL SOSTEGNO INTERNAZIONALE AL SISTEMA GACACA.

V. LA DINAMICA COMUNITARIA DEL SISTEMA GACACA

Finora, si è fatto dipendere la riuscita del processo gacaca sulla partecipazione delle comunità locali. Tuttavia, il disinteresse di una notevole parte della popolazione e il silenzio di altri (che hanno assistito ai processi, ma non si sono espressi pubblicamente) hanno limitato l’esito del sistema gacaca, perché non si poteva contare sempre sul pubblico per denunciare una falsa testimonianza o degli errori giudiziari. Le persone avevano giustificati motivi per temere che, se avessero parlato, avrebbero rischiato di essere perseguite anche loro o di avere problemi con i vicini o con il governo. La manipolazione di alcuni processi, da parte di cittadini privati che utilizzavano il sistema gacaca per regolare dei conti o da parte di un governo che si è servito dei gacaca per mettere a tacere le voci critiche, e un’indebita influenza esercitata da altri agenti, come i coordinatori distrettuali, hanno inoltre contribuito a un certo grado di disillusione nei confronti dei tribunali gacaca.

 

A. La partecipazione comunitaria

Molte persone si sono preoccupate del fatto che il parlare di ciò che si sa nei tribunali gacaca potrebbe condurre all’ostracismo sociale o ad altre conseguenze sulle relazioni con le loro famiglie e i loro vicini o creare problemi con le autorità locali. Pertanto, esse hanno deliberatamente deciso di non parlare e hanno scelto la via del “ceceka” (che significa “silenzio”), anche quando erano presenti ai tribunali gacaca. In seguito alle loro dichiarazioni, i testimoni hanno spesso subito delle conseguenze sotto forma di accuse per maldicenza, ideologia genocidaria, minimizzazione del genocidio o, addirittura, complicità nel genocidio. E’ anche possibile che vi sia stato un patto implicito tra alcuni Hutu per non denunciare altri Hutu. Qualunque sia stato il motivo, il fatto che i membri di molte comunità non abbiano attivamente partecipato al processo gacaca ha ridotto l’affidabilità delle procedure e indebolito la tesi del governo, secondo cui la partecipazione della popolazione avrebbe potuto garantire processi equi. Molti Ruandesi non poteva permettersi di sacrificare un giorno o più senza andare a lavorare o a coltivare i loro campi. Dedicando già un giorno della settimana o del mese (secondo le regioni) ai lavori comunitari obbligatori (noti come “umuganda”), molte persone si sono dimostrate reticenti per dedicare un giorno o due in più ogni settimana ai processi gacaca.

Come la partecipazione comunitaria è andata gradualmente diminuendo, le autorità locali e i giudici gacaca hanno cercato di convincere la gente ad assistere alle udienze. Quando la via della persuasione non è stata sufficiente, hanno fatto chiudere i negozi proprio nel giorno delle udienze dei gacaca e hanno minacciato di multare le persone che non vi partecipavano. In alcune regioni, le forze di difesa locale sono passate di casa in casa, per condurre i membri della comunità alle udienze dei tribunali gacaca. I giudici gacaca hanno talvolta usato le forze di difesa locale per impedire alla gente di lasciare le sessioni gacaca prima del previsto. Nel 2004, quando il Parlamento ha modificato le leggi gacaca, il governo era così preoccupato per la bassa affluenza da introdurre una disposizione che rende obbligatoria la partecipazione alle udienze dei tribunali gacaca. Tuttavia, l’assenteismo è aumentato nel corso degli anni, in modo particolare, quando i processi erano lunghi e quando, per diverse volte, si è continuato a prorogare la data della chiusura dei tribunali gacaca.

 

B. I rischi incorsi dai testimoni

La legge gacaca impone a tutti i Ruandesi l’obbligo giuridico di dichiarare ciò che sanno. Ma, esprimendosi in un processo gacaca, sia come testimoni ufficiali o come membri della comunità, gli individui hanno a volte preso un grande rischio personale. Le leggi mal definite, sul “divisionismo” e la “ideologia genocidaria” hanno avuto un effetto dissuasivo sugli individui, circa la loro volontà di esprimersi dinanzi ai tribunali gacaca. Molte persone intervistate da Human Rights Watch tra il 2005 e il 2010, hanno espresso il timore di essere loro stesse accusate di genocidio, o di “minimizzare il genocidio”, nel caso in cui avessero accettato di testimoniare davanti ai tribunali gacaca.

Il rischio di rappresaglie è stato un particolare ostacolo per le persone che hanno perso i propri cari a causa del FPR. Esse non sono potute ricorrere ai gacaca per chiedere una riparazione per i loro morti, perché la competenza dei gacaca è solo per i reati di genocidio commessi contro i Tutsi. Le persone che hanno parlato pubblicamente dei crimini del FPR e messo in discussione la versione ufficiale del genocidio – che solo gli Hutu erano gli assassini e solo i Tutsi erano le vittime – a volte sono state rapidamente accusate di “ideologia genocidaria”, a causa della loro testimonianza.

Nel corso di un processo gacaca nel sud del Ruanda, nell’ottobre 2006, un testimone della difesa, Celestin Sindikuwabo, ha detto che l’accusato era fuggito in Burundi nel 1994, perché lui e altri avevano visto dei soldati del FPR uccidere delle persone. Il tribunale ha assolto l’accusato, ma la polizia ha arrestato Sindikuwabo diversi giorni più tardi, dopo la sua dichiarazione. Nel marzo 2007, un tribunale ordinario ha riconosciuto Sindikubwabo colpevole e l’ha condannato a 20 anni di carcere per “minimizzazione del genocidio”.

Un altro uomo è stato accusato di minimizzare il genocidio per aver affermato, durante una sessione settimanale di un gacaca nel 2006, durante la fase di raccolta delle informazioni, che nel 1994 un gruppo di Tutsi, che cercava rifugio in una chiesa, aveva rubato delle patate dolci in campi appartenenti a dei vicini hutu e che dovrebbero essere obbligati a chiedere scusa davanti ai tribunali gacaca. L’uomo, un sopravvissuto del genocidio, ha passato quasi dieci mesi in carcere, poi è stato assolto da un tribunale ordinario. Le minacce e intimidazioni proferite contro dei testimoni hanno scoraggiato i potenziali testimoni a farsi avanti.

Il rischio di essere arrestato o detenuto arbitrariamente, o di essere accusato per falsa testimonianza o di complicità nel genocidio

Alcuni testimoni sono stati arbitrariamente arrestati, detenuti e, in alcuni casi, processati per falsa testimonianza. Human Rights Watch ha documentato una serie di casi in cui degli individui, di solito dei testimoni a difesa, sono stati processati immediatamente per falsa testimonianza. In un caso del 2007, un testimone della difesa che, durante il genocidio lavorava in un ospedale, ha dichiarato al tribunale di non sapere come siano state uccise le vittime ritrovate morte all’ospedale, perché, in quel momento, egli non c’era. Egli ha suggerito al tribunale di chiederlo al suo ex capo servizio, anche lui presente all’udienza. Il capo servizio, un sopravvissuto del genocidio, ha accusato il testimone di negazione del genocidio, ciò che ha indotto un altro membro della comunità, presente al processo, a fare la stessa cosa. Il tribunale ha immediatamente accusato, processato e dichiarato colpevole il testimone per falsa testimonianza, condannandolo a cinque mesi di carcere. In altri casi, gli individui citati come testimoni si sono ritrovati accusati come coimputati. In alcuni di questi casi, il tribunale ha agito intenzionalmente per obbligare la gente a partecipare all’udienza. In altri casi, le improvvise accuse sono derivate dalle dichiarazioni della persona stessa in quanto testimone, di solito per conto dell’accusato. In un caso, una sopravvissuta del genocidio che ha testimoniato per la difesa di un uomo accusato di essere implicato nella morte di un membro della sua famiglia e che lei riteneva innocente, è stata accusata come istigatrice e condannata a 19 anni di carcere.

La paura di essere ostracizzati dalla comunità

Talvolta, le persone che avevano informazioni pertinenti hanno scelto di non presentarsi, temendo delle conseguenze da parte delle loro comunità locali e del governo. In diversi casi documentati da Human Rights Watch, delle persone detentrici di informazioni che avrebbero potuto aiutare altri a difendersi contro le accuse di genocidio, avendo deciso di rimanere in silenzio, hanno poi chiesto scusa all’accusato o alla sua famiglia. Un sopravvissuto del genocidio è scoppiato in lacrime, nel settembre 2007, quando raccontava a Human Rights Watch che si vergognava di aver rifiutato di testimoniare come testimone della difesa nel corso del processo gacaca di un uomo accusato di genocidio, ma che aveva salvato la sua vita e quella di oltre una dozzina di membri della sua famiglia. Il fatto che alcuni accusati, o dei loro parenti, abbiano dichiarato di capire perché potenziali testimoni per la difesa non si fossero presentati e li hanno perdonati per non avere testimoniato, è indicativo della reale paura dei potenziali testimoni per la difesa.

Intimidazioni

Le persone che comparivano come testimoni per l’accusa o per la difesa dinanzi ai tribunali gacaca sono state oggetto di tentativi di intimidazioni, soprattutto da parte della polizia e di altri funzionari, ma anche di sopravvissuti al genocidio e di parti civili. In alcuni casi, degli individui accusati di genocidio sono stati sospettati di essere all’origine di atti di intimidazione contro membri della comunità o testimoni che li hanno accusati. La legge sui gacaca del 2004 prevede che ogni persona ritenuta colpevole di aver esercitato pressioni o di aver minacciato un testimone o un giudice sia punito con la reclusione da tre a sei mesi. La pena è raddoppiata per i recidivi. Gli individui devono essere deferiti davanti ai tribunali ordinari e processati secondo il codice penale. Se necessario, un’unità speciale di protezione in seno al tribunale è incaricata di aprire inchieste e iniziare le procedure richieste per questi casi. Nel solo 2009, ci sono state 473 indagini, fra cui 181 casi sono stati trattati presso i tribunali ordinari. La maggior parte dei casi documentati da VWSU ha visto coinvolti degli accusati o loro parenti che hanno verbalmente minacciato dei sopravvissuti al genocidio e le loro famiglie. Il VWSU ha registrato anche episodi in cui delle persone accusate hanno minacciato altri detenuti o dei condannati liberati e le loro famiglie, come reazione alle dichiarazioni di queste persone che le avevano accusate davanti ai tribunali gacaca. Il VWSU ha osservato anche un certo numero di casi in cui dei sopravvissuti al genocidio hanno intimidito altri sopravvissuti che hanno difeso delle persone davanti ai tribunali gacaca e altri casi in cui i giudici o dei membri della comunità hanno intimidito dei testimoni per la difesa.

La presenza della polizia e di militari nei processi gacaca ha spesso causato ansia tra i residenti locali. Infatti, la legge gacaca del 2004 permette agli agenti di sicurezza di essere presenti nei processi, sia per garantire l’ordine, sia per partecipare come membri della comunità. In generale, HRW ha osservato una minor partecipazione della comunità quando agenti di polizia o militari partecipavano ai processi. Alcuni partecipanti hanno dichiarato a Human Rights Watch che, quando la polizia o dei militari partecipavano ai processi gacaca, avevano paura di parlare e temevano di essere arrestati. In alcuni casi, la polizia o dei militari armati hanno deliberatamente abusato della loro posizione di autorità durante le udienze, per influenzare dei testimoni e dei membri della comunità.

 

C. Il gacaca come mezzo per regolare dei conti personali

Tra il 2005 e il 2010, Human Rights Watch ha documentato decine di casi in cui degli individui si sono serviti dei processi gacaca per regolare dei conti personali, accusando falsamente qualcuno di genocidio o di reati connessi al genocidio. Spesso, semplici conflitti personali o motivi finanziari ne sono stati la causa. Spesso, si è utilizzato il sistema gacaca per risolvere controversie su questioni di campi, di eredità o di disuguaglianze economiche. Alcuni casi possono aver coinvolto soggetti con interessi commerciali concorrenti.

 

D. Il gacaca come mezzo per far tacere gli oppositori e le voci critiche

I cittadini comuni non erano i soli a manipolare il processo gacaca per scopi personali. Anche funzionari governativi e politici influenti hanno presentato denuncie presso i tribunali gacaca in contesti che suggeriscono chiaramente che l’obiettivo era quello di mettere a tacere delle voci critiche e potenziali oppositori politici. Negli ultimi anni, vari parlamentari hanno dovuto affrontare accuse di genocidio in casi che sembrano avere poco a che fare con il genocidio.

 

VI. INDIPENDENZA E IMPARZIALITÀ NEI PROCESSI GACACA

I giudici gacaca trattano questioni relative agli eventi che si sono verificati nella propria regione. Dopo aver vissuto il genocidio, molti hanno le loro opinioni su quanto accaduto, altri conoscono alcune o tutte le parti coinvolte, che si tratti di parenti, amici o colleghi di affari. Osservatori ruandesi e internazionali ritengono che questi fattori abbiano dato origine a potenziali conflitti di interesse o a una parzialità intrinseca e che, anche con le migliori intenzioni, la maggior parte dei giudici gacaca abbia inevitabilmente incontrato serie difficoltà nel valutare gli elementi di prova con imparzialità. Il processo gacaca è stato oggetto anche di una corruzione generalizzata e di interferenze politiche. I due fenomeni si verificano anche nel sistema giudiziario ordinario, ma sembrano essere più accentuati nei tribunali gacaca. I giudici non sono gli unici ad averne approfittato: anche gli accusati e i sopravvissuti al genocidio hanno cercato di trarne un vantaggio personale mediante la corruzione. A volte, le autorità locali, tra cui i coordinatori di distretto, hanno interferito nelle decisioni. Sia la mancanza di indipendenza dei tribunali che la corruzione hanno indebolito la fiducia della popolazione nei confronti dei processi gacaca e hanno condotto a delle decisioni che non riflettevano ciò che è realmente accaduto durante il genocidio.

 

A. Giudici e potenziali conflitti di interesse.

Finora, il NSGC ha dimesso oltre 45.000 giudici gacaca dalle loro funzioni, a causa di accuse di implicazione nel genocidio. Dopo essere stati licenziati, molti di questi giudici sono stati portati davanti ai tribunali Gacaca. Per i giudici che sono loro stessi sopravvissuti al genocidio o che hanno perso dei familiari nel genocidio può essere difficile rimanere imparziali. Ma al di là di questi casi più chiari, non è sempre stato facile identificare i conflitti di interesse meno evidenti come, per esempio, i legami familiari o legami d’affari poco conosciuti tra le principali parti in causa.

Un giudice gacaca, sopravvissuto del genocidio, ha apertamente dichiarato a Human Rights Watch di avere incontrato, in molti casi, delle difficoltà per rimanere imparziale, perché le vittime e gli accusati erano tutti dei vicini di casa. Tuttavia, ci sono stati anche molti giudici sopravvissuti al genocidio che non hanno mostrato alcuna parzialità, dimostrando un’evidente capacità di mettere da parte i loro sentimenti e di concentrarsi sugli elementi di prova disponibili. Secondo la legge, un giudice deve ricusare se stesso se: (i) una delle parti è un coniuge o un membro della famiglia (genitori, fratelli, sorelle e cugini), (ii) esiste un grave conflitto o un’amicizia tra il giudice e una delle parti, (iii) il giudice è tutore di una delle parti. Di solito, all’inizio di ogni processo, il giudice presidente chiede alle parti implicate se hanno qualche obiezione da fare circa la presenza di uno dei giudici. Se qualcuno solleva un’obiezione, i giudici si ritirano per dirimere la questione. Molti casi sono stati risolti correttamente, ma Human Rights Watch ha documentato una serie di casi in cui i giudici hanno rifiutato di ricusare se stessi, pur trovandosi in tali situazioni.

 

B. La corruzione e la ricerca di guadagno personale attraverso il sistema gacaca

Molti Ruandesi, sia sopravvissuti al genocidio che accusati, sia testimoni che giudici, hanno dichiarato a Human Rights Watch che, nel corso degli anni, il sistema gacaca è diventato un “affare” lucrativo. Quasi tutti gli intervistati sono d’accordo nell’affermare che la corruzione ha influito pesantemente sulle decisioni prese da certi tribunali gacaca. Alcuni hanno parlato delle loro esperienze o di casi di cui erano venuti a conoscenza direttamente. Fra questi casi, alcuni riguardano:

– l’accettazione, da parte di giudici, di tangenti offerte da accusati ricchi in cambio di assoluzioni;

– la richiesta all’accusato, da parte di giudici, di un versamento di denaro in cambio dell’assoluzione.

– la denuncia, da parte di sopravvissuti al genocidio, contro persone ricche della comunità, accusandole di certi crimini, in vista di ricevere una compensazione monetaria per ritirare il caso.

– l’accettazione, da parte di testimoni, di tangenti offerte dall’accusato;

– l’accettazione di affari offerti da parti civili in cambio di false accuse, della modifica della loro testimonianza o della difesa di un accusato.

In diversi casi, i giudici hanno fatto ricorso a persone intermediarie – che conoscevano sia il giudice che l’accusato – per contattare l’accusato o la sua famiglia con lo scopo di chiedere denaro in cambio di un’assoluzione. L’accusato o la famiglia hanno pagato o in contanti, o mediante assegno o depositando il denaro sul conto bancario dell’intermediario. Gli importi pagati dipendevano, in larga misura, dallo stato socio-economico dell’accusato, con casi documentati da 100.000 franchi rwandesi (circa 165 dollari) a cinque milioni di franchi rwandesi (circa 8.200 USD). In alcuni casi, l’accusato o la sua famiglia hanno rifiutato di pagare la tangente. Per altri, il rifiuto di pagarla ha comportato una condanna. Nella maggior parte dei casi, l’affare delle tangenti ha coinvolto solo uno o più giudici.

Alcuni accusati hanno cercato di essere assolti o di evitare il processo

Human Rights Watch ha documentato dei casi in cui l’accusato ha preso contatti con giudici o sopravvissuti al genocidio, direttamente o tramite un intermediario, offrendo loro del denaro in cambio di un’assoluzione o per chiedere alla vittima di lasciar cadere la questione. In alcuni di questi casi, la persona interessata ha dichiarato a Human Rights Watch che essa era colpevole, ma ha detto di non volere subire l’umiliazione di una condanna o di essere mandata in prigione. In altri casi, gli individui hanno ribadito la loro innocenza, ma hanno affermato di essere stati pronti a pagare una tangente, perché non avevano sufficienti testimoni a difesa per dimostrare la propria innocenza.

 

C. Ingerenze esterne nel processo decisionale

In alcuni casi, terze parti hanno interferito con il processo gacaca. La maggior parte dei casi hanno visto coinvolto il coordinatore del distretto, che a volte ha avuto una notevole influenza sui giudici gacaca e sul processo gacaca in generale. A volte, i coordinatori di distretto hanno omesso di inviare per tempo l’invito a comparire a detenuti e accusati. Altre volte, non hanno inviato alle autorità carcerarie i risultati del processo e, in questo modo, i prigionieri che erano stati assolti sono rimasti ulteriormente in detenzione. In alcuni di questi casi, sembra che le omissioni siano state decise in modo deliberato. Altrettanto problematici sono stati i casi in cui il coordinatore del distretto sembra avere influito sul corso del processo gacaca. In generale, l’implicazione dei coordinatori di distretto è avvenuta in maniera implicita, dietro le quinte, istruendo i giudici su come aprire un nuovo fascicolo e su come giudicare un determinato caso. A volte, i coordinatori di distretto hanno contattato i giudici, mentre stavano per deliberare e avrebbero indebitamente influenzato le loro decisioni.

 

VII. I CASI DI VIOLENZA SESSUALE: L’ANTITESI DEL PROCESSO GACACA

Fino al 2008, i casi di stupro relativi al genocidio sono stati trattati dai tribunali ordinari. Dato che, negli anni immediatamente successivi al genocidio, solo un numero limitato di donne si erano presentate presso tali tribunali, il governo ha ripetutamente incoraggiato le donne a denunciare i casi di stupro, rassicurandole che i loro casi sarebbero stati trattati in maniera confidenziale dai tribunali ordinari. Nel maggio 2008 il governo ha cambiato strategia e ha approvato una nuova legge che ha trasferito tutti questi casi dinanzi ai tribunali gacaca. Inoltre, il Parlamento ha approvato una legge secondo cui tutti i casi di prima categoria dovevano essere trasferiti davanti ai tribunali gacaca, eccetto i casi in cui l’accusato avesse occupato un posto di governo a livello di prefettura o superiore. Oltre 8.000, cioè il 90% di questi casi, concernevano stupri o violenze sessuali. Per proteggere la privacy delle vittime, la nuova legge prevedeva che questi casi fossero trattati a porte chiuse. Questa decisione pose due principali problemi. In primo luogo, nonostante il carattere riservato della procedura, portare questi casi dinanzi ai tribunali gacaca ha fatto sì che intere comunità siano venute a conoscenza di casi di stupro che coinvolgevano donne che avevano inizialmente deciso di denunciare il crimine presso i tribunali ordinari. Pertanto, l’obiettivo di proteggere la privacy delle vittime di stupro è stato seriamente compromesso e la fiducia di queste donne è stata tradita.

In secondo luogo, la decisione di tenere il processo a porte chiuse davanti ai tribunali gacaca, basati tuttavia sulla partecipazione della comunità per confermare la veridicità delle prove, ha portato a notevoli rischi di errori giudiziari, sia per le vittime che per l’accusato. Essendo la partecipazione popolare la caratteristica dei tribunali gacaca, il trattamento di casi a porte chiuse ha contraddetto la natura stessa del sistema gacaca. La maggior parte delle vittime intervistate da Human Rights Watch ha dichiarato di avere avuto paura di parlare davanti ai tribunali gacaca sulle violenze sessuali subite e di avere accettato a malincuore. Hanno dato varie ragioni per la loro riluttanza. In primo luogo, la maggior parte ha temuto che le loro dichiarazioni non rimanessero confidenziali, dal momento che i giudici erano tutti membri delle loro comunità locali e, in alcuni casi, conoscenti degli accusati.

La rappresentante di un’organizzazione di donne ha indicato che, nel sistema gacaca, a volte coloro che sono accusati hanno chiesto alle donne di accettare del denaro in cambio di una loro rinuncia alla continuazione del processo. Alcune altre donne hanno accettato denaro da membri della comunità per dichiarare di essere state violentate, anche se non era vero. Secondo un giudice gacaca che ha trattato casi di stupro, a volte degli individui sono stati falsamente accusati di stupro, quando era difficile accusarli di altri reati. Per la maggior parte delle donne, l’esperienza di presentarsi dinanzi ai tribunali gacaca è stata emotivamente difficile. Una donna ha detto di non poter parlare in udienza di ciò che le era accaduto, perché conosceva tutti i giudici della sua comunità e non si sentiva a suo agio per raccontare loro l’accaduto. Un’altra donna ha affermato che, nel corso dell’udienza, i giudici gacaca facevano delle domande “scorrette” o insensibili. La maggior parte degli intervistati, tuttavia, ha ritenuto che i giudici agissero in modo appropriato e con la sensibilità richiesta dalla situazione.

 

VIII. UNA GIUSTIZIA SELETTIVA E CHE OMETTE DI TRATTARE I CRIMINI DEL FRONTE PATRIOTTICO RUANDESE

Una delle carenze più gravi della legge gacaca è che non si occupa dei crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dal FPR. Secondo almeno quattro organismi delle Nazioni Unite e un certo numero di ONG che hanno raccolto testimonianze, anche dei militari del FPR hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Uno studio condotto dall’Alto Commissariato per i Rifugiati ha stimato che il FPR abbia ucciso tra 25.000 e 45.000 persone tra aprile e agosto 1994. Secondo il diritto ruandese e quello internazionale, tutti i cittadini hanno il diritto alla giustizia, indipendentemente dalla loro origine etnica e dalla loro appartenenza politica o da quelle degli accusati, che si tratti di un reato definito sia come genocidio, sia come crimine di guerra o crimine contro l’umanità. Ai sensi della legge gacaca del 2001, i tribunali gacaca hanno competenza anche sui crimini di guerra. Tuttavia, considerazioni politiche hanno rapidamente eliminato dal sistema gacaca i crimini commessi dal FPR, lasciando le vittime di tali crimini e le loro famiglie senza alcuna speranza di ottenere giustizia. Nel giugno 2002, nel suo discorso per la presentazione del sistema gacaca, il Presidente Kagame ha dichiarato che sarebbe un grave errore confondere il genocidio con gli “atti di vendetta commessi da singoli individui”. La legge gacaca del 2004 ha ritirato i crimini di guerra dalla competenza dei tribunali gacaca, limitando la loro competenza ai crimini di genocidio e crimini contro l’umanità. Inoltre, una campagna nazionale lanciata dal governo ha fatto sì che i crimini commessi dal FPR non siano neppure menzionati davanti ai tribunali gacaca.

Le autorità governative hanno spesso detto che chiunque abbia sofferto per mano di un militare dovrebbe denunciarlo alla polizia, affinché sia condotto davanti alla giustizia. Ma dal momento che la discussione sui crimini di guerra del FPR è stata, e continua ad essere considerata come espressione di una “ideologia genocidaria” o della teoria del “doppio genocidio”, sono pochi i Ruandesi che sono stati disposti a deporre denunce sui crimini del FPR. L’impossibilità di affrontare questi crimini davanti ai tribunali gacaca e di fornire alle persone, che hanno perso dei parenti per mano di soldati del FPR, una qualsiasi forma di ricorso, ha provocato amarezza e frustrazione in molti Ruandesi. Oltre all’esclusione di questi reati dalla competenza dei tribunali gacaca non ci sono stati altri modi, per le vittime di questi crimini, di ottenere giustizia. Pochissimi militari del FPR, e meno ancora tra gli ufficiali, sono stati accusati e processati per questi crimini, ed è quasi un tabù, in Ruanda, parlare di questi fatti in pubblico. Il risultato è che la maggior parte delle vittime e dei parenti delle vittime dei crimini commessi dal FPR hanno quasi rinunciato a chiedere giustizia. Nel 2009, il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha chiesto al Ruanda di aprire indagini e processare i soldati del FPR responsabili dei massacri delle “molte persone, incluse donne e bambini, uccise sin dal 1994”. Nessuna azione è stata poi intrapresa.

Il governo ruandese afferma che i crimini del FPR sono stati perseguiti. Tuttavia, fino ad oggi, la giustizia militare ha processato solo 36 ufficiali, alcuni ancora in funzione, altri no, per omicidi od altre violazioni dei diritti umani commesse durante l’anno 1994. La maggior parte dei condannati erano dei semplici soldati o sottufficiali e hanno ricevuto pene di meno di quattro anni, non certo proporzionate alla gravità dei crimini. Da parte sua, anche il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR), ha omesso di perseguire i crimini commessi dal FPR, anche se rientrano perfettamente nel suo mandato. Molti Ruandesi sono reticenti nel parlare apertamente della necessità di processare i crimini del FPR, ma coloro che hanno il coraggio di affrontare l’argomento hanno espresso la loro frustrazione e insoddisfazione nei confronti dei gacaca. Alcuni ritengono che il governo abbia cercato di imporre un’unica versione della storia ruandese, anche se inesatta- che il FPR ha fermato il genocidio e salvato il popolo ruandese, senza commettere crimini – mentre altri pensano che il FPR non voglia ammettere i suoi crimini, perché ciò indebolirebbe la sua autorità morale. L’impossibilità per le vittime dei crimini commessi dal FPR di presentare le loro denunce davanti ai tribunali gacaca o di farlo in altre sedi, ha ostacolato gli sforzi di riconciliazione.

 

IX. I PARERI SUL SISTEMA GACACA

Ha il sistema gacaca raggiunto i suoi obiettivi dichiarati? Ha rivelato la verità su quanto accaduto durante il genocidio, ha accelerato i processi, ha sradicato la cultura dell’impunità, ha riconciliato i Ruandesi, ha dimostrato che il Ruanda ha la capacità di risolvere i suoi problemi?

 

Le opinioni dei sopravvissuti al genocidio

Un certo numero di sopravvissuti al genocidio hanno dichiarato a Human Rights Watch che il sistema gacaca ha svolto un ruolo positivo nella loro vita. Hanno affermato che la cosa più importante è che hanno appreso ciò che era accaduto ai loro parenti e che il processo ha permesso loro di dare ai membri della loro famiglia una “degna sepoltura”. Altri sopravvissuti al genocidio hanno contestato questa posizione, dicendo che, nei processi gacaca, non è stato rivelata tutta la verità, a causa di confessioni parziali, di false e di verdetti che non sempre sono stati il riflesso degli elementi di prova presentati al processo. Molti dei sopravvissuti al genocidio hanno espresso preoccupazioni per la corruzione e la parzialità dei giudici. A proposito di riconciliazione, alcuni sopravvissuti al genocidio hanno dichiarato di essersi sentiti obbligati a perdonare pubblicamente coloro che avevano causato loro un torto, anche se nel loro cuore, non li avevano perdonati. A proposito di ciò, una donna ha detto: “Si tratta di una riconciliazione imposta dal governo. Il governo ha costretto le persone a chiedere e a concedere il perdono. Nessuno lo fa volontariamente”. Secondo molti superstiti del genocidio, la riconciliazione è ancora precaria. Molti di loro hanno parlato della necessità di vivere in pace e di convivere con i loro vicini hutu, ma la maggior parte ha ammesso di vedere la gente ancora attraverso il prisma di “hutu” e “tutsi”.

 

Le opinioni delle persone accusate di genocidio

Molti accusati ritengono che considerazioni politiche abbiano fortemente influenzato i processi gacaca e che le sentenze non siano sempre state giuste o basate su fatti reali. Come molti superstiti del genocidio, anche degli accusati si sono detti preoccupati per la corruzione, le false accuse e la parzialità di alcuni giudici. Inoltre, alcuni hanno affermato che il loro caso aveva a che fare meno con il genocidio e più con conflitti privati con vicini di casa, amici o persino membri della famiglia. Un certo numero di persone accusate hanno deplorato il fatto che gli Hutu non abbiano potuto chiedere giustizia per i crimini commessi dal FPR. Ritengono ingiusto che solo certi crimini siano potuti essere portati davanti ai tribunali gacaca e che la perdita dei loro cari per mano del FPR non sia stata riconosciuta come tale. Altri hanno sostenuto che il sistema gacaca aveva obiettivi poco chiari e che è stato creato per imporre un senso di colpa collettivo a tutti gli Hutu. Una persona ha descritto il sistema gacaca come un “mezzo per colpire gli Hutu”. Per queste persone, la natura stessa dei gacaca non poteva rompere il ciclo di impunità e ha, invece, causato più problemi. Commentando il contributo del sistema gacaca alla riconciliazione, la moglie di un uomo riconosciuto colpevole, ha dichiarato: “Il sistema gacaca ha lasciato gli Hutu e i Tutsi ancora più divisi che mai”.

Per quanto riguarda la questione della riconciliazione, tre principali conclusioni possono essere tratte. In primo luogo, la giustizia da sola non può portare la riconciliazione e può essere solo una tappa di un processo molto più lungo e complesso. Infatti, 17 anni dopo il genocidio, nelle comunità c’è ancora diffidenza tra i due principali gruppi etnici. In secondo luogo, i processi gacaca hanno riaperto alcune ferite e rinforzato le divisioni etniche. In pratica, il governo ha vietato di parlare in pubblico in termini di “hutu” e “tutsi”, nel tentativo di calmare le tensioni etniche e di rafforzare il concetto di “un solo Rwanda”, ma il sistema gacaca ha rinforzato altre etichette che seguono le linee etniche: quelle di “vittima” e “criminale”. Nel sistema gacaca, i Tutsi sono solo vittime e, di solito, solo gli hutu sono criminali. In terzo luogo, in Ruanda, la riconciliazione si concretizza meglio nella “convivenza” e coesistenza pacifiche come necessità quotidiane, che nella confessione forzata degli accusati e il perdono costretto emesso dagli scampati al genocidio.

 

X. IL SOSTEGNO INTERNAZIONALE AL SISTEMA GACACA

Il sistema gacaca non sarebbe stato possibile senza il significativo sostegno dei finanziatori internazionali. Negli ultimi dieci anni, Belgio, Paesi Bassi e Unione europea (UE) ne sono stati le principali fonti di finanziamento. Anche Austria e Svizzera vi hanno contribuito. Il Belgio è stato il primo e il più grande donatore, versando al NSGC, tra il 2000 e il 2008, circa 8.100.000 € (circa 11,3 milioni di $). La maggior parte di questi finanziamenti è stata utilizzata per la formazione dei giudici gacaca e per fornire supporto logistico, compresi tavoli, sedie e computer portabili. Oltre al finanziamento del NSGC, il Belgio ha annualmente fornito 1.500.000 € (circa 2,1 milioni di $), per un totale di 12 milioni di € (circa 16,8 milioni di $) destinati alle ONG che forniscono un’assistenza ai processi gacaca e al sistema giudiziario in generale, essendo le due organizzazioni principali ASF e PRI.

L’Olanda è stato un altro importante finanziatore del sistema gacaca fornendo, tra il 2002 e il 2009, più di 5 milioni di € (7 milioni di dollari). Gran parte di tale finanziamento è stata erogata tramite un fondo comune, cui partecipavano anche Svizzera e Austria e che ha fornito assistenza tecnica al NSGC. L’aiuto principale fornito attraverso questo fondo, o ufficio di assistenza tecnica, è stato per la formazione dei giudici gacaca. Svizzera e Austria hanno abbandonato il progetto dopo la fase pilota nel 2005, ma l’Olanda ha continuato a sostenere la formazione dei giudici anche dopo quegli anni. L’UE ha partecipato per un importo di circa 3.000.000 di € (4,2 milioni di $) erogati tra il 2002 e il 2009. Il finanziamento è stato versato direttamente al NSGC ed è stato usato soprattutto per la formazione dei giudici e la pubblicazione della newsletter Inkiko-Gacaca, un’iniziativa del governo per informare sulle attività dei gacaca. Come altri donatori, l’UE ha finanziato le ONG che hanno appoggiato il sistema di gacaca come osservatori o apportando una consulenza psicologica alle vittime di stupri, i cui casi sono stati processati presso i tribunali gacaca. Nel 2010, l’UE ha cessato di finanziare progetti specifici, orientandosi verso un contributo finanziario settoriale al bilancio nazionale, fornendo un sostegno finanziario al settore giudiziario nel suo insieme e consentendo al governo ruandese di determinare come dovrebbe essere speso il denaro ricevuto.

L’Austria ha fornito 1.200.000 di € (1,68 milioni di $) tra il 2002 e il 2010, con dei fondi inizialmente versati al fondo comune di sostegno dell’Ufficio di assistenza tecnica e poi direttamente al SNJG, per la creazione di un centro di documentazione audiovisiva. Nello stesso periodo, l’Austria ha devoluto altri 570 000 € (circa 796 000 $) a gruppi della società civile presenti come osservatori dei processi gacaca. La Svizzera ha contribuito con un milione di franchi svizzeri (circa 1,11 milioni $) nella fase pilota 2002-2004. Tuttavia, nel 2005, ha ritirato il suo sostegno, prima che il sistema gacaca fosse esteso a livello nazionale e dopo aver percepito che il processo gacaca potesse esacerbare le tensioni sociali. La Svizzera ha cercato di riorientare i suoi fondi verso la riforma di alcuni aspetti problematici del sistema gacaca, ma il governo ruandese non si è dimostrato ricettivo alla proposta della Svizzera che, per conseguenza, non ha più fornito alcun altro finanziamento. Tuttavia, fino al 2008, ha continuato a finanziare almeno un’ONG impegnata nell’osservazione del sistema gacaca. Spesso i Paesi finanziatori non hanno usato la loro capacità di influenza per rispondere ai problemi più fondamentali e sistemici descritti nel presente rapporto. Data la portata del loro sostegno finanziario e politico al sistema giudiziario, i finanziatori avrebbero dovuto utilizzare la loro posizione per fare pressione sul governo ruandese, affinché adottasse misure correttive per porre fine alla corruzione e all’utilizzazione abusiva del sistema gacaca per fini personali o politici.