Lug 25

Congo Attualità n° 127

SOMMARIO:

EDITORIALE
1. PROCESSO ELETTORALE
-La revisione delle liste elettorali
– La promulgazione della legge elettorale
– I partiti politici e i candidati di fronte alle prossime elezioni.

2. POLITICA INTERNA


3. KIVU

– Una carneficina umana
– La celebrazione del 51º anniversario dell’indipendenza della RDCongo
– Il rimpatrio dei rifugiati
– Un nuovo alibi di Kigali per l’invasione della RDCongo

EDITORIALE

La legge elettorale è stata promulgata. La Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) ha finalizzato l’iscrizione dei cittadini, aventi diritto di voto, sulle liste elettorali e, finora, ha mantenuto la data del 28 novembre 2011 come giorno in cui si terranno le elezioni presidenziali e legislative. Tutti sperano che tali elezioni possano svolgersi in un clima politico sereno e pacato. Ma le numerose irregolarità rilevate nel corso dell’iscrizione degli elettori sulle liste elettorali sembrano mettere a dura prova tale speranza. La Ceni dovrà porvi rimedio al momento del controllo finale delle liste elettorali, perché il successo delle elezioni e l’accettazione dei risultati dipenderanno in gran parte dal grado di trasparenza in cui si svolgerà tale operazione.

All’Est del Paese, anche se non si parla più di scontri armati, né di guerra aperta, tuttavia l’insicurezza non fa che aumentare. Attacchi a villaggi e autoveicoli, furti nelle case private, stupri collettivi, scomparse di persone, omicidi e soprusi di ogni tipo continuano a far parte della vita quotidiana. Contemporaneamente, si assiste all’arrivo di persone sconosciute e di stranieri, che si presentano come rifugiati congolesi di ritorno in patria. La gente del posto, tuttavia, dice apertamente che si tratta di Ruandesi. Gli uomini del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) e del Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD), ex movimenti politico militari filoruandesi e ora partiti politici riconosciuti legalmente, controllano il comando dell’esercito, gran parte dell’amministrazione locale e la quasi totalità del commercio minerario.

Molti osservatori temono che siano proprio i militari del CNDP e del RCD, integrati nell’esercito nazionale e rimasti, tuttavia, fedelissimi al regime ruandese, che fomentino l’insicurezza all’Est del Paese, in particolare nei due Kivu, per costringere la popolazione autoctona ad abbandonare la loro terra e consegnarla ai nuovi arrivati ruandesi che si presentano come rifugiati congolesi di ritorno in patria.

La popolazione del Kivu è pronta ad avere rapporti di collaborazione con i Paesi limitrofi, tra cui il Ruanda e ad accogliere, in condizioni regolari, qualsiasi immigrato, anche ruandese. Ciò che la popolazione locale non accetterà mai è un’occupazione ruandese del suo territorio mediante la violenza, l’imposizione e l’infiltrazione clandestina. Ultimamente, la protesta contro l’insicurezza ha preso la forma del boicottaggio delle celebrazioni del 51° anniversario dell’indipendenza, come è successo il 30 giugno scorso a Bukavu (Sud Kivu) e a Butembo (Nord Kivu), perché “non si può celebrare una tal ricorrenza, quando la popolazione è sistematicamente uccisa, brutalmente violentata e derubata delle sue ricchezze”. Anche la resistenza popolare all’occupazione ruandese del territorio congolese assume svariate forme: un piccolo commerciante è stato assassinato da un gruppo di militari, perché ha osato opporsi a un loro collega che voleva derubarlo lungo la strada. Di questo piccolo commerciante è stato scritto: “Addio Kambasu! Il tuo combattimento a mani nude contro i teppisti armati dimostra la tua resistenza fino alla fine contro l’occupazione della terra dei tuoi antenati. Tu sei un vero martire di Beni-Lubero perché sei stato ucciso in un’azione di autodifesa e non hai mai ceduto ai capricci del nemico. Hai mantenuto la tua libertà fino alla fine, perché, per te, occorre vivere liberi o morire!”

1. PROCESSO ELETTORALE

La revisione delle liste elettorali

Nel Nord Kivu, sin dall’inizio della registrazione degli elettori, il 2 aprile, e a 14 giorni dal termine dell’operazione, la società civile, l’Ong Human Rescue, ASADHO, il Kyaghanda Kikulu della comunità Nande, il parlamento FURU/Butembo e i partiti politici dell’opposizione continuano a far notare alla CENI diverse irregolarità relative all’operazione stessa, tra cui: 1. L’insicurezza nei centri di iscrizione, 2. la mancanza di testimoni dei partiti politici dell’opposizione e della società civile nei centri di iscrizione situati in zone interessate dall’arrivo di Ruandesi, 3. L’iscrizione di minorenni, militari e stranieri (il caso di Ruandesi e Ugandesi iscritti a Goma), 4. La lontananza e il numero ridotto dei centri di iscrizione, in rapporto al 2006, 5. l’insufficienza delle schede di identificazione, 7. i frequenti guasti dei computer, 8. L’inesperienza di dattilografi assunti per clientelismo, 9. Il mancato pagamento dei funzionari della CENI, 10. Il mancato pagamento degli agenti di polizia addetti alla sicurezza dei centri di iscrizione, ecc.

Invece di inviare dei controllori nei posti in cui sono state rilevate tali irregolarità, la CENI promette di revisionare le liste elettorali a Kinshasa, quando l’operazione di iscrizione sarà completata (cioè in assenza di testimoni). Nella provincia del Nord Kivu, dove negli ultimi tempi dei Ruandesi riescono ad infiltrarsi in gran numero, l’operazione di verifica sarebbe dovuta essere effettuata in loco, nel momento stesso dell’iscrizione. Nella provincia di Nord Kivu, la pubblicazione delle liste in ogni centro di iscrizione e l’occhio vigile degli osservatori indipendenti avrebbero reso più credibile l’operazione di iscrizione degli elettori.

Le informazioni provenienti dal Nord Kivu sull’operazione di revisione del registro elettorale sono preoccupanti e potrebbero screditare l’intero processo elettorale in corso. Testimonianze di persone del Nord Kivu rivelano che dei Ruandesi continuano ad attraversare la frontiera del Paese di Paul Kagame, per venire ad iscriversi sulle liste elettorali di alcuni villaggi e città, come Rumangabo e Goma, per ottenere la tessera elettorale. Questa situazione sta già generando preoccupazione tra la popolazione del Nord Kivu. Un Congolese che ha recentemente effettuato una missione di servizio in Ruanda, ha confermato di aver visto, a Kigali, un Ruandese in possesso di una tessera elettorale emessa dalla Ceni. La tessera elettorale rilasciata dalla Ceni ha valore di carta d’identità provvisoria.

Ma questa tessera è in possesso anche di cittadini di paesi limitrofi alla RDCongo, come il Ruanda.

Il 4 luglio, una manifestazione dell’opposizione congolese è stata violentemente dispersa dalla polizia, a Kinshasa, davanti alla sede della CENI. La polizia congolese ha usato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti che protestavano contro le irregolarità rilevate nell’operazione di registrazione degli elettori. Secondo un primo bilancio, c’è stato un morto e diversi feriti. Molti manifestanti sono stati arrestati.

Secondo un testimone, gli scontri sono scoppiati quando una delegazione dell’UDPS (Unione per la Democrazia e del Progresso Sociale), il partito di opposizione guidato da Etienne Tshisekedi, è stata impedita di consegnare alla commissione elettorale un memorandum sulle irregolarità constatate. La delegazione guidata dal Segretario Generale dell’UDPS, Jacquemain Lukoo Shabani, è potuta finalmente entrare nell’edificio, ma gli scontri sono continuati all’esterno. Il capo della polizia, il generale Charles Bisengimana, ha dichiarato che la manifestazione non era stata autorizzata e che le forze di sicurezza sono intervenute per ristabilire l’ordine, i manifestanti avendo incendiato un taxi e gettato molotov. Ha aggiunto che un poliziotto è stato ferito. Il memorandum rilasciato alla CENI dall’UDPS e dalla DTP (Dinamica Tshisekedi Presidente) denuncia alcune irregolarità constatate nelle operazioni di registrazione degli elettori: assegnazione di tessere elettorali a minorenni, stranieri, agenti di polizia e militari, emissione di tessere elettorali senza le due impronte digitali conformi, iscrizioni multiple, sottovalutazione del corpo elettorale in alcune province, assenza di certi territori nello schedario elettorali, mancanza di tessere elettorali, il mancato pagamento di funzionari della CENI, disuguale distribuzione del tempo dato alle operazioni di iscrizione (60 giorni per Kinshasa, la provincia più popolosa, e 90 giorni altrove), riduzione intenzionale del numero dei centri di iscrizione, da 9120 (nel 2006) a 6917 (nel 2011), con la conseguenza di lunghe distanze da percorrere da parte della popolazione; grandi distanze da un centro di iscrizione ad un altro, in particolare nelle province “favorevoli” all’opposizione, previsioni di statistiche stimate su ipotesi infondate. Secondo l’UDPS, queste irregolarità possono disturbare il buon andamento delle elezioni 28 novembre 2011.

Per elezioni trasparenti, l’UDPS richiede alla CENI la pubblicazione delle liste elettorali, l’accesso al server centrale della Commissione elettorale, la presenza di testimoni dei partiti politici e di osservatori nei vari centri di trattamento dei dati e l’estensione, in alcune province, tra cui Kinshasa, del periodo di iscrizione. Inoltre, secondo l’UDPS, la CENI dovrà istituire un quadro permanente di consultazione tra i rappresentanti dei partiti politici e la CENI stessa, per fare una valutazione settimanale e mensile del processo elettorale. Per l’UDPS e la DTP, “un sit-in verrà organizzato ogni lunedì, fino a quando la CENI non risponderà positivamente alle specifiche questioni elencate nel memorandum”.

Il 6 luglio, la divisione elettorale della Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Congo (MONUSCO) ha dichiarato che, fino al 3 luglio, la CENI aveva già registrato 29.691.517 elettori su un totale di 31.000.000 elettori previsti. In tale data, la città di Kinshasa, in cui l’operazione di revisione delle liste elettorali è stata prolungata di dieci giorni, la CENI aveva già iscritto 2.908.336 elettori sui 3.573.399 previsti. Il periodo di revisione delle liste elettorali, che doveva concludersi il 30 giugno, è stato prolungato di dieci giorni anche nelle sei province di Bandundu, Kasai Orientale, Sud Kivu, Nord Kivu, Equateur e Provincia Orientale.

La promulgazione della legge elettorale

Il 7 luglio, la televisione nazionale congolese ha annunciato, nel suo telegiornale delle 23h30, che il Presidente della Repubblica, Joseph Kabila, ha promulgato la legge elettorale il 25 giugno. Il responsabile della stampa presidenziale, Andre Ngwej Katot End Nao, ha affermato che la legge è entrata in vigore il 25 giugno stesso, data della firma. Nella mattinata dello stesso 7 luglio, il costituzionalista Gaspard Ngondankoy, che è anche capo dell’ufficio del Presidente del Senato, aveva dichiarato che il periodo costituzionale concesso al presidente per promulgare la legge elettorale era scaduto il 5 luglio. Secondo lui, essendo stata la legge trasmessa al Presidente il 20 giugno, essa entrerebbe automaticamente in vigore il 7 luglio, a norma dell’articolo 140 della Costituzione. Questo articolo stabilisce, infatti, che il Presidente della Repubblica promulga la legge entro quindici giorni dalla sua trasmissione. Dopo questo periodo, è la promulgazione della legge diventa automatica, ha ricordato Gaspard Ngondankoy.

I partiti politici e i candidati di fronte alle prossime elezioni

Vital Kamerhe, Francois Muamba e François-Xavier Beltchika stanno cambiando il volto dell’opposizione e stanno emergendo come principali protagonisti delle prossime elezioni. Alla vigilia delle prossime elezioni generali, la scena politica congolese sta subendo profondi cambiamenti, sia nella maggioranza che nell’opposizione. Rotture e cambiamenti di strategie sono in atto da oltre un anno, con un impatto sulla configurazione politica del momento. La nuova distribuzione delle carte che scaturisce da questi cambiamenti comporta l’emergere di nuovi leader in grado di perturbare i calcoli sulle elezioni presidenziali e legislative del 28 novembre prossimo. Il primo a beneficiare maggiormente di questi cambiamenti non è altro che l’ex segretario generale del Partito Popolare per la Ricostruzione e la Democrazia e attuale presidente dell’Unione Congolese per la Nazione (UNC), Vital Kamerhe. Messo alla porta dai suoi colleghi del partito presidenziale il giorno dopo l’operazione militare congiunta delle forze armate della RDCongo e dell’esercito ruandese nel Kivu, egli ha creato l’UNC. L’ex presidente dell’Assemblea Nazionale dei Deputati è attualmente uno dei candidati più seri dell’opposizione politica alle presidenziali. Grazie alla sua popolarità all’Est, come all’Ovest del Paese, in meno di un mese egli ha impiantato il suo partito in tutte le principali città. Secondo alcuni analisti, Vital Kamerhe è l’unico capace di ottenere voti nell’Est del Paese, considerato come una roccaforte dell’attuale Capo dello Stato. Recenti sondaggi hanno addirittura rivelato la sua capacità di creare sorpresa anche al centro del paese, finora fedele all’Unione per il Progresso e la Democrazia Sociale (UDPS).

In questa parte centrale del paese stanno emergendo anche altre due personalità di spicco provenienti dal Movimento per la Liberazione del Congo (MLC) e dall’UDPS, François Muamba (ex segretario generale della MLC) e François-Xavier Beltchika (ex Segretario Permanente UDPS). A capo del loro partito o piattaforma politica, questi due leader sono determinati a marcare, con la loro presenza, la scena politica congolese e le prossime elezioni. Ambedue originari del Kasai-orientale e condividendo lo stesso elettorato, essi potrebbero ostacolare la candidature di Etienne Tshisekedi. L’Alleanza dei Democratici Repubblicani, la piattaforma guidata da Muamba, e il Congresso dei Democratici per il Progresso Sociale di Beltchika presenteranno dei candidati per le elezioni legislative nazionali capaci di rivaleggiare con quelli del loro partito di provenienza. Ci si starebbe dunque dirigendo verso l’emergere di nuove forze sulla scena politica della RDCongo, la cui unione potrebbe determinare la sequenza degli eventi. Tra le varie formazioni politiche e altre associazioni da tenere in conto, ci sono anche “Envol” di Delly Sesanga, il Movimento per il rinnovamento di Clement Kanku, la Lega dei Democratici congolese di Angèle Makombo Eboum. La stessa situazione sta emergendo anche in seno alla maggioranza politica, in cui il contributo dei piccoli gruppi può essere essenziale, sia per la rielezione del presidente Joseph Kabila che per ottenere una maggioranza in Parlamento. Tuttavia, fino al 28 novembre, non sono escluse altre sorprese.

Il turno unico delle elezioni presidenziali non è più un tema d’attualità. Tuttavia, secondo i discorsi dei candidati più in vista, si notano già degli elementi di un’esplosione annunciata. Nell’eventualità di una notevole dispersione di voti tra i candidati implicati, il rischio del turno unico è quello di dare al paese un presidente con una legittimità fondata su una base sociologica estremamente ridotta. Nel caso di risultati simili, ogni candidato potrebbe impugnare questi risultati per dare inizio ad una contestazione. Dagli Stati Uniti, Etienne Tshisekedi, dell’UDPS, ha già dichiarato che, in caso di vittoria di Joseph Kabila, ci sarebbe il rischio di disordini. Starebbe, quindi, già preparando una contestazione. Anche Vital Kamerhe, dell’UNC, ha già detto ad alta voce che vuole l’alternanza. Secondo lui, egli non è all’opposizione per farvi carriera, ma per prendere le redini dello stato come Capo dello Stato.

Inoltre, tra i tre principali contendenti, gli osservatori temono un risultato gomito a gomito: 30,75%, 30,5%, 30%. Lo scenario del gomito a gomito rischia di essere l’innesco per un periodo di incertezza, se non si prendono le dovute precauzioni. Le elezioni a un solo turno aprono la strada a una legittimità discutibile o a una legittimità multipla. Coloro che manovrano dietro le quinte, aspettano l’opportunità per uscire allo scoperto e portare a compimento il loro macabro piano di spartizione del Paese. Tutto potrebbe partire dall’Est, il ventre molle della Repubblica, per espandersi in tutto il paese. Questo scenario da catastrofe dovrebbe interpellare tutti. Nel dopo elezioni, il ceto politico, in particolare i candidati alla presidenza, dovrebbe astenersi da dichiarazioni polemiche o di rivincita. Per la CENI, che ha la pesante responsabilità di guidare il processo elettorale, la trasparenza deve rimanere l’unica modalità operativa sul campo. Tutto dipende dal grado di trasparenza che caratterizzerà lo svolgimento dell’intero processo elettorale, e cioè: la revisione delle liste elettorali, l’accreditamento degli osservatori e dei testimoni dei partiti, il corretto svolgimento della campagna elettorale, il miglioramento e il rispetto della procedura di spoglio dei voti e di compilazione dei risultati, la pubblicazione dei risultati. Dal grado di trasparenza dipende l’accettazione dei risultati da parte di tutte le parti interessate. Deve essere fatto tutto il possibile, affinché i vinti sappiano, da se stessi, che non sono stati democraticamente scelti dal sovrano primario.

2. POLITICA INTERNA

In un documento intitolato “Valutazione dei punti ripresi nel memorandum del CNDP sugli accordi di Goma del 29 marzo 2009”, il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), l’ex movimento armato trasformatosi in partito politico e diventato membro della Maggioranza Presidenziale (MP), richiede espressamente la sua integrazione immediata al governo centrale e la ripresa delle riunioni mensili del Comitato Nazionale di Sorveglianza (CNS). L’ex movimento armato deplora il fatto che “in tre anni, dalla sua nascita, il CNS non si è riunito che tre volte sole, quando inizialmente era previsto che si riunisse almeno ogni mese”. Le richieste del nuovo alleato comprendono anche il rimpatrio e la reintegrazione dei rifugiati RDCongolesi che vivono nei paesi vicini e degli sfollati interni.

Tenendo conto del desiderio dei rifugiati congolesi residenti all’estero di partecipare alle prossime elezioni, il CDNP raccomanda di accelerare il processo del loro rimpatrio. Una sfida per la CENI che sta per terminare le operazioni di revisione delle liste elettorali. Il CNDP pone anche la questione del riconoscimento formale dei gradi dei suoi ex militari ed ex agenti di polizia per i quali chiede anche la loro integrazione nella Polizia Nazionale Congolese (PNC). Il CNDP ha riconosciuto che il riconoscimento formale dei gradi dei suoi ex-militari del ha avuto luogo alla fine di dicembre 2010, ma solo per gli alti ufficiali. Per questo, il CNDP chiede che esso sia esteso anche ai sottufficiali, soldati semplici e caporali e che si acceleri il trattamento dei ricorsi presentati dagli ufficiali omessi dalla lista degli ufficiali generali e di quelli il cui rango non è stato ancora riconosciuto. Per quanto riguarda gli agenti di polizia, il CNDP chiede al governo di integrarli e distribuiti nelle strutture della PNC. Il CNDP chiede, infine, la creazione di un’unità speciale di polizia denominata Polizia di prossimità, addetta alla sicurezza dei rifugiati di ritorno in RDCongo e di integrarvi gli agenti di polizia ex CNDP.

Il 4 luglio, il Collettivo delle ONG per la difesa dei diritti umani (ONGDH) ha intensificato la pressione per chiedere la promulgazione del testo di legge sulla criminalizzazione della tortura. Il testo di legge è stato approvato dall’Assemblea Nazionale dei Deputati e dal Senato nel mese di aprile del 2011 e ha già ottenuto il parere conforme della Corte Suprema di Giustizia, ma per oscuri motivi, esso è rimasto sul tavolo del Presidente della Repubblica. Nel frattempo, numerosi osservatori per i diritti dell’uomo continuano a constatare che, in RDCongo, migliaia di persone sono ancora vittime di torture fisiche e mentali da parte dei servizi di sicurezza e mantenute in luoghi segreti cui né il giudice, né il medico, né l’avvocato o alcun altro membro della famiglia hanno accesso.

Il 15 luglio, un gruppo di 46 organizzazioni non governative congolesi e internazionali hanno scritto una lettera al primo ministro Muzito per incoraggiarlo a richiedere di mettere all’ordine del giorno della sessione straordinaria del Parlamento un progetto di legge proposto dal Governo sulla creazione di una corte specializzata mista all’interno del sistema giudiziario congolese. Questo disegno di legge potrebbe essere una coraggiosa risposta al rapporto Mapping delle Nazioni Unite, pubblicato nell’ottobre 2010, sui crimini commessi nella RDCongo tra il 1993 e il 2003. La corte proposta dal governo sarà competente per giudicare i crimini gravi commessi nella RDCongo dal 1990 ad oggi: crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di genocidio. La corte sarà composta di personale giudiziario congolese e internazionale. Tale collaborazione è importante per contribuire all’indipendenza della corte stessa e per rafforzare la capacità del sistema giudiziario congolese ad affrontare questi casi in futuro.

“La creazione di questa corte specializzata mista è fondamentale per porre fine alla cultura dell’impunità in RDCongo, dove si continua ancora a commettere ogni giorno atrocità contro la popolazione civile”, affermano le 46 organizzazioni firmatarie della lettera, aggiungendo: “Dopo le parole e le promesse di “tolleranza zero”, è giunto il momento per il governo di agire concretamente contro gli autori di crimini, votando appunto tale legge”. Una versione modificata del disegno di legge è stata approvata la scorsa settimana in Commissione legislativa del Governo. La corte, come proposta nell’ultima versione del disegno di legge, non solo è competente per giudicare i crimini del passato, ma anche quelli del presente, come le gravi violazioni dei diritti umani, tra cui saccheggi, omicidi, stupri di massa e il lavoro forzato, che continuano ad essere commesse ancora oggi, soprattutto all’Est della RDCongo.

Il 20 luglio, il presidente Joseph Kabila ha promulgato la legge sul reato di tortura in RDCongo. Secondo la legge, è punibile da cinque a dieci anni di servitù penale e a una multa da 50.000 a 100.000 franchi congolesi, il pubblico ufficiale o funzionario che abbia inflitto a una persona un dolore o delle gravi sofferenze, sia fisiche che mentali, al fine di ottenere da lei delle informazioni o una confessione. Questa sanzione è riservata anche a chiunque utilizzi gli stessi mezzi per punire una terza persona che ha commesso un atto, o è sospettata di averlo commesso, per l’intimorire o fare pressione su di lei. Il colpevole è punito da dieci a vent’anni di servitù penale e a una multa da 100.000 a 200.000 franchi congolesi, quando gli atti commessi hanno causato alla vittima un grave trauma, una malattia, un’invalidità permanente, fisica o psicologica. La stessa pena è applicabile ad ogni persona che torturi una donna incinta, un minorenne o una persona anziana o disabile.

3. KIVU

Una carneficina umana

Il 20 giugno durante la notte, sei donne, tra cui due bambine di età compresa tra i 10 e i 15 anni e appartenenti ad una stessa famiglia, sono state violentate e sei uomini sono stati feriti con baionette e machete. I fatti sono avvenuti nelle località di Pabaota, Vuhira e Sambako, in territorio di Beni, nel Nord Kivu, nel corso di una serie di attacchi perpetrati da una dozzina di uomini armati vestiti con tuta mimetica militare delle FARDC. Gli aggressori, tra cui diversi in passamontagna, sono passati di porta in porta, picchiando le persone picchiate e rubando capre, maiali, polli, olio di palma, denaro, telefoni cellulari, ecc. Il Presidente della Società Civile di Beni, Omar ‘KAVOTA, parla di una scalata di violenza contro la popolazione di questa zona.

La constatazione generale è che tutti gli appelli della società civile rivolti alle autorità amministrative, politiche e militari, alla polizia, al governo Muzito e alla MONUSCO sono sempre caduti nel vuoto. Il governo congolese lascia impuniti gli uomini armati che agiscono in uniforme militare congolese perché, ovviamente, la loro missione è quella di preparare il terreno per l’occupazione ruandese del territorio, attualmente in corso. L’obiettivo finale delle uccisioni e delle atrocità ciclicamente commesse nell’Est del Paese è quello di costringere la popolazione, presa dalla paura, ad abbandonare la loro terra all’occupante ruandese.

Il 21 giugno, Kambale Musonia Patchelly, giornalista di Radio Comunità Lubero Sud, a Kirumba (Nord Kivu), è stato ucciso nei pressi di casa sua da uomini armati che gli hanno sparato tre colpi al petto. La vittima stava rientrando dal suo ufficio, quando gli assassini stavano aspettando il suo ritorno. Il venerdì precedente, il giornalista aveva coordinato un programma in cui i partecipanti avevano denunciato il clima di insicurezza in cui vive la cittadina di Kirumba e creato da una banda di rapinatori composta di civili che operano con la complicità della polizia. Tre giorni dopo il suo ultimo programma, Musonia Kambale, 28 anni, è stato assassinato a circa 75 metri da casa sua. Sua moglie era rimasta senza sue notizie per tutta la notte, essendo il suo telefono stato rubato dai killer. La moglie aveva sentito il rumore degli spari, come tutti i suoi vicini, senza però sapere che si trattava di colpi sparati contro suo marito. Poiché in simili casi tutti si chiudono in casa, il suo corpo senza vita è stato ritrovato, dai primi passanti, il mattino seguente.

Kambale Misonia Pacheli è stato assassinato dai soldati delle FARDC per avere organizzato un’emissione sulla sur-militarizzazione della cittadina di Kirumba e sull’occupazione di case private da parte dei militari. Le autorità urbane avevano dato ai militari l’ordine di lasciare le case dei civili. Ma diversi di loro vi rimangono ancora, con grande costernazione della popolazione locale. Nel suo ultimo programma, Kambale aveva chiaramente denunciato l’occupazione ruandofona in corso nel sud di Lubero, in particolare nella cittadina di Kirumba. Questa occupazione si manifesta nella sur-militarizzazione della città di Kirumba. Contingenti di militari continuano ad arrivarvi in gran numero, senza che si sappia da dove provengono e cosa esattamente fanno. La loro presenza non fa che aggravare una situazione già precaria di insicurezza. Senza chiedere il permesso a nessuno, questi militari occupano tutte le case disabitate, quelle non ancora terminate e i cantieri in costruzione. Quando vedono una grande casa abitata, vi entrano con la forza per controllare che tutte le camere siano occupate. Se c’è una stanza vuota, vi si stabiliscono con la forza, vivendo con la famiglia, ecc. Se delle case hanno tettoie o cucine spaziose, i militari le occupano con la forza ed esigono cibo, acqua e denaro. Presi dalla paura per la presenza di militari armati di kalashnikov nel loro cortile, molti abitanti decidono di andare via per mettere al sicuro i loro figli e se stessi.

Il 23 giugno, Zawadi Kyakimwa Jacqueline (30 anni e incinta) e sua figlia di due anni sono state assassinate a Butembo, nei pressi dell’episcopio cattolico. I loro corpi sono stati ritrovati tagliati a pezzi con un machete e gettati in un canaletto. Il cervello della figlia era sparso sul suolo, perché un colpo di machete le ha completamente aperto il cranio. La carneficina umana che, nel territorio di Beni-Lubero, è andata aumentando dall’inizio di giugno del 2011, ha come obiettivo quello di rompere la resistenza degli abitanti di Beni-Lubero nei confronti del progetto di spartizione del Paese, facendo entrare le migliaia di Ruandesi che già stanno aspettando di impossessarsi delle fertili terre del Nord Kivu e di partecipare alle elezioni per eleggere i propri rappresentanti. Una volta risolto questo problema di rappresentanza, si chiederà un referendum per l’autodeterminazione di una regione divenuta ruandofona e, messa davanti a un fatto compiuto, l’Onu accetterà senza batter ciglio. Intanto, già nel loro Paese, prima di varcare le frontiere, molti Ruandesi prendono dei nomi congolesi e imparano le lingue del Nord Kivu, in modo che, al loro arrivo nel Kivu, sarà per loro più facile mimetizzarsi tra i veri Congolesi.

Il 12 luglio, un gruppo di commercianti ambulanti che percorrevano la strada Alimbongo-Mbingi, nel territorio di Lubero, trasportavano le loro merci su biciclette, sono incappati nelle mani di alcuni criminali armati e in uniforme militare delle FARDC, nelle vicinanze della località di KASINGIRI, zona di Bamate (Nord Kivu). I malviventi hanno poi proceduto ad una sistematica perquisizione di ogni passeggero, rubando merci, denaro, orologi, telefoni cellulari, ecc. Infine, i malviventi volevano fare la stessa cosa con Kambasu Vianney, di oltre trenta anni di età. Preso dalla rabbia, Kambasu non ha voluto che gli mettessero le mani nelle tasche e ha schiaffeggiato uno degli assalitori. Avendo costoro visto il loro compagno umiliato ed essendosi sorpresi per il comportamento di Kambasu, uno di loro ha aperto il fuoco su Kambasu. Non era né FDLR, né Maï- Maï, ma un semplice commerciante che viaggiava sulla strada ogni giorno per poter sfamare la sua famiglia. E’ stato ucciso dai militari delle FARDC che, si suppone, avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza (la sicurezza del cimitero!).

L’occupazione ruandese della RDCongo è attualmente nella sua fase più difficile, quella del trasferimento della popolazione ruandese verso la RDC. Dal gennaio 2011, dei Ruandesi arrivano in piccoli gruppi nei due territori di Beni e Lubero. Se in alcune zone di Masisi e Rutshuru, i nuovi arrivati ruandesi sono facilmente assimilabili alle popolazioni ruandofone già presenti, in Ituri, invece, essi si confondono con gli Hema, con cui hanno un lungo rapporto di parentela. Invece, nei territori di Beni e Lubero, dove la popolazione è densa e omogenea (99,9% di Nande), i nuovi arrivati ruandesi non riescono a confondersi con la popolazione locale e sono facilmente individuati e identificati come stranieri. I Ruandesi che, dal gennaio 2011, arrivano nel sud Lubero sono stati inizialmente presentati come sfollati congolesi, Hutu Nande, provenienti dal Masisi. Tuttavia, quando si parla con loro, molti dicono di essere venuti dal Ruanda, di avere imparato il Kinande e il Kiswahili in Ruanda e così via. Alcuni di loro sono membri delle FDLR, rimpatriati in Ruanda, ma ritornati in Congo con quelli che non conoscono il territorio del Congo. Dal Ruanda, sono arrivati nel Masisi, dove hanno ricevuto dei certificati di perdita di documenti di identità congolesi o delle tessere di iscrizione al PPRD, ecc. Si sono tutti iscritti facilmente in liste elettorali del sud di Lubero. Quelli che non sono passati per il Masisi e che non avevano documenti di identità congolesi sono partiti da Luofu a bordo di camion FUSO, per iscriversi sulle liste elettorali a Goma. Dopo l’iscrizione, sono ritornati a sud di Lubero a bordo degli stessi camion.

Vivono in campi profughi. Hanno molti soldi e comprano il cibo al mercato. Alcuni di loro fingono di essere poveri e vanno dai proprietari terrieri per chiedere lavoro manuale rimunerato. In realtà, essi tentano di entrare in contatto con gli agricoltori influenti del posto per conoscerne la forza o la debolezza. Ogni famiglia è composta in media di 70, 80 membri. Molti di loro non si assomigliano neppure, altri hanno la medesima età. Il numero di bambini tra i 5 e i 10 anni è molto elevato. I Ruandesi arrivati nel sud Lubero sono per lo più Avventisti del Settimo Giorno. Solo pochi sono cristiani protestanti o cattolici. Ruandesi e Congolesi si incontrano al mercato, nelle chiese, e i bambini ruandesi escono dai campi per giocare con i congolesi. Tuttavia, il trattamento di privilegio a loro riservato, come la facilitazione nell’iscrizione alle liste elettorali, l’aiuto alimentare di cui usufruiscono, creano gelosia tra gli autoctoni.

Per tenere nascosti i nomi di chi finanzia una tale operazione di invasione, si sarebbe presa la precauzione di passare attraverso alcuni commercianti della regione. Infatti, sono questi ultimi che fanno arrivare materiale e acquistano terreni a loro nome e usano i loro magazzini per lo stoccaggio delle merci destinate ai nuovi arrivati ruandesi. Il governo centrale, provinciale, territoriale e locale li lascia fare. Nessuna occupazione straniera può riuscire senza la cooperazione dei figli del territorio occupato. Sulla lista dei collaboratori congolesi all’occupazione ruandese in corso, ci sono dei politici, delle chiese, dei commercianti, delle ONG e dei capi tradizionali.

La celebrazione del 51º anniversario dell’indipendenza della RDC.

Il 27 giugno, 35 associazioni di donne della città di Butembo (Nord Kivu) hanno deciso di boicottare la sfilata del 30 Giugno 2011, data della commemorazione del 51º anniversario dell’indipendenza della RDC. Il motivo principale di questo boicottaggio è, secondo queste organizzazioni femminili, l’insicurezza dilagante nella loro città, di cui le donne pagano il più alto prezzo. Al posto della sfilata, diverse donne hanno scelto di visitare i malati e le donne vittime della violenza. Per loro, il modo migliore per festeggiare l’indipendenza è quello di aiutare i malati, le vittime della violenza indiscriminata, dando loro una speranza di vita e la gioia di appartenere ad una comunità in cui si vive la solidarietà. Per solidarietà con le donne, anche alcune associazioni di uomini hanno deciso di osservare il boicottaggio. Anche gli uomini sono, infatti, vittime di omicidi rimasti impuniti. Quando i banditi entrarono in casa per uccidere, non fanno alcuna distinzione tra uomini, donne e bambini. Tutti sono potenziali vittime.

Il 30 giugno, quasi 200 membri della società civile del Sud Kivu hanno organizzato un sit-in in Piazza dell’Indipendenza, comune di Ibanda, a Bukavu (Sud Kivu) per protestare contro la celebrazione del 51º anniversario dell’indipendenza della RDCongo. Il sit-in si è svolto nel corso della mattina. I manifestanti portavano dei cartelli con su scritto, tra l’altro, “Non abbiamo dieci donne vergini da offrire alle FDLR come riscatto”, “No agli stupri”. Descartes Mponge, vice presidente della società civile, dice: “Non possiamo celebrare la festa dell’Indipendenza, mentre la nostra gente è uccisa e violentata e le nostre ricchezze saccheggiate. Il nostro esercito non è in grado di garantire la sicurezza della popolazione congolese, e questo è causato anche al fallimento di tutto il processo di integrazione dei gruppi armati nell’esercito nazionale. Per noi, questo è un segno di protesta, per questo abbiamo organizzato il sit-in in Piazza dell’Indipendenza. Siamo vestiti di nero, in segno di lutto”.

Il giorno prima, la stessa società civile aveva lanciato alla popolazione del Sud Kivu un appello a boicottare le manifestazioni previste per l’anniversario dell’Indipendenza.

In un comunicato, essa ha preso atto con rammarico che, in tutta la Provincia del Sud Kivu, la sicurezza e la situazione umanitaria continuano a peggiorare di giorno in giorno. Sono state commesse numerose e gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, compreso il sequestro di persona, omicidi e uccisioni, la schiavitù sessuale, lo stupro generalizzato di donne e ragazze, il saccheggio sistematico delle risorse naturali e dei prodotti dei campi, l’incendio di villaggi, l’imposizione del riscatto alle vittime e l’esodo forzato della popolazione. La società civile fa notare il fallimento del processo di integrazione dei gruppi armati nelle FARDC. Secondo la società civile, i diversi sforzi di riforma non hanno portato alla formazione di un esercito nazionale e repubblicano in grado di difendere l’integrità e la sovranità dello Stato e la protezione dei cittadini e dei loro beni. Essa constata anche il fallimento delle operazioni militari per la neutralizzazione dei combattenti ruandesi delle FDLR e il loro impatto devastante sulle comunità locali. Tali operazioni contribuiscono alla rinascita di coalizioni contro natura tra le milizie locali e straniere e di costanti minacce di una nuova aggressione ruandese contro la RDCongo. Visto che le autorità congolesi continuano a negare i fatti tuttavia vissuti e deplorati dalle vittime e che mantengono un silenzio complice e colpevole di fronte a tutte le atrocità che gravano pesantemente sulle popolazioni impoverite, le organizzazioni della società civile hanno deciso di non partecipare alle commemorazioni del giorno dell’indipendenza previste il 30 giugno 2011, perché a nulla serve celebrare questo giorno, quando la popolazione continua a subire le angherie di uomini sotto le armi e in uniforme militare.

Il rimpatrio dei rifugiati

Il 13 giugno, in una conferenza stampa, il portavoce dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari (OCHA), Medard Lobota, ha dichiarato che il Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha facilitato, nel corso del presente anno, il rimpatrio di 3.957 rifugiati ruandesi a partire dalle province del Nord e Sud Kivu. Secondo Lobota, 1.266 rifugiati ruandesi sono stati rimpatriati da Bukavu (Sud Kivu) e 2.691 da Goma (Nord Kivu). Sempre quest’anno, l’UNHCR ha rimpatriato anche 2.714 rifugiati burundesi. I rifugiati ruandesi che vivono RDCongo sono 90.978, mentre i rifugiati congolesi in Rwanda sono 65.000. I rifugiati burundesi in RDCongo sono circa 15.000, mentre i rifugiati congolesi in Burundi sono 24.500.

Il 20 giugno, in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati, la sottodelegazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) a Bukavu ha precisato cha nella provincia del Sud Kivu ci sono attualmente 13.000 rifugiati ruandesi e 7.000 rifugiati burundesi. Solo 2.000 rifugiati ruandesi sono tornati volontariamente al proprio paese e la maggior parte di loro non desiderano tornare in Ruanda, perché o si sono sposati o hanno trovato lavoro in RDCongo, paese d’asilo in cui la maggior parte vive da 17 anni. Inoltre, il 90% dei 1.500 rifugiati ruandesi che vivono nella provincia del Kasai orientale da una decina d’anni hanno chiesto la nazionalità congolese. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, questi ruandesi si sarebbero già integrati socialmente con la popolazione locale. Celine Schmitt, responsabile della comunicazione all’interno del UNHCR / RDC ha affermato che essi godono degli stessi diritti dei Congolesi, salvo i diritti politici. “Vivono qui, sono integrati nella comunità locale, hanno famiglia e hanno un po’ di terra da coltivare”, ha sottolineato, aggiungendo che questi rifugiati ruandesi vivono principalmente di agricoltura. Fra questi, tra l’88 e il 90% di loro vogliono rimanere in RDCongo e ottenere la nazionalità congolese per stabilirsi in modo permanente in Repubblica Democratica del Congo, ha concluso Celine Schmitt. I 1.500 rifugiati ruandesi che vivono nella provincia del Kasai orientale sono installati in tre siti, nei pressi di Mbuji-Mayi.

Un nuovo alibi di Kigali per l’invasione della RDCongo

Il Ruanda non ha ancora soddisfatto la sua sete di impadronirsi delle risorse naturali della parte orientale della RDCongo. Se verso la metà degli anni 1990, l’attacco contro i combattenti delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR) è stato, a più riprese, l’arma per giustificare l’invasione del territorio congolese da parte delle truppe di Kigali, oggi il Ruanda invoca l’esistenza, nel Parco Virunga (Nord Kivu), di un gruppo di ribelli che minaccerebbe la sua sicurezza e quella del suo regime. Il Ruanda sembra così aver trovato una bella scusa per giustificare una nuova invasione del territorio congolese. La dichiarazione fatta, il 21 giugno, dalla polizia ruandese sullo smantellamento di un gruppo di “terroristi” che avrebbe preparato, a partire dal territorio congolese, in particolare dal Parco Nazionale di Virunga, degli attacchi “mirati” contro il Ruanda, rientra in questo nuovo schema. Infatti, secondo l’AFP e altri mezzi di comunicazione stranieri che hanno riferito le informazioni, in Ruanda, la polizia ruandese ha annunciato l’arresto, in territorio ruandese, di sei membri di “una rete che ha ricevuto la missione di compiere atti terroristici in Ruanda” a partire dalla RDCongo. Secondo un funzionario della polizia ruandese, “i criminali arrestati sono coordinati dal colonnello Norbert Ndererimana, comunemente chiamato Gaheza, che comanda un gruppo armato con sede a Binza, Rutchuru, nel parco nazionale di Virunga, Nord Kivu, nell’est della RDCongo”.

Secondo la polizia ruandese, gli uomini arrestati “avevano preso di mira dei luoghi densamente popolati, dei depositi di carburanti, dei veicoli per il trasporto di carburanti, dei dirigenti nazionali e dei diplomatici”. Secondo la polizia ruandese, gli uomini arrestati (il Colonnello Ndererimana e cinque dei suoi uomini), “hanno dichiarato di aver ricevuto ordini dal Generale Faustin Kayumba Nyamwasa, attualmente esiliato in Sud Africa e dal generale Emmanuel Habyarimana”, attualmente in esilio in Europa. Le rivelazioni della polizia ruandese confermano la determinazione del regime di Kigali di assicurarsi il controllo della parte orientale della RDCongo. L’affermazione dell’esistenza, in Congo, di un gruppo “terrorista” che minaccerebbe la sua sicurezza, serve al regime ruandese come argomento concreto per giustificare una nuova incursione delle sue truppe oltre confine. Così, come con le FDLR, il Ruanda avrebbe trovato il pretesto per rinviare, ancora una volta, le sue truppe in RDCongo, questa volta, per attaccare e neutralizzare il gruppo ribelle che si è creato all’interno del parco di Virunga. Non si può, dunque, lasciare spazio a Kigali permettendogli di servirsi della presenza, non ancora comprovata ufficialmente dal governo congolese, di un ipotetico gruppo “terrorista” nel parco nazionale di Virunga, per giustificare una nuova invasione del territorio congolese. In queste avventure bellicose, è sempre il popolo congolese che paga il pesante prezzo della presenza di gruppi armati stranieri. Non avendo, finora, le operazioni militari congiunte, tra Ruanda e RDCongo, potuto neutralizzare le forze negative, sarebbe illusorio consentire all’esercito ruandese di varcare un’altra volta la frontiera. Questa volta, la scusa non regge.