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Mag 15 2010

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Congo Attualità n. 109

SOMMARIO:

EDITORIALE
1. KIVU
     – News
     – Il memorandum di 28 deputati del Sud-Kivu al Primo Ministro
     – La Società Civile
     – La violenza nel quotidiano
2. PROVINCIA DELL’ÉQUATEUR
3. PROVINCIA ORIENTALE

EDITORIALE

In Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), la situazione resta ancora molto confusa: frustrazione dei deputati del Sud-Kivu; dichiarazione inquietante dei deputati provinciali dell’Ituri per erigere il loro distretto in provincia; sciopero dei professori all’UNIKIN; malversazione degli stipendi degli insegnanti di Kamina; insicurezza in aumento nel Nord-Kivu e nell’Uélé; una lunga serie di interpellazioni orali con dibattito all’Assemblea Nazionale e al Senato; rapporti sempre più negativi emessi dalle organizzazioni internazionali sulla RDCongo.

Alcuni uomini armati continuano ad uccidere, saccheggiare, violentare le donne e bruciare le case. Spesso i diversi gruppi armati, tanto nazionali (Mai-Mai, Pareco, Frf,…) che stranieri (Fdlr) portano l’uniforme militare dell’esercito regolare delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (Fardc) e risulta difficile identificare ogni volta gli autori dei vari crimini. Le fonti militari addossano generalmente questi crimini sulle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (Fdlr), gli Hutu rwandesi presenti in RDCongo dal 1994 in seguito al genocidio rwandese, ma, secondo voci sempre più concordanti, alla base di questa situazione ci sarebbero dei militari delle Fardc stesse e il loro atteggiamento si spiegherebbe per il ritardo di alcuni mesi nel pagamento dei loro scarsi stipendi.

Inoltre, non ci sarebbe nulla da meravigliarsi se si scoprisse, dietro l’insistenza di Kinshasa per il ritiro della Monuc dalla RDCongo, il tentativo di sbarazzarsi di testimoni stranieri, per meglio manipolare le elezioni previste nel 2011.

Tanti fatti che fanno riflettere. Come se il paese andasse di nuovo verso la disfatta. Attenzione: la Nazione è in pericolo!

In Ruanda, la situazione non è meno grave. Alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali, i liders dell’opposizione vengono accusati di divisionismo, negazionismo, ideologia genocidaria, collaborazione con gruppi terroristi e, quindi, arrestati; si decreta la sospensione della diffusione di giornali indipendenti; alcuni partiti politici di opposizione si vedono negare il loro riconoscimento ufficiale e la possibilità di fare la loro campagna elettorale; si gonfiano delle liste dei superstiti tutsi del genocidio e grandi somme di denaro vanno a finire nelle tasche dei responsabili della loro propria organizzazione, Ibuka (Ricordati). Attenzione: anche in Ruanda la Nazione è in pericolo!

Se la Comunità Internazionale volesse aiutare efficacemente questi due Paesi africani, probabilmente dovrebbe aprire meglio gli occhi, per potere analizzare più oggettivamente la situazione e prendere delle decisioni più proficue. A costo d’essere accusati di ingenuità, si potrebbe affermare che se essa cessasse immediatamente di sostenere i regimi dittatoriali e di collaborare con gli autori di crimini di guerra e contro l’umanità, questi potrebbero cadere da soli come frutti troppo maturi e deteriorati, per lasciare il posto ad una nuova generazione politico-militare capace di dar impulso a una nuova dinamica socio-economica.

1. KIVU

News

Dal 28 marzo in poi, centinaia di famiglie dei villaggi di Ntoyi, Kangwaya, Matukakaka, Tepaiaombi, Matiba, Adjuna e Bella nelle località di Ngite, Mbau I° e Kelekele, in Territorio di Beni (Nord Kivu), sono costrette a fuggire dalle loro case e dai loro villaggi. Alla base di questi spostamenti c’è la minaccia di banditi armati, spesso in uniforme militare delle Fardc, che uccidono, violano le donne, saccheggiano i beni, distruggono ciò che non possono portare via, sequestrano delle ragazze per farne delle schiavi sessuali e dei giovani per farne dei trasportatori. Lo stupro, lo spostamento forzato, la costrizione alla fame mediante la distruzione dei raccolti sono alcuni elementi che definiscono un genocidio. Affinché ci sia genocidio, non necessariamente le vittime devono morire all’istante. La loro morte programmata fa già parte di un genocidio in corso. Si può quindi affermare che ciò che sta succedendo attualmente a Beni-Lubero è un genocidio dei Nande.

Il 7 aprile, il portavoce della Monuc, Madnodje Mounoubai, ha dichiarato che, dall’inizio 2009 fino a marzo 2010, oltre 2.400 ex-combattenti rwandesi, fra cui 1.876 delle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR), sono stati rimpatriati dalla Missione dell’ONU in RDCongo (Monuc). In tre mesi, da gennaio a marzo 2010, “sono stati rimpatriati 312 combattenti FDLR e 375 membri delle loro famiglie. Essi si aggiungono ai 1.564 combattenti FDLR e 2.187 membri delle loro famiglie” già rimpatriati nel 2009, portando a un totale di 1.876 combattenti FDLR rimpatriati. Sono stati rimpatriati anche altri 500 ex-combattenti rwandesi, provenienti da gruppi armati congolesi, come il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), ex-movimento ribelle di Laurent Nkunda. Dal 2009, il totale dei combattenti rwandesi rientrati al loro paese mediante il processo DDRRR (Disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reintegrazione e reinstallazione) della Monuc, è di 2.426. Peraltro, nel 2009 e fino a marzo 2010, anche 16.991 civili rwandesi sono stati rimpatriati dall’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati (HCR). In totale, 21.992 Rwandesi (combattenti, dipendenti e civili) sono stati così rimpatriati nel loro paese.

Il 10 aprile, diciassette ex gruppi armati del Nord-Kivu hanno fondato l’Alleanza per la Salvaguardia degli Accordi di Goma. L’Alleanza raggruppa, tra altri, il Cndp, il Pareco, i Mai Mai Kifuafua e i Mai Mai Mongol. L’Alleanza accusa lo Stato di ritardare l’esecuzione degli accordi che prevedono, tra l’altro, la fine dell’esistenza dei gruppi armati, la loro trasformazione in partiti politici, l’integrazione dei combattenti nell’esercito, la riconoscenza dei loro gradi e la partecipazione dei dirigenti di questi ex gruppi armati alla vita politica nazionale.

Il presidente del CNDP, Philippe Gashishi Ngango, nega ogni implicazione del suo movimento in tale coalizione. Ricordando che sono due gli accordi che erano stati firmati, il primo tra il CNDP e il governo e il secondo tra gli altri gruppi armati e il governo, egli afferma che, circa tali accordi di pace, il CNDP non ha stretto alcuna alleanza con altri gruppi armati.

La popolazione della città di Beni e dintorni, nella provincia del Nord-Kivu, denuncia la continuazione dei massacri di persone, delle estorsioni e dei saccheggi. Le associazioni locali stimano che i principali responsabili di tali vessazioni siano certi militari delle FARDC abbandonati a se stessi e chiedono alle autorità militari e civili il ritiro delle truppe dalle zone urbane.

 Il 24 aprile, uomini armati non diversamente identificati hanno attaccato il centro di istruzione delle FARDC a Nyaleke, a 10 chilometri dalla città di Beni (Nord Kivu) uccidendo sei persone, fra cui un militare, tre donne e un figlio di un militare e una guardia forestale del parco del Ruwenzori. Altre quindici persone sono state gravemente ferite, fra cui una è deceduta all’ospedale della città di Beni. Tuttavia, fonti locali rievocano la cifra di quasi 200 morti. In fuga, gli assalitori hanno bruciato 84 capanne appartenenti alla popolazione civile. Fonti locali parlano di un attacco condotto da una coalizione formata da ribelli ugandesi ADF Nalu (Allied democratic forces/National army for liberation of Uganda), Mai Mai ed ex militari smobilitati.

Il 29 aprile, nella serata, un taxista è stato ucciso a Ndoluma da malviventi armati e in tenuta militare delle Fardc. In un altro attacco al villaggio di Bwatsinge, nella località di Ndoluma, altre tre persone sono state pugnalate da altri malviventi armati e in tenuta militare Fardc e 20 case sono state bruciate. Nella stessa notte, più al Sud del Territorio di Lubero, il villaggio di Kasitchi, a circa 30 chilometri dalla città da Kirumba e a 12 km circa dalla località di Luofu, è stato attaccato da uomini armati e in tenuta militare. I malviventi hanno violentato delle donne, saccheggiato sistematicamente scorte di cibo, animali da cortile, capre, pecore, ecc. Prima di lasciare il villaggio, i malviventi, che tra loro parlavano Kinyarwanda, hanno incendiato almeno 32 case. Gli abitanti del villaggio si sono rifugiati nella foresta e nei villaggi circostanti. Secondo altri testimoni, gli autori di questi attacchi sono invece dei combattenti FDLR diventati molto operativi nella contrada.

Il 30 aprile, una coalizione dei Mai Mai del colonnello Cheka e di combattenti ribelli hutu ruandesi delle FDRL ha attaccato la città mineraria di Mubi, a 36 chilometri da Walikale-centro, in territorio di Walikale (Nord Kivu) e ha proceduto ad un saccheggio sistematico dei beni della popolazione. “La loro intenzione era di saccheggiare. Ci sono stati 5 civili uccisi e 11 feriti, fra cui un capitano delle FARDC”, ha affermato il comandante delle Forze armate della RDCongo (FARDC) nel Nord-Kivu, il colonnello Bobo Kakudji. Il centro commerciale di Mubi, la cui popolazione è stimata sui 250.000 abitanti, è anche il più grande incrocio commerciale per dove transita la cassiterite, minerale utilizzato nell’industria elettronica, prima di essere esportato verso il Ruanda.

Gli assalitori hanno saccheggiato la cassaforte della cooperativa di credito e sequestrato dei civili a cui hanno fatto trasportare i sacchi di cassiterite rubati. Altri attacchi armati erano stati registrati, in aprile, in altre località dello stesso territorio, particolarmente a Boboro, Omate, Oninga e sull’asse Kashebe Walikale. La situazione di insicurezza a Walikale è quindi molto preoccupante.

Il deputato nazionale Sabini Muhima osa affermare: “Sento dire che nel Nord-Kivu la guerra è finita. In ogni caso, non qui a Walikale. La guerra non è ancora finita”.

Il 1° maggio, tre postazioni delle FARDC sono state attaccate durante la notte nella località di Kiseguru, sulla strada Kiwanja-Ishasha, in territorio di Rutshuru (Nord Kivu). Secondo Amisi Kalonda, amministratore del territorio di Rutshuru, otto militari FARDC, tre civili, di cui due donne e un bambino e due combattenti delle Forze Democratiche per la Liberazione della Rwanda (FDLR) sono stati uccisi durante i combattimenti. Da parte sua, il portavoce delle operazioni Amani leo nel Nord e sud Kivu, il maggiore Sylvain Ekenge, ha indicato che i combattenti FDLR hanno compiuto tale attacco per rifornirsi di munizioni in deposito nella postazione FARDC. Una volta di più, questo attacco dimostra la necessità di una riforma del settore della sicurezza che, in RDCongo, presenta ancora numerose lacune.

Il 2 maggio, 54 membri delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) che si erano presentati all’ONG Programma nazionale per la pace e la ricostruzione (PAREC), sono stati trasferiti da Goma, capoluogo del Nord-Kivu, a Lubumbashi, nel Katanga.

L’organizzazione si è incaricata di trasferire (delocalizzare), su base volontaria, i membri delle FDLR che ne facciano richiesta, conformemente agli accordi di Goma. L’iniziatore dell’operazione, il pastore Ngoy Mulunda, ha precisato che coloro che vorranno tornare in Rwanda saranno inseriti nel processo di disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reintegrazione e reinstallazione (DDRRR), mentre coloro che desidereranno rimanere in RDCongo saranno trasferiti in una delle province di loro scelta.

Secondo Radio Okapi, si tratta invece di 30 combattenti FDLR e di 106 loro familiari. Sono stati poi trasferiti nella città di Kisenge, alla frontiera con l’Angola. Provengono dal territorio di Masisi, nella provincia del Nord-Kivu e avrebbero deposto volontariamente le armi. Sono stati allontanati dalla frontiera rwandese per assicurare la loro sicurezza, nell’attesa del loro rimpatrio in Rwanda.

Secondo il portavoce dell’operazione militare “Amani Léo” nel Nord e Sud-Kivu, il maggiore Sylvain Ekenge, le FARDC hanno ricevuto l’ordine di sospendere le operazioni contro i ribelli rwandesi delle FDLR, per permettere e facilitare l’operazione di raccolta delle armi e la resa delle FDLR al Parec.

Nel quadro dell’operazione “Un’arma in cambio di 50 dollari USD”, lanciata l’8 marzo 2010, il PAREC ha annunciato di avere ricuperato più di 6400 armi da guerra.

La Rete di Azione Cittadina per la Democrazia, una coalizione di settantacinque ONG del Nord Kivu, hanno espresso la loro preoccupazione di fronte all’operazione di delocalizzazione dei ribelli hutu rwandesi delle FDLR dal Nord Kivu verso il Katanga. La RACID pensa che sarebbe piuttosto stato necessario rimpatriare direttamente gli ex-combattenti FDLR nel loro paese di origine invece di trasferirli verso l’interno della RDCongo. Secondo questa coalizione di Ong, tale operazione costituisce più un problema che una soluzione alla questione delle FDLR. Jean Paul Lumbulumbu, coordinatore nazionale del RACID spiega: “Temiamo che questi FDLR, una volta trasferiti nella parte ovest del paese possano riarmarsi e destabilizzare ancora la parte est e la parte ovest del paese”.

Il pastore Daniel Ngoyi Mulunda, coordinatore del PAREC, ha affermato che tutto è stato pensato per la riuscita dell’operazione di delocalizzazione degli Hutu rwandesi delle FDLR.

Non “si può volere la pace e altre cose”, ha dichiarato il pastore Daniel Ngoyi Mulunda, in reazione alle preoccupazioni espresse da certe personalità ed organizzazioni sulla delocalizzazione dei membri delle FDLR verso altre province della RDCongo. Per il coordinatore del PAREC, questi Hutu ruandesi non costituiscono un pericolo, nella misura in cui sono disarmati e indeboliti. “Quelli che sono a Dilolo e a Kabalo, nella provincia del Katanga (Sud-est della RDCongo) e a Kabinda, nella provincia del Kasaï orientale (Centro della RDCongo) non hanno mai causato alcuna insicurezza”, ha sottolineato Ngoyi. Tale delocalizzazione era stata preceduta dalla aonsegna volontaria delle armi al PAREC nel quadro dell’operazione “un arma per 50 dollari US”, lanciata il 9 marzo scorso nella località di Kichanga, in territorio di Masisi, nel Nord-Kivu.

Il memorandum di 28 deputati del Sud-Kivu al Primo Ministro

Il 26 aprile, 28 deputati nazionali del Sud-Kivu hanno inviato un memorandum al Primo Ministro Adolphe Muzito. Il loro intervento si articola in nove punti: la questione dell’insicurezza, i tentativi di esclusione dell’élite del Sud-Kivu, il nuovo tentativo di occupazione del Sud-Kivu, la destabilizzazione dei governatori del Sud-Kivu, la xenofobia nei confronti di cittadini del Sud-Kivu nel Katanga, i cinque cantieri, l’ex Comitato dell’Assemblea Nazionale, la creazione delle nuove entità e i ritiro della MONUC.

 A. A proposito della questione dell’insicurezza, i deputati ritengono sadico e irresponsabile che il governo dichiari senza batter ciglio che regna la pace su tutta la superficie del territorio nazionale e che nella nostra provincia non restano che poche ultime sacche di forze negative. Ogni volta che lo si sente dire, ci si chiede se il governo e la popolazione vivano su uno stesso territorio nazionale o se abbiano le stesse informazioni sulla situazione, perchè molto diverse sono le loro letture della realtà.

In quasi tutti i territori della Provincia, si constata un’insicurezza causata o dalle forze negative (FDLR, FRF,…) o dai militari stessi delle FARDC.

FIZI centro è completamente deserto : la popolazione è fuggita da causa degli scontri tra i militari delle FARDC di etnia tutsi e i Mai Mai che difendono il loro territorio. Sugli altipiani di Uvira, le FRF si comportano come conquistatori del territorio. A SHABUNDA, i militari delle FARDC si dedicano allo sfruttamento artigianale delle materie prime invece di neutralizzare le FDLR. Negli altri territori, lo scenario è lo stesso.

Si notano altri fenomeni non meno gravi:

1°) La defezione sempre più inquietante di certi ufficiali dalle file delle FARDC, portando via armi, munizioni e militari e compiendo continui soprusi sulla popolazione (stupri, saccheggi, incendi,…).

2°) La presenza, nei territori di MWENGA e di KABARE, di interi battaglioni che, abbandonati a se stessi, incontrollati e non pagati, sopravvivono a spese delle popolazioni e devastando i loro campi.

3°) La frustrazione dei militari provenienti dagli ex gruppi armati Mai-Mai impagati e non valorizzati, mentre quelli provenienti dal RCD e dal CNDP sono trattati meglio.

4°) Nel territorio dell’isola di IDJWI, i militari delle forze navali dettano legge: compiono soprusi nei diversi porti, sul lago KIVU e anche all’interno della collettività. Alcuni ubbidiscono al comando del Nord-Kivu, altri a quello del Sud-Kivu.

5°) Da tre anni, non c’è un comandante titolare della decima regione militare del Sud-Kivu. Davvero non ci sono ufficiali che possano occupare questo posto di responsabilità perché sia affidato ad un interim inamovibile?

6°) Tutte le posizioni strategiche della Provincia, comprese le frontiere e i porti, un tempo protetti militarmente dalle nostre forze armate, sono state affidate selettivamente agli ufficiali militari delle truppe del CNDP. La loro presenza fa pensare che si tratti di una ben pianificata conquista di terre senza, tuttavia, alcun combattimento.

Si deve credere a chi dice che il Governo vuole cedere il Sud-Kivu al Rwanda? Perché il governo non vuole permutare certi ufficiali e certe truppe delle FARDC in altri territori del Paese? Dove si andrà a finire con soldati intoccabili e, per la maggior parte, ex ribelli e saccheggiatori?

B. A proposito dei tentativi di emarginazione dell’élite del Sud-Kivu, i leader e i quadri di questa provincia sono letteralmente esclusi sia nella sfera politica che nelle altre strutture statali (DGI, DGRAD, DGDA).

 C. Per ciò che riguarda il nuovo tentativo di occupazione del Sud-Kivu, si apprende che nel territorio di KALEHE, si sta registrando un ritorno dei Rwandesi tutsi che dicono di essere andati in Rwanda come rifugiati e che ora ritornano nel loro paese per ricuperare le loro vecchie concessioni che avevano tuttavia venduto, prima di andare in Rwanda, in seguito alla presa del potere in Ruanda da parte dell’APR. La Loro presenza è particolarmente segnalata a KALONGE e a NUMBI. Peraltro, siamo informati che il governo parallelo, che esiste, sta procedendo alla sostituzione di vari amministratori di territorio. E’ così che a IDJWI, territorio insulare situato nel lago Kivu alla frontiera con il Ruanda, si è voluto mettere un signore che vive in Rwanda, più precisamente a RUHENGERI, come se nel territorio di IDJWI, nessuno sia capace di amministrare un territorio.

D. Sui cinque cantieri: l’educazione, l’impiego, l’acqua e l’elettricità, le strade e l’edilizia costituiscono i cinque settori in cui il Governo si è impegnato per l’ammodernamento del Paese. Anche su questo punto, grande è la frustrazione della popolazione del Sud-Kivu confrontando la situazione della propria provincia e e quella delle altre. I Deputati nazionali del Sud-Kivu hanno sempre sostenuto con forza la riabilitazione delle seguenti infrastrutture che possono produrre un decollo socioeconomico della loro provincia: l’aeroporto di KAVUMU, lo zuccherificio di KILIBA, il dragaggio del porto di KALUNDU, il cementificio di KATANA, gli assi stradali BUKAVU-KALEMIE, BUKAVU – WALIKALE, BUKAVU – KINDU, BUKAVU – GOMA, la centrale idroelettrica di Ruzizi I e II, le piantagioni e le fattorie, l’erezione delle nuove città e comuni rurali, le scuole e le strutture sanitarie, ecc. L’informatizzazione e la paga effettiva degli agenti e funzionari dello stato, compresi gli insegnanti, i militari e gli agenti di polizia potrebbero rilanciare la vita normale degli abitanti del Sud-Kivu. Purtroppo, si constata che a Bukavu la corrente elettrica è quasi inesistente, quando i paesi vicini, alimentati a partire dalle stesse turbine, ne usufruiscono senza interruzione. L’acqua corrente, la cui qualità è del resto dubbiosa, è fornita solamente a meno del 15% della popolazione urbana; la rete viaria urbana è quasi inesistente; nessuna costruzione di alloggi popolari è cominciata, ecc. I fondi incassati da SAFRICAS per la costruzione di case popolari sono stati deviati per un progetto di Kinshasa. I pochi lavori di costruzione di strade, inaugurati con pompa già da due anni, proseguono con enormi ritardi: lo testimonia la strada Bukavu-Kavumu che, con solo 30 Km, non è ancora finita, benché i lavori siano cominciati due anni fa. In quanto agli altri tronconi, Dio solo sa se saranno un giorno realizzati. In breve, agli orecchi della popolazione del Sud-Kivu, i cinque cantieri suonano come degli slogan vuoti e beffardi. In questo tempo, parecchi chilometri di strade asfaltate e moderne sono stati costruiti in altre province.

E. A proposito del ritiro della MONUC, le FARDC costituiscono oggi un corpo ancora eterogeneo, composte da truppe provenienti da varie forze antecedenti, le une lealiste, altre ribelli. Non c’è dunque ancora un vero esercito repubblicano nel senso costituzionale del termine, capace di garantire la sicurezza della popolazione e le elezioni sull’insieme del territorio nazionale. Sul posto, certi militari compatrioti commettono numerosi soprusi, alla stregua di altri nemici della pace, forse perché sono demotivati, abbandonati e non pagati. Ecco perché sarebbe prematuro procedere all’esecuzione del piano di ritiro della MONUC, prima dell’avvio delle Istituzioni dello Stato in seguito alle prossime elezioni programmate per l’anno 2011.

 

Conclusione.

Nel Sud-Kivu, contrariamente a ciò che il governo dichiara, l’insicurezza continua ancora a regnare sovrana: militari delle FARDC, INTERAHAMWE-FDLR e altre forze negative, come leoni ruggenti, feriti e affamati, si scatenano contro una popolazione abbandonata, avvilita e oppressa da anni di guerra e di povertà.

Tra altre, i Deputati del Sud Kivu formulano, quindi, le seguenti raccomandazioni al Primo Ministro della RDCongo:

1) la permutazione e una nuova destinazione di tutti i responsabili dell’esercito, della Polizia e dei servizi di sicurezza, nominati nelle province del Nord-Kivu e del Sud-Kivu da molto tempo e fino ad oggi ancora;

2) il recupero e la ri-assegnazione dei battaglioni dei militari abbandonati alla loro triste sorte qua e là in diverse contrade della provincia e che seminano la desolazione in seno alle nostre popolazioni;

3) il pagamento degli stipendi degli agenti e funzionari dello stato, specialmente gli insegnanti, i poliziotti e i militari;

4) la riabilitazione delle infrastrutture di base;

5) il rilancio dei lavori delle strade di servizio agricolo;

6) la presa in conto degli accordi di pace firmati a Goma;

7) la restituzione effettiva del 40% delle entrate ad ogni provincia;

8) il rispetto della libertà dei Deputati Provinciali nella selezione e voto del governatore di provincia;

9) la presa in considerazione della Società Civile e delle donne nella composizione della CENI a tutti i livelli;

10) il mantenimento della MONUC fino alla fine delle prossime elezioni generali.

 

La società civile

Il 23 aprile, 52 rabbini inglesi hanno firmato una petizione pubblicata sul giornale “The Guardian “, per proporre ai responsabili dei partiti politici inglesi, in campagna elettorale, di impegnarsi per fare della situazione in RDCongo una priorità assoluta per la prossima legislatura.

Riportiamo alcuni passi della petizione:

“Il popolo della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo) ha subito durante 11 anni una lunga catena di violenze, crimini di guerra, corruzione, crisi umanitarie, saccheggi e stupri. Nell’aprile 2007, l’ONG International Rescue Committee aveva stimato il numero dei morti in RDCongo dal 1998 a 5,4 milioni. Questa terribile cifra continua ad aumentare di 45.000 persone al mese. Le conseguenze supplementari legate alla malattia e alla malnutrizione hanno provocato un aumento del numero dei morti ad almeno 7 milioni, senza contare i milioni di sfollati…….

Considerando la sofferenza e l’ampiezza delle atrocità commesse in RDCongo, non possiamo che ricordare i nostri 6 milioni di vittime del genocidio nazista. Il “non sentire nulla, non vedere nulla e non fare nulla”, il restare con le braccia incrociate mentre gli esseri umani sono massacrati, sono un tradimento alla promessa del “mai più!”. C’è una negazione di giustizia nei confronti delle vittime e ciò ci interroga nel nostro profondo impegno per l’umanità……….

Perciò, in nome del popolo della RDCongo, lanciamo un appello a tutti i capi dei partiti politici: chiediamo dunque a tutti i partiti di impegnarsi in modo deciso per fare della situazione in RDCongo una priorità assoluta per la prossima legislatura.

Il 1° maggio, nei territori di Beni e di Lubero (Nord Kivu) è stata decretata una giornata “città morta”. La popolazione di queste due giurisdizioni ha aderito all’appello della società civile del Grande Nord della provincia del Nord-Kivu a boicottare le manifestazioni commemorative della festa del lavoro. I membri della società civile di questa regione giustificano la loro decisione così: la popolazione di Beni e di Lubero non ha nessuna ragione di far festa quando, in queste ultime settimane, è vittima di massacri, estorsioni e diversi altri soprusi.

Omar Kavota, presidente della società civile del territorio di Beni così lo spiega:

“Si tratta per noi, in quanto forze vive, di esprimere la nostra totale disapprovazione di fronte alla crescente insicurezza nella zona, di denunciare il mutismo delle autorità governative rispetto a questa situazione di insicurezza generalizzata e di piangere con le famiglie colpite dai diversi massacri perpetrati qua e là da uomini armati. Abbiamo registrato numerose perdite in vite umane e feriti. Pensiamo dunque che sia importante per noi piangere, celebreremo questa giornata nella meditazione più totale e abbiamo invitato la popolazione ad osservare questa giornata nella meditazione. Abbiamo proposto a tutti quelli che dovevano partecipare alla sfilata di non farlo e di osservare una giornata città morta”.

 

La violenza nel quotidiano

Il giornale americano, New York Time, con l’articolo di Nicholas D. Kristol, ha portato il conto delle vittime della guerra in RDCongo a 6,9 milioni di morti.

Nicholas D. Kristol scrive: “Jeanne e le altre ragazze venivano regolarmente legate, con le braccia stese come sulla croce, e violentate da vari miliziani. Ben presto, è rimasta incinta, ma gli stupri non sono cessati, talvolta anche con bastoni che le raggiungevano le viscere. Un giorno, Jeanne è stata abbandonata in un fossato, sul ciglio della strada, in stato di agonia. È là che è stata ritrovata e portata a Bukavu. “All’interno era totalmente distrutta “, racconta il Dottore Mukwege, 54 anni, responsabile dell’ospedale Panzi (…) e che ha operato Jeanne nove volte in tre anni. “Talvolta, mi chiedo che faccio qui, esclama il dottore. Non c’è soluzione medica. Ciò che occorre, spiega, non é tanto un maggior aiuto umanitario, quanto uno sforzo internazionale più vigoroso per mettere fine alla guerra. Ciò significa fare pressione sul regime rwandese… sul presidente congolese, Joseph Kabila…. Che gli Stati Uniti si implichino maggiormente nel controllo del commercio dei minerali, affinché i signori della guerra non si servano più del coltan, dello zinco o dell’oro per acquistare le armi…”. Sì. Attualmente, questo sforzo internazionale deve più che mai manifestarsi nell’istituzione di un tribunale penale internazionale per il Congo, affinché i milioni di morti congolesi non siano morti invano.

La popolazione della città di Kirumba situata a 150 Km dalla città di Butembo, a Sud del Territorio di Lubero (Nord Kivu) denuncia un afflusso massiccio di militari rwandofoni, chiamati “Fardc Nuova Formula” o “Forze Armate Rwandesi Dispiegate in Congo”. Ciò che preoccupa la popolazione di Kirumba e dintorni è l’ininterrotto succedersi delle estorsioni che tali militari commettono contro i pacifici Congolesi e i loro beni, nell’indifferenza o impotenza totale delle autorità amministrative locali. Questi militari non sono alloggiati in un campo militare apposito, ma si disperdono nella città di Kirumba, occupano con la forza le case che appartengono ai civili, particolarmente le case in via di costruzione, quelle non ancora occupate, le paillottes o verande dove si radunano gli anziani, ecc. Quando viene la sera, questi militari armati prendono le loro mogli e i loro figli e si auto invitano a cena nelle famiglie della città di Kirumba, mangiando a sazietà. Gli abitanti di Kirumba e dintorni denunciano anche il furto a mano armata dei prodotti dei campi e dei capi di bestiame da parte degli stessi militari. Il timore è che, se questa pratica non viene bloccata in tempo, gli abitanti di Kirumba e dintorni moriranno di fame, perché non avranno più cibo, né in casa, né nei campi. La popolazione locale inizia a temere l’uso dell’arma alimentare da parte dei militari rwandofoni, il cui dispiegamento incontrollato è diventato molto problematico. Nelle località di Vusegha, Vukoka, Mbumbi, ecc. gli abitanti sono ridotti in schiavitù, perché costretti con la forza a trasportare i minerali e il legname sfruttati dagli stessi militari.

Grandi proprietari terrieri spingono i contadini del territorio di Masisi ad abbandonare le loro terre per appropriarsene. Le vittime riportano degli atti di tortura, di detenzione arbitraria, di espropriazione e di assassinio. Testimoni e ONGs confermano queste estorsioni.

Lo schema è sempre lo stesso: un nuovo proprietario arriva con in mano un certificato di registrazione e obbliga centinaia, addirittura migliaia di famiglie a partire.

In caso di rifiuto, il nuovo proprietario chiama i militari del settore per sloggiarle con la forza.

Per garantire la sicurezza nella regione, le associazioni di difesa dei diritti umani chiedono alle autorità di non minimizzare un problema che considerano come una vera bomba a scoppio ritardato. Da parte loro, le autorità provinciali stimano che, per risolvere il problema, bisogna favorire la concessione dei titoli fondiari, per permettere alla popolazione di difendere i suoi diritti. Per questo, propongono di creare nuove circoscrizioni fondiarie a Masisi, Rutshuru e Walikale.

Viso affaticato e sudato, corpo teso in avanti, mani sulla fronte per tenere la correggia del sacco di 50 kg posto sulla schiena, un sentiero di 50 km in piena foresta per collegare la miniera di Bisie, nella provincia del Nord Kivu, alla prima strada: i portatori di cassiterite fanno una vita davvero dura. Ogni giorno, fra 200 e 450 sacchi di questo minerale di stagno, utilizzato particolarmente nell’industria elettronica, sono così trasportati a schiena, dalla miniera di Bisie fino a Njingala, il villaggio più vicino in cui arriva la strada.

I portatori – sarebbero circa 2.000, secondo le autorità locali – affrontano i 50 km di cammino nel cuore di questa foresta equatoriale, su un difficile sentiero fangoso e, spesso, cosparso di radici. Superano colline, paludi e piccoli corsi di acqua, sotto un caldo soffocante o una pioggia torrenziale.

I più forti compiono tutto il tragitto in una decina d’ore. Gli altri partono nel pomeriggio, dormono sul percorso e riprendono la marcia presto l’indomani.

Il portatore parte da Njingala carico di cibo, birra o materiale vario (casseruole, sedie, stoffe, sapone, assi…), l’indomani riparte da Bisie carico di cassiterite.

Per la cassiterite (50 kg), il portatore é pagato tra 0,6 e 0,7 dollari per chilo, cioè tra i 30 e i 35 USD per sacco. Per le altre merci, la paga va da 0,4 a 0,5 USD il chilo.

Sul sentiero, è un andirivieni incessante di portatori. Viaggiano a piccoli gruppi o soli. Fanno alcune soste nei piccoli villaggi-ristoranti installati in mezzo alla foresta, per poter mangiare o anche dormire.

La miniera di Bisie e il sentiero che vi conduce sono controllati dai soldati dell’ex-movimento ribelle del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), integrato nell’esercito congolese inizio 2009. I militari vi hanno eretto parecchie “barriere”(posti di blocco) e tassano tutti i viandanti all’andata come al ritorno, secondo una tariffa di 100 franchi congolesi (0,1 USD) per ogni passaggio.

 

2. PROVINCIA DELL’ÉQUATEUR

Secondo fonti locali, l’insicurezza nel capoluogo dell’Equateur, Mbandaka, non cessa di aumentare. “Dopo l’attacco del 4 aprile, sono arrivati numerosi rinforzi militari, il cui trasporto è stato effettuato con vari aerei Boeing 727. Membri della guardia presidenziale, riconoscibili per la loro uniforme color nero e con basco rosso, pattugliano la città e sparano su tutto ciò che si muove”, afferma un testimone. Secondo un’altra fonte, durante le loro operazioni di pattugliamento per snidare “gli infiltrati”, le forze addette alla sicurezza seminano il terrore tra a popolazione. “I soldati della guardia presidenziale arrestano chiunque e con qualsiasi pretesto. Sparano in continuazione”, afferma una fonte locale. La città di Mbandaka vive nella paura. Il 17 aprile, presso la località di Nganda Mikese, situata ad una ventina di chilometri da Mbandaka, si è registrato uno scontro tra le FARDC e dei combattenti non diversamente identificati. il portavoce della Missione dell’Onu in Congo (Monuc), Madnodje Mounoubai, ha precisato che si tratta di ribelli respinti durante l’attacco del 4 aprile dalla città di Mbandaka Uno studente e una donna incinta sono stati uccisi il 18 aprile a Bolenge, ad una decina di chilometri da Mbandaka.

Il 20 aprile, l’associazione africana per la difesa dei diritti dell’uomo in RDCongo (Asadho) ha, in un rapporto, accusato l’esercito congolese di “avere eseguito” o “ordinato” l’uccisione di almeno 49 persone, in maggioranza civili, in occasione dei combattimenti di Mbandaka, contro gli insorti Enyele, il 4 aprile e nei giorni seguenti. La missione dell’Asadho ha ricevuto varie testimonianze sull’esecuzione sommaria, nella notte dal 5 al 6 aprile, di nove persone che erano state arrestate tre mesi prima, perché accusate di essere degli insorti Enyele appartenenti al Movimento di Liberazione indipendente ed Alleati. Inoltre, Asadho ha registrato 33 casi di persone uccise e depositate all’obitorio di Mbandaka, è stata informata di cinque corpi raccolti in città, ma non depositati all’obitorio e cita per nome altre sei vittime. Fonti locali a Mbandaka confermano l’uccisione indiscriminata di ogni persona sospettata di essere un “ribelle”. Jean Claude Katende, presidente di Asadho, dichiara che le vittime sono state uccise perché sospettate di simpatizzare con gli assalitori. Il governo provinciale dell’Equateur respinge tali accuse, ritenendole infondate. Da parte sua, il governo di Kinshasa ha riconosciuto 21 morti, fra cui nove nelle file delle forze dell’ordine e della Monuc e altri 12 tra gli assalitori.

Il 26 aprile, a Mbandaka, la Polizia nazionale congolese (PNC) ha arrestato 13 persone presunte responsabili dell’insicurezza delle ultime settimane. Tra le persone arrestate, ci sono 2 militari della forza navale che, secondo i loro complici, fornivano armi e munizioni al gruppo; 1 agente della polizia; 7 civili, riconosciuti come banditi di strada e 3 detenuti della prigione centrale di Mbandaka evasi il 4 aprile, in occasione dell’attacco alla città da parte degli insorti del Movimento di liberazione indipendente ed alleati.

Il 5 maggio, Udjani, di 25 anni, capo degli insorti Enyele appartenenti al Movimento di Liberazione Indipendente degli alleati, è stato arrestato a Dongo, nella provincia dell’Equateur. Secondo il ministro della Comunicazione, è stato catturato e consegnato alla polizia dai suoi fratelli di clan a Dongo, dove era ritornato per un nuovo reclutamento. Tuttavia, nessuna fonte indipendente ha confermato l’arresto di Udjani in RDCongo.

Infatti, secondo un responsabile della direzione dipartimentale della polizia del Likouala (estremo nord del Congo Brazzaville), Ondjani Mangbama e alcuni dei suoi tenenti si sono arresi, il 4 maggio, alle forze di sicurezza del Congo Brazzaville, nella località di Mombendzelé, a 95 chilometri di Impfondo ed è stato trasferito alla capitale, Brazzaville.

Per il senatore MLC Jacque Djoli, questo arresto non dovrebbe occultare i veri problemi che si pongono a Dongo, in particolare e nella provincia dell’Equateur in generale. Questi problemi sono di ordine economico e politico. Sul piano economico, il senatore ha messo in evidenza l’isolamento di Dongo e la miseria che fa sì che i suoi abitanti arrivino a litigare per dei laghetti.

In quanto ai problemi politici, bisogna ricordare le diverse rivendicazioni presentate al Governo di Kinshasa, le tensioni in seno al Comitato dell’Assemblea Provinciale, la corruzione e l’impunità. Al di là delle questioni economiche e politiche dell’Equateur, è messo in questione anche il sistema di difesa del paese in generale.

 

3. PROVINCIA ORIENTALE

Il 3 maggio, i deputati della Provincia Orientale originari dell’Ituri hanno dichiarato alla stampa di Kisangani che “il 15 maggio prossimo, il distretto dell’Ituri diventerà la provincia dell’Ituri”. Questi parlamentari si basano sulla Costituzione del 18 febbraio 2006. Il suo articolo 2 stipula che “il 14 maggio 2010 è la data limite per l’erezione delle nuove province”. Floribert Katanabo, portavoce dei deputati dell’Ituri, ha affermato che l’Ituri è pronto a funzionare come provincia con tutte le sue istituzioni.

La questione sollevata dai deputati dell’Ituri è pertinente. Ma la Costituzione non autorizza affatto delle dichiarazioni unilaterali senza l’appoggio di una legge organica. Su questo punto, la legge sul decentramento e delimitazione delle entità decentralizzate è ancora in discussione al Parlamento. Ragione per cui l’assemblea nazionale ha intenzione di procedere alla revisione costituzionale, particolarmente nei suoi articoli 2 e 226.

Il pericolo di questa dichiarazione dei deputati dell’Ituri, che assomiglia ad una provocazione o a una ribellione, è che potrebbe suscitare delle emulazioni e delle reazioni a catena. O semplicemente, i deputati dell’Ituri hanno deciso di esercitare una pressione sul governo e il Parlamento, ciò che non è da escludere.

Ma l’Ituri rimane una delle zone più ricche della RDCongo. Oltre l’oro, il diamante, il caffè e il legname, l’Ituri dispone del petrolio del Lago Alberto, a tal punto che società petrolifere straniere si stanno affrettando per la sua estrazione. Si ricorderà che, in un passato recente, certi Congolesi si sono lasciati manipolare da un paese vicino sostenuto da potenze straniere, per destabilizzare la RDCongo e dedicarsi al saccheggio delle ricchezze dell’Ituri stesso.

Bisognerà verificare se dietro la dichiarazione dei deputati, possa esserci ancora una mano invisibile che spinge di nuovo i Congolesi ad altri atti di ribellione con la finalità di balcanizzare la RDCongo con pretesti fallaci. Al centro di questo ennesimo complotto, l’oro, ma soprattutto il petrolio del Lago Alberto che suscita molte bramosie. Spetta alle autorità competenti fare una profonda riflessione, per scoprire ciò che possa nascondersi dietro tale dichiarazione.

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“Quando sono partito, ero impressionato dalle immagini della CNN e pensavo che la realtà africana fosse terribile, devastata da una continua sofferenza. Credevo, insomma, che non ci fosse più nulla da fare.
Invece è vero esattamente il contrario.”
A. Kiarostami, regista del film “ABC Africa”
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