Lug 07 2017

Congo Attualità n. 326

INDICE

EDITORIALE: CONFERENZA EPISCOPALE E MAGGIORANZA PRESIDENZIALE → DUE LETTURE DIVERSE DELLA STESSA REALTÀ

  1. IL MESSAGGIO DEI VESCOVI: «IL PAESE VA MOLTO MALE. CONGOLESI, IN PIEDI!»
    1. La reazione del Comitato politico della Maggioranza Presidenziale
    2. Le reazioni dell’opposizione
  2. SANZIONI CONTRO DIECI PERSONALITÀ CONGOLESI
    1. La reazione del Governo congolese
    2. Il 29° vertice dell’Unione Africana (UA)

 

EDITORIALE: CONFERENZA EPISCOPALE E MAGGIORANZA PRESIDENZIALE → DUE LETTURE DIVERSE DELLA STESSA REALTÀ

 


 

1. IL MESSAGGIO DEI VESCOVI: «IL PAESE VA MOLTO MALE. CONGOLESI, IN PIEDI!»

 

Il 23 giugno, nel loro messaggio intitolato “Il Paese va molto male. Congolesi: in piedi!”, i vescovi membri della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO) hanno dichiarato di essere «profondamente preoccupati per il continuo deterioramento della situazione socio economica, l’insicurezza e l’attuale impasse politica».

Circa la situazione socio-economica, i Vescovi affermano: «Fino a poco tempo fa, la Repubblica Democratica del Congo godeva di una relativa stabilità economica. In questi giorni, la situazione economica del nostro paese è critica e peggiora di giorno in giorno. Stiamo assistendo a un abbassamento del tasso di crescita, al deprezzamento della moneta nazionale nei confronti delle valute estere a causa di tassi di cambio fluttuanti. Il clima degli affari è cupo e scoraggia gli investitori.

La corruzione, l’evasione fiscale e l’appropriazione indebita di fondi pubblici hanno raggiunto proporzioni allarmanti. Abusando del loro potere, un gruppo di connazionali si è impossessato di enormi ricchezze a scapito del benessere sociale collettivo.

Pertanto, il potere d’acquisto è fortemente diminuito, a tal punto che le famiglie non riescono ad arrivare alla fine del mese. Per la stragrande maggioranza della popolazione congolese, le condizioni di vita sono diventate estremamente precarie. Lo testimoniano la crescente malnutrizione, l’impossibilità di accedere all’assistenza sanitaria di base e all’istruzione, l’accumulo di salari arretrati non pagati, l’esplosione della disoccupazione giovanile. Nelle aree urbane, la fornitura d’acqua e di energia elettrica è diventata irregolare, mentre le bollette da pagare sono in aumento. Tutto ciò è alla base di gravi disordini sociali, di un banditismo in espansione e del reclutamento dei giovani in innumerevoli milizie».

– Per quanto riguarda l’insicurezza e la situazione umanitaria, i Vescovi affermano che «l’insicurezza quasi generalizzata in tutto il paese condiziona direttamente la vita delle persone. Essa mina la dignità umana e il rispetto dei diritti umani. È il caso del Gran Kasai, dove gli scontri tra forze di sicurezza e milizie hanno causato molte vittime. Dopo nove mesi di conflitto, fino ad oggi ci sono stati segnalati circa 3.383 morti, l’esistenza di 30 fosse comuni, più di un milione di sfollati interni e 30.000 rifugiati in Angola.

Deploriamo tutti gli atti di distruzione: 60 chiese profanate e chiuse, 31 strutture sanitarie cattoliche vandalizzate, 141 scuole cattoliche danneggiate e chiuse, 3.698 case private distrutte, 20 villaggi completamente distrutti. Nonostante gli sforzi del governo congolese per porre fine a questa tragedia, in collaborazione con la Monusco, la situazione rimane incerta.

Condanniamo la violenza da qualunque parte provenga e riaffermiamo il carattere sacro e inviolabile della vita umana. È per questo che chiediamo l’apertura di un’inchiesta seria e oggettiva, per individuare le responsabilità sulle atrocità commesse nel Gran Kasai.

Constatiamo anche la presenza massiccia, incontrollata e permanente di gruppi armati stranieri che seminano il caos e la desolazione tra la popolazione locale. Si tratta dei ribelli della LRA, delle ADF, dei combattenti del Sud Sudan e di molti altri.

Continuiamo a segnalare la presenza dei pastori Mbororo che si sono stabiliti nelle province del Basso Uélé e dell’Alto Uélé e di altri “strani” allevatori nel Tanganica, Alto Lomani, Kwilu, Kwango, Mongala e Ituri. Questo fenomeno non potrebbe forse preannunciare l’attuazione di un piano di balcanizzazione della RDCongo?

Delle evasioni di prigionieri, a quanto pare pianificate, dalle prigioni di Makala e Matete a Kinshasa, di Kasangulu, Kalemie e Beni rimangono per noi un grande punto interrogativo».

– Sulla situazione dei diritti umani, i Vescovi fanno notare che «le restrizioni al diritto della libertà di espressione e le interdizioni di manifestazioni pacifiche sono aumentate. La repressione delle manifestazioni pacifiche arriva a volte fino all’uso eccessivo della forza. Dei difensori dei diritti umani, delle personalità politiche ed esponenti della società civile con idee divergenti da quelle del potere sono regolarmente minacciati o arbitrariamente arrestati. I responsabili di queste violazioni dei diritti non sono perseguiti dalla giustizia, tanto meno condannati. Invece di poter constatare l’emergenza di misure per il rasserenamento del clima politico, come previsto nell’accordo del 31 dicembre 2016, stiamo assistendo piuttosto all’inasprimento del potere».

Alla domanda “qual è la causa della crisi attuale?”, i Vescovi rispondono che «la situazione di miseria in cui viviamo oggi è una conseguenza della crisi socio-politica dovuta principalmente alla non organizzazione delle elezioni secondo le disposizioni della Costituzione del nostro Paese.

L’accordo politico globale e inclusivo del 31 dicembre 2016 contiene delle piste di soluzione per un’uscita pacifica da questa crisi. Per mancanza di volontà politica, l’attuazione di quest’accordo è insignificante. A scapito della sofferenza del popolo, i politici moltiplicano delle strategie per svuotarlo del suo contenuto, mettendo così a rischio l’organizzazione di elezioni libere, democratiche e pacifiche.

L’annesso relativo alle disposizioni di applicazione dell’accordo che doveva essere portato a termine è stato svuotato della sua sostanza a favore di disposizioni particolari non inclusive. Si noti inoltre che la legge sul Consiglio Nazionale per la Supervisione dell’Accordo del 31 dicembre (CNSA), organo fondamentale per l’attuazione dell’accordo stesso, non è stata iscritta all’ordine del giorno dell’ultima sessione parlamentare ordinaria.

Pertanto, esortiamo tutte le parti implicate nell’accordo ad assumersi pienamente le loro responsabilità, in buona fede e per amore alla patria. Le sedicenti soluzioni adottate non contribuiscono alla coesione nazionale. Esse rischiano piuttosto di accelerare l’implosione del nostro amato Paese».

– Sulla questione di come poter uscire da questa crisi che mina la società e di cosa fare, i vescovi dichiarano che «il paese va molto male. Mettiamoci in piedi, alziamo le nostre teste ancora piegate e prendiamo lo slancio (…) per costruire un paese più bello di quello attuale (vedi l’inno nazionale congolese). È necessario lasciarci coinvolgere e prendere il nostro destino in mano, altrimenti il nostro futuro sarà a lungo ipotecato.

Di fronte alla triste situazione in cui si trova oggi il nostro paese, la cosa peggiore è lo scoraggiamento! Vi chiediamo insistentemente di non cedere alla paura né al fatalismo. Una minoranza di concittadini ha deciso di prendere in ostaggio la vita di milioni di Congolesi. È inaccettabile! Dobbiamo prendere in mano il nostro destino comune.

Per questo, incoraggiamo tutte le iniziative di educazione civica ed elettorale e l’impegno attivo e pacifico di tutti, per sradicare le cause profonde delle nostre sofferenze. Infatti, in questo periodo pre-elettorale abbiamo il sacro dovere di informarci bene sulle leggi che regolano il nostro vivere insieme. Oltre a queste leggi, dobbiamo conoscere anche l’Accordo del 31 dicembre 2016, che è l’unica via possibile per uscire dalla crisi, perché saldamente fondato sulla Costituzione della Repubblica e di cui dobbiamo pretendere il rispetto e la piena attuazione da parte dei firmatari. La soluzione pacifica della crisi attuale richiede lo svolgimento delle elezioni presidenziali, legislative nazionali e legislative provinciali prima del mese di dicembre 2017, come previsto nell’accordo politico del 31 dicembre 2016. L’organizzazione delle elezioni presuppone l’operazione di iscrizione degli elettori, un’operazione che, purtroppo, si sta svolgendo con una lentezza preoccupante. Preparare bene le elezioni, vuol dire anche farsi identificare e registrare, affinché la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) disponga di un registro elettorale affidabile per convocare le elezioni entro i tempi stabiliti.

Infine, chiediamo ai parroci di ogni parrocchia delle nostre diocesi di invitare, a partire dal 30 giugno, il popolo di Dio e gli uomini e le donne di buona volontà a un momento di intensa preghiera e di digiuno per la nazione».[1]

 

a. La reazione del Comitato politico della Maggioranza Presidenziale

 

Il 28 giugno, riunitosi per esaminare l’ultimo messaggio della CENCO, il Comitato politico della Maggioranza Presidenziale (MP) ha riconosciuto, in una sua dichiarazione resa pubblica, che «i problemi stigmatizzati dai Vescovi sono problemi reali che, nel corso degli ultimi decenni, i vari governi hanno già dovuto affrontare.

Ha tuttavia deplorato il fatto che il messaggio della CENCO non abbia sufficientemente individuato le azioni e i tentativi di tutti quelli che, dall’estero, si sono iscritti in una logica di coalizione e di sottomissione a certe forze straniere di saccheggio delle nostre terre e delle nostre risorse naturali. Si è quindi rammaricato del fatto che l’analisi economica fatta dalla CENCO non abbia tenuto conto di certi fattori oggettivi relativi alla congiuntura nazionale e internazionale.

Per quanto riguarda il ritmo dell’operazione di registrazione degli elettori e, quindi, della costituzione del registro elettorale, il Comitato politico della MP si dice soddisfatto dei risultati conseguiti dalla Commissione elettorale (CENI) che, finora, ha iscritto 30 milioni di elettori sui 41 previsti, e ciò malgrado le difficili condizioni di lavoro e le limitate risorse di cui dispone.

Circa l’organizzazione delle elezioni, la MP ricorda che, secondo le disposizioni costituzionali, essa dipende unicamente dalla CENI e che, dunque, la MP si sottoporrà al calendario elettorale che tale istituzione pubblicherà.

A questo proposito, il Comitato politico della MP desidera ricordare le relative disposizioni del dell’accordo politico del 31 dicembre 2016, in particolare quelle del capitolo IV, punto 2 in cui si afferma che “le parti interessate si sono messe d’accordo sull’organizzazione delle elezioni presidenziali, legislative nazionali e legislative provinciale in un solo giorno e al più tardi nel mese di dicembre 2017. Tuttavia, il Consiglio Nazionale di Supervisione dell’Accordo e del processo elettorale (CNSA), il Governo e la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) possono valutare, all’unanimità, quanto tempo sia necessario per lo svolgimento completo di quelle elezioni”. Per quanto riguarda le cause della crisi attuale, come evocate nel messaggio della CENCO, il Comitato politico della MP desidera ricordare all’opinione pubblica i vari ostacoli incontrati nel processo di attuazione dell’accordo politico del 31 dicembre 2016. Si tratta:

– delle profonde divisioni constatate in seno al Raggruppamento dell’Opposizione;

– delle difficoltà incontrate dalla CENCO nel conciliare i punti di vista di tutte le parti implicate nel dialogo del Centro Interdiocesano, in particolare per quanto riguarda le ultime due questioni di divergenza, cioè la nomina del Primo Ministro e quella del Presidente del Comitato Nazionale di Supervisione dell’Accordo e del processo elettorale (CNSA);

– dell’intransigenza e del radicalismo di una parte dell’opposizione politica, nonostante le indicazioni fornite dalla Cenco sulla questione delle candidature all’incarico di Primo Ministro;

– della politicizzazione di questioni funerarie nella gestione di problematiche di Stato;

– dei gravi sospetti di collusione (dei vescovi) con le persone implicate nei dossier relativi alle misure di rasserenamento del clima politico, sulla base di false argomentazioni a loro favore;

– della divulgazione di informazioni su certe questioni altamente sensibili;

– della mancanza di neutralità da parte dei Vescovi nel loro ruolo di mediazione.

Per quanto riguarda le vie d’uscita dalla crisi come presentate nel messaggio della CENCO, il Comitato politico della MP

– afferma che, come chiesa in mezzo al villaggio, la CENCO dovrebbe evitare qualsiasi discorso, diretto o indiretto, di incitamento alla violenza e alla disobbedienza civile e difendere le virtù del dialogo, della riconciliazione e della concordia e non il ricorso alla violenza;

– raccomanda al governo della Repubblica di adottare misure urgenti per migliorare la situazione sociale ed economica del popolo congolese, nonostante l’attuale crisi economica, di continuare a fornire alla Commissione elettorale i mezzi necessari per la buona riuscita del processo elettorale, di accelerare la pacificazione del Gran Kasai, per consentire alla Commissione elettorale di continuare le operazioni di registrazione degli elettori;

– esorta la Commissione elettorale a finalizzare il processo di registrazione degli elettori, che costituisce una tappa importante per l’adozione di un calendario elettorale realista e credibile;

– chiede alla CENCO di svolgere adeguatamente il suo ruolo spirituale, attraverso la diffusione di messaggi di pace e la esorta a restare in quella logica che ha prevalso quando i Vescovi, in occasione della presentazione del loro rapporto finale al presidente Joseph Kabila, gli hanno raccomandato di agire conformemente alle sue prerogative di garante della Nazione, per salvare il processo in corso e la democrazia nel nostro paese;

– chiede alla popolazione congolese di mantenere la sua fiducia nelle Istituzioni della Repubblica e di non cedere alle manipolazioni dei politici, dichiarati o no, che l’incitano alla violenza».[2]

 

b. Le reazioni dell’opposizione

 

Il 27 giugno, in un comunicato stampa, il Raggruppamento dell’Opposizione / ala Félix Tshisekedi e Pierre Lumbi, ha lanciato un appello per l’unità di tutte le forze politiche dell’opposizione, al fine di formare un unico blocco contro il regime al potere. Secondo questo comunicato firmato da Pierre Lumbi, presidente del Consiglio dei Saggi del Raggruppamento, «come la Cenco, anche il Consiglio dei Saggi del Raggruppamento ribadisce i suoi incessanti appelli alla necessaria unità delle forze politiche e sociali acquisite al cambiamento, al fine di porre fine, attraverso azioni congiunte e in conformità con le disposizioni dell’articolo 64 della Costituzione, al colpo di stato costituzionale perpetrato da una minoranza di Congolesi che, abusando dell’esercizio peraltro illegittimo del potere di stato, hanno preso in ostaggio l’intera vita nazione e hanno privatizzato le istituzioni della Repubblica, con il solo scopo di soddisfare i loro interessi egoistici … Il Consiglio dei Saggi del Raggruppamento chiede al popolo di essere pronto e in piedi per bloccare la strada alla dittatura e per esigere l’applicazione integrale e in buona fede dell’accordo politico globale e inclusivo del 31 dicembre 2016, l’organizzazione delle elezioni presidenziali, legislative nazionali e legislative provinciali, in modo libero e trasparente, entro il 31 dicembre 2017, come concordato nell’accordo, in vista di un’alternanza politica».[3]

 

Il 29 giugno, nel corso di una conferenza stampa a Limete (Kinshasa), il segretario generale dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), Jean-Marc Kabund, ha attribuito al presidente Joseph Kabila la responsabilità del quadro desolante della situazione generale del Paese. Jean Marc Kabund ha parlato in particolare del deterioramento dell’economia congolese, dei focolai di tensione sull’intero territorio e della crisi politica. Kabund ha considerato il Capo dello Stato come “il principale ostacolo” allo sviluppo del Paese.

Jean-Marc Kabund ha dichiarato che «la situazione politica del nostro Paese rimane tesa a causa della non organizzazione delle elezioni presidenziali in dicembre 2016. Voluta e mantenuta da Kabila stesso, questa crisi ha un effetto negativo su tutta la vita nazionale, sia a livello politico, economico e sociale che sul piano della sicurezza, dei diritti umani, delle libertà, del processo elettorale, ecc.».

Egli ha chiesto al popolo di mettersi in piedi, rispondendo positivamente all’appello lanciato dalla CENCO a prendere in mano il proprio destino: «Di fronte a questa drammatica situazione, Joseph Kabila si è squalificato nelle sue funzioni di Presidente della Repubblica, Capo dello Stato e garante della nazione e si sta rivelando come il principale ostacolo alla stabilità politica, ad ogni progresso sociale, economico e democratico del nostro paese. Pertanto, l’UDPS chiede al popolo congolese di non riconoscere più Joseph Kabila come Presidente della Repubblica, di mobilitarsi come un solo uomo e di mantenersi pronto per mettere in atto le azioni che il Raggruppamento proporrà al termine del suo prossimo conclave affinché, qualora non ci fossero elezioni prima del 31 dicembre 2017, Joseph Kabila lasci il suo incarico prima di tale data».[4]

 

Il 30 giugno, nel corso di una conferenza stampa a Kinshasa, il coordinatore del movimento cittadino “Congo Remontada”, Herman Nzeza, ha chiesto che le elezioni siano organizzate prima del 31 dicembre 2017. Appoggiando la dichiarazione dei vescovi cattolici, Herman Nzeza ha denunciato le manovre del potere che consistono nel ritardare la creazione del Consiglio Nazionale di Supervisione dell’Accordo del 31 dicembre 2016 e del processo elettorale (CNSA) fino alla fine dell’anno e, questo, per ottenere un altro periodo di transizione. «Chiediamo lo svolgimento delle elezioni entro dicembre 2017. In mancanza di elezioni entro tale data, l’attuale Capo dello Stato perderà la sua legittimità ottenuta grazie all’accordo al 31 dicembre 2016. Da parte nostra, noi ci opporremo a qualsiasi altro dialogo», ha dichiarato Herman Nzeza, aggiungendo: «Conosciamo la loro strategia: formare il CNSA  verso dicembre, affinché la CENI, il CNSA e il governo possano decidere  un altro periodo di transizione».[5]

 

 

2. SANZIONI CONTRO DIECI PERSONALITÀ CONGOLESI

 

Il 29 maggio, il Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dell’Unione Europea ha adottato delle sanzioni (interdizione di entrata in territorio europeo e congelamento dei beni) nei confronti di 9 personalità congolesi che hanno pianificato, diretto o commesso atti costitutivi di gravi violazioni dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di:

Evariste Boshab. Come Vice Primo Ministro e Ministro degli Interni e della Sicurezza da dicembre 2014 a dicembre 2016, egli era ufficialmente responsabile dei servizi di polizia e di sicurezza e della coordinazione del lavoro dei governatori provinciali. In questa veste, si è reso responsabile dell’arresto di attivisti e membri dell’opposizione e di un uso sproporzionato della forza, in particolare tra settembre e dicembre 2016, in occasione delle manifestazioni di Kinshasa, durante le quali molti civili sono stati uccisi o feriti dai servizi di sicurezza.

Ramazani Shadari. Nelle sue funzioni di Vice Primo Ministro e Ministro degli Interni e della Sicurezza dal 20 dicembre 2016, egli è ufficialmente responsabile dei servizi di polizia e di sicurezza e del coordinamento del lavoro dei governatori provinciali. Come tale, egli è responsabile del recente arresto di attivisti e membri dell’opposizione e di un uso sproporzionato della forza, come, per esempio, in occasione della violenta repressione dei membri di Bundu Dia Kongo (BDK) nel Kongo centrale, della repressione di Kinshasa in gennaio e febbraio 2017 e della violenta repressione ancora in corso nelle province del Kasai.

Lambert Mende. Come ministro delle comunicazioni e dei media dal 2008, egli è responsabile della politica repressiva nei confronti dei media, una politica che viola il diritto alla libertà di espressione e di informazione e che compromette una soluzione consensuale e pacifica che permetta lo svolgimento delle elezioni. In maggio 2017, in violazione dell’accordo politico firmato il 31 dicembre 2016 dalla maggioranza presidenziale e dai partiti di opposizione, un certo numero di media non aveva ancora ripreso la diffusione dei loro programmi.

Alex Kande Mupompa. Come governatore del Kasai centrale, egli è responsabile del ricorso all’uso sproporzionato della forza, della violenta repressione e delle esecuzioni extragiudiziarie commesse dalle forze di sicurezza e della polizia nazionale nel Kasai centrale a partire dal 2016. Egli è anche responsabile delle presunte uccisioni illegali di miliziani Kamuina Nsapu e di civili a Mwanza Lomba (Kasai centrale) nel mese di febbraio 2017.

Jean-Claude Kazembe Musonda. Come governatore dell’Alto Katanga fino ad aprile 2017, egli è stato responsabile dell’uso sproporzionato della forza e della repressione violenta cui hanno fatto ricorso le forze di sicurezza e la Polizia nazionale nell’Alto Katanga, tra il 15 e il 31 dicembre 2016, periodo in cui sono stati uccisi 12 civili e feriti 64, in seguito all’uso di armi letali da parte delle forze di sicurezza, della Polizia in particolare, in occasione di proteste a Lubumbashi.

Muhindo Akili Mundos, comandante della 31ª brigata dell’esercito congolese. Nell’ambito dell’operazione militare Sukola I, egli era il comandante dell’esercito responsabile delle operazioni militari condotte contro le Forze Democratiche Alleate (ADF) da agosto 2014 a giugno 2015. Egli ha reclutato ed equipaggiato degli ex combattenti di un gruppo armato locale, per partecipare a delle esecuzioni extragiudiziarie e a dei massacri a partire da ottobre 2014.

Il generale Éric Ruhorimbere. Come vice comandante della 21ª regione militare (Mbuji-Mayi) dal 18 settembre 2014, egli si è reso responsabile dell’uso sproporzionato della forza e di esecuzioni extragiudiziarie perpetrate dall’esercito, in particolare contro le milizie Kamwina Nsapu e contro donne e bambini.

Kalev Mutondo. Da molto tempo direttore dell’Agenzia Nazionale d’Intelligence (ANR), egli è implicato in arresti arbitrari, detenzione e maltrattamenti di membri dell’opposizione, di attivisti della società civile e di altre persone e ne porta la responsabilità. Pertanto, ha leso lo Stato di diritto, ha ostacolato una soluzione consensuale e pacifica per l’organizzazione delle elezioni e ha pianificato o diretto atti che costituiscono gravi violazioni dei diritti umani. Gédéon Kyungu Mutanga. Quando era capo della milizia Bakata Katanga tra il 2011 e il 2016, egli ha commesso gravi violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra, come uccisioni di civili, soprattutto nelle zone rurali della regione del Katanga. Attualmente, egli è capo di un gruppo armato che è implicato in violazioni dei diritti umani nella provincia del Kasai e che appoggia le forze governative responsabili di violazioni dei diritti umani.[6]

 

Il 1° giugno, in un comunicato, gli Stati Uniti hanno collocato sula loro lista nera finanziaria il generale François Olenga, responsabile della guardia del corpo del presidente Joseph Kabila, per “aver ostacolato il processo democratico nel paese”. Alla direzione della Casa Militare del Presidente, che sovrintende la Guardia Repubblicana, il generale François Olenga è accusato da Washington di ostacolare il processo democratico nel paese, immerso in una profonda crisi politica consecutiva al mantenimento di Joseph Kabila al potere, anche dopo la fine del suo mandato presidenziale in dicembre 2016. Secondo il comunicato, sotto suo controllo, la Guardia Repubblicana avrebbe commesso angherie nei confronti di oppositori politici, effettuato arresti arbitrari ed esecuzioni e ostacolato il lavoro degli osservatori delle Nazioni Unite. Secondo queste sanzioni, i beni del generale Olenga depositati negli Stati Uniti sono congelati ed egli stesso non può più effettuare operazioni finanziarie con enti o individui statunitensi.[7]

 

Il 2 giugno, il giorno dopo l’annuncio del congelamento dei suoi beni da parte delle autorità statunitensi, il generale François Olenga, capo della Casa Militare del Presidente della Repubblica, ha dichiarato: «Sono un ufficiale nazionalista e rivoluzionario. Nessuna sanzione mi farà tremare. È da più di trent’anni che non vado negli Stati Uniti, quindi non mi sento preoccupato della loro decisione». L’ufficiale militare ha poi spiegato che la sua istituzione, la Casa Militare, che non collabora con la Guardia Repubblicana, come affermato nel comunicato stampa che annuncia le sanzioni contro di lui. «La Casa militare ha invece rapporti di collaborazione con il Primo Ministro, il Ministro della Difesa, il Ministro degli Interni, il Capo di stato maggiore generale dell’esercito e il Capo della Polizia nazionale. Se il Capo di stato maggiore generale, il capo della Polizia e il Capo della Casa militare hanno rapporti di collaborazione tra loro, perché è stato sanzionato solo il terzo?», si chiede il generale François Olenga. Inoltre, egli si è detto sorpreso di essere stato accusato di aver ostacolato il processo democratico congolese, quando la gestione delle manifestazioni non è di sua competenza. Per quanto riguarda il suo complesso turistico “Safari Beach”, anch’esso colpito dalle sanzioni statunitensi, il generale Olenga ha affermato che si tratta di un luogo in cui si ritrovano personalità membri sia della maggioranza che dell’opposizione.[8]

 

a. La reazione del Governo congolese

 

Prendendo atto delle sanzioni (congelamento dei beni e restrizioni sul rilascio dei visti) decise dalla Unione Europea e dagli Stati Uniti nei confronti di alcune personalità congolesi e denunciando il carattere arbitrario di queste specifiche sanzioni, il governo congolese aveva promesso di reagire secondo il principio della reciprocità.

In effetti, il governo congolese ha affidato il compito di individuare le personalità occidentali da sanzionare e il tipo di sanzione da adottare a un gruppo di lavoro informale denominato Gruppo d’appoggio al governo congolese. Questo gruppo ha presentato le sue conclusioni al governo il 10 giugno. Queste sono le personalità individuate e le sanzioni previste. Si tratta di 10 personalità, tra cui 7 belghe, 1 italiana e 2 statunitensi:

  1. Didier Reynders, vice primo ministro e Ministro degli Esteri del Belgio.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: ispiratore del Raggruppamento dell’Opposizione nato a Genval (Belgio) e principale responsabile dell’ingerenza estera nella RDC.

  1. Bart Ouvry, ambasciatore dell’UE nella RDC.

Sanzione: persona non grata ed espulsione.

Motivo: promotore delle liste delle sanzioni e istigatore dei capi delle missioni diplomatiche a Kinshasa contro il governo.

  1. Bertrand Combrugge, Ambasciatore del Belgio in RDCongo.

Sanzione: isolamento diplomatico.

Motivo: Istigatore delle sanzioni.

  1. Kon Vervaeke, ambasciatore dell’UE in Africa.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: principale fautore delle decisioni relative alle sanzioni.

  1. Maria Arena, Deputata europea e membro del Gruppo Socialista.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: figura di spicco dell’anti kabilismo e la prima ad aver proposto le sanzioni.

  1. Ida Saywer, direttrice del settore Africa centrale di Human Rights Watch.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: principale fonte di documentazione per le misure restrittive, lobbista contro la RDCongo e autrice di rapporti basate su dicerie.

  1. Cécile Kyenge, Deputata europea.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: mente della campagna contro la RDCongo nell’Unione europea.

  1. Sasha Levnev, vice direttore dell’Ong Enough Project.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: ex attivista contro i minerali insanguinati, si è intromesso nella politica congolese.

  1. Karl Vanlouwe, membro della NVA fiamminga.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: autore di numerosi articoli chiede a favore delle sanzioni mirate e della fine del regime di Kabila. 10. Peter Luyckx, Deputato federale della NVA fiamminga.

Sanzione: divieto di concessione di visto e congelamento dei beni.

Motivo: promotore di numerose interrogazioni orali sulla RDC presso il Parlamento belga e iniziatore della proposta di revisione della cooperazione RDC-Belgio.

Come si può constatare, per queste sanzioni individuali il Gruppo di Appoggio al Governo raccomanda quattro tipi di sanzioni: dichiarazione di persona non grata, divieto di soggiorno in RDCongo, divieto di  concessione di visti e congelamento dei beni.

Oltre a queste sanzioni individuali, il Gruppo di appoggio propone al governo di prendere in considerazione anche delle sanzioni economiche che potrebbero colpire delle entità economiche appartenenti a quei paesi che, “palesemente, si intromettono” in affari interni della RDCongo.

Secondo lo stesso documento, non si escluderebbe la chiusura di certe imprese e di alcuni consolati. L’ultimo passo sarebbe la rottura di alcuni contratti di partenariato o di cooperazione.

Tutte queste proposte sono state trasmesse al governo che dovrà dapprima discuterne al suo interno, prendere le decisioni ritenute le più convenienti e consultare l’Assemblea nazionale per ottenerne il via libera. Solo allora le sanzioni le sanzioni decise potranno entrare in vigore. Già alcuni deputati hanno chiesto che, prima di arrivare ad una decisione finale, il governo dichiari formalmente, attraverso il Consiglio dei ministri, il suo disaccordo nei confronti delle sanzioni decise dall’UE e  dagli Stati Uniti.[9]

 

b. Il 29° vertice dell’Unione Africana (UA)

 

Il 4 luglio, in occasione della chiusura del 29° vertice dell’Unione Africana (UA), tenutosi dal 3 al 4  luglio ad Addis Abeba in Etiopia, il presidente di questa organizzazione panafricana, il guineano Alpha Conde, ha dichiarato che l’UA rifiuta ogni ingerenza straniera negli affari di politica interna dei paesi africani.

«È inaccettabile che i leader di un paese membro delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana siano sanzionati da individui europei sedicenti lobbisti. L’Unione Africana condanna con la massima fermezza le sanzioni unilaterali e ingiuste imposte a Stati e a cittadini di Stati membri dell’UA», ha affermato l’Unione Africana. I Capi di Stato africani riuniti ad Addis Abeba hanno sottolineato il sacrosanto principio di uguaglianza tra gli stati, come fondamento delle relazioni internazionali. «Ricordiamo la necessità di rispettare il principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e l’Atto costitutivo dell’Unione Africana», hanno affermato i membri del Comitato Esecutivo dell’Unione Africana.

«Non accettiamo più che ci vengano dati degli ordini. Gli Stati africani sono diventati adulti e capaci di trovare soluzioni ai loro problemi», ha sottolineato Alpha Condé, nel suo discorso di chiusura dei lavori. All’inizio del suo mandato come presidente dell’UA, nel mese di aprile 2017, Alpha Condé aveva già chiaramente annunciato che l’Africa voleva avere delle relazioni parità con i partner bilaterali o multilaterali.

Se la mano che dà è sempre sopra quella che riceve, si pone un problema, quello di come conciliare il rifiuto dell’ingerenza straniera negli affari interni dei Paesi africani e la richiesta di aiuti da parte di questi ultimi, rivolta alle stesse potenze occidentali. Questa problematica è stata al centro del 29° vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Effettivamente, i vari Capi di Stato africani hanno dovuto riflettere sui possibili meccanismi di autofinanziamento, per poter assicurare all’organizzazione panafricana una maggior autonomia e indipendenza.

Da qualche tempo, anche Kinshasa ha più volte denunciato ciò che considera come ingerenza straniera nei suoi affari interni. Mentre il 2017 rappresenta un anno chiave per il consolidamento della democrazia nella RDCongo, certe capitali occidentali continuano ad adottare un tono più virulento di quello dell’opposizione. Altre sono diventate più estremiste dei Congolesi stessi.

Motivo: la non organizzazione delle elezioni nel mese di novembre 2016 e, quindi, l’organizzazione di tali elezioni secondo le disposizioni dell’accordo del 31 dicembre 2016, cioè entro la fine dell’anno 2017. Altre prendono come pretesto la situazione di insicurezza constatata, da alcuni mesi, nelle province del Kasai per maggiormente giustificare la loro ingerenza negli affari interni della RDCongo. Ancora una volta, Addis Abeba ha consolidato la posizione delle autorità congolesi nei confronti dei loro partner esterni. La posizione assunta dall’Unione Africana ad Addis Abeba corrobora quella dello stesso gruppo di Paesi africani sulla situazione in Congo, espressa nel corso della 35ª sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. In tale incontro, organizzato dal 6 al 23 giugno a Ginevra, i Paesi africani avevano fatto quadrato, per opporsi ai Paesi occidentali che proponevano una commissione di inchiesta internazionale indipendente e presieduta da esperti esteri sulle violenze commesse nelle province del Kasai.[10]

 

Il 29° vertice dell’UA si è concluso con una risoluzione contro le sanzioni unilaterali e ingiuste, sottinteso quelle sanzioni individuali che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno imposto a una ventina di personalità congolesi. Il ministro degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Léonard She Okitundu, spiega: «Avevamo presentato questa questione all’Unione Africana e, contro ogni previsione, la nostra richiesta è stata accolta: la conferenza ha apertamente condannato la pratica delle sanzioni e ha invitato le organizzazioni regionali che prendono tali provvedimenti di ritirarli» e ha aggiunto che «si tratta di sanzioni che vengono decise in modo del tutto arbitrario, perché non si basano su alcuna realtà giuridica. Non nego che ci siano stati dei problemi, in particolare nel Kasai. Nessuno lo nega. Ma, se l’ammettere che ci sono dei problemi vuol dire che  le responsabilità sono già chiare, senza dare la possibilità alle persone interessate di potersi spiegare e di difendersi, allora ciò costituisce una violazione del rispetto dello stato di diritto e della democrazia».[11]

[1] Cf Testo completo: http://www.congosynthese.com/news_reader.aspx?Id=21117

[2] Cf testo completo: http://lemaximum.cd/message-des-eveques-catholiques-replique-musclee-de-la-majorite/

[3] Cf Stanys Bujakera – Actualité.cd, 28.06.’17

[4] Cf Stanys Bujakera – Actualité.cd, 30.06.’17

[5] Cf Jeff Kaleb Hobiang – 7sur7.cd, 30.06.’17

[6] Cf Franck Ngonga – Actualité.cd, 29.05.’17  https://actualite.cd/2017/05/29/sanctions-ue-voici-ce-quon-reproche-aux-8-officiels-congolais-et-gedeon-kyungu/

[7] Cf AFP – Radio Okapi, 01.06.’17

[8] Cf Radio Okapi, 02.06.’17

[9] Cf Zabulon Kafubu – 7sur7.cd, 14.06.’17  http://7sur7.cd/new/2017/06/exclusif-riposte-rdc-sanction-ueusa-didier-reynders-ida-sawyer-cecile-kyenge-koern-vervaeke-etc-ciblees-par-le-gouvernement-liste-complete-sanctions-envisagees-et-griefs-ci-dessous/

[10] Cf Grevisse Kabrel – Forum des As – Kinshasa, 05.07.’17

[11] Cf RFI, 05.07.’17