Gen 14

L’IGNOBILE ASSASSINIO DEL COLONNELLO MAMADOU N’DALA

Editoriale Congo Attualità n. 208– a cura della Rete Pace per il Congo

 

Il 2 gennaio, il colonnello Mamadou Ndala, Comandante della Brigata URR (Unità di Rapida Reazione) è stato ucciso in un agguato avvenuto a Ngadi (Matembo), un villaggio vicino all’aeroporto di Mavivi, a cinque chilometri dalla città di Beni (Nord Kivu). Era in viaggio verso Eringeti, una località a 54 km da Beni, per dispiegarvi un battaglione in vista delle prossime operazioni militari contro i ribelli ugandesi dell’ADF/Nalu.

 

Prime analisi dei fatti, confrontando foto e video

Per il momento, le circostanze della morte del colonnello Mamadou rimangono ancora oscure.

Secondo il portavoce del governo, si tratta di un agguato perpetrato dai ribelli ugandesi dell’ADF- Nalu, ma diversi motivi mettono in discussione tale ipotesi.

Prima di tutto, ci sono le circostanze dell’agguato: il lancio di un obice in pieno giorno, a pochi chilometri dal centro di Beni, su una strada rettilinea e asfaltata, controllata dall’esercito congolese e, per di più, libera e scorrevole, ciò che rende difficile un’infiltrazione estranea.

Un’altra incongruenza è che il veicolo sia rimasto in posizione normale, come se si fosse fermato o se fosse stato parcheggiato sul ciglio della strada. Invece, secondo gli osservatori, all’impatto con l’obice, il veicolo avrebbe dovuto sbandare o rovesciarsi. Inoltre, benché abbia subito un incendio, il veicolo non presenta alcun indice di esplosione (danni significativi, spargimento di rottami, presenza di un cratere sul suolo … ). Solo l’ala anteriore destra è stata colpita e deformata.

Secondo alcuni esperti, dopo analisi e confronti di foto e video, l’attentato si sarebbe svolto come segue: una persona che conosceva il colonnello N’Dala avrebbe fatto un gesto (tipo autostop) per fermare il veicolo, altre persone sarebbero scese in strada, avrebbero individuato il colonnello N’Dala, l’avrebbero ucciso e poi avrebbero appiccato il fuoco al veicolo per far sparire le tracce.

Un “omicidio” perpetrato da “compagni d’armi”

La maggior parte degli osservatori si stanno quindi orientando verso la pista di un “omicidio” perpetrato da “compagni d’armi”. Infatti, il Caporale Paul Safari, una guardia del corpo del colonnello Ndala, afferma: «ho visto due degli aggressori che indossavano la vecchia uniforme verde delle FARDC. Non credo che sia stato l’ADF-Nalu». Vicino alla jeep incendiata, altri militari accusano certi colleghi militari. «Sono gelosi per il nostro successo a Rutshuru! Ci sentiranno!», ha detto uno di loro. Un ufficiale militare di Beni, che ha chiesto l’anonimato, ha precisato che «l’assassinio di Mamadou N’Dala potrebbe essere una rivincita – vendetta (resa dei conti) da parte di militari ex-CNDP, la maggior parte dei quali rwandofoni, contro colui, Mamadou N’Dala, che ha sconfitto l’M23, benché questo gruppo armato fosse appoggiato dal regime ruandese». Anche gli abitanti di  Beni pensano che Mamadou sia stato ucciso per le sue ultime vittorie contro l’M23 e che, pertanto, si tratti di un assassinio premeditato.

Un politico locale ha affermato che gli ufficiali militari di Beni non hanno visto di buon occhio l’arrivo, sul loro territorio, del colonnello Mamadou Ndala e dei suoi uomini. «Secondo loro, Mamadou N’Dala era andato a fare un lavoro che essi non erano riusciti a fare o non avevano voluto fare: neutralizzare l’ADF/Nalu. Dal 2009 (data del loro arrivo a Beni), hanno trasformato la zona operativa del Ruwenzori – dove si trovano i ribelli ugandesi – in una zona di commercio», ha dichiarato, denunciando certi “accordi” tra il comando militare di Beni e i capi dei ribelli dell’ADF/Nalu.

I primi arresti

L’omicidio di Mamadou N’Dala potrebbe essere il risultato di un regolamento di conti all’interno dello stesso esercito congolese. Traccia accreditata dai primi arresti effettuati in seno alle FARDC: il colonnello Tito Bizuru Ogabo, comandante delle FARDC stanziate a Beni, e una sua guardia del corpo, il generale Muhindo, alias Mundos, comandante del settore operativo a Beni ed ex comandante della Guardia Repubblicana a Goma e un certo tenente Kelvin, capo dei servizi segreti  militari a Beni.

Due prime piste

Due quindi sembrano essere le prime piste seguite nelle indagini: quella dei militari ex-CNDP e quella della Guardia Repubblicana.

– Benché rimasti nelle file dell’esercito regolare, è probabile che vari militari ex-CNDP abbiano mantenuto legami di simpatia con l’M23 e che, quindi, non abbiano digerito la sua sconfitta. Tale situazione potrebbe essere molto pericolosa, perché il regime ruandese li potrebbe utilizzare per creare una nuova “pseudo ribellione congolese”, via un ennesimo ammutinamento. Per evitare tale rischio, sarà necessario intervenire tempestivamente, con misure disciplinari o giudiziarie, qualora si constati una seppur minima infrazione contro il codice militare. Sarà pure necessario escludere, con fermezza, la reintegrazione nell’esercito regolare di qualsiasi  membro dell’ex M23.

– Per quanto riguarda la Guardia Repubblicana presidenziale, si sa che essa sfugge al controllo del Capo di Stato Maggiore Generale dell’esercito. È un altro fattore di rischio. Non a caso, la GR è spesso accusata di essere implicata in assassinii di giornalisti e membri di associazioni per la difesa dei diritti dell’uomo e in massacri di massa, in occasioni di manifestazioni promosse da partiti dell’opposizione. Per porvi rimedio, sarà necessario sopprimerla (ci sono già l’esercito e la polizia) o riformarne lo Statuto, integrandola nell’esercito regolare come corpo speciale dipendente dallo Stato Maggiore Generale.

Una breve riflessione

Se Mamadou N’Dala, considerato dalla popolazione come l’eroe che ha liberato il Nord-Kivu dall’occupazione ruandese via l’M23, è stato un patriota che ha saputo dimostrare che la RDCongo può aspirare alla creazione di un esercito davvero repubblicano, qualora ci sia la volontà politica di farlo, il suo assassinio, qualora si confermasse il sospetto di una responsabilità interna all’esercito, dimostrerebbe tuttavia che si è ancora lontani dalla resurrezione delle FARDC e che i problemi interni all’esercito rimangono ancora irrisolti.

Per ovviare alle tante incongruenze, complicità e tradimenti, occorrerà abbandonare definitivamente la strada dell’integrazione collettiva, nell’esercito regolare, dei membri smobilitati dei gruppi armati, quali che siano, e optare per un reclutamento di nuove leve, su base volontaria e professionale e secondo i criteri fissati dalla legge. Ciò richiederà il miglioramento dei centri di formazione militare, la garanzia di un degno stipendio, la logistica necessaria e il rinnovamento del comando militare.

Infine, l’assassinio del Colonnello Mamadou Ndala richiede che giustizia gli sia resa, facendo piena luce su ciò che è successo, individuando sia gli autori che i mandanti dell’attentato. La verità renderà giustizia anche alle numerosissime vittime, in nome delle quali il “Generale di Brigata” Mamadou Ndala ha vinto la guerra contro l’M23 e i suoi complici.