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Dic 20 2013

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Congo Attualità n. 205

INDICE

EDITORIALE: Il doppio binario della Comunità Internazionale

1. LA POLITICA INTERNAZIONALE DEI DUE PESI E DUE MISURE

2. LE FORZE DEMOCRATICHE PER LA LIBERAZIONE DEL RUANDA (FDLR)

a. Le FDLR disposte a deporre le armi, ma a una condizione

b. Inizio delle operazioni militari contro le FDLR

3. I GRUPPI ARMATI SEMPRE PIÙ SOTTO PRESSIONE

4. LE DECISIONI DEL GOVERNO E DEL PARLAMENTO

 

EDITORIALE: Il doppio binario della Comunità Internazionale

 

1. LA POLITICA INTERNAZIONALE DEI DUE PESI E DUE MISURE

Il 4 dicembre, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la regione dei Grandi Laghi, Russ Feingold, si è recato a Kigali, dove ha incontrato il presidente ruandese Paul Kagame. Ciò che è ufficialmente emerso dall’incontro tra le due personalità è che il Ruanda si è impegnato a sostenere gli sforzi che si stanno facendo per ristabilire la pace nella RDCongo e che l’inviato speciale degli Stati Uniti ha ribadito l’impegno della comunità internazionale a fare della neutralizzazione delle FDLR una priorità, come auspicato da Kigali. Il presidente ruandese Paul Kagame e Russ Feingold hanno anche discusso sulla possibilità di tenere un “dialogo regionale” che comprenda il Ruanda, la RDCongo, l’Uganda e il Burundi. Sotto l’egida di una mediazione, questo dialogo dovrebbe affrontare particolari temi cari a Kigali, come la questione del ritorno dei rifugiati congolesi e, più in generale, la situazione della comunità ruandofona nell’est della RDCongo. Infine, Russ Feingold ha affermato che non è escluso che nei prossimi giorni si possa mettere fine alla sospensione della cooperazione militare tra gli Stati Uniti e il Ruanda, perché il fatto che lo motivava, il reclutamento forzato di bambini soldato per conto dell’M23, non esiste più.[1]

Dopo l’incontro con il presidente ruandese Paul Kagame, l’inviato speciale degli Stati Uniti per i Grandi Laghi, Russ Feingold, ha risposto alle domande di Sonia Rolley, giornalista di RFI.
RFI: Lei pensa che un accordo sarà finalmente firmato tra l’M23 e il governo congolese?

Russ Feingold: Penso che in un futuro prossimo si arriverà a firmare un documento conclusivo dei colloqui di Kampala. Tale documento permetterà di progredire e di risolvere certi problemi, tra cui quello dei combattenti dell’M23 che, per la maggior parte, oggi si trovano in paesi stranieri. Esso permetterà anche di consegnare alla giustizia coloro che hanno commesso crimini di guerra di cui devono rendere conto. Da parte mia, sono ottimista circa la conclusione di questi colloqui.
Anche altri gruppi armati, come le FDLR, chiedono l’apertura di discussioni politiche con il loro proprio governo. Pensa che sia auspicabile?

Il Presidente ugandese Museveni aveva chiesto l’apertura dei colloqui di Kampala in seguito all’offensiva dell’M23 l’anno scorso e il governo congolese ha accettato. Ma per risolvere il problema degli altri gruppi armati, penso che sia necessario appoggiare la Monusco e l’esercito congolese nei loro sforzi per eliminare questi gruppi che sono gruppi armati illegali. Non credo che la soluzione sia che ogni governo inizi a negoziare con un gruppo armato particolare. Se deve esserci un dialogo, deve essere tra i paesi della regione. I gruppi armati non hanno alcun posto attorno al tavolo. I Paesi, sì.

Ciò che lei propone è di aprire un dialogo regionale?

Ciò di cui c’è bisogno è un dialogo più ampio che includerebbe i cosiddetti Paesi dei Grandi Laghi: la RDCongo, il Ruanda, l’Uganda e, possibilmente, anche il Burundi. Questi colloqui dovrebbero includere, se si riuscisse a lanciare questa iniziativa, la problematica dei gruppi armati e le questioni delle frontiere, ma anche le tematiche che riguardano la regione nel suo complesso, come la questione delle opportunità economiche che potrebbero nascere non solo per l’est della RDCongo, ma anche per l’intera regione dei Grandi Laghi.

Ciò che suggerisco è che, a partire dall’accordo quadro di Addis Abeba, vi sia una seria discussione che permetta di trovare delle soluzioni alle cause profonde del conflitto come, per esempio, il fatto che i rifugiati hanno paura di tornare a casa loro. Ci sono delle tensioni etniche nell’est della RDCongo che non potranno essere risolte con i colloqui di Kampala o firmando un semplice documento. È necessario che le parti siano rappresentate al più alto livello e che negozino direttamente, sotto gli auspici dell’accordo quadro.

E questo tipo di dialogo potrebbe essere l’opzione migliore. Questo dialogo non sarebbe pilotato dalle Nazioni Unite o da un paese esterno, ma dalla CIRGL o dalla SADC. Alcuni problemi sono regionali per natura, come le problematiche delle frontiere e le tensioni etniche, ma altri sono problemi interni, come la necessità per la RDCongo di avviare le riforme nei settori chiave, per avere un sistema democratico più efficace o elezioni i cui risultati siano rispettati, ma anche la riforma dell’esercito. Non si può avere uno spazio sicuro per la popolazione nell’est della RDCongo se non c’è un esercito credibile e rispettato. Ci sono stati miglioramenti negli ultimi tempi, ma resta ancora da fare molto per dare l’impressione alla gente – ma anche agli Stati della regione – che si tratta di una zona ben gestita dal punto di vista militare. Ecco perché è necessario procedere nella via non solo di un dialogo a livello regionale – come quello di cui sto parlando – ma anche delle riforme nella RDCongo.[2]

Ci sono molte contraddizioni negli interventi della comunità internazionale circa il modo di trovare una soluzione alla crisi nell’est della RDCongo. Per l’M23, la comunità internazionale ha chiesto al governo congolese una soluzione politica attraverso l’apertura dei negoziati di Kampala. Secondo la logica, sarebbe stato dunque necessario imporre la stessa via anche ai governi ugandese e ruandese, per risolvere il problema delle loro rispettive ribellioni, le ADF – Nalu e le FDLR, fuggite nell’est della RDCongo. Non è così.

Secondo Russ Feingold, inviato speciale di Obama per i Grandi Laghi, il Ruanda e l’Uganda non possono negoziare con le loro rispettive ribellioni. Anzi, secondo lui, tali questioni dovrebbero piuttosto essere trattate in un dialogo regionale tra i paesi interessati.

Perché questa politica dei due pesi e due misure a scapito della RDCongo e a favore di quei Paesi che la aggrediscono creando sempre nuove ribellioni? Non è lo stesso Feingold che, con Mary Robinson, ha sempre invocato la via politica come unica soluzione alla guerra dell’M23 nell’est della RDCongo? Non è ancora lui che continua ancora oggi a insistere affinché il governo congolese firmi un accordo di pace con dei ribelli già sconfitti militarmente, ma che egli cerca di legittimare a qualsiasi prezzo?

Ma per le FDLR, egli propone l’intervento armato e non il dialogo con Kigali, come imposto a Kinshasa. Le FDLR sono forse più pericolose che l’M23, tanto da non dare loro la possibilità di dialogare con il loro governo? Ma ciò che è vero è che la soluzione per una pace duratura nella Regione dei “Grandi Laghi”, e non solo nell’est della RDCongo, passerà necessariamente attraverso un approccio regionale che comporta un dialogo interruandese e interugandese, ciò che è già stato vivamente consigliato dal Presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete.

Ma non sembra essere il punto di vista di Russ Feingold che auspica, invece, un dialogo che coinvolga gli Stati, per discutere le molte questioni che rimangono ancora in sospeso come, ad esempio, il ritorno dei rifugiati congolesi. Non è facile comprendere come, dopo la sua visita a Kigali, Russ Feingold faccia improvvisamente della questione del ritorno dei rifugiati Tutsi la sua principale preoccupazione. Probabilmente, non sa che, in assenza di documenti anagrafici affidabili, risulta difficile stabilire la nazionalità di tali rifugiati che, si sa, non sono tutti congolesi. Se si programmasse un ritorno nella confusione, come al solito Kigali ne approfitterebbe per infiltrare un buon numero di suoi cittadini. In effetti, Paul Kagame intende infiltrare, tra i rifugiati candidati al ritorno, dei falsi congolesi tutsi che diventerebbero automaticamente dei Congolesi. Si tratterrebbe, quindi, di una strategia di trasformazione di popolazioni ruandesi in congolesi, in vista del loro insediamento legale nel Kivu attraverso l’UNHCR. È ciò che Kagame vuole ottenere attraverso la sua richiesta circa il ritorno dei rifugiati tutsi nell’est della RDcongo.[3]

2. LE FORZE DEMOCRATICHE PER LA LIBERAZIONE DEL RUANDA (FDLR)

Il 5 dicembre, il tenente colonnello Felix Prosper Basse, portavoce militare della Monusco, ha dichiarato che i ribelli hutu ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) devono deporre le armi, come tutti gli altri gruppi armati attivi nell’est della RDCongo, altrimenti saranno disarmati con la forza: «Le FDLR sono una forza negativa e si trovano in territorio congolese. Non hanno il diritto di portare armi, né di commettere atti contro le popolazioni civili. Essendo il nostro mandato quello di disarmare tutti i gruppi armati, noi lo faremo come l’abbiamo fatto con l’M23, in collaborazione con le FARDC».[4]

a. Le FDLR disposte a deporre le armi, ma a una condizione

Da parte loro, le FDLR sono pronte a deporre le armi. È ciò che ha affermato il loro Segretario Esecutivo, il colonnello Wilson Irategeka. Le FDLR appaiono sulla lista dei prossimi gruppi armati oggetto di operazioni militari congiunte da parte della Monusco e delle FARDC. Esse si dicono disposte a deporre immediatamente le armi, ma a una condizione: l’apertura di un dialogo con Kigali sotto l’egida della comunità internazionale, come è avvenuto per l’M23. Il colonnello Wilson Irategeka ha accettato di rispondere alle domande di Sonia Rolley, giornalista di RFI.

La Monusco e il governo congolese vi hanno dato un ultimatum per deporre le armi?

Ci si chiede di deporre le armi. Siamo disposti, ma a una condizione: chiediamo che il governo di Kigali accetti di negoziare con i partiti dell’opposizione.

Ma qual è il vostro obiettivo? Volete trasformarvi in un partito politico in Ruanda?

Effettivamente. Noi delle FDLR siamo già un partito politico che ha in sé un esercito, le forze combattenti Abacunguzi. Esse sono state create per difendere i rifugiati ruandesi che si trovano nella RDCongo, sterminati da molto tempo dall’Esercito Patriottico Ruandese. Ecco perché le FDLR esistono: per difenderli e permettere loro di ritornare, con dignità, nella loro patria.

Cosa chiedete alla Monusco e al governo congolese prima di deporre le armi?

Al governo congolese chiediamo di non attaccare le FDLR. Come il presidente tanzaniano Jakaya Kikwete, il governo congolese dovrebbe, invece, esigere che il regime di Paul Kagame accetti dei negoziati politici. Alla comunità internazionale chiediamo di mettersi in gioco per convincere il regime di Kigali ad accettare questi negoziati cui dovrebbero partecipare anche altri partiti politici dell’opposizione, essendo questa l’unica via per costruire una pace duratura in Ruanda e nella regione. Vogliamo anche che i rifugiati ruandesi che si trovano nell’est della RDCongo siano assistiti e protetti, in modo che possano tornare in patria con dignità. Al governo di Kigali chiediamo di accettare l’idea di un potere basato sui principi di uguaglianza, di dignità e di democrazia.

Quando lei parla degli altri partiti politici dell’opposizione, con quali di essi siete in contatto?

 Siamo in contatto con il partito di Twagiramungu, con l’RNC guidato dal Generale Kayumba Nyamwasa . Siamo in contatto con Théoneste Rudasingwa, con il partito la guidato dal generale Emmanuel Habyarimana e con quello di Paul Rusesabagina. Siamo in contatto con tutti questi partiti e vogliamo costruire insieme un futuro migliore per il paese.

Non avete paura, ritornando in Ruanda, di essere processati per genocidio, visto che Kigali vi accusa di aver partecipato al genocidio del 1994?

Come possono essere considerati genocidari i giovani che attualmente fanno parte delle FDLR, se hanno lasciato il loro paese all’età di cinque, dieci e quindici anni e se sono nell’est della RDCongo da quasi 20 anni? Si tratta di una campagna di demonizzazione organizzata dal regime di Kigali contro le FDLR.[5]

I ribelli hutu ruandesi delle FDLR accettano dunque di deporre le armi, ma con la condizione dell’apertura di negoziati con il regime di Paul Kagame sotto forma di un dialogo interruandese. È in questo dialogo con il potere di Kigali che si fisserebbero le condizioni per il loro disarmo e, soprattutto, si affronterebbero le questioni relative al loro rimpatrio e al loro reinserimento nella società ruandese. Al di fuori della via politica del dialogo interruandese, le FDLR affermano che continueranno la loro lotta contro il dittatore ruandese Paul Kagame.[6]

Da parte loro, le autorità ruandesi rifiutano la possibilità di un dialogo con le FDLR, come afferma il rappresentante permanente di Kigali presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Olivier Nduhungirehe: «Non può essere possibile, perché le FDLR non sono un movimento politico come gli altri… Le FDLR sono un movimento che, non solo ha commesso il genocidio in Ruanda nel 1994 – molti dei loro capi e ufficiali sono ricercati dalla giustizia ruandese per i crimini che hanno commesso – ma anche perché, con la collaborazione della RDCongo, le FDLR trasmettono l’ideologia di genocidio ai loro figli che sono nei campi dei rifugiati e affermano di voler uccidere i Tutsi ovunque si trovino. Quindi si tratta piuttosto di un problema che riguarda il disarmo, la smobilitazione e la giustizia. Non è un problema politico».[7]

Ripetendo la sua antifona di sempre, secondo cui non si negozia con dei genocidari che devono solo essere consegnati alla giustizia, Kigali non ha esitato a respingere la proposta di dialogo presentata dalle FDLR come condizione per il loro disarmo volontario. Se l’ONU ha creato una brigata d’intervento per combattere, a fianco delle FARDC, contro i gruppi armati nazionali e stranieri, tra cui le FDLR, non si è ancora trovata, tuttavia, una soluzione per i membri delle FDLR, una volta che saranno sconfitti. Sarà necessario ucciderli tutti insieme alle loro mogli e ai loro figli? Bisognerà rinviarli nei loro rispettivi paesi per essere consegnati alla giustizia, come suggerito da Kigali?
Il vice segretario generale delle Nazioni Unite incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, Hervé Ladsous, ha recentemente dichiarato che è necessario offrire una prospettiva di futuro agli ex combattenti dell’M23 e degli altri gruppi armati, aggiungendo che si deve far di tutto per reinserirli nella vita normale del paese. Ma nessuno osa menzionare alcuna minima prospettiva per i membri delle FDLR.

Si è qui di fronte ad una politica internazionale dei due pesi e due misure. Senza sottovalutare la responsabilità di certi membri delle FDLR nel genocidio ruandese, non si può tuttavia adottare la politica dello struzzo di fronte al fatto che, tra le FDLR, ci sono anche nuove generazioni che non sono assolutamente legate al genocidio e con le quali, quindi, si deve trattare in maniera diversa. Su questo aspetto, Kigali ha sempre trovato una scappatoia per dire che anche queste nuove generazioni sono state indottrinate sulle divisioni etniche. In breve, il regime ruandese chiude, a priori, qualsiasi forma di prospettiva di futuro a questi suoi cittadini che vivono in Congo. E anche la comunità internazionale non prende alcuna iniziativa per offrire una prospettiva a queste persone, come proposto da Ladsous a proposito dell’M23 e degli altri gruppi armati.

Il Presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, aveva a sua volta raccomandato che il Ruanda e l’Uganda negoziassero con le loro rispettive ribellioni, ma Kigali aveva vigorosamente respinto tale proposta, senza che la comunità internazionale reagisse. Da parte sua, il presidente congolese Joseph Kabila ha riaffermato l’impegno della RDCongo nella ricerca della pace e della sicurezza per la regione dei Grandi Laghi, pur chiedendo che i nove Paesi vicini della RDCongo comincino a rispettarla. Questo rispetto dovrebbe comportare, tra l’altro, l’impegno di questi Paesi, tra cui il Ruanda e l’Uganda, di risolvere i loro problemi interni che si ripercuotono sulla RDCongo.[8]

Per quanto riguarda il disarmo delle FDLR, la comunità internazionale farebbe bene a prendere dapprima in considerazione la loro offerta di dialogo, piuttosto che sposare ciecamente il punto di vista del Ruanda che li ritiene, in blocco, dei genocidari. Sarebbe proprio vero? Sono davvero tutti dei genocidari? È proprio durante i negoziati che entrambe le parti potrebbero affrontare queste questioni. Il genocidio è un crimine imprescrittibile e quelli tra loro che avessero commesso un tale crimine dovrebbero essere consegnati alla giustizia.

Il disarmo delle FDLR con la forza può essere un flop. Non è infatti la prima volta che si intraprende una simile operazione contro di loro e senza alcun risultato. Essi sanno disperdersi sulle colline e nelle foreste congolesi che conoscono molto bene avendovi vissuto per quasi 20 anni. Si rischia di trovarsi di fronte a una guerriglia rurale. Con quale strategia affrontarli quando si sa che si tratta di una guerra asimmetrica e non convenzionale? Come sempre, il rischio è che siano gli abitanti congolesi a pagarne un caro prezzo come, per esempio, nel 2009 in occasione dell’operazione congiunta delle FARDC con l’esercito ruandese. È ciò che si deve evitare a tutti i costi.[9]

b. Inizio delle operazioni militari contro le FDLR

Il 9 dicembre, la brigata d’intervento della Monusco ha iniziato le operazioni militari contro i ribelli ruandesi delle FDLR, nella zona di Kalembe, nel territorio di Masisi, a un centinaio di chilometri a nord di Goma. Il comandante della Monusco, il Generale Dos Santos Cruz, ha dichiarato che tali operazioni fanno parte di un vasto piano programmato contro i gruppi armati locali e stranieri che operano nella zona. Secondo lui, l’obiettivo dell’offensiva contro le FDLR è di liberare la strada Kitshanga – Kalembe – Pinga. Il Generale Cruz ha aggiunto che la Monusco avrebbe intensificato anche il suo appoggio alle FARDC in altre operazioni militari contro i ribelli ugandesi dell’ADF/NALU e i gruppi armati locali. Il comandante della Monusco ha precisato che la missione dell’Onu ha preso le disposizioni necessarie per garantire, durante le operazioni, la sicurezza delle frontiere tra la RDCongo e i paesi vicini.[10]

L’11 dicembre, dopo due giorni di offensiva e sostenuto da 200 militari della Monusco, l’esercito congolese ha preso il controllo dell’asse stradale Kichanga – Pinga. Secondo una fonte della Monusco, si sono verificati alcuni scontri, ma senza grandi combattimenti. La maggior parte dei miliziani delle FDLR e dell’APCLS, un altro gruppo armato posizionato lungo la stessa strada, sono fuggiti. Secondo il generale Carlos Alberto dos Santos Cruz, comandante della Monusco, l’idea è quella di utilizzare Pinga, a 90 km a nord ovest di Goma, come base per un’ulteriore offensiva contro le FDLR sparse nella regione. Ed è questa la difficoltà di tale operazione. Sparse tra il Nord-Kivu e il Sud-Kivu, le FDLR non occupano posizioni fisse e si spostano molto facilmente. Inoltre, sebbene i loro membri siano originari del Ruanda, hanno vissuto per più di 20 anni in terra congolese, conoscono molto bene il territorio e tutto ciò complica l’operazione di disarmo coatto.[11]

L’11 dicembre, il capo del raggruppamento di Kanyabayonga (Nord Kivu), Muhindo Lukira, ha afermato che, da una settimana, i ribelli ruandesi delle FDLR sono segnalati in sei località: Ndaka, Kayanza, Iyobora, Mirangi, Kyaghala e Muhimole. Secondo fonti locali, i ribelli delle FDLR si impossessano dei raccolti degli agricoltori, che non si recano più nei campi, temendo la loro presenza. Il capo del raggruppamento chiede alle autorità governative di intervenire per porre fine a questa situazione.[12]

3. I GRUPPI ARMATI SEMPRE PIÙ SOTTO PRESSIONE

Il 3 dicembre, a Goma, la Monusco ha lanciato ufficialmente il primo drone, un aereo da ricognizione senza pilota. Attualmente, la Monusco dispone di due aeromobili di questo tipo, ma ne sono previsti cinque, per controllare il Nord-Kivu e il Sud-Kivu. Di sette metri di diametro, sono dotati di telecamere di sorveglianza. Il controllo centrale di questi droni è basato a Goma. Con essi, la Monusco potrà  monitorare i movimenti dei gruppi armati, lo spostamento di popolazioni civili e, soprattutto, la linea di confine tra la RDCongo, il Ruanda e l’Uganda. Finora, queste operazioni di ricognizione erano effettuate da elicotteri. I droni possiedono un’ampia autonomia di volo e possono essere utilizzati di giorno e di notte, in modo discreto e ad un costo molto più basso. Sono progettati per operare ad un’altezza compresa tra i 2.000 e i 3.000 metri, con un raggio di azione di circa 200 chilometri e le immagini trasmesse verranno analizzate in tempo reale.[13]

Il 4 dicembre, partecipando in videoconferenza da Goma alla conferenza stampa settimanale della Monusco a Kinshasa, il vice Segretario Generale delle Nazioni Unite e responsabile delle operazioni per il mantenimento della pace, Hervé Ladsous, ha affermato che non è sufficiente disarmare i gruppi armati, ma «è necessario fornire agli ex-combattenti una prospettiva di futuro, altrimenti riprenderanno di nuovo le armi. Si deve fare di tutto non solo per disarmare questi ex-combattenti, ma anche per creare un processo di un loro reinserimento sociale nella vita normale del paese. Non si riuscirà a fare tutto in breve tempo, ma si deve iniziare subito». Dopo una visita di tre giorni nella RDCongo, Hervé Ladsous ha evocato anche la necessità di ripristinare l’autorità e la presenza dello Stato in tutte le zone che saranno liberate dal controllo dei gruppi armati e si è detto fiducioso circa il ritorno della pace nell’est del Paese.[14]

Segretario Generale del Comitato di Studi e coordinamento dello sviluppo di Walikale (BEDEWA), Prince Kihangi Kyamwami ha affermato, in un messaggio, che «la guerra ha fomentato sentimenti di rifiuto, esclusione e intolleranza tra le comunità locali» che ha esortato a “parlarsi” e a “perdonarsi”, per favorire il ritorno della pace nella provincia del Nord Kivu. Considerando «evidente che la reinserzione sociale non risolverà tutti i problemi degli ex combattenti», egli raccomanda ai genitori di «insegnare ai loro figli ad amare il loro paese e a non prendere più le armi contro la loro nazione per qualunque motivo sia». Prince Kihangi Kyamwami ritiene che «gli ex-combattenti devono imparare a mangiare con il sudore della loro fronte, come tutti gli altri cittadini e senza ricorrere alle armi, creando insicurezza» e che «è quindi necessario investire più nelle persone che in mezzi materiali o progetti, per promuovere una cultura di dialogo invece di ricorrere alla lotta armata, per ricostruire la fiducia tra le diverse comunità, rafforzando la coesione sociale e ricostituendo un clima di collaborazione che si è rotto a causa della situazione di guerra». Infine, egli si dice convinto che «agendo in tal modo, le comunità locali certamente contribuiranno alla stabilizzazione della regione e alla coesione sociale nella provincia del Nord Kivu». Il Territorio di Walikale (Nord Kivu) è situato tra la città di Bukavu (Sud Kivu) e Lubutu, sulla strada nazionale n. 3, nella valle del fiume Lowa, a 135 chilometri a ovest di Goma. Diviso in due comunità (Bakano: 4.238 km² e Wanianga: 19237 km²), è suddiviso in 15 raggruppamenti, con un totale di 90 località. Le principali popolazioni del territorio sono Kano, Kumu, Kusu, Hunde, Tembo, Mbute (Pigmei) e Nyanga.[15]

Il 9 dicembre, a Bunia, il comandante della Monusco, il generale Alberto Carlos dos Santos Cruz, ha annunciato che la missione dell’Onu avrebbe cominciato un’operazione militare contro i gruppi armati dell’Ituri. Egli ha affermato di aver avuto una riunione di pianificazione delle azioni con il generale Fall Sikabwe, comandante delle operazioni dell’esercito congolese nell’Ituri. Egli ha ribadito che, dopo il tempo concesso dal governo ai gruppi armati per deporre volontariamente le armi, è arrivato il momento di ricorrere alla forza. Sono vari i gruppi armati ancora attivi nel distretto dell’Ituri: il Fronte patriottico di Resistenza dell’Ituri (FRPI) di Cobra Matata, attivo nella zona di Walendu Bindi nel territorio d’Irumu; i Maï-Maï Simba di Paul Sadala, alias Morgan, attivi nel territorio di Mambasa; il Fronte di Liberazione del Popolo Congolese (FLPC) nel territorio di Aru e, infine, le milizie ugandesi ADF-Nalu, presenti a sud d’Irumu.[16]

Il 9 dicembre, fonti locali hanno affermato che, da una settimana, alcuni ribelli ugandesi dell’ADF/Nalu hanno abbandonato le loro basi di Tshutshugo e di Nadui, a nord-est di Beni (Nord-Kivu), per dirigersi verso ovest, e più precisamente, verso i territori di Mambassa e d’Irumu, nella Provincia Orientale. Nel loro spostamento, sono accompagnati dai loro familiari. Secondo la società civile, i ribelli tentano di unirsi ad altri gruppi armati attivi nell’Ituri, per difendersi dalle prossime operazioni militari che le FARDC stanno preparando nella regione di Beni. Il coordinamento della società civile nel Nord Kivu chiede che si inizino immediatamente tali operazioni militari, per evitare la dispersione degli ADF/NALU in altri territori.[17]

Il 9 dicembre, a Beni è stato arrestato il colonnello Bwambale Kakokele, alias “Aquila Bianca”. Secondo il colonnello Dieudonné Muhima, comandante del primo settore delle FARDC a Beni, la presenza di Kakokele in questa città sarebbe illegale, perché arrivato da Kinshasa, il 6 dicembre, senza il permesso dei suoi superiori. Proclamatosi generale durante la ribellione del CNDP, Kakolele è sospettato di collaborare con diversi gruppi Maï-Maï e con i ribelli ugandesi dell’ADF/ Nalu, cercando di convincerli a non arrendersi.[18]

Il 10 dicembre, il comandante del gruppo armato denominato Movimento per la Restaurazione della Democrazia in Congo (MRDC), Hilaire Kombi, si è arreso all’esercito congolese a Mbwavinywa, un villaggio a sud di Lubero, insieme ad altri cinque ufficiali della sua milizia. Egli aveva disertato l’esercito regolare l’anno scorso e si era proclamato generale.[19]

4. LE DECISIONI DEL GOVERNO E DEL PARLAMENTO

Il 1° dicembre, il Consiglio dei Ministri si è riunito in sessione straordinaria a Goma (Nord-Kivu), sotto la presidenza del Presidente della Repubblica, Joseph Kabila.

Secondo il ministro della Difesa, circa 4.000 membri di gruppi armati si sono arresi e consegnati in seguito alla pressione militare esercitata sull’M23 e alla sua sconfitta.

Il ministro degli Esteri ha informato il Consiglio sulle modalità per completare e consolidare il processo di pace e di sicurezza nelle province dell’est del Paese. Secondo il ministro, il governo deve concludere correttamente il dialogo di Kampala per (i) constatare, in forma ufficiale e davanti alla comunità internazionale, la fine dell’M23, (ii) disporre di uno strumento giuridico vincolante che, come concordato tra le parti con l’approvazione dei Paesi della regione e della comunità internazionale, permetta di organizzare e gestire efficacemente il rimpatrio, l’acquartieramento, il disarmo, la smobilitazione e la re inserzione sociale degli ex combattenti dell’M23.

Il ministro della Giustizia e dei Diritti Umani ha presentato al Consiglio dei Ministri il disegno di legge sulla concessione di amnistia per atti di guerra e infrazioni politiche.

Da parte sua, il governo si è impegnato a:

– avviare immediatamente le operazioni di neutralizzazione dei gruppi armati stranieri, comprese le FDLR e l’ADF-NALU;

– liberare il Paese da tutti i gruppi armati;

– esigere il rispetto dell’accordo quadro Addis Abeba da parte degli Stati firmatari;

– rivitalizzare le commissioni miste tra la RDCongo e i Paesi della regione.

Tenuto conto dell’urgenza d’intervenire a favore dei territori sinistrati appena liberati dalle FARDC, il Consiglio dei ministri ha approvato un programma minimo di emergenza per i seguenti settori:

– accompagnamento delle donne e dei bambini vittime dirette dei conflitti armati;

– organizzazione del ritorno degli sfollati di guerra alle loro zone di origine, con distribuzione di kit di ritorno costituiti da prodotti alimentari, non alimentari e sementi;

– Riabilitazione delle infrastrutture saccheggiate o distrutte (scuole, ospedali, centri sanitari, strade, acqua ed elettricità);

– organizzazione di una campagna di sensibilizzazione per la riconciliazione e la coesistenza pacifica delle comunità e istituzione di una commissione “Pace, Verità e Riconciliazione”;

– approvazione della legge sulla creazione di tribunali specializzati incaricati dei crimini internazionali commessi e organizzazione di audizioni pubbliche dei tribunali competenti incaricati degli stupri e di altri gravi abusi perpetrati contro donne e bambini;

– avvio di inchieste giudiziarie contro gli autori di crimini di guerra;

– avvio di procedure giudiziarie nei confronti di tutti i presunti autori di gravi crimini non prescrittibili e di gravi violazioni dei diritti umani.[20]

Il 3 dicembre, il Senato ha approvato il disegno di legge sulla prevenzione, controllo e riduzione delle armi leggere e di piccolo calibro. Questa nuova legge aggiorna la legge del 3 settembre 1985 relativa al regime generale per le armi e le munizioni e stabilisce le condizioni di porto e dell’uso delle armi sul territorio congolese. Secondo il senatore Jacques Djoli, della Commissione Difesa e Sicurezza, il presente regolamento tiene in conto l’evoluzione del diritto internazionale in materia, la situazione di insicurezza del Paese e l’evoluzione dei conflitti armati nella RDCongo e nella regione dei Grandi Laghi. Secondo il rapporto del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite pubblicato nel 2011 e gli studi di GRIP/BICC effettuati con il finanziamento dei governi del Belgio e della Germania, la popolazione civile dell’est del Paese detiene almeno 300.000 armi leggere e di piccolo calibro.[21]

Il 5 dicembre, la Camera dei Deputati ha approvato la legge sulla programmazione dell’attuazione della riforma della polizia. Tale legge orienta, inquadra e fornisce le direttive per le azioni da intraprendere nel periodo 2014-2017, ha affermato il deputato François Kasende. La legge stabilisce anche il preventivo economico necessario per detta riforma: oltre 750 miliardi di franchi congolesi (810.548.253,83 $). A sostegno di questa riforma, la legge prevede l’esenzione dai dazi doganali e dalle tasse d’importazione delle attrezzature e impone al governo l’obbligo di presentare un rapporto annuale in occasione della presentazione della legge finanziaria. La riforma della polizia permetterà di meglio garantire l’ordine pubblico e di migliorare la sicurezza delle persone e dei beni.[22]


[1] Cf RFI, 05.12.’13

[3] Cf Kandolo M. – Forum des As – Kinshasa, 09.12.’13

[4] Cf Xinua – Africatime, 06.12.’13

[6] Cf Kandolo M. – Forum des As – Kinshasa, 06.12.’13

[7] Cf RFI, 05.12.’13

[9] Cf Kandolo M. – Forum des As – Kinshasa, 09.12.’13

[10] Cf Radio Okapi, 10.12.’13

[11] Cf RFI, 11.12.’13

[12] Cf Radio Okapi, 11.12.’13

[13] Cf Radio Okapi, 03.12.’13; Karim Lebhour – RFI, 02.12.’13

[14] Cf Radio Okapi, 04.12.’13

[15] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 10.12.’13

[16] Cf Radio Okapi, 10.12.’13

[17] Cf Radio Okapi, 09.12.’13

[18] Cf Radio Okapi, 10.12.’13

[19] Cf Radio Okapi, 11.12.’13

[21] Cf Radio Okapi, 04.12.’13

[22] Cf Radio Okapi, 06.12.’13