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Nov 05 2013

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Senza ingenuità né cedimenti

Editoriale Congo Attualità n. 199 – a cura della Rete Pace per il Congo

 

Liberazione quasi totale del territorio occupato

La quasi totalità del territorio occupato finora dal Movimento del 23 marzo (M23), un gruppo armato appoggiato dal Ruanda e dall’Uganda è ormai passata sotto il controllo delle FARDC, l’esercito nazionale della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), eccetto tre località (Mbuzi, Chanzu e Runyonyi) situate in una zona strategica a ridosso della frontiera con il Ruanda e l’Uganda. In soli sei giorni (25-31 ottobre), sono state liberate le cittadine più importanti: Kibumba, Kiwanja, Rutshuru, Rumangabo e Bunagana. Molti combattenti dell’M23 si sono arresi o sono fuggiti in Ruanda e in Uganda. Il numero di quelli che ancora fanno resistenza oscilla tra i duecento e i trecento.

Alle radici di un successo

Molti si interrogano come tutto ciò sia avvenuto in così pochi giorni. Vari sono i motivi:

– la forte pressione popolare, della Società Civile e delle autorità locali sul Presidente Kabila e sulla Missione dell’Onu nella RDCongo (Monusco), affinché intraprendessero un’azione militare robusta nei confronti dell’M23,

– una certa riorganizzazione dell’esercito congolese con la nomina del generale François Olenga a Capo dello Stato Maggiore dell’esercito terrestre (dicembre 2012), del generale Lucien Bahuma Ambama a Capo della regione militare del Nord Kivu (giugno 2012), del Colonnello Mamadou Moustafa Ndala a comandante dei due battaglioni, il 321° e il 322° URR (Unità di rapida reazione) formati da istruttori belgi. Queste nomine hanno portato al miglioramento della coordinazione di comando, della logistica e del servizio di informazioni,

– l’entrata della Monusco nel Meccanismo di controllo delle frontiere con il Ruanda e l’Uganda, istituito all’interno della Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL),

– la pressione esercitata dall’ONU e dalla Comunità Internazionale sul Ruanda, accusato di appoggiare militarmente l’M23, di reclutare nuove leve a suo favore, tra cui dei minorenni e di inviare le sue truppe sul territorio congolese,

– il determinante appoggio logistico fornito all’esercito regolare congolese dalla Monusco e, soprattutto, dalla sua brigata d’intervento, istituita in seguito alla risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

L’ordine all’M23 di cessare le ostilità: una trappola?

Ora si tratta di confermare questi successi militari con altrettanti successi sul piano politico.

Infatti, dopo essere stati sospesi il 21 ottobre scorso, a Kampala sono ripresi i negoziati tra il Governo congolese e l’M23, negoziati che dovrebbero concludersi non tanto con un accordo tra belligeranti, ma piuttosto con un vero e proprio trattato di fine ostilità. Per il buon proseguimento dei negoziati, non è sufficiente che il presidente politico dell’M23 abbia ordinato alle truppe del suo movimento di cessare le ostilità, per “favorire il dialogo politico” a Kampala, anzi, quest’ordine può costituire una trappola in quanto l’M23, mantenendo il controllo di seppur tre sole località, se ne servirebbe per mantenere la pressione sui negoziati in corso e, in caso di necessità, per riorganizzarsi e tornare all’attacco. Sarebbe, invece, necessario che l’M23 consegnasse le armi e le sue truppe all’esercito regolare o alla Monusco e che dichiarasse ufficialmente la sua auto-dissoluzione come gruppo armato. Solo allora, risolta la questione militare, i negoziati potrebbero proseguire sul piano politico.

Tre nodi, senza impunità

Sono ancora tre i principali nodi da sciogliere: le questioni dell’amnistia a favore dei membri dell’M23, la reintegrazione dei militari dell’M23 nell’esercito regolare e l’incorporazione dei quadri politici dell’M23 nella vita politica del Paese. Queste tre misure dovrebbero essere applicate caso per caso, in forma individuale e non collettiva.

Per quanto riguarda l’amnistia, essa non dovrebbe essere concessa a quei membri dell’M23 che già sono oggetto di sanzioni da parte dell’Onu e degli Stati Uniti, a coloro che sono citati nei vari rapporti dell’Onu e delle Ong nazionali e internazionali per la difesa dei diritti umani, perché ritenuti responsabili di crimini di guerra (massacri di popolazioni civili, …) e di crimini contro l’umanità (stupri, arruolamento di minorenni, …) e a coloro che ne hanno usufruito altre volte nel passato.

Circa l’integrazione nell’esercito regolare, dovrebbero esserne esclusi coloro che non possono usufruire dell’amnistia, i militari stranieri, soprattutto ruandesi e ugandesi che sono stati infiltrati nelle file dell’M23, coloro che sono già stati radiati dall’esercito, coloro che non sono disposti a servire il Paese in altre province dello Stato che non siano il Nord-Kivu e il Sud-Kivu, lontano dallo frontiera con il Ruanda e l’Uganda, coloro che possiedono una doppia nazionalità, non conforme alla Costituzione congolese, coloro che ne hanno usufruito altre volte nel passato al tempo dell’integrazione delle truppe dell’RCD e del CNDP.

A proposito dell’incorporazione dei quadri politici dell’M23, dovrebbero essere esclusi coloro che non possono usufruire dell’amnistia, coloro che avevano abbandonato le istituzioni politiche per loro scelta e coloro che ne erano stati allontanati dagli organi competenti. D’altra parte, la possibilità offerta all’M23 di trasformarsi  in partito politico risulta ambigua e inadeguata, in quanto anche l’RCD e il CNDP si erano, a loro volta, trasformati in partiti politici senza, tuttavia, riuscire a scongiurare il rischio di nuove “ribellioni”. Da ricordare che, con l’accordo del 23 marzo 2009, firmato a Goma, anche il CNDP, da cui proviene l’M23, si era impegnato a trasformarsi in partito politico e a portare avanti le sue rivendicazioni a livello politico e in modo pacifico ma, come lo si è constatato, le cose sono andate diversamente. Dato che, in democrazia, si arriva al potere non con la forza delle armi, ma attraverso le elezioni, l’M23 potrebbe decidere di inserirsi in partiti politici già esistenti e a loro affini o trasformarsi in un nuovo partito, per poter inserirsi nel ciclo elettorale a livello locale, provinciale e nazionale.

Oltre agli aspetti politici e militari, c’è un altro aspetto da prendere in considerazione: quello della giustizia. Coloro che si sono resi responsabili di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità e di violazioni dei diritti umani dovranno rendere conto dei loro atti davanti alla giustizia.

Alle radici della guerra

Infine, occorrerà affrontare le radici profonde della guerra nell’est del Paese:

– l’ingerenza politico militare del Ruanda e dell’Uganda negli affari interni della RDCongo,

– la loro implicazione nella destabilizzazione dell’est della RDCongo attraverso la creazione di successive pseudo ribellioni,

– la loro partecipazione al commercio illegale delle risorse minerarie della RDCongo che alimenta le loro economie e finanzia l’attività dei gruppi armati,

– la politica di insediamento di popolazioni ruandesi nelle zone abbandonate dagli autoctoni, costretti a fuggire dai combattimenti …

Le successive ribellioni, l’AFDL, l’RCD, il CNDP e l’M23 non sono che pedine in mano al regime ruandese e ugandese e a poteri forti dell’economia internazionale. Sarà necessario intensificare la pressione, affinché rispetti tutti gli accordi internazionali che lui stesso ha firmato, l’ultimo dei quali l’Accordo di Addis Abeba, patrocinato dall’Onu, dall’Unione Africana e dall’intera Comunità Internazionale.