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Nov 25 2013

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Congo Attualità n. 203

INDICE:

EDITORIALE: Dopo l’M23, è il turno degli altri gruppi armati

1. I COLLOQUI TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

2. DOPO L’M23, ALTRI GRUPPI ARMATI NEL MIRINO DELLE FARDC

3. LA REAZIONE DELLE FDLR

4. INIZIATIVE DI SENSIBILIZZAZIONE AL DISARMO VOLONTARIO

 

EDITORIALE: Dopo l’M23, è il turno degli altri gruppi armati

 

1. I COLLOQUI TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

Il 13 novembre, il governo congolese si è detto pronto a tornare a Kampala per firmare una “dichiarazione” che rifletta la sconfitta militare della ribellione dell’M23. La delegazione governativa aveva lasciato Kampala il giorno prima, rifiutando di firmare un “accordo” di pace con l’M23 che, in qualche modo, avrebbe legittimato la sopravvivenza dell’M23 stesso. Uno dei principali negoziatori congolesi, François Muamba, ha dichiarato che il documento finale dovrebbe indicare che l’M23 è stato sconfitto militarmente e che la guerra non si è, quindi, conclusa con un accordo. Secondo il portavoce del governo congolese, Lambert Mende, «non ci sono precedenti nella storia delle nazioni in cui vi sia stato un governo legittimo costretto a firmare un accordo di pace con un movimento ribelle sconfitto e che ha riconosciuto la propria sconfitta» . Sempre secondo il ministro, «Perché si dovrebbe resuscitare un movimento ribelle per farne un’organizzazione legittima con cui firmare un accordo di pace? Tuttavia, il governo congolese è disposto ad assumersi impegni mediante una dichiarazione».[1]

Il 13 novembre, alcuni membri del comitato politico dell’M23 si sono detti pronti a firmare un documento con il governo congolese, anche contro la volontà del presidente politico dell’M23 Bertrand Bismimwa. Il segretariato permanente del comitato, Serge Kambasu Ngeve, afferma di essere appoggiato “da quasi tutti i membri” dell’ex movimento ribelle.

Secondo la dichiarazione politica firmata dal Segretario permanente dell’M23 a Kampala, «l’unico punto di contesa che ha portato al rinvio della firma è il titolo da dare al documento che dovrà sancire la fine dei colloqui di Kampala. La delegazione del nostro Governo, alla luce dell’evoluzione della situazione sul piano militare e di altre considerazioni socio-politiche del momento, ha proposto il termine “conclusioni” dei colloqui di Kampala tra il governo della RDCongo e il Movimento del 23 marzo [M23]. Nello stesso tempo, un gruppo minoritario all’interno della nostra organizzazione è rimasto irremovibile sul temine “accordo” di pace tra il governo della RDCongo e l’M23, mettendo in pericolo la vita di un’intera organizzazione e di tutta la nazione. Questo gioco di parole, anche se porta con sé delle implicazioni politiche, non può, in ogni caso e a nostro modesto parere, condurre ad un suicidio collettivo per la nostra organizzazione e le migliaia dei suoi membri. Realistici, abbiamo quindi deciso, davanti alla storia e alla nostra coscienza, di sostenere con forza la posizione espressa dal governo della RDCongo che, ovviamente, conosce bene tutti i parametri socio-politici del momento, per dare una possibilità alla pace e per consentire alla comunità internazionale, che appoggia questo processo, di affrontare altre questioni importanti, quali il disarmo, in collaborazione con il nostro governo, di tutte le forze negative estere e nazionali, al fine di garantire, in modo definitivo, la sicurezza dell’est della RDCongo».[2]

Secondo alcuni osservatori, il cambio di rotta di Serge Kambasu Ngeve è di tipo pragmatico. L’M23 è stato sconfitto militarmente e non ha altra scelta che ammettere la sua sconfitta. Firmando un documento con Kinshasa, Serge Kambasu Ngeve spera, probabilmente, di poter sopravvivere sulla scena politica congolese. Da non dimenticare che, prima di arrivare all’M23, il Kambasu “realistico” è stato membro dell’RCD, poi Segretario Generale del CNDP e, infine, membro del PPRD, il partito presidenziale di Joseph Kabila.

Dietro quella che potrebbe essere l’ultima divisione all’interno dell’M23, si possono intravvedere le tensioni che oggi esisterebbero tra i due sostenitori della ribellione: l’Uganda e il Rwanda. Nella battaglia tra le due nuove correnti dell’M23, è possibile vedere la rivalità tra Kampala, che “manipola i politici” del movimento e Kigali, che “gioca sul piano militare”. In questo scenario, Serge Kambasu Ngeve sta facendo piuttosto il gioco dell’Uganda che, benché non abbia gradito l’inversione di marcia di Kinshasa, vuole tuttavia uscire dalle trattative a testa alta, attraverso la firma di un documento finale. Bertrand Bisimwa, invece, difenderebbe ancora gli interessi del Rwanda che, dopo la sconfitta militare dell’M23, ha dovuto assumere un atteggiamento più moderato. La nuova divisione in seno all’M23, se si preciserà, potrebbe segnare una nuova tappa nelle relazioni tra i tumultuosi alleati ruandesi e ugandesi sulla questione congolese. Alleati di circostanza che non perdono mai l’occasione di farsi uno sgambetto.[3]

Sembra che, per la seconda volta, l’M23 si sia diviso in due ali diverse, quella di Kambasu e quella di Bisimwa. Secondo altri osservatori, questo potrebbe essere un nuovo gioco orchestrato da Museveni e Kagame. Ora che Makenga è accusato di numerosi crimini, Kigali e Kampala trovano un pezzo di ricambio, Serge Kambasu Ngeve, per prendere il posto di Bertrand Bisimwa, troppo vicino a Makenga. Kampala e Kigali avrebbero trovato una nuova pedina da mettere a capo del movimento ribelle per continuare a destabilizzare l’est della RDCongo. Ciò che i due paesi non hanno potuto ottenere militarmente, ora sperano di poterlo ottenere attraverso il dialogo che vogliono imporre a Kinshasa, attraverso la firma di un accordo tra la RDCongo e l’M23. Per non sentirsi umiliati, Museveni e Kagame cercano disperatamente una soluzione che possa proteggere l’M23 ormai militarmente sconfitto. Questa soluzione consisterebbe nell’effettuare un cambiamento nella direzione dell’ex movimento ribelle. Al posto di coloro che sono ricercati dalla giustizia a causa dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi nella RDCongo, Museveni e Kagame potrebbero aver fatto ricorso alla solita strategia di cambiare i capi del movimento, come già avevano fatto con Laurent Nkunda, Bosco Ntaganda e Jean Pierre Runiga. “Potremmo fare lo stesso gioco con Sultani Makenga, proponendo Kambasu Ngeve come negoziatore e riusciremmo a convincere Kinshasa a firmare l’accordo”, si sono probabilmente detti. È così che Museveni e Kagame hanno spinto l’M23 a dividersi in due rami distinti.[4]

Il 13 novembre, il governo ugandese ha annunciato di aver spostato, in altra località e per motivi di sicurezza, i membri dell’M23 fuggiti in Uganda dopo essere stati sconfitti dall’esercito congolese. Da Kampala, il portavoce del governo ugandese, Ofwono Opondo, ha dichiarato che circa 1.600 combattenti dell’M23 sono stati spostati da Kisoro, una cittadina ugandese nei pressi della frontiera con la RDCongo, al distretto di Kasese, più a nord, aggiungendo che sono sotto la protezione militare dell’Uganda. Secondo le sue dichiarazioni, una delegazione dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite dovrebbe intraprendere una procedura di verifica. Opondo ha aggiunto che l’Uganda non intende consegnare i ribelli al governo congolese, che richiede la loro estradizione, precisando che «una volta firmato l’accordo di pace, queste persone saranno consegnate all’Unione Africana e alle Nazioni Unite».[5]

Il 13 novembre, il rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite nella RDCongo e capo della Monusco, Martin Kobler, ha detto che «è necessario trovare, il più presto possibile, una soluzione per gli ex combattenti dell’M23 che si trovano ora in Uganda». Il governo ugandese ha detto che sono circa 1.600. A Goma, più di 350 membri dell’ex M23 che si sono consegnati alla Monusco e all’esercito congolese (FARDC) sono a Kanyaruchinya, una cittadina situata a 4 km dalla città di Goma, in attesa di essere smobilitati. Infine, altri 600 circa si trovano in Ruanda dal mese di aprile scorso, dopo una scissione interna del loro movimento.[6]

Il 14 novembre, nel corso di una conferenza stampa a Kinshasa, il portavoce del governo congolese, Lambert Mende, ha accusato la mediazione ugandese di essere alla base della mancata firma del documento che avrebbe sancito la fine dei colloqui di Kampala tra Kinshasa e l’M23. Egli ha spiegato che «si era chiaramente deciso che il documento da firmare non avrebbe potuto essere un accordo». Secondo il ministro, il preambolo del documento stesso non prendeva in considerazione lo scioglimento dell’M23 come gruppo armato: «La mediazione non aveva tenuto conto, nel preambolo del testo da firmare, né della dichiarazione di rinuncia alla ribellione da parte dell’M23, né del comunicato del governo congolese sulla dichiarazione stessa dell’M23». Inoltre, il portavoce del governo ha affermato che la mediazione ugandese non aveva tenuto conto dell’evoluzione della situazione sul piano militare: «L’M23 non controlla più alcuna parte del territorio congolese e questa sconfitta militare dell’M23 rende superate alcune disposizioni precedentemente concordate». Secondo Lambert Mende, la RDCongo ha rifiutato di firmare un “accordo di pace” con l’M23, perché ciò avrebbe dato “uno statuto di legittimità a una forza negativa” che, per di più, era già stata militarmente sconfitta.

Inoltre, il portavoce del governo congolese ha dichiarato che «il governo congolese ribadisce il suo impegno a portare a termine i colloqui di Kampala, procedendo alla firma, con l’M23, di un documento che, senza essere un “accordo”, permetterebbe di dare giuridicamente un carattere vincolante alla dichiarazione di rinuncia alla ribellione fatta dall’M23 il 5 novembre e di risolvere i problemi relativi all’acquartieramento, al disarmo, alla smobilitazione e al reinserimento sociale degli ex – combattenti dell’M23». Secondo il ministro, qualora non si trovi, entro un “termine ragionevole”, un consenso su un documento che non occulti la sconfitta militare dell’M23, «il governo applicherà lui stesso le principali disposizioni che le due parti avevano concordato prima del 5 novembre», data che ha segnato la sconfitta militare della ribellione.

Per quanto riguarda la questione della reintegrazione degli ex-combattenti dell’M23 nell’esercito nazionale, il portavoce del governo ha detto che non sarebbe “automatica”: «Non è possibile essere integrati nelle forze armate per il semplice fatto di essere stato membro dell’M23». Tuttavia, ha spiegato, i membri dell’M23 che beneficeranno dell’amnistia individuale che il governo prevede di concedere a coloro che non hanno commesso crimini gravi, potranno, dopo aver recuperato i loro diritti ed essere stati reinseriti nella società congolese, presentarsi presso gli uffici di reclutamento per l’esercito.

Lambert Mende ha peraltro annunciato che «il governo non accetta l’integrazione / reintegrazione di elementi dell’ex M23 nelle FARDC, tanto più perché tale integrazione, individuale o collettiva, non fa parte degli impegni presi nei colloqui di Kampala. L’unica opzione ritenuta nel corso dei colloqui sul futuro dei membri dell’ex M23 è la loro smobilitazione in vista del loro reinserimento sociale».
Per quanto riguarda “la concessione d’un’amnistia ai membri dell’ex M23”, «il governo si impegna a presentare quanto prima in Parlamento un disegno di legge di amnistia per atti di guerra e di insurrezione per il periodo compreso dal 1° aprile 2012 fino ad oggi, a favore di qualsiasi membro dell’M23 che si impegni, individualmente e per iscritto, ad astenersi definitivamente dal ricorso alle armi e / o a partecipare in un movimento insurrezionale per fare valere qualsiasi tipo di rivendicazione». Il portavoce del governo ha aggiunto che un’altra condizione per poter usufruire  dell’amnistia è che «si accetti che qualsiasi violazione di tale impegno renda automaticamente nulla l’amnistia concessa ed escluda l’autore di tale violazione dal poter usufruire qualsiasi successiva amnistia». Lambert Mende a precisato che, «in conformità con il diritto nazionale e internazionale, l’amnistia non si applica agli autori di crimini di guerra, di crimini di genocidio e di crimini contro l’umanità, tra cui gli stupri, la violenza sessuale, il reclutamento di bambini soldato e altre gravi violazioni dei diritti umani».

Circa la smobilitazione e il reinserimento sociale degli ex – combattenti dell’M23, il governo congolese ha deciso che, “sotto riserva dell’amnistia”, tali disposizioni saranno attuate dalle strutture statali idonee, con il sostegno della Monusco e di altri partner.

Sul ritorno e il reinserimento dei rifugiati e degli sfollati interni, il governo si è impegnato a «lavorare per una rapida attuazione degli accordi tripartiti sul rimpatrio dei rifugiati, firmati con i paesi vicini e l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e per un urgente ritorno degli sfollati interni ai loro villaggi».

Per quanto riguarda le “altre questioni pertinenti”, il governo si è impegnato ad attuare tutte le altre disposizioni concordate nel corso dei colloqui in relazione a:

• la sicurezza dei membri dell’ex M23 al momento del loro acquartieramento, smobilitazione e reinserimento sociale;

• la liberazione dei membri dell’ex M23 arrestati a causa della loro appartenenza a questo movimento;
• l’eventuale formazione di un partito politico da parte dei membri dell’ex M23, in conformità con la Costituzione e le leggi della Repubblica;

• la riconciliazione nazionale;

• le riforme economiche;

• l’attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di decentramento;

• le procedure giudiziarie per crimini di guerra, crimini di genocidio e crimini contro l’umanità, tra cui gli stupri, la violenza sessuale, il reclutamento di bambini soldato e le violazioni dei diritti umani.[7]

Il 17 novembre, l’Agenzia Nazionale dei servizi segreti congolesi (ANR) ha arrestato un falsificatore di certificati elettorali a Rutshuru, a circa 70 chilometri a nord di Goma. Diverse fonti indicano che Justin Irenge Baguma, riconosciuto come capo segretariato di un ufficio amministrativo, dal mese di luglio era al servizio dell’M23. Justin Irenge, 28 anni, ha ammesso di aver rilasciato varie centinaia di falsi certificati elettorali, stampati a partire dal modello che gli era stato dato dai responsabili dell’M23 che, per fare il lavoro, gli avevano fornito anche un computer portatile e una stampante a colori, rubati all’ufficio della Commissione elettorale nazionale indipendente ( CENI)  dai ribelli, durante la loro occupazione della città di Rutshuru. «Non avevo altra possibilità. Temevo per la mia sicurezza, perché lavoravo con una pistola puntata sull’orecchio e con il dito sul grilletto», ha infine rivelato Justin Irenge.[8]

2. DOPO L’M23, ALTRI GRUPPI ARMATI NEL MIRINO DELLE FARDC

Il 5 novembre, dopo la vittoria sull’M23, Kinshasa ha annunciato che, “a breve scadenza”, le FARDC inizieranno l’offensiva contro i ribelli hutu ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). «Non c’è più posto nel nostro paese per i gruppi armati, qualsiasi essi siano», ha detto il ministro portavoce del governo congolese, Lambert Mende, che ha aggiunto che, «dopo le FDLR, sarà il turno dell’ADF-NALU e dell’LRA (ribelli ugandesi), del FNL (ribelli burundesi) e, poi, delle varie milizie congolesi». Il 30 ottobre, anche il presidente congolese Joseph Kabila aveva ingiunto a tutti i gruppi armati di deporre volontariamente le armi, sotto pena di esporsi a un disarmo forzato della stessa intensità di quelle a cui si è fatto ricorso per l’M23.[9]

Il 5 novembre, il programma per il disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reintegrazione e reinserimento (DDRRR) della Monusco nel Nord Kivu ha rimpatriato, al loro paese d’origine, 44 ex combattenti delle Forze per la Liberazione del Ruanda (FDLR), di cui 18 familiari. Si stima che tra gli 800 e i 1000 il numero delle FDLR ancora in territorio congolese. Dal 2002 fino al mese di aprile 2013, erano stati rimpatriati 24.000 ex combattenti delle FDLR.[10]

Il 6 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha preso atto dello scioglimento dell’M23. La riunione del Consiglio è stata caratterizzata dalle rimostranze dell’ambasciatore ruandese, Eugene Gasana, che accusa l’ONU di non fare gli stessi sforzi contro i ribelli hutu delle FDLR. Martin Kobler ha affermato che la Monusco perseguirà anche le FDLR e gli altri gruppi armati. “Insufficiente”, ha replicato il diplomatico ruandese che vuole che le Nazioni Unite facciano del disarmo delle FDLR una priorità. L’ambasciatore ruandese, Eugène Gasana, attualmente membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, si è detto particolarmente irritato per le operazioni militari delle FDLR su entrambi i lati della frontiera e ha avvertito che il Ruanda era pronto a intervenire nella RDCongo. «Il Ruanda è pronto a usare tutti i mezzi necessari per proteggere la sua popolazione e il suo territorio», ha detto Eugene Gasana al Consiglio di Sicurezza, accusandolo di aver lasciato che, nel 1994, i responsabili hutu del genocidio si mescolassero con i rifugiati civili fuggiti nella RDCongo. Visibilmente agitato, l’ambasciatore ruandese si è alzato e ha lasciato la Sala del Consiglio. La missione ruandese presso l’Onu ha assicurato che l’ambasciatore era andato via, perché era già in ritardo per un altro appuntamento, ma ha aggiunto che il Ruanda farà in modo che la Monusco attacchi le FDLR con la stessa forza che ha usato contro l’M23.[11]

Il 6 novembre, il responsabile della Monusco, Martin Kobler, ha affermato che la Missione dell’Onu avrebbe rafforzato il controllo delle frontiere per impedire ai ribelli hutu ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR), presenti nell’est della RDCongo, di ritornare in Ruanda.[12]

Il 6 novembre, a Lubumbashi, il Presidente della Repubblica, Joseph Kabila, ha presieduto, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate della RDCongo (FARDC) e della Polizia Nazionale Congolese (PNC), una riunione straordinaria del Consiglio superiore della difesa.

In una dichiarazione letta dal Vice Primo Ministro e Ministro della Difesa, Alexander Luba Ntambo, il Consiglio ha preso atto del buon comportamento delle FARDC che hanno messo fine all’occupazione, da parte dell’M23 e per diversi mesi, di una parte del Paese, particolarmente di Rutshuru. Il Presidente ha presentato congratulazioni meritate ai membri delle Forze Armate per le loro prestazioni senza precedenti. Inoltre , alla polizia nazionale congolese sono state date istruzioni di occupare le zone liberate, per proteggere la popolazione, compresi gli sfollati interni, e permettere la ripresa delle attività economiche per lo sviluppo sociale. I partecipanti hanno esortato i gruppi armati ancora attivi nel paese a deporre le armi e ad aderire al processo di disarmo, smobilitazione, reinserimento e rimpatrio (DDRR), altrimenti vi saranno costretti con la forza. Il Consiglio ha inoltre raccomandato il completamento di informazioni sulle accuse contenute in un rapporto delle Nazioni Unite contro il generale Gabriel Amisi Kumba, detto Tango Four, per poter far avanzare la procedura. Sospeso dal suo incarico dal novembre 2012 per motivi di indagine, l’ex capo di Stato Maggiore delle forze terrestri è accusato di aver venduto armi a gruppi armati attivi nell’est del Paese.[13]

Il 13 novembre, a proposito dei numerosi gruppi armati ancora attivi nell’est della RDCongo, Martin Kobler ha dichiarato di optare per la via pacifica. Secondo lui sarebbe molto meglio che questi gruppi e milizie depongano loro stessi le armi, altrimenti vi saranno costretti con la forza.

In una conferenza stampa a Kinshasa, il vice capo della Monusco, il generale Abdullah Wafi, ha affermato che la RDCongo dovrebbe dotarsi di un piano di disarmo, smobilitazione, reinserimento sociale o rimpatrio (DDRR) dei combattenti appartenenti a tutti i gruppi armati, nazionali e stranieri, che operano sul suo territorio. Per il vice capo della Monusco, senza un chiaro piano di DDRR, non è possibile garantire, a lungo termine, la pace e la sicurezza nel Kivu.[14]

Il 15 novembre, la Monusco ha invitato i gruppi armati attivi nel Nord Kivu a deporre rapidamente le armi, per non esserne poi costretti con la forza. Il comandante della Monusco, il generale Dos Santos Cruz, ha fatto tale appello nel corso di una conferenza stampa a Goma. Egli ha confermato che la Monusco resta impegnata a sradicare il fenomeno dei “gruppi armati” attivi nell’est della RDCongo, in conformità con il suo nuovo mandato incluso nella risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una quarantina di gruppi armati, nazionali e stranieri, sono ancora attivi nell’est della RDCongo, in particolare nel Nord e Sud Kivu, Maniema, Katanga e Provincia Orientale. La maggior parte di queste milizie, note come Mai Mai, sono in relazione con comunità locali. Durante una visita a Goma, il 12 novembre, anche il ministro degli Interni congolese, Richard Muyej Mangez, aveva chiesto loro di deporre le armi e aveva invitato la popolazione del Nord Kivu ad essere solidali con le autorità locali nella loro lotta contro i gruppi armati che turbano la pace sociale in questa parte del paese.[15]

3. LA REAZIONE DELLE FDLR

Il 12 novembre, in un comunicato firmato a Masisi, il Segretario esecutivo delle FDLR, il Col. Irategeka Wilson, ha affermato che «le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) sono un movimento politico-militare di opposizione al regime di Kigali e operano per la giustizia, la pace, la riconciliazione e lo sviluppo. Le FDLR è una risposta al popolo ruandese oppresso ed escluso che si è organizzato per difendersi contro il regime del Fronte Patriottico Ruandese (FPR – Inkotanyi) che vuole sterminarlo». Egli ha sottolineato che «le FDLR hanno il dovere di combattere per la difesa dei diritti dei rifugiati e delle migliaia di Ruandesi sopravvissuti ai massacri di massa commessi dall’Esercito Patriottico Ruandese (APR) dal 1° ottobre 1990 fino ad oggi, sia dentro che fuori del Ruanda». Egli ha spiegato che «il non ritorno al paese di origine è dovuto alla totale insicurezza e al non rispetto dei diritti umani (la soppressione delle etnie, impossibile da realizzare, perché si tratta di un fenomeno naturale, omicidi, sequestri, giustizia parziale, arresti arbitrari, incarceramento dei leader dei partiti di opposizione, …) e delle libertà fondamentali della persona umana (la mancanza di libertà di espressione, l’impossibilità di formare partiti politici, l’impoverimento della popolazione, le disuguaglianze sociali, … ) da parte del regime di Paul Kagame in Ruanda». Infine , egli ha ricordato che «le FDLR ribadiscono e nuovamente chiedono alla comunità internazionale, in generale, e alla brigata d’intervento della Monusco che appoggia l’esercito congolese, di non ricorrere all’uso della forza, ma di privilegiare piuttosto la via pacifica e politica dei negoziati. Per questo, le FDLR chiedono un dialogo con il governo di Kigali con la mediazione dell’Unione Africana, unico modo per raggiungere una pace duratura in Ruanda, in particolare, e nella Regione dei Grandi Laghi Africani, in generale».[16]

Il 15 novembre, Wilson Irategeka ha affermato che le FDLR sono pronte a deporre le armi, ma che le condizioni per il disarmo non sono, per il momento, sufficienti. «Siamo convinti che non possiamo deporre le armi fino a quando il governo ruandese non cessi di entrare nella RDCongo», ha dichiarato. «Il nostro problema è che il governo di Kigali è più volte venuto nella RDC per uccidere i rifugiati ruandesi», ha ripetuto Irategeka, facendo riferimento all’implicazione del Ruanda nelle due guerre del Congo (1996 – 1997 e 1998-2003) e all’appoggio di Kigali alle diverse ribellioni attive nella RDCongo negli ultimi dieci anni, tra cui la più recente è quella dell’M23.
«Il governo di Kigali utilizza i Raia Mutomboki e i Mayi-Mayi Sheka [ … ] per venire ad uccidere i rifugiati ruandesi», ha aggiunto, riferendosi ai due gruppi armati con cui le FDLR si scontrano regolarmente nelle due province del Nord e Sud Kivu. «Mentre i nostri rifugiati sono ancora sotto la minaccia delle bombe e delle armi, è difficile per noi deporre le armi», ha concluso Irategeka. Si stima attualmente che le FDLR siano composte dai 1.000 ai 1.200 combattenti.[17]

Secondo vari osservatori, occorre dapprima ristabilire la verità sulle FDLR.

Va notato che, dalla distruzione dei campi dei rifugiati hutu ruandesi da parte dell’esercito ruandese nel novembre 1996, Paul Kagame ha continuato ad inviare le sue truppe nella RDCongo, con il pretesto di prevenire gli attacchi dei “genocidari” che sarebbero potuti ritornare in Ruanda per commettere un nuovo genocidio. Da una decina d’anni, questi ”possibili futuri genocidari” hanno un volto disegnato e divulgato nel mondo intero dal regime di Paul Kagame. “Si chiamano Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) e hanno commesso il genocidio o hanno in loro l’ideologia del genocidio“. La prima verità da ristabilire circa le FDLR prima di “smantellarle” è storica. Prima di colpire le FDLR, sarà necessario smantellare quella falsa propaganda che accusa globalmente tutti i membri delle FDLR, anche quelli che, tra loro, sono nati nella foresta della RDCongo, di essere dei “genocidari” e che sostiene che il movimento è impregnato di “ideologia del genocidio” trasmessa poi ai bambini sin dalla loro giovane età.

– Chi vuole davvero la scomparsa delle FDLR?.

La RDCongo, l’Onu, i Paesi della regione … potrebbero voler la fine della FDLR, ma non … Paul Kagame e il suo regime. Infatti, l’attuale regime ruandese fonda la propria “legittimità” sul mito di aver fermato un genocidio i cui autori sono fuggiti nella RDCongo. Sulla base di tale mito, il regime ruandese si sente in diritto di perseguirli anche all’interno della RDCongo, violandone la sovranità, al fine di impedire un loro eventuale ritorno in patria. Kagame ha impostato tutta la sua politica sulla “minaccia” delle FDLR di cui, del resto , si è servito come pretesto per invadere lo Zaire (1996), per saccheggiare impunemente le risorse minerarie dell’est della RDCongo (1998-2003) e per ritornarvi ufficialmente in occasione delle operazioni militari denominate “Kimya I e II, Umoja Wetu …” (2009-2012). Quindi se, in futuro, si riuscisse a neutralizzare le FDLR, mediante la forza o un cammino politico, Kigali perderebbe il suo motivo preferito che brandisce ogni volta per giustificare la sua politica interna ed estera, compresa la sua ingerenza negli affari interni della RDCongo.

– Con quali mezzi neutralizzare le FDLR?.

A differenza dell’M23, per il quale la RDCongo ha operato a livelli politico e diplomatico, prima di intervenire militarmente in collaborazione con la brigata d’intervento della Monusco, per quanto riguarda le FDLR, per Kagame rimane possibile solo l’opzione militare, perché il regime di Kagame ha già escluso, a priori, le opzioni politiche e diplomatiche. In effetti, con pretesti falsi e anacronistici (i più anziani fra le FDLR sono dei genocidari e i più giovani hanno l’ideologia del genocidio nei loro geni!), il regime tutsi che regna sul Ruanda e nella regione dal 1994 ha giurato che non si sarebbe mai seduto allo stesso tavolo con dei ribelli hutu. Paul Kagame sa che un approccio politico risolverebbe il problema delle FDLR, ma allo stesso tempo gli toglierebbe il pretesto per intervenire militarmente, politicamente ed economicamente nella RDCongo. Aggrappandosi alla sola soluzione militare, Paul Kagame intende perpetuare il pretesto della presunta minaccia delle FDLR contro i Tutsi. Sapendo che la soluzione militare non potrà mai risolvere i problemi politici posti dalle FDLR, Paul Kagame è sicuro di poter continuare a far sentire la sua voce in ciò che accade nell’est della RDCongo.

– La sfida operativa.

L’M23, appena smantellato, occupava un territorio ben definito in cui aveva anche installato una sorta di stato nello Stato, tra cui l’imposizione di tasse e il servizio di polizia. I suoi combattenti erano chiaramente identificabili e distinti dalla popolazione caduta sotto suo controllo. Invece, le FDLR non sono precisamente localizzabili in una zona determinata. I loro “combattenti” vivono accanto alle loro famiglie che sono dei rifugiati sparsi in tutta la regione. Si dovrà, quindi, affrontare questa problematica e chiedersi se è possibile utilizzare la forza delle armi contro dei civili inermi, con il pretesto che, in mezzo a loro, ci sono dei “combattenti” che sono anche loro figli o genitori.
Nella “guerra lampo” che ha sconfitto l’M23, l’artiglieria pesante, “regis ultima ratio“, ha avuto un ruolo fondamentale, facilitando notevolmente l’azione della fanteria. In effetti, si è trattato di una guerra classica e convenzionale secondo la sua definizione. In questa guerra classica, c’erano due eserciti che, separati da una precisa linea sul fronte, occupavano posizioni militari chiaramente identificabili. Nel caso delle FDLR, come posizioni da loro occupate, gli osservatori non indicano che dei villaggi in cui sarebbero nascosti dei “comandanti” delle FDLR. Non è chiaro come l’esercito congolese, appoggiato dalla brigata d’intervento della Monusco, possa dirigere la sua artiglieria, come ha fatto per le posizioni dell’M23, sapendo che ciò comporterebbe la distruzione del villaggio preso di mira e causerebbe vittime innocenti tra i suoi abitanti, tra cui donne, anziani e bambini.

– La Monusco non cadrà nella trappola tesa da Paul Kagame?.

A differenza dell’M23, tutti gli altri gruppi armati che operano nell’est della RDCongo, tra cui le FDLR, non sono militarmente strutturati in forze militari convenzionali e vivono tra la popolazione in zone forestali. La campagna militare per neutralizzarli sarà lunga e complessa, il che andrà a vantaggio di Paul Kagame che non vuole altro che questo, ma sarà anche un terreno paludoso in cui una forza delle Nazioni Unite non dovrebbe avventurarsi, senza sapere prima come venirne fuori senza impantanarsi.

– Un auspicio come conclusione.

C’è da augurarsi, e lo auspicano tutti coloro che vogliono la pace nella regione dei Grandi Laghi, che le Nazioni Unite, in particolare la brigata d’intervento della Monusco, non cada nella trappola posta da Paul Kagame: quella di non ricorrere alla via politica (trattative con la sua opposizione armata) prima di far scattare l’operazione militare. Infatti, questa battuta di caccia, in cui la selvaggina (i combattenti hutu delle FDLR) non è chiaramente identificabile, potrebbe terminare con un bilancio assolutamente disastroso, con delle popolazioni civili innocenti bombardate e massacrate da una forza di pace che avrebbe dovuto proteggerle, senza essere riuscita a neutralizzare le FDLR, con grande gioia di Paul Kagame. Sarebbe un vero peccato. Peraltro, un approccio ragionevole sarebbe abbastanza semplice: prima di intraprendere delle azioni militari, di dovrebbero avviare delle azioni politiche e diplomatiche, tra cui dei negoziati diretti tra Paul Kagame e la sua opposizione armata. Basterebbe passare attraverso gli stessi canali che gli hanno inviato il chiaro messaggio “ora basta, perché troppo è troppo“,  un messaggio deciso che gli ha impedito di volare in soccorso all’M23, durante l’offensiva delle FARDC e della brigata d’intervento della Monusco, a fine ottobre – inizio novembre2013, con il risultato ormai a tutti noto.[18]

4. INIZIATIVE DI SENSIBILIZZAZIONE AL DISARMO VOLONTARIO

L’8 novembre, il capo del gruppo Nduma Defense of Congo (NDC), Ntabo Ntaberi Sheka, ha affermato che è pronto ad abbandonare la ribellione, a condizione che la sua milizia possa usufruire dell’amnistia e che sia integrata nell’esercito regolare o nella polizia nazionale congolese. Sheka ha fatto tali dichiarazioni in una lettera inviata al capo del governo congolese e alla comunità internazionale. Reagendo a questa corrispondenza, il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, ha chiesto a Sheka di deporre le armi, sotto pena di esserne costretto con la forza. Gli ha inoltre ricordato che non è più possibile integrare nell’esercito una milizia in modo collettivo. Ntabo Ntaberi Sheka chiede, inoltre, al governo il riconoscimento dei gradi militari ottenuti nel corso della ribellione, la trasformazione del suo movimento armato in un partito politico e l’annullamento di tutte le procedure giudiziarie, nazionali e internazionali, di cui è oggetto il suo gruppo armato. Lui stesso è attualmente oggetto di mandati di arresto emessi dalle autorità congolesi nel gennaio 2010, perché accusato di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Prima di deporre le armi, Ntabo Taberi Sheka ha chiesto che la Monusco dispieghi sue basi sull’insieme del territorio di Walikale e che il governo rinunci a qualsiasi attacco militare contro il suo gruppo. Il Ministro provinciale degli Interni, Valérien Mbalutwirandi, ha affermato, infine, che tutte queste rivendicazioni da parte di Sheka dimostrano sufficientemente che non ha alcuna intenzione di deporre le armi.[19]

Il 9 e il 10 novembre, circa 150 miliziani Mayi-Mayi si sono arresi alle autorità amministrative del territorio di Rutshuru, a 75 km a nord di Goma. Secondo fonti amministrative, circa altri 74 miliziani delle Forze di Difesa degli Interessi del Popolo Congolese sarebbero arrivati a Rutshuru per  negoziare la loro resa. Le stesse fonti indicano che altri miliziani ancora sono in trattative con le autorità, per negoziare le condizioni del loro disarmo, in vista di un’integrazione nell’esercito o del reinserimento sociale. Il comandante di una milizia, una volta operativa nel settore di Bwito, si è consegnato alle autorità locali con quasi 80 dei suoi uomini. L’amministratore di Rutshuru, Justin Mukanya, che ha fornito queste cifre, ha chiesto ai capi delle comunità di sensibilizzare tutti i combattenti ancora nella boscaglia, affinché si consegnino. Tuttavia, la società civile di Rutshuru deplora le condizioni in cui vivono miliziani che si sono consegnati alle autorità locali. Secondo il presidente dell’organizzazione, questi ex combattenti non sono alimentati e i malati non sono curati. Egli invita, quindi, il governo a sbloccare i fondi necessari per il sostentamento di questi ex – miliziani.[20]

Riuniti in seno al Comitato di Studi, dì Osservazione e di coordinamento per lo Sviluppo del territorio di Walikale (Bedewa), i capi località di Walikale (Nord Kivu) hanno affermato di temere le conseguenze di una possibile operazione militare contro le milizie attive nel loro territorio e hanno raccomandato al governo di favorire la via del dialogo per ottenere il loro disarmo. Secondo Bedewa, solo il dialogo e la sensibilizzazione possono condurre a una soluzione durevole meno costosa e senza spargimento del sangue di persone innocenti. Nel Territorio di Walikale ci sono almeno cinque gruppi armati attivi, tra cui la NDC di Cheka e i Mai Mai Simba, Kifuafua, Raia Mutomboki e Mac.[21]

Dal 16 novembre, dei membri di gruppi armati locali e stranieri hanno smantellato quattordici barriere (posti di controllo e pedaggio) che avevano illegalmente erette sul tratto stradale Kiwanja – Nyakakoma, di 95 km, in territorio di Rutshuru. Tale soppressione è il risultato di pressioni esercitate su questi gruppi da parte dei capi locali. Tra i miliziani che avevano eretto queste barriere, i capi locali citano i Nyatura, i Mai-Mai Shetani, il Movimento Popolare di Autodifesa ( MPA) e le FDLR Foca e Rude. Questi gruppi armati riscuotevano dai 500 ai 1.000 FC (da 0,54 a 1,08 dollari) ad ogni conduttore di moto e da 10 a 20 dollari ad ogni conduttore d’auto. Le autorità locali accolgono con favore l’eliminazione di tali barriere e affermano che molte di queste milizie, finora attive nel raggruppamento di Binza, non sono più visibili sul territorio. Alcuni combattenti locali hanno deciso di consegnarsi alla Monusco ed altri hanno ripreso la vita civile. I capi locali hanno affermato che l’inizio dell’auto dissoluzione di alcuni gruppi armati locali è il risultato di una campagna di sensibilizzazione nei loro confronti, in vista di un disarmo volontario e hanno incoraggiato gli altri gruppi che ancora detengono le armi, di consegnarle alle FARDC o alla Monusco per la causa della pace.[22]

Il 17 novembre, una delegazione composta da autorità locali, politiche, amministrative e giudiziarie e da membri della società civile di Shabunda (Sud Kivu), è partita per Bamuguba-Biangama. Secondo fonti locali, si tratta di una missione di sensibilizzazione il cui obiettivo è quello di convincere tutte le milizie, tra cui i Raia Mutomboki, a deporre le armi. Secondo il Collettivo di Azione per i Diritti Umani (Cadhom) , che prende parte alla missione, tutti i capi delle milizie saranno presenti alla riunione prevista dal 19 al 21 novembre. Si tratta di Kikuni Juriste, proveniente da Lulingu, Sisawa  proveniente da Tshonka, Meshe David, Sharlekin e Makonga, provenienti da Baliga, Maheshe e il colonnello disertore Albert Kahasha detto Foka Mike, provenienti da Kigulube. Secondo fonti locali, questi ultimi due si disputavano il controllo di alcune miniere. Altre fonti indicano che, nel territorio di Mwenga, il 14 novembre, il comandante del settore 103 aveva già incontrato due capi dei Raia Mutomboki, Makonga e Sharlekin, per convincerli a deporre le armi.[23]

Il 18 novembre, al termine di colloqui con il ministro degli Interni congolese, Richard Muyej Mangia, in missione ufficiale a Goma, una dozzina di gruppi armati locali attivi a ​​Masisi, Rutshuru e Walikale si sono detti disponibili a deporre le armi. Presentati dal governatore della provincia del Nord Kivu, Julien Paluku Kahongya,  i capi di queste milizie hanno affermato di aver capito l’appello loro rivolto dalle autorità nazionali e provinciali affinché depongano le armi. Secondo Ephrem Izabayo Kabasha, uno dei capi del Movimento Popolare di Autodifesa (MPA – Nyatura), la loro resistenza armata aveva come scopo quello di opporsi alla volontà dell’ex M23 di “balkanizzare” il Paese. Dal momento che l’M23 è stato neutralizzato, è giunto il momento per l’MPA- Nyatura di lasciare la guerriglia per aderire alla ricostruzione del Nord Kivu, in particolare, e della RDCongo, in generale. Questi gruppi armati dicono di aspettarsi di essere integrati nell’esercito o nella Polizia o di essere aiutati a reinserirsi nella vita civile.[24]


[1] Cf BBC – Kampala, 14.11.’13 (via mediacongo.net); La Voix de l’Amérique – Africatime, 14.11.’13

[2] Cf L’Avenir – Kinshasa, 14.11.’13 http://www.groupelavenir.cd/spip.php?article53289

[3] Cf Christophe RIGAUD – Afrikarabia, 13.11.’13

[4] Cf Octave Mukendi – Africa News , 15.11.’13

[5] Cf Agence de presse Xinhua – Africatime, 13.11.’13

[6] Cf Xinua – Kinshasa, 14.11.’13

[7] Cf Radio Okapi, 14.11.’13; AFP – Kinshasa, 14.11.’13; Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 14.11.’13

[8] Cf Radio Okapi, 17.11.’13

[9] Cf AFP – Jeune Afrique, 05.11.’13

[10] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 09.11.’13

[11] Cf AFP – New York, 06.11.’13; RFI, 07.11.’13

[12] Cf AFP – New York, 06.11.’13

[13] Cf Radio Okapi, 08.’11.’13

[14] Cf La Voix de l’Amérique – Africatime, 14.11.’13; Radio Okapi, 14.11.’13

[15] Cf Radio Okapi, 16.11.’13

[17] Cf AFP – Kinshasa, 15.11.’13

[19] Cf Radio Okapi, 09 et 13.11.’13

[20] Cf Radio Okapi, 12.11.’13

[21] Cf Radio Okapi, 16.11.’13

[22] Cf Radio Okapi, 18.11.’13

[23] Cf Radio Okapi, 17.11.’13

[24] Cf ACP – Goma, 18.11.’13