Nov 14

Congo Attualità n. 201

INDICE:

EDITORIALE: Quale futuro per le trattative di Kampala?

1. LA LIBERAZIONE TOTALE DEI TERRITORI OCCUPATI DALL’M23

a. Le ultime tre località

b. I motivi di un successo

2. L’M23 VARCA LA FRONTIERA

3. I NEGOZIATI TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

a. Verso la firma di un accordo?

b. Non  proprio: a situazione mutata, diversa soluzione!

EDITORIALE: Quale futuro per le trattative di Kampala?

1. LA LIBERAZIONE TOTALE DEI TERRITORI OCCUPATI DALL’M23

 

a. Le ultime tre località

Il 4 novembre, il mattino presto, tre bombe lanciate dall’M23 dalla collina di Chanzu hanno provocato la morte di sei persone e il ferimento di dieci nei quartieri di Karambo e Masoro di Bunagana, costringendo gli abitanti a fuggire in Uganda. Altre bombe sono cadute nel villaggio di Tchengerero, a circa 4 km da Bunagana. Secondo fonti militari, sono rimasti uccisi una donna e un uomo. Verso mezzogiorno, le Forze Armate della RDCongo (FARDC) hanno preso la collina, “molto strategica”, di Mbuzi, una delle ultime tre posizioni dei ribelli dell’M23 asserragliati nei pressi della frontiera con il Ruanda e l’Uganda. Dopo la ripresa di questa collina, le FARDC hanno proseguito la loro offensiva contro le ultime due posizioni ribelli di Chanzu e Runyonyi.[1]

Sono una cinquantina. Un piccolo numero di persone che affrettano il passo sulla strada. Donne e bambini, un materasso, una valigia o un grande fagotto sulla testa. Tutti fuggono in seguito alla caduta di un obice sul loro villaggio pochi minuti prima. «È caduta una bomba presso la scuola veterinaria e ha fatto molti morti. Non so quanti. Tutti hanno cominciato a correre in qualsiasi direzioni. Ho perso di vista i miei due figli, non so dove sono», ha detto Meriem, tenendo un bambino per mano. Anche Cedric è fuggito in tutta fretta: «Ho preso i miei vestiti, poi ho cominciato a correre. Ho perso di vista i miei genitori e non so dove sono. Noi, noi non vogliamo la guerra. Vogliamo solo la pace».[2]

Il 4 novembre, dopo la caduta di bombe sulla cittadina di Bunagana e secondo il loro mandato di protezione della popolazione civile, la brigata d’intervento della Monusco è entrata in azione sparando colpi di mortaio contro le ultime posizioni dell’M23, nei pressi della frontiera con l’Uganda. «I nostri obiettivi sono […] Runyonyi e Chanzu. C’è una certa resistenza. Continueremo a sparare fino a quando tutto sia sotto controllo», ha detto in serata una fonte militare della brigata d’intervento della Monusco.[3]

Il 5 novembre, al mattino presto, dopo una un’intensa battaglia durata durante la notte, le colline di Runyonyi e Chanzu, le ultime due roccaforti dei ribelli dell’M23, sono cadute sotto il completo controllo delle FARDC. Secondo fonti militari, i combattenti dell’M23 si sono ritirati prima dell’arrivo delle FARDC e sono fuggiti per la maggior parte in Ruanda, gli altri in Uganda. Prima difuggire, i ribelli hanno incendiato due depositi di munizioni a Chanzu e a Runyonyi e una quarantina di veicoli militari saccheggiati durante l’occupazione della città di Goma, nel novembre dell’anno scorso.
In una dichiarazione, il capo della Monusco, ha chiesto all’M23 di «rispettare quanto concordato» e di «dichiarare la fine della ribellione». «I combattimenti devono cessare. Questo permetterebbe di risolvere le questioni politiche rimaste sospese», ha dichiarato Martin Kobler, che ha «esortato tutti i gruppi armati, tra cui le FDLR, a non approfittare della precarietà di questa delicata situazione».[4]

Il 6 novembre, il governatore del Nord-Kivu, Julien Paluku, ha annunciato a Goma che le FARDC avevano scoperto sulle colline di Chanzu dei nascondigli d’armi con più di 300 tonnellate di munizioni e armi pesanti. «Abbiamo trovato anche armi che mai erano arrivate ​​negli arsenali delle FARDC. Armi pesanti con una portata di tiro fino oltre 22 km o 30 km», ha dichiarato il governatore del Nord Kivu. Oltre ad armi di origine russa, ne sono state scoperte altre con identificazione cinese e araba. Mostrando anche due veicoli dell’esercito ruandese abbandonati dall’M23, il governatore provinciale ha fatto notare che la scoperta di queste armi contraddice le affermazioni dei dirigenti militari dell’M23 che affermavano di utilizzare solo armi sottratte dagli arsenali dell’esercito congolese di Goma. Ha aggiunto che i numeri di identificazione di queste armi potranno permettere di arrivare alla loro tracciabilità e, quindi, alla loro provenienza e origine.[5]

Dopo la sconfitta dell’M23 a Rumangabo, a circa 40 km a nord di Goma, l’esercito congolese ha scoperto depositi di armi, prigionieri ma anche dei cadaveri. Gli abitanti del posto hanno affermato che una fossa comune si trova all’interno del campo militare di Rumangabo e, più precisamente, in un grande campo di mais, dietro la prigione. Entrando nel campo, si vede un corpo disteso tra l’erba, a faccia in giù, mezzo sepolto, verosimilmente ucciso di recente. Ma secondo gli abitanti del villaggio e i militari che hanno preso possesso del campo militare, ce ne sarebbero molti di più: «Là, in quelle fosse settiche, ci sono dei corpi». Una versione confermata da otto ex prigionieri dell’M23, ex membri dell’esercito congolese. Il Maggiore Rukeba Mkapa dice: «Il 5 settembre, hanno ucciso tredici persone e il 12 ottobre altre otto. Quando, al mattino, andavamo al gabinetto, a volte ci accorgevamo che alcuni mancavano». Impossibile, però, per loro, dire se quei venti corpi sono stati sepolti nel campo. Gli ex detenuti rivelano il metodo utilizzato dai ribelli dell’M23 per assassinare coloro che sospettavano appartenessero ai Mayi Mayi o alle FDLR. Sempre secondo il maggiore Rukeba Mkapa, «Per ucciderli senza che nessuno se ne accorgesse, non utilizzavano armi da sparo, ma bastoni e li colpivano sulla testa e sul collo». Accuse gravi che dovranno essere verificate.  La missione delle Nazioni Unite nella RDCongo e l’esercito hanno promesso di continuare le ricerche per vedere se nel campo militare di Rumangabo si possono trovare altri cadaveri e  per aprire un’inchiesta.[6]

Un abitante di Goma, dà la sua testimonianza:

«Chi avrebbe immaginato che, un giorno, la mappa avrebbe potuto cambiare, come è successo oggi? Il popolo del Nord Kivu, in generale e, in particolare, le popolazioni di Rutshuru, Bunagana, Rumangabo, Katale, Jomba, Kibumba, ecc .. possono ancora recarsi nei loro campi senza dover pagare un soldo. Oggi, i camion circolano liberamente senza essere obbligati a versare tasse illegali di circolazione, i depositi di alimentari a Goma ( Birere ) hanno ripreso la loro attività. C’è un proverbio che dice: Nonostante la lunghezza della notte, si farà ancora giorno.
Goma e i territori liberati sono tranquilli e le autorità politico-militari continuano a sensibilizzare la popolazione per una convivenza pacifica, evitando vendette e praticando la tolleranza, nonostante tutto quello che è successo. In tutta la città di Goma e in tutta la provincia, ogni cittadino tira un sospiro di sollievo. Uno slogan per tutti: abbiamo bisogno di pace , vogliamo vivere in pace
».

b. I motivi di un successo

Thierry Vircoulon, direttore del progetto Africa Centrale presso l’International Crisis Group (ICG), spiega l’annuncio dell’abbandono della lotta armata da parte dell’M23.

– Afrikarabia: Quali sono le cause della sconfitta dell’M23?

– Thierry Vircoulon: Il crollo del M23 è il risultato di diversi fattori. Il primo fattore è la pressione diplomatica internazionale e l’isolamento di Kigali, accusato di appoggiare la ribellione. Il secondo fattore è la formazione di un efficace binomio tattico tra la Brigata d’intervento delle Nazioni Unite e l’esercito congolese. Infine, la sconfitta dell’M23 conferma anche il suo fallimento politico.

 L’M23, presentato come un movimento politico-militare, era profondamente rifiutato dalla popolazione congolese del Nord Kivu.

– Afrikarabia : Quale futuro per i combattenti dell’M23?

– Thierry Vircoulon: Probabilmente, non ci sarà alcun accordo politico con l’M23. Ci si può aspettare che i semplici soldati dell’M23 ​​saranno reintegrati nell’esercito congolese. Non è impossibile. Ma i grandi capi militari no, non c’è alcun dubbio. Il governo congolese li vorrà arrestare ed emetterà mandati di cattura internazionali.

– Afrikarabia: Anche le relazioni diplomatiche sono cambiate nel corso di questo conflitto?

– Thierry Vircoulon: È successo ciò che si potrebbe chiamare un “allineamento dei pianeti” francofono e anglofono sul caso ruandese. Chiaramente, da una parte c’erano la Francia e il Belgio e, dall’altra, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Si sa che dal genocidio del 1994 in poi, i punti di vista sulla Regione dei Grandi Laghi erano molto “diversi”. Tuttavia, oggi tutti sono d’accordo nel dire che la politica di controllo indiretto e di interferenza di Kigali sulla RDCongo non può più continuare.
– Afrikarabia: Sul piano militare, questa nuova combinazione tra i caschi blu della Monusco e l’esercito congolese è una novità?

– Thierry Vircoulon: Questa è davvero una nuova forma di “mantenimento della pace”. Questo lavoro in “quasi simbiosi” tra la MONUSCO e le FARDC è chiaramente riuscito ad invertire i rapporti di forza sul campo. C’è stato un vero e proprio lavoro di pianificazione militare. Il cappio sull’M23 si è dapprima stretto nei pressi di Goma, a fine luglio, e poi, da agosto,  l’offensiva è stata portata in territorio ribelle, più a nord. Ciò riflette una coordinazione tattica molto stretta tra la Monusco e l’esercito congolese.

– Afrikarabia: durante l’offensiva nei giorni scorsi, il comportamento dei militari è stato, da quello che si sa, molto professionale. Perché una tale trasformazione dell’esercito congolese?

– Thierry Vircoulon: è soprattutto il risultato di un impegno, ai più alti livelli dello stato, di voler vincere militarmente. Poi c’è stato un cambio nel comando. Il Generale Gabriel Amisi, che era capo di stato maggiore delle forze terrestri, è stato sospeso e “allontanato”. La corruzione sembra essere diminuita e le truppe si sono improvvisamente trovate rifornite, alimentate e pagate.

– Afrikarabia: Si sta dunque instaurando un nuovo scenario nella regione?

– Thierry Vircoulon: C’è una nuova situazione a livello di politica regionale: l’attuazione dell’accordo di Addis Abeba. Tale accordo prevede la “non interferenza” dei paesi vicini nella RDCongo. Una linea rossa è stata chiaramente stabilita nei confronti del Ruanda e dell’Uganda. Per ora, Kigali ha deciso di abbandonare l’M23. Ma a medio termine, è lecito chiedersi se questa attitudine durerà.

– Afrikarabia: Come trasformare la vittoria militare in una vittoria politica e come installare una pace duratura?

– Thierry Vircoulon: La soluzione politica è il rispetto dell’accordo di Addis Abeba firmato nel febbraio 2013: la non- ingerenza dei Paesi vicini, la presenza di una forza internazionale per neutralizzare i gruppi armati e la necessità di riforme da parte del governo congolese. Questa agenda è già in fase di attuazione. La soluzione politica del problema non è un accordo tra un gruppo armato e il governo congolese a Kampala, ma l’attuazione dell’accordo di Addis Abeba.[7]

2. L’M23 varca LA FRONTIERA

Il 6 novembre, il responsabile della Monusco, Martin Kobler, ha affermato che, dopo la sconfitta dell’M23, la Monusco collaborerà per rafforzare i controlli alle frontiere, per evitare spostamenti d’armi e di ribelli nei paesi limitrofi.[8]

Il 7 novembre, un alto ufficiale dell’esercito ugandese ha dichiarato, sotto anonimato, che il capo militare dell’M23, Sultani Makenga e 1.500 combattenti dell’M23 hanno attraversato la frontiera e che si trovano nelle mani dell’esercito ugandese. Tuttavia, non ha rivelato la localizzazione di Makenga. Nemmeno ha detto se era libero di muoversi e se si fosse ufficialmente consegnato alle autorità ugandesi. Da parte sua, il portavoce dell’esercito ugandese, Paddy Ankunda, ha dichiarato che circa 1.500 membri dell’M23 erano entrati in Uganda e che si erano consegnati all’esercito ugandese, ma non ha confermato la presenza di Sultani Makenga tra di loro. Ha aggiunto che hanno consegnato le armi alle forze ugandesi e che attualmente “si trovano nella zona di Mgahinga, nel dipartimento di Kisoro”, a sud-ovest dell’Uganda, nei pressi della frontiera con la RDCongo e il Ruanda. Il portavoce del governo ugandese, Ofwono Opondo, ha affermato: «Finora, abbiamo accolto circa 1600 membri dell’M23, tra comandanti e combattenti, che hanno attraversato la frontiera nelle ultime tre settimane, in gruppi di dieci, venti o trenta, tra cui il loro comandante, il generale Sultani Makenga».[9]

Un esperto militare ha messo in dubbio la cifra di 1.500 membri dell’M23 fornita dall’esercito ugandese. Secondo lui, in tale numero potrebbero essere inclusi anche dei familiari e dei combattenti dell’M23 già presenti precedentemente in Uganda. Da ricordare che, al culmine del suo apogeo, l’M23 aveva 1500 uomini.

Diverse fonti ritengono che coloro che ancora opponevano resistenza sulla collina di Chanzu, una delle ultime postazioni dell’M23, non erano più di 400/450 uomini. Tra 100 e 300 di loro, guidati da Sultani Makenga, avrebbero deciso di fuggire in Uganda. L’altro centinaio sarebbe fuggito in Ruanda sotto la guida di Innocent Kaina, detto India Queen, uno dei comandanti più temuti dell’M23. Tale informazione sarebbe stata smentita, però, dalla Ministro ruandese per i rifugiati, Seraphine Mukantabana. Da parte sua, l’ambasciatore ruandese presso le Nazioni Unite, Eugene Gasana, ha ammesso che il Ruanda ha accolto 51 feriti dell’M23 e che sono assistiti dalla Croce Rossa. La Croce Rossa ruandese ha notificato la cifra di 95 feriti dell’M23 presso l’ospedale di Gisenyi, una cittadina situata presso la frontiera occidentale del Ruanda, limitrofa con la RDCongo. Secondo Angelique Murungi, responsabile delle operazioni della Croce Rossa Ruandese, 51 ribelli sono arrivati, ​​il martedì 5 novembre e altri 25, il mercoledì, 6 novembre, provenienti da Kinigi. 19 feriti di guerra erano già stati ricoverati in ospedale la settimana precedente.[10]

Secondo il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, la cifra data dalle autorità ugandesi è troppo elevata e irrealistica, considerando le perdite subite dalla ribellione durante i recenti combattimenti con l’esercito congolese. «Abbiamo più di 400 che si sono arresi. Ce ne sono 700 in Ruanda (quelli di Runiga), ce ne sono altri che sono caduti sul campo di battaglia», afferma, precisando che il numero di questi combattenti oscillerebbe tra i 100 e i 150. Il governatore ha spiegato che l’annuncio dell’arrivo di oltre un migliaio di ribelli dell’M23 in Uganda è una “strategia dell’M23 e dei suoi alleati“, per integrare “elementi ruandesi e ugandesi” nelle FARDC.[11]

Sultani Makenga è oggetto di sanzioni da parte delle Nazioni Unite che lo accusano di essere responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui omicidi, massacri, stupri, mutilazioni, sequestri, reclutamento di bambini soldato e commercio illegale di risorse minerarie. Tutsi, di genitori originari del Masisi, Sultani Makenga è nato, secondo le Nazioni Unite, il 25 dicembre 1973, nel territorio di Rutshuru, nel Nord Kivu, dove è cresciuto. Emmanuel Sultani Makenga ha trascorso gran parte della sua vita militare nelle varie ribellioni che hanno scosso la regione, nel corso degli ultimi venti anni. Nel 1990, come molti altri Tutsi, si arruolò, in Uganda, nel Fronte Patriottico Ruandese ( FPR), ribelli tutsi che hanno preso il potere a Kigali, alla fine del genocidio del 1994. Integrato nell’esercito ruandese, egli otterrà il grado di sergente. Ha poi combattuto nelle file dell’esercito ruandese nelle due guerre del Congo (1996-1997 e 1998-2003). All’inizio della seconda guerra del Congo (1998-2003), ha partecipato al ponte aereo organizzato dal capo di stato maggiore dell’esercito ruandese, James Kabarebe, oggi ministro ruandese della Difesa, per prendere Kinshasa da ovest e cacciare presidente congolese Laurent – Désiré Kabila. Dopo essere stato membro del Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD – Goma), entra a far parte del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) di Laurent Nkunda, di cui diventa rapidamente il delfino. Nel 2009, è tra i delegati ribelli che firmano l’accordo di pace del 23 marzo per l’integrazione del CNDP nell’esercito congolese. Nel mese di aprile 2012, ha partecipato alla creazione dell’M23, insieme a Bosco Ntaganda.[12]

L’8 novembre, il governo ugandese ha annunciato che i combattenti dell’M23 che sono fuggiti in Uganda non saranno consegnati alle autorità di Kinshasa, prima della firma di un accordo di pace che fissi le condizioni del loro futuro, della loro reintegrazione nell’esercito regolare o del loro reinserimento sociale. «Non sono prigionieri. Sono soldati in fuga dalla guerra e noi li abbiamo accolti e li aiutiamo, come abbiamo fatto per i soldati dell’esercito congolese l’anno scorso», ha dichiarato il colonnello Paddy Ankunda, portavoce del ministero della Difesa ugandese e dell’esercito ugandese, aggiungendo che «coloro che, dopo l’accordo di pace, non vorranno tornare nella RDCongo, saranno consegnati all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che deciderà se potranno usufruire dello statuto di rifugiati».[13]

3. I NEGOZIATI TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

a. Verso la firma di un accordo?

Il 4 novembre, gli inviati speciali delle Nazioni Unite (Mary Robinson e Martin Kobler ), dell’Unione Europea (Koen Vervaeke), dell’Unione Africana (Boubacar Diarra) e degli Stati Uniti (Russell Feingold) per la regione dei Grandi Laghi, hanno «esortato l’M23 a rinunciare alla ribellione, come già concordato» a Kampala. Hanno anche chiesto al governo della RDCongo di «astenersi, in questa fase, da qualsiasi azione militare». In un comunicato, gli Inviati speciali hanno sollecitato l’M23 e il governo congolese a continuare il loro impegno per portare a termine il processo politico mediante un accordo finale e di principio che possa garantire il disarmo e la smobilitazione dell’M23 e l’obbligazione di rendere conto delle violazioni dei diritti umani commesse. Gli inviati anche esortato tutti i firmatari dell’accordo-quadro Addis Abeba per la pace, la sicurezza e la cooperazione, a rinnovare il loro impegno per la sua attuazione, facendo avanzare un dialogo politico tra i paesi chiave della regione.[14]

Il 4 novembre, il portavoce del governo, Lambert Mende Omalanga, in un comunicato pubblicato a Kinshasa, ha affermato che «l’M23 deve annunciare, in una dichiarazione chiara, netta e inequivocabile, la fine della sua ribellione armata, iniziata da quasi venti mesi nel Nord Kivu. Ciò che ci si aspetta, non è un cessate il fuoco. È piuttosto la fine di ogni attività militare dell’M23».

Da parte loro, i delegati del governo hanno ribadito, a Kampala, la loro richiesta ai responsabili dell’M23 di ordinare alle loro truppe di arrendersi, di deporre le armi senza condizioni e di cessare ogni attività militare e, quindi, di mettere fine all’esistenza del loro movimento. Da parte sua, la mediazione ugandese stava preparando un comunicato finale che, in linea di principio, dovrebbe essere firmato da entrambe le parti. Il governo di Kinshasa è rimasto fermo e intransigente su vari punti, tra cui l’integrazione militare e l’amnistia che dovrebbero essere valutate caso per caso. Secondo il tipo d’accordo voluto dal governo, l’amnistia sarebbe concessa sotto condizione e «ogni membro dell’M23 dovrà fare una dichiarazione in cui si impegna à non riprendere più le armi». Anche l’integrazione militare sarebbe attuata caso per caso. Il governo auspica che l’acquartieramento delle truppe dell’M23 si realizzi in due fasi. Dapprima nel Nord-Kivu, poi il dispiegamento dei militari dell’M23 sul resto del Paese per la loro integrazione nelle FARDC.[15]

Il 4 novembre, in una dichiarazione, l’M23 annuncia di essere pronto a firmare l’accordo di pace con il governo congolese proposto dalla mediazione ugandese il 3 novembre a Kampala. L’M23 ha precisato di essere disposto a «firmare l’accordo senza condizioni e in qualsiasi momento, dato che è l’espressione della volontà di tutte le parti in dialogo».[16]

Il 5 novembre, da Pretoria (Sud Africa), i partecipanti al vertice della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC ) e della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL), hanno chiesto all’M23 di rinunciare alla sua ribellione, per consentire la rapida firma di un accordo di pace. In un comunicato a conclusione di un vertice regionale e reso pubblico dal governo sudafricano, le autorità di 18 paesi africani, tra cui diversi Capi di Stato, hanno dichiarato che «il vertice ha notato che, a Kampala, si è arrivati a un accordo sull’insieme degli undici temi in discussione nel dialogo e che le parti sono pronte a firmare un accordo, a condizione che l’M23 annunci pubblicamente di rinunciare alla ribellione … Dopo di che, il governo (congolese) dovrebbe fare una dichiarazione pubblica per confermare la sua accettazione. Cinque giorni dopo si dovrebbe arrivare alla firma formale di un accordo». Erano presenti al vertice il presidente congolese Joseph Kabila e il suo omologo ugandese, Yoweri Museveni. Il Ruanda, accusato di sostenere i ribelli, era rappresentato dal suo ministro degli Esteri, Louise Mushikiwabo.[17]

Il 5 novembre, dopo essere stato allontanato, con le armi, dalle ultime posizioni che occupava, l’M23 ha annunciato, in un breve comunicato, la fine della sua ribellione. Il responsabile dell’ala politica del movimento, Bertrand Bisimwa, ha reso pubblico un comunicato da lui firmato, in cui dichiara che la direzione dell’M23 «annuncia [ … ] di aver deciso di porre fine alla sua ribellione a partire da questo giorno e di voler continuare con mezzi puramente politici la ricerca delle soluzioni alle cause profonde che hanno motivato l’inizio della ribellione … A tal fine, tutti i capi militari della ribellione sono pregati di preparare le truppe in vista della procedura di disarmo, smobilitazione e reintegrazione, i cui termini sono da concordare con il governo» della RDCongo. Il governo congolese aveva fatto di questo annuncio pubblico una condizione sine qua non per poter sperare nella firma di un accordo politico che metterebbe fine al conflitto che lo contrappone all’M23.[18]

Il 5 novembre, il ministro portavoce del governo congolese, Lambert Mende Omalanga, ha dichiarato che, a Kampala (Uganda), non sarà firmato alcun accordo tra il governo congolese e l’M23, ma piuttosto una dichiarazione di conclusione dei colloqui. Per il ministro, dichiarando di porre fine alla lotta armata, l’M23 si è auto-dissolto e non è più un interlocutore valido per la firma di un accordo con il governo. Ha poi annunciato che «a Kampala, si è arrivati ad una certa armonizzazione delle opinioni sulle 11 clausole che saranno riprese nella Dichiarazione di Kampala. Noi preferiamo parlare di dichiarazione invece di accordo, perché non possono firmare un accordo con qualcosa che ha cessato di esistere, dal momento che si è auto dissolto. La dichiarazione dovrà concludere i colloqui di Kampala tra il governo e l’ormai ex movimento armato M23».[19]

Il 6 novembre, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite nella RDCongo, Martin Kobler, ha preso atto della decisione dell’M23 e ha affermato: «È la fine di un periodo storico, ma c’è ancora molto da fare: ristabilire l’autorità dello Stato su tutti i territori liberati», sottolineando l’importanza del dispiegamento della polizia, dell’esercito, delle istituzioni giudiziarie e dei servizi di base (sanità, istruzione, trasporti …). Ha insistito sulla soluzione politica tesa a finalizzare gli accordi di Kampala, ma ha anche ribadito che non ci sarà alcuna amnistia per coloro che hanno commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità, reclutamento di minorenni, stupri e altre violazioni dei diritti umani. Egli non ha mancato di riconoscere il successo militare ottenuto dalle FARDC nel Nord-Kivu e ha, infine, invitato tutti i gruppi armati a deporre le armi, prima che le FARDC passino all’azione.[20]

Roger Lumbala, vice capo della delegazione dell’M23 a Kampala, ha annunciato la trasformazione del suo movimento ribelle in partito politico. Ma si tratta ancora solo di una dichiarazione che dapprima dovrà  essere materializzata in alcuni atti e convalidata da un decreto di approvazione del Ministro dell’Interno. Sarà allora che l’M23 diventerà effettivamente un partito politico. Una cosa è dichiarare la mutazione di una ribellione che ha sulle mani il sangue di centinaia, se non di migliaia, di persone uccise e giustiziate, di donne e ragazze stuprate e sistematicamente ridotte in schiavitù sessuale, di minorenni arruolati nella milizia e che è responsabile del saccheggio delle risorse naturali, un’altra cosa è assumersi responsabilmente questo impegno.

Dopo l’accordo di pace di Goma, nel marzo 2009, anche il CNDP fu trasformato in partito politico. Con le elezioni, ha ottenuto anche alcuni deputati nazionali nel Parlamento attuale. Il CNDP è addirittura un partito politico membro della maggioranza presidenziale. Questo non ha impedito che la sua ala militare, integrata nell’esercito nazionale, guidata dal generale Bosco Tanganda, iniziasse un nuovo ammutinamento, che ben presto si è trasformato in una nuova ribellione denominata M23. Tutto ciò dimostra che è difficile scambiare l’abito del guerrafondaio con la giacca e la cravatta dell’uomo politico, per accogliere il consenso della popolazione.

Roger Lumbala Tshitenga è esattamente il prototipo del ribelle incorreggibile. Egli non può cambiare. È stato membro dell’RCD-Goma, una creazione del Ruanda, per poi passare all’RCD-N che controllava la sua zona natale, Isiro, sotto l’ombrello dell’Uganda e con il grado di “Generale”.
Dopo il dialogo inter-congolese, l’RCD-N, suo movimento politico-militare si è trasformato in partito politico. Presidente nazionale dell’RCD-N, Lumbala Tshitenga è stato eletto deputato nazionale per due volte. Ma questo non gli ha impedito di far parte dell’M23, un’altra creatura del Ruanda mentre, come deputato, poteva disporre di una tribuna ufficiale che gli permetteva di parlare a nome del popolo.[21]

L’8 novembre, il governo ugandese, mediatore nella crisi fra le autorità congolesi e l’M23, ha annunciato che le due parti firmeranno un accordo di pace l’11 novembre, a Kampala.[22]

Dieci mesi di negoziati avrebbero portato alla redazione di 11 articoli su cui entrambe le parti sarebbero d’accordo. Il governo congolese si sarebbe impegnato ad approvare rapidamente una legge su un’amnistia generale per atti di guerra e di insurrezione. Tuttavia, l’amnistia non riguarderebbe tutte quelle persone accusate di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini sessuali. Concretamente, ciò significherebbe che circa 80 membri dell’M23, tra cui i suoi principali comandanti, sarebbero esclusi da tale provvedimento e potrebbero essere perseguiti dalla giustizia.
Da parte sua, l’M23 si impegnerebbe a rinunciare definitivamente alla lotta armata. In cambio, gli sarebbe permesso di trasformarsi in un partito politico. Secondo il presidente ugandese , l’accordo prevede una valutazione, caso per caso, della possibilità per gli ex ribelli che lo desiderassero, di reintegrarsi nell’esercito congolese: «L’accordo dettaglia le modalità secondo cui si tratterà ogni singolo caso. Ci sono quelli che sono sotto il regime di sanzioni delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, altri che vogliono essere reintegrati nell’esercito e altri ancora che vogliono semplicemente reinserirsi nella vita normale», ha affermato Ofwono Opondo, un portavoce della presidenza ugandese. Tuttavia, a coloro che vogliono reintegrarsi nell’esercito, Kinshasa chiede di accettare di impegnarsi, per iscritto, a non riprendere più le armi contro il governo. Inoltre, Kinshasa vuole riservarsi il diritto di dispiegarli in qualsiasi provincia del territorio nazionale e non esclusivamente nell’est del Paese, come finora è sempre stato il caso. Tuttavia, sono ancora possibili sorprese dell’ultimo minuto, soprattutto circa la qualifica del documento finale, dichiarazione o accordo di pace.
In Congo, l’opinione pubblica è in gran parte sfavorevole alla firma di un accordo di pace quando il paese ha vinto la guerra. Un partito dell’opposizione, le Forze Acquisite al Cambiamento (FAC), ha affermato, in un comunicato, che la firma di un accordo equivarrebbe a un tradimento nei confronti del popolo congolese. Ma forte è la pressione internazionale affinché, dopo mesi di negoziati, si arrivi a firmare effettivamente un accordo tra le due parti.[23]

b. Non  proprio: a situazione mutata, diversa soluzione!

L’11 novembre, il governo ugandese, mediatore nei colloqui, ha annunciato che la delegazione governativa aveva “rinunciato a firmare un accordo con l’M23” e che le trattative sono state rinviate “a tempo indeterminato“. La delegazione di Kinshasa ha “chiesto, all’ultimo momento, una modifica dei termini dell’accordo e, quindi, ne abbiamo rimandato la firma“, ha dichiarato il portavoce del governo ugandese, Ofwono Opondo.

Forte della sua vittoria militare sull’M23, Kinshasa ha rifiutato di mantenere nel testo finale il termine “accordo” tra la RDCongo e l’M23. Secondo il ministro della Difesa ugandese Crispus Kiyonga, la mediazione ha proposto alle due parti un testo già sottoscritto all’inizio di novembre (il 4 novembre), anteriore quindi all’annuncio fatto dall’M23 di deporre le armi. Ha, pertanto, riconosciuto che “la situazione è ora cambiata“. Oggi, non si tratta più di firmare un accordo tra due parti, ma tra “un vincitore, la RDCongo , e uno sconfitto, l’ex ribellione dell’M23“. Perciò si è posto un “problema di linguaggio“. «È importante che ( … ) nel testo finale appaia chiaro che si ha a che fare con un governo legittimo da un lato e dall’altro, con una forza negativa, una ribellione che ha cessato di esistere. Non si può firmare un accordo con qualcuno che non esiste più», ha dichiarato Il ministro degli Esteri congolese Raymond Tshibanda.

Egli ha aggiunto che occorre arrivare ad un accordo che possa contribuire a «consolidare la pace. Ci prenderemo dunque il tempo necessario per metterci d’accordo, se sarà possibile». L’M23 ha accusato Kinshasa di non essersi attenuto all’accordo concluso il 4 novembre, nonostante che l’M23 abbia mantenuto il suo impegno a rendere pubblica la sua “dichiarazione di fine ribellione”.[24]

Kinshasa ha ritenuto che il documento presentato dalla mediazione ugandese sotto forma di accordo da firmare con l’M23 avrebbe leso gli interessi del Paese e che non potesse più fare concessioni ad una pseudo- ribellione già auto dissolta. All’Hotel Sheraton di Kampala, il facilitatore ugandese, Crispus Kiyonga, aveva cercato invano di convincere Tshibanda a firmare l’accordo. L’ha addirittura condotto alla residenza del presidente Museveni, a Entebbe. Ma anche là, il capo della diplomazia congolese non ha accettato che un governo legittimo sia posto sullo stesso livello di un’ex ribellione. Le autorità congolesi hanno ribadito che nessuno potrà più rubare la vittoria militare al popolo congolese.

Francois Mwamba, coordinatore del meccanismo nazionale di monitoraggio dell’applicazione dell’accordo di Addis Abeba e membro della delegazione governativa, ha affermato: «Avevamo avvertito la mediazione ugandese che non si trattava più di fare concessioni all’M23. Essi devono firmare una dichiarazione finale in cui si impegnano formalmente a non svolgere più alcuna attività militare. Punto e basta. Ora non si può più parlare di amnistia generale, né di integrazione collettiva nell’esercito nazionale».

Al palazzo presidenziale di Entebbe, dove il presidente ugandese Yoweri Museveni aveva organizzato la cerimonia di chiusura dei negoziati con la firma dell’accordo, la delusione era totale. I delegati di Kinshasa hanno addirittura rifiutato di entrare nella sala dove erano già convenuti i membri della delegazione dell’M23 e gli inviati speciali internazionali per la Regione dei Grandi Laghi.[25]

Secondo il governo congolese, non si può firmare un accordo con un movimento ribelle che è stato sconfitto militarmente e che non si è ancora costituito in partito politico conformemente alle leggi della Repubblica. Come tale, non ha alcun mandato per negoziare e di impegnare i suoi membri. Non si tratta, dunque, di firmare un accordo tra due parti, ma una semplice dichiarazione di constatazione della sua resa.[26]

Il 12 novembre, la mediazione ugandese ha dichiarato che i colloqui tra il governo congolese e l’M23 a Kampala continueranno. “Le due parti sono ancora in Uganda“, ha detto il portavoce del governo ugandese, Ofwono Opondo, “perché i colloqui non sono stati ufficialmente rotti“. Secondo il portavoce, il ministro della Difesa ugandese, Crispus Kiyonga, ha continuato i suoi sforzi di mediazione con entrambe le parti.[27]

In una dichiarazione congiunta, gli inviati delle Nazioni Unite e i loro omologhi hanno espresso il loro rammarico per la mancata conclusione dei colloqui di pace tra l’M23 e il governo della RDCongo. “Gli inviati rilevano che le parti non hanno espresso alcuna divergenza sulle questioni di fondo contenute nella bozza del documento. Tuttavia, non è stato possibile ottenere un accordo sul formato (del documento). Nonostante il cambiamento della situazione sul piano militare, è importante pervenire ad una conclusione politica del dialogo“, afferma la dichiarazione, aggiungendo che “gli inviati esortano le parti a risolvere le loro divergenze sul formato del documento e a continuare ad impegnarsi per una soluzione pacifica del conflitto. Gli inviati sottolineano che qualsiasi soluzione dovrebbe permettere di stabilire le responsabilità dei crimini di guerra, dei crimini di genocidio e dei crimini contro l’umanità, compresi quelli relativi alla violenza sessuale e all’arruolamento di bambini soldato e ad altre gravi violazioni dei diritti umani“. La dichiarazione congiunta è stata emessa dall’inviata speciale del Segretario Generale dell’Onu per la regione dei Grandi Laghi, Mary Robinson, dal rappresentante speciale del Segretario Generale dell’Onu per la RDCongo, Martin Kobler, dall’inviato speciale degli Stati Uniti, Russ Feingold, dal rappresentante speciale dell’Unione Africana, Boubacar Diarra e dal coordinatore principale dell’Unione Europea per la regione dei Grandi Laghi, Koen Vervaeke.[28]


[1] Cf Radio Okapi, 04.11.’13; AFP – Ntamugenga, 04.11.’13

[2] Cf RFI, 05.11.’13

[3] Cf AFP – Ntamugenga , 04/11/2013 (via mediacongo.net)

[4] Cf Radio Okapi, 05.11.’13 ; AFP – Kinshasa, 05.11.’13 (via mediacongo.net)

[5] Cf Radio Okapi, 06 e 09.11.’13

[6] Cf RFI, 04.11.’13

[7] Cf Christophe Rigaud – Afrikarabia, 06.11.’13

[8] Cf AFP – New York, 06.11.’13

[9] Cf AFP – Kampala, 07.11.’13; Radio Okapi, 07.11.’13; RFI, 07 et 08.11.’13

[10] Cf AFP – Kampala, 07.11.’13; Radio Okapi, 07.11.’13; RFI, 07 et 08.11.’13

[11] Cf Radio Okapi, 08.11.’13

[12] Cf AFP – Kampala, 07.11.’13; AFP – Goma, 8/11/2013 (via mediacongo.net)

[13] Cf AFP – Kampala, 08.11.’13

[14] Cf Radio Okapi, 04.11.’13; AFP – Ntamugenga, 04.11.’13

[15] Cf 7 sur 7.cd – Kampala, 04.11.’13; RTBF, 04.11.’13

[16] Cf Radio Okapi, 04.11.’13

[17] Cf AFP – Pretoria, 05.11.’13

[18] Cf AFP – Kinshasa, 05.11.’13

[19] Cf Radio Okapi, 06.11.’13 ; Le Potentiel – Kinshasa, 06.11.’13

[20] Cf Mathy Musau – Forum des As – Kinshasa, 07.11.’13

[21] Cf Kandolo M. – Forum des As – Kinshasa, 07.11.’13

[22] Cf AFP – France 24, 08.11.’13; AFP – Radio Okapi, 08.11.’13

[23] Cf RFI, 11.11.’13

[24] Cf Emmanuel Leroux – AFP – Entebbe, 12.11.’13

[25] Cf 7 sur 7.cd – Kampala, 12.11.’13

[26] Cf L’Avenir – Kinshasa, 12.11.’13

[27] Cf AFP – Kampala, 12.11.’13

[28] Cf Xinua – New York (Nations Unies), 12.11.’13