Nov 05

Congo Attualità n. 199

INDICE:

EDITORIALE: Senza ingenuità né cedimenti

1. LA LIBERAZIONE QUASI TOTALE DEI TERRITORI OCCUPATI DALL’M23

2. OFFENSIVA MILITARE E NEGOZIATI POLITICI

3. LA RIPRESA DEI NEGOZIATI DI KAMPALA

 

EDITORIALE: Senza ingenuità né cedimenti

 

1. LA LIBERAZIONE QUASI TOTALE DEI TERRITORI OCCUPATI DALL’M23 

 

Il 28 ottobre, il capo della Monusco, Martin Kobler, ha dichiarato che la missione dell’ONU non avrebbe più accettato la presenza di gruppi armati vicino alle sue basi. Con il governatore del Nord Kivu, egli ha visitato le cittadine di Rutshuru e di Kiwanja liberate dai militari congolesi sostenuti dalla Monusco. «Finora, alcuni caschi blu avevano avuto una certa connivenza con l’M23. Quando sono arrivato due mesi e mezzo fa, l’M23 occupava un edificio proprio vicino alla base della Monusco. Ora è il momento di mettere fine alla coabitazione ora i gruppi ribelli», ha affermato Martin Kobler. Alla domanda circa la preoccupazione della popolazione su un eventuale ritiro delle FARDC dalle posizioni conquistate, egli ha assicurato che questo non accadrà.[1]

Il 28 ottobre, il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, ha annunciato che Rutshuru e Nyiragongo sono stati dichiarati “territori sinistrati”. Egli ha annunciato la sospensione del pagamento di tasse, imposte e pedaggi stradali fino al 31 dicembre di quest’anno. Il governatore ha spiegato che l’obiettivo di tali misure è di alleviare gli abitanti di questi due territori finora occupati dai ribelli dell’M23. Julien Paluku ha decretato Rutshuru e Nyiragongo “territori senza armi”, sottolineando che solo i militari delle FARDC, gli agenti di polizia e i caschi blu della Monusco possono possedere e utilizzare armi. Ha quindi chiesto a tutti coloro che possiedono armi di consegnarle all’esercito o alla Monusco. Ha infine annunciato la reinstallazione, entro 48 ore, dell’amministratore del territorio e di un nuovo comando di polizia e la nomina di un nuovo borgomastro di Kiwanja.[2]

Il 29 ottobre, due giorni dopo la riconquista di Kiwanja e di Rutshuru da parte dei militari congolesi, il ministro provinciale del Nord Kivu ha reinstallato l’amministratore del territorio di Rutshuru, il comandante della polizia e il borgomastro di Kiwanja. Tali autorità erano state sostituite da persone nominate dall’M23 durante il periodo di occupazione. L’ispettore provinciale della polizia ha ricordato agli agenti di polizia che è loro proibito erigere blocchi stradali nelle zone dichiarate” territori sinistrati”.[3]

Il 29 ottobre, l’M23 ha pubblicato, sul suo sito, una dichiarazione in cui afferma che “la sua sconfitta degli ultimi giorni non è affatto stata un segno di debolezza, ma una ritirata tattica verso la sua base di Bunagana“, roccaforte delle autorità politiche del movimento, al confine con l’Uganda. Secondo un abitante di Bunagana raggiunto telefonicamente, i miliziani dell’M23 si sono schierati, in mattinata, sulle colline di Chanzu e di Mbuzi, a circa 2.000 metri sul livello del mare, a 80 chilometri a nord di Goma.[4]

Il 30 ottobre, nelle prime ore del mattino, carri armati dell’esercito congolese sono usciti dalla base militare di Rumangabo e si sono diretti verso Rutshuru (80 km a nord di Goma). L’obiettivo: le colline di Chanzu, Mbuzi e Runyoni, dove si sono trincerati i ribelli dell’M23. Nel primo pomeriggio, l’esercito congolese ha preso il controllo di Bunagana, a 70 km da Goma. I testimoni assicurano che le FARDC hanno conquistato questa cittadina senza vera resistenza da parte dei ribelli dell’M23. Situata al confine con l’Uganda, Bunagana era la roccaforte politica dell’M23. Diverse decine di membri dell’M23 si sono arresi alla Monusco. Alcuni ribelli si sono ritirati sulle colline di Mbuzi e Chanzu, altri sono fuggiti in Uganda, come Bertrand Bisimwa, presidente dell’ala politica dell’M23. Un tassista ugandese ha così testimoniato:  «Tutto è iniziato questa mattina, quando le FARDC sono arrivate a Tchengerero. La gente ha cominciato ad affluire verso la frontiera. Quando sono iniziati i combattimenti, alcuni militari dell’M23 si sono tolti la divisa militare e hanno attraversato la frontiera mescolandosi ai civili. Ne ho contato una trentina. Ne ho preso sette sul mio taxi. Li conoscevo. Hanno detto che in Ruanda erano disoccupati e che erano andati a trovare lavoro oltre confine tra le file dell’M23. Arrivati ​​a pochi metri dalla frontiera di Cyanika, al confine con il Ruanda, sono scesi dal veicolo». Un delegato dell’M23 ai negoziati di Kampala, Roger Lumbala, ha dichiarato di sperare di ottenere un accordo di pace con il governo di Kinshasa entro 48 ore.[5]

Il capo della Monusco, Martin Kobler, ha esortato tutti i gruppi armati attivi nell’est della RDCongo a “deporre le armi a favore della pace”. Durante la conferenza settimanale dell’Onu a Kinshasa, egli ha affermato che la riconquista di vari territori da parte dell’esercito congolese, sostenuto dalla missione dell’Onu, dovrebbe essere un “messaggio” rivolto a tutte le milizie. «Tutti i gruppi armati ancora attivi nell’est della RDCongo devono deporre le armi», ha detto Martin Kobler, promettendo azioni contro tutti i gruppi armati, tra cui le FDLR [ribelli ruandesi], i Mayi-Mayi e ADF / NALU. Dopo i recenti successi militari contro l’M23, Martin Kobler sta prendendo in considerazione la questione della sorveglianza delle frontiere tra la RDCongo e il Ruanda, per evitare qualsiasi altra infiltrazione di truppe straniere.[6]

Dopo la ripresa del Bunagana da parte dell’esercito del governativo, il presidente della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, ha dichiarato che gli alti responsabili dell’M23 dovrebbero essere condotti davanti alla giustizia per rendere conto di ciò che hanno commesso: crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini contro la sicurezza dello Stato. Secondo Omar Kavota, è inutile continuare i colloqui a Kampala, avendo le FARDC preso il sopravvento sull’M23: «La soluzione militare è la sola voce che l’M23 sa ascoltare. È necessario sospendere le altre opzioni» (politica e diplomatica).[7]

In un’intervista, il portavoce dell’M23 in Europa, Jean – Paul Epenge, ha affermato che i capi del movimento hanno lasciato Bunagana per recarsi a Kampala. A Kampala, i contatti tra i delegati di Kinshasa e dell’M23 non sono stati interrotti e i lavori sono in un certo modo continuati. A proposito del progetto d’accordo presentato dal governo congolese a Kampala, Jean – Paul Epenge ha dichiarato che l’M23 non vuole che l’integrazione dei suoi militari nelle FARDC. Secondo lui, la maggior parte dei soldati dell’M23 sono giovani i cui genitori vivono ancora in campi profughi in Ruanda, in Uganda e altrove. Il loro obiettivo è di proteggere le loro famiglie, spesso minacciate dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). Egli fa quindi notare che, se vengono prese misure adeguate per eliminare la minaccia delle FDLR, l’M23 si smobiliterà da solo. Per quanto riguarda l’amnistia, l’M23 continua a chiedere un’amnistia globale. Perché Kinshasa vuole escludere Sultani Makenga [comandante dell’M23] e alcuni altri capi militari dell’M23?, si chiede Jean – Paul Epenge per il quale, se è vero che sono oggetto di sanzioni da parte delle Nazioni Unite, non sono tuttavia ricercati dalla giustizia internazionale. Per quanto riguarda il futuro dei leader politici, secondo il portavoce dell’M23 in Europa, è una questione secondaria, nel senso che ciascuno deciderà nel momento opportuno. Dipenderà anche dal tipo di accordo che si firmerà. Secondo lui, l’essenziale, per l’M23, è la questione dell’amnistia e della disarmo delle FDLR. Infine, egli chiede alla mediazione ugandese dei negoziati di Kampala di convocare al più presto le due delegazioni, altrimenti l’M23 si assumerà le proprie responsabilità.[8]

In un messaggio rivolto al popolo congolese e trasmesso sulla televisione nazionale, in seguito alla liberazione dei territori occupati dall’M23, da parte delle FARDC appoggiate dalla Monusco, il Capo dello Stato, Joseph Kabila, ha elogiato l’azione delle FARDC e della Monusco e reso omaggio alle vittime militari e civili.

Ha poi affermato che «le recenti vittorie dell’esercito nazionale contro i ribelli dell’M23 non annullano le opzioni politiche e diplomatiche prese precedentemente, per ristabilire una pace duratura» e ha sottolineato che «le opzioni annunciate sin dall’inizio come risposta alla crisi nella zona orientale del paese sono ancora valide. La nostra azione doveva svolgersi a diversi livelli: politico, diplomatico e militare. Questo è quanto è stato fatto». Il Capo dello Stato ha quindi ribadito il suo «appello ai membri del gruppo armato che è stato allontanato dai territori di Rutshuru e di Nyiragongo a smobilitarsi volontariamente, altrimenti non ci sarà altra scelta che costringerli con la forza. Lo stesso appello è rivolto anche agli altri gruppi armati nazionali». Ha continuato dicendo che, «porre fine a tutte le loro attività militari li renderebbe beneficiari del reinserimento nella vita nazionale».

Per quanto riguarda i gruppi armati stranieri (FDLR, ADF-NALU, LRA e FNL), che continuano a seminare violenza nelle province del Sud-Kivu e del Nord-Kivu, ha loro esigito di «deporre le armi e mettere fine ad ogni forma di vessazione nei confronti del popolo congolese. In mancanza di rispetto a questo ordine, anche tali gruppi armati saranno oggetto di un disarmo forzato».

Ai Paesi vicini, il Capo dello Stato ha ricordato che «la strada maestra per la pace e la stabilità della regione sta nell’attuazione, effettiva e in buona fede,dell’accordo-quadro di Addis Abeba e della risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Li ha quindi esortati a «rispettare i loro impegni che hanno sottoscritto nell’accordo».

Rivolgendosi ai suoi connazionali, il Presidente Kabila li ha invitati a «considerare gli ultimi sviluppi della situazione nel Nord Kivu come un’opportunità per rafforzare la coesione nazionale, per ricostruire insieme il Paese». In questo contesto, ha fatto appello al patriottismo di ogni Congolese: «L’attuale compito di ciascuno è quello di essere un ardente sostenitore della pace e della coesione nazionale. Dobbiamo evitare ogni atteggiamento, ogni parola e ogni comportamento  che possa aggravare la divisione tra Congolesi. Comportarsi diversamente sarebbe fare il gioco dei nemici del nostro Paese. Non è il momento della caccia alle streghe o della ricerca di capri espiatori. È piuttosto il momento dell’unità tra i Congolesi, nel rispetto delle diversità, attorno ad unico obiettivo: la dignità della RDCongo».[9]

Il 31 ottobre, in mattinata, dei blindati delle FARDC hanno cominciato a bombardare le ultime posizioni dell’M23 situate sulle colline di Mbuzi, Runyonyi e Chanzu. «Li avevamo raggirati per prendere Bunagana e ora li abbiamo circondati. Saranno costretti ad arrendersi o ad attraversare il confine» , ha rivelato un ufficiale delle FARDC. Il portavoce militare nel nord Kivu, il colonnello Olivier Hamuli, ha chiesto ai ribelli che ancora resistono, di deporre le armi e di arrendersi all’esercito regolare.[10]

Nel pomeriggio, le FARDC hanno attaccato le colline di Mbuzi, Chanzu e Runyonyi dove si sono asserragliati i ribelli dell’M23. Il portavoce dell’esercito congolese nel Nord Kivu, il colonnello Olivier Hamuli, ha dichiarato che l’esercito ha avanzato un po’. Le difficoltà provengono dal fatto che si tratta di una zona montagnosa su cui sorgono ampi bananeti e fitte foreste, ma ben conosciuta dai combattenti dell’M23, che dispongono, tra l’altro, di numerosi depositi d’armi a Chanzu e Runyonyi, due località situate nei pressi della frontiera con il Ruanda. Alcuni di questi depositi si trovano addirittura nelle vicinanze immediate dell’ospedale di Tshantzu, il che rende le operazioni militari rischiose. Al campo militare di Rutshuru è arrivato un gruppo di 26 combattenti dell’M23 che hanno disertato il gruppo armato. Uno di loro, Innocent, 19 anni, ha detto: «Facevo parte del comitato di autodifesa nel mio villaggio. Sono stato preso con la forza e da un mese mi occupavo della sicurezza … Ma quando abbiamo visto arrivare l’esercito governativo, ne abbiamo approfittato per arrenderci». Secondo il comandante di questo piccolo gruppo, 31 membri, cinque – i più graduati – sono fuggiti in Uganda e gli altri 26, per lo più dei civili reclutati ultimamente, hanno preferito arrendersi e sperano di poter essere integrati nelle forze armate congolesi.[11]

Quattro giorni dopo la ritirata dell’M23, a Kiwanja, Rutshuru e i villaggi circostanti la vita ritorna gradualmente alla normalità. Le nuove autorità locali hanno chiesto alla popolazione che era fuggita di ritornare nelle loro case. Le botteghe e i mercati hanno ripreso il loro normale funzionamento. Sulla via principale si osserva un intenso movimento di veicoli e motocicli. Le autorità locali assicurano che la sicurezza è garantita dai militari governativi e dalle forze della polizia nazionale. La popolazione chiede al governo di sostenere le FARDC, affinché possano continuare a mettere fine anche agli altri gruppi armati ancora attivi in questa regione.[12]

Il 3 novembre, in mattinata, l’esercito congolese ha lanciato una nuova offensiva contro le ultime roccaforti dei ribelli dell’M23. «Stiamo bombardando Mbuzi […] dietro l’artiglieria segue la fanteria», ha affermato per telefono il generale Lucien Bahuma, comandante della regione militare del Nord Kivu, che ha aggiunto che l’esercito regolare sta ricuperando alcune colline e che i ribelli sono in fuga. «I combattimenti sono concentrata sulla collina di Mbuzi. La situazione sta evolvendo bene», ha detto un capitano che tornava dal fronte.

Raggiunto al telefono, il portavoce civile dell’M23, Amani Kabasha, ha invece dichiarato che «la situazione non era cambiata molto» e che «i militari dell’M23 sono ancora appostati sulle colline e aspettando la firma di un accordo […]», aggiungendo: «Non credo che l’M23 sia finito».[13]

2. OFFENSIVA MILITARE E NEGOZIATI POLITICI

Tre sono i principali fattori che spiegano il successo della recente offensiva militare di Kinshasa contro l’M23: la mancanza di reazione da parte del Ruanda, l’appoggio delle Nazioni Unite e i significativi progressi effettuati nella riorganizzazione dell’esercito congolese.

«C’è stata una forte pressione da parte della diplomazia anglosassone [sul presidente ruandese Paul] Kagame per chiedergli di non muoversi», ha dichiarato un diplomatico a Kinshasa.
«Il Segretario di Stato John Kerry e altre personalità hanno ripetutamente espresso la loro preoccupazione a vari leader della Regione, tra cui il presidente ruandese Kagame, circa il loro appoggio ai gruppi armati come l’M23», ha affermato un funzionario del Dipartimento di Stato a Washington.
La pressione diplomatica «ha avuto ragione, almeno temporaneamente, sulla determinazione di Kigali che, alla fine, ha lasciato cadere l’M23», ha fatto notare Thierry Vircoulon, direttore del Progetto Africa Centrale dell’International Crisis Group.

Anche gli Ugandesi sono stati “messi in guardia” e, in realtà, hanno «rafforzato i controlli alle frontiere per impedire ai combattenti [ribelli] di non passare» sul loro territorio, ha detto un esperto militare a Kinshasa.

Secondo Thierry Vircoulon, «il successo dell’offensiva del governo è dovuto all’appoggio ricevuto dalla Monusco, alla riduzione della corruzione all’interno delle unità militari interessate, al cambiamento di comando e ad uno stretto coordinamento tra l’esercito e la Monusco nella pianificazione delle operazioni».

Secondo un esperto militare conoscitore delle missioni delle Nazioni Unite, con l’arrivo del nuovo responsabile della Monusco, Martin Kobler, nel mese di agosto, si è stabilita “una certa simbiosi” tra l’esercito congolese e la stessa Monusco. Quest’ultima non ha direttamente partecipato ai combattimenti che hanno permesso alle FARDC di ricuperare terreno, ma ha rapidamente dispiegato le sue truppe nelle zone liberate per proteggere i civili, il che ha permesso all’esercito di sentirsi le spalle al sicuro. Inoltre, «la Monusco ha fornito le razioni alimentari destinate alle truppe sul fronte e questo è molto importante, perché i soldati sapevano che, dopo aver combattuto, non andavano a letto con la fame», ha detto l’esperto delle missioni dell’ONU. La Monusco «ha aiutato procurando informazioni, quali rilevamenti aerei e foto», aggiunge un diplomatico.

Secondo un esperto militare a Kinshasa, le vittorie dell’esercito sono la prova che i Congolesi hanno approfittato di “una serie di lezioni apprese dal passato”.

«Hanno ritirato dal Nord Kivu oltre un centinaio di ufficiali che non lavoravano bene o che erano incompetenti, hanno migliorato le comunicazioni, il pagamento degli stipendi ai militari, i sistemi di approvvigionamento e hanno mandato al fronte le migliori unità formate da Sudafricani, Belgi e Cinesi», ha detto l’esperto militare, e tutto ciò ha ovviamente contribuito a che la situazione cambi.[14]

Il 29 ottobre, in un’intervista, Fidel Bafilemba, ricercatore di Enough Project, una Ong americana, ha affermato che, anche se sconfitto dalle truppe governative, l’M23 “può riservare molte sorprese”. Domanda: Il capo della Monusco, Martin Kobler, ha dichiarato che l’M23 è “quasi finito” militarmente. Condivide questa sensazione?

Risposta: Assolutamente no. Le frontiere della RDCongo sono molto porose e fino a quando i presidenti [ruandese] Paul Kagame e [ugandese] Yoweri Museveni non avranno veramente acconsentito ad una pace duratura nell’est della RDCongo e nella regione, l’M23 può riservare molte sorprese, anche se viene respinto fuori dai confini della RDCongo. Prima di poter dire che l’M23 è completamente sconfitto militarmente, c’è ancora molta strada da fare per quanto riguarda la riforma del sistema di sicurezza congolese e gli sforzi diplomatici da compiere per avere un sincero impegno da parte dei presidenti del Ruanda e dell’Uganda. Poiché il Ruanda e l’Uganda, che fermamente vogliono l’amnistia generale e l’integrazione, senza condizioni, degli ufficiali dell’M23 [nell’esercito congolese], non hanno ancora detto la loro ultima parola, Kinshasa non è ancora uscita dal tunnel del problema.

D: Il Ministro della Difesa congolese ha annunciato che l’esercito non si è posto alcun “limite” nel difendere l’integrità territoriale della RDCongo, anche se il Governo si è detto pronto a continuare i colloqui di Kampala. È nell’interesse di Kinshasa smettere di combattere per tornare a Kampala?
R: Kinshasa purtroppo non ha l’ultima parola sul processo di Kampala e sconfiggere militarmente l’M23 rimane complicato. D’altra parte, la pressione interna della popolazione congolese non lascia troppo spazio di manovra [al presidente congolese] Joseph Kabila, che sarebbe percepito come un traditore se desse ancora l’ordine di cessare le ostilità. Così, pur rimanendo impegnato nel processo di Kampala, Kinshasa è obbligato a continuare la pressione militare, approfittando del fatto che il Ruanda e l’Uganda si trovano ora in difficoltà a sostenere massicciamente l’M23, come lo fecero nel novembre 2012, quando i ribelli, al massimo della loro potenza, occuparono la città di Goma.[15]

Il 29 ottobre, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la regione dei Grandi Laghi, Russell Feingold, ha risposto alle domande di RFI:

Domanda: Per risolvere il problema dell’M23, una soluzione militare non sarebbe, in definitiva, la migliore?
Risposta: No, non è questa la mia lettura della realtà. Ciò che serve è un accordo di pace negoziato con l’M23. Il percorso è già tracciato nell’ambito delle trattative di Kampala. È necessario portare a termine tali negoziati il più presto possibile, perché ciò permetterebbe di porre fine ai combattimenti, ma occorre arrivarvi senza concedere l’amnistia a coloro che hanno commesso reati gravi. La prosecuzione delle operazioni militari potrebbe mettere a rischio i colloqui di Kampala e la possibilità che l’M23 deponga le armi. Si rischia anche di compromettere le iniziative di pace promosse dalla comunità internazionale e dall’Unione Africana. L’esercito congolese ha riportato numerosi successi in questi ultimi giorni ma, attualmente, per la popolazione della RDCongo e per i popoli della Regione potrebbe essere più utile un’attitudine meno bellicosa.

D: Non teme che il presidente Kabila stia cercando di risolvere il problema con una grande offensiva militare?

R: L’ho incontrato prima dei recenti combattimenti e non mi ha nascosto che stesse per decidere di intraprendere un’iniziativa militare che riteneva ormai necessaria, ma non mi ha dato l’impressione che fosse convinto solo della soluzione militare. Infatti, a Kampala ha dato il via libera ai suoi negoziatori per concludere un accordo.

D: Se l’M23 continuasse a subire una sconfitta dopo l’altra, non teme che l’esercito ruandese intervenga direttamente sul campo, a fianco dell’M23?

R: Sarebbe un vero disastro. A questo proposito, il governo ruandese e il presidente Kagame si sono detti favorevoli allo smantellamento dell’M23.

D: Da un anno, si infliggono sanzioni al Ruanda a causa del suo appoggio all’M23. Quali ne sono gli effetti?

R: Non so che impatto hanno avuto queste sanzioni … Con il Ruanda, il nostro obiettivo è quello di avere un rapporto positivo e continuo. Il Ruanda è un Paese amico degli Stati Uniti, siamo stupiti per il progresso constatato in questo paese, tanto più che è passato attraverso un’enorme tragedia appena vent’anni fa … Vorremmo dunque collaborare strettamente con il Ruanda, per portare a termine i colloqui di Kampala, per ottenere lo smantellamento dell’M23 e per avere un rapporto in cui non ci sia bisogno di parlare di sanzioni o di cose del genere.

D: Il presidente Kagame ha affermato che la guerra non finirà fino a quando i ribelli hutu ruandesi delle FDLR continueranno a perturbare la regione con l’appoggio, ha detto, delle FARDC. Il Presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, propone un dialogo con tutti, comprese le FDLR. Ma il Ruanda non è assolutamente d’accordo. Dice che non può discutere con le forze del male. Cosa ne pensa?

R: Capisco perché il presidente Kagame sia riluttante ad impegnarsi in tali negoziati, e non credo che trattative tra una nazione sovrana e un gruppo armato, come se fossero sullo stesso piano, siano il modo migliore per risolvere questo tipo di problema. Gli Stati – Nazioni implicati devono essere coloro che prendono parte ai negoziati, attorno allo stesso tavolo, cioè la RDCongo, il Ruanda e gli altri paesi coinvolti. E in questo processo, allora sì che le questioni delle FDLR e dell’M23 devono essere affrontate, ma questo non significa che questi gruppi debbano avere un posto attorno al tavolo di discussione. Si tratta di gruppi armati illegali. Ognuna di queste nazioni ha firmato un accordo-quadro che stabilisce che tali gruppi non dovrebbero essere tollerati. Penso, quindi, che ci sia un approccio migliore di quello che consiste nell’organizzazione di una serie di trattative tra una nazione sovrana e un gruppo ribelle considerato ostile.

D: Nelle discussioni di Kampala, il governo congolese minaccia i capi ribelli dell’M23 di condurli davanti alla giustizia. Ma quando si negozia dicendo: “Dopo aver firmato l’accordo, cercherò di mettervi in galera”, non si sta rendendo difficili i negoziati?

R: La RDCongo ha il diritto di esigere che chi porta la responsabilità di reati gravi ne renda conto. Non si può pretendere che rinunci a questo diritto, anche quando ha accettato di avviare negoziati. Non è opportuno. Una cosa è l’amnistia concessa a coloro che si sono ribellati e il governo congolese, che ha studiato il problema in modo ragionevole, è disposto a concederla. Ma la RDCongo, la Comunità Internazionale, incluso gli Stati Uniti, non possono appoggiare un accordo che preveda l’amnistia per i responsabili di gravi crimini. Non si possono ripetere gli errori del passato, e questo è ciò che dicono i Congolesi a Kinshasa e nel resto del Paese. Concedere continuamente l’amnistia alle stesse persone che hanno commesso gravi crimini non ha alcun senso. Occorre compiere una svolta e arrivare ad un accordo di pace ragionevole che garantisca la sicurezza dei membri dell’M23 che sono stati disarmati e smobilitati, ma che non preveda l’amnistia per i responsabili di gravi crimini.[16]

I ribelli dell’M23 sono fuggiti davanti l’avanzata dell’esercito congolese. Tuttavia, la guerra non è completamente finita e la ribellione dell’M23 è solo una parte della crisi del Kivu. Spiegazioni con Gaspard Hubert Lonsi Koko, saggista e osservatore delle relazioni Nord-Sud.
Domanda: L’esercito congolese, sostenuto dalle forze delle Nazioni Unite, ha sempre più guadagnato terreno nei confronti dell’M23. Si può già parlare di sconfitta dell’M23?

Risposta: È più prudente non vendere la pelle dell’orso prima di essere sicuri di averlo ucciso. Neutralizzare l’M23 è una cosa. Stabilizzare completamente la regione del Kivu è altra cosa. L’M23 è l’emanazione del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP, una ribellione precedente)  e non vi è alcuna garanzia che la sua decapitazione non generi altri movimenti armati.
D: Il capo della Monusco, Martin Kobler, ha parlato di una possibile “fine militare dell’M23”. Si può dunque credere in una fine della crisi del Kivu?

R: La crisi è così profonda che non sarà risolta con la semplice neutralizzazione dell’M23. Il saccheggio dei minerali e la volontà di espansionismo di alcuni Paesi limitrofi, il Ruanda e l’Uganda, sono due delle principali cause dell’instabilità del Kivu. È quindi necessario che i regimi ruandese e ugandese e le potenze occidentali che appoggiano i gruppi armati sul suolo congolese sappiano rinunciare ai loro piani occulti.

D: Le Nazioni Unite e la Comunità Internazionale hanno chiesto il ritorno ai negoziati con l’M23.

Kinshasa ha tuttavia preferito l’opzione militare per neutralizzarlo. Perché questa decisione?

R: Non si può dubitare della volontà di Kinshasa di trovare una soluzione pacifica all’attuale tragica situazione del Nord Kivu. Invece, attraverso molte tergiversazioni, l’M23 e i suoi alleati ruandesi e Ugandesi hanno giocato con il fuoco. Kinshasa ha il diritto di ristabilire l’autorità dello Stato e la sicurezza della popolazione nelle province del Kivu e di garantire la difesa del suo territorio nazionale. Se si devono riprendere i colloqui di Kampala, le discussioni dovrebbero centrarsi sulle violazioni delle leggi congolesi da parte dei membri dell’M23, sull’appoggio apportato ai ribelli dal Ruanda e dall’Uganda e sui crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi, i cui responsabili e autori devono essere perseguiti in giustizia.

D: Dal momento che l’M23 è stato sostenuto dal Ruanda , di deve dunque trattare direttamente con Kigali?
R: Per discutere direttamente con il Ruanda, sarebbe necessario che i suoi dirigenti siano sinceri. Quando sei stato morso dal serpente, temi anche il semplice millepiedi. È una questione di fiducia. Essa non si ristabilirà improvvisamente dal giorno alla notte. Abbiamo bisogno di veri uomini e donne di Stato, sia dal lato congolese che ruandese, capaci di spegnere il fuoco.

D: A cosa potrebbero condurre tali negoziati?

R: A prevenire le violazioni dei diritti fondamentali della persona umana, a raggiungere la pacificazione della regione dei Grandi Laghi, a rafforzare gli accordi di non aggressione, a creare meccanismi capaci di sanzionare la loro violazione, a rispettare l’integrità territoriale e la sovranità dei paesi della regione, a vivere in armonia e nella comprensione reciproca e a mostrare al mondo che gli esseri umani sono capaci di trasformare i problemi in qualcosa di buono.[17]

Va ricordato che, a partire dal 1996, il Ruanda è sempre stato apertamente implicato in tutte le guerre dell’est della RDCongo, creando sempre nuove “ribellioni”, tra cui l’AFDL, l’RCD, il CNDP e, infine, l’M23. Per giustificarsi, ha sempre usato lo stesso pretesto: la guerra preventiva contro le FDLR considerate, a torto o a ragione, come responsabili del genocidio del 1994 e sospettate di minacciare la sua sicurezza interna. Oggi, tutti hanno capito che tale falso pretesto non è che la copertura di una strategia di insediamento di parte della popolazione ruandese nell’est della RDCongo e di sfruttamento delle risorse minerarie congolesi, in collusione con gruppi mafiosi internazionali.
In questo contesto, la comunità internazionale continua a mantenere un doppio linguaggio ambiguo. Da un lato, riconosce le vittorie militari delle FARDC nei confronti dell’M23 ma, d’altra parte, continua a raccomandare al governo della RDCongo di ritornare a Kampala, per concludere un accordo di pace con lo stesso M23, un gruppo armato che, secondo il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite nella RDCongo, ha perso gran parte del suo potenziale militare.

La stessa comunità internazionale, attraverso l’accordo-quadro di Addis Abeba, considera l’M23 come una forza negativa che la brigata d’intervento della Monusco deve neutralizzare, allo stesso modo degli altri gruppi armati stranieri, come le FDLR e l’AFD-Nalu, e nazionali, come i Mai-Mai. Il popolo congolese si chiede qual’é l’obiettivo da raggiungere quando la comunità internazionale chiede alla RDCongo di negoziare con un movimento fantoccio che ha perso gran parte del suo potenziale militare ed è considerato come forza negativa. Quali sarebbero le controparti congolesi? Non si rischia di ritrovarsi, ancora una volta, di fronte ad un accordo politico che metterebbe a repentaglio la sovranità e l’integrità territoriale della RDCongo? Non ci si ritroverà di fronte ad un accordo che leghi la RDCongo al Ruanda per un’utilizzazione comune delle risorse minerarie situate sul territorio congolese?[18]

Anche se la sconfitta imposta all’M23 ha un forte valore simbolico nella guerra dell’est della RDCongo, tuttavia essa solleva molte altre questioni sulle quali si dovrebbe necessariamente riflettere per poter valorizzare questa nuova situazione. Certo, le FARDC, sostenute dalla  Monusco e dalla sua brigata d’intervento, hanno vinto una battaglia, ma non per questo si può dire che la guerra è finita. Estendendosi le radici della guerra ben oltre le frontiere della RDCongo, si dovranno cercare altre piste per garantire una pace duratura nella regione.

Il Ruanda ha moltiplicato le ribellioni nell’est della RDCongo, con il pretesto di neutralizzare le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). Tutte le ribellioni, dall’AFDL all’M23, sono stati creati sulla base di questa motivazione. Nella sua strategia di “auto-protezione”, il Ruanda ha introdotto nel suo gioco anche l’Uganda. Da allora, entrambi i Paesi non hanno mai tolto gli occhi dall’est della RDCongo. Essendo vero che l’appetito vien mangiando, hanno cominciato a sentirsi padroni anche dell’intera RDCongo. Da questo punto di vista, la vittoria delle FARDC sull’M23 non deve far dimenticare la causa principale dell’instabilità nella regione dei Grandi Laghi. Ne consegue che una vera pace nell’est della RDCongo e in tutta la Regione non può che essere negoziata tra i tre paesi: la RDCongo, il Ruanda e l’Uganda. Qualsiasi tentativo che ignorasse questa evidenza risolverebbe la crisi solo parzialmente.

Nel suo ultimo messaggio alla nazione, Joseph Kabila ha chiaramente sollevato tale questione. Egli ha affermato che «la strada maestra per la pace e la stabilità nella regione sta nell’attuazione, efficace e in buona fede, dell’accordo-quadro di Addis Abeba». Ha quindi esortato gli uni e gli altri ad «adempiere gli impegni assunti in tale accordo». Nel suo discorso, traspare il suo impegno a concentrarsi su una soluzione globale che includa tutti i Paesi firmatari dell’accordo di Addis Abeba, soprattutto il Ruanda e l’Uganda.

Quindi, a questo livello, se ci deve essere un dialogo politico, esso deve essere portato avanti direttamente con il Ruanda e l’Uganda e non con l’M23 che è stato ormai quasi completamente smantellato e che è diventato come una conchiglia vuota. Il buon senso suggerisce che la RDCongo deve ormai negoziare direttamente con i Paesi che hanno fomentato e appoggiato l’M23, cioè con il Ruanda e l’Uganda. Le Nazioni Unite, che sponsorizzano le iniziative di pace nella Regione dei Grandi Laghi, dovrebbero implicarsi maggiormente nella proposta di un dialogo tripartito che coinvolga la RDCongo, il Ruanda e l’Uganda.[19]

3. LA RIPRESA DEI NEGOZIATI DI KAMPALA

Il 31 ottobre, in un intervento alla Georgetown University di Washington, l’inviato degli Stati Uniti per la regione dei Grandi Laghi, Russ Feingold, ha affermato di aspettarsi che i colloqui di Kampala  conducano ad un accordo che sigli la dissoluzione dell’M23. «Non si può ancora stappare lo champagne, ma l’accordo potrebbe essere un passo importante nella giusta direzione», ha sottolineato. L’ex senatore degli Stati Uniti ha anche detto di aver parlato con diversi Paesi africani sulla possibilità di nominare un ex capo di stato come mediatore per negoziazioni tra tutte le parti. «Penso che sia utile poter disporre di un meccanismo semi-permanente di negoziati di pace», ha dichiarato Feingold. Questo mediatore dovrebbe parlare con tutti i Paesi implicati, compreso il Ruanda , che non è coinvolto negli attuali colloqui di Kampala, ma che la RDCongo e le Nazioni Unite accusano di appoggiare l’M23.

Anche un portavoce della diplomazia dell’Unione Europea (UE), Sébastien Brabant, ha dichiarato che «l’UE chiede una rapida conclusione politica dei negoziati di Kampala, in vista dello smantellamento definitivo dell’M23».[20]

Il 1° novembre, nel corso di una conferenza stampa a Kinshasa, il portavoce del governo congolese, Lambert Mende Omalanga, ha affermato che «non è con una semplice sconfitta militare che si risolverà il problema di alcuni congolesi che si sono messi al servizio di Paesi stranieri per destabilizzare la RDCongo». Il Ministro ha espresso la determinazione di Kinshasa nel continuare i colloqui con l’M23 a Kampala, in Uganda.

Lambert Mende ha assicurato che «il governo congolese non si sente inebriato per il successo della recente offensiva militare contro l’M23 che, per quanto importante sia per le sue conseguenze, non è, tuttavia, una panacea». Ha poi continuato affermando che «il governo considera ciò che è stato fatto sul militare come un semplice passo verso la normalizzazione e non ha intenzione di mettere tra parentesi altre opportunità, come azioni politiche e diplomatiche che sembrano essere le sole capaci di garantire una pace duratura nel Paese». Secondo Lambert Mende, la RDCongo continua a considerare i colloqui di Kampala come «l’ultima possibilità offerta a ciò che resta dell’M23 di deporre le armi e di adeguarsi allo schema dell’accordo di Addis Abeba e della risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Si tratta, ha detto, di “non lasciare le cose a metà”.

«Vorremmo portare a compimento questi contatti, per ottenere dall’M23 un impegno a difendere qualsiasi sua rivendicazione in modo non-violento e per via democratica», ha detto il portavoce del governo congolese. Infine, Lambert Mende si è detto soddisfatto della resa di un certo numero di soldati dell’M23. Il governo, ha detto, continua a incoraggiare il loro ritorno e assicura che tutti coloro che vi si arrendono, potranno usufruire dei meccanismi di reinserimento sociale. Per coloro che hanno qualche problema di infrazione delle leggi nazionali e internazionali, sarà loro garantito un processo equo e il diritto alla difesa.[21]

Il 2 novembre, il Ministro degli Affari Esteri congolese, Raymond Tshibanda, è ritornato a Kampala insieme all’ambasciatore congolese in Uganda, Jean-Charles Okoto. Il governo congolese aveva mantenuto una delegazione “tecnica” a Kampala anche dopo la sospensione dei colloqui, il 21 ottobre scorso. Raggiunto per telefono, il vice capo della delegazione dell’M23 a Kampala, Roger Lumbala, ha dichiarato che «è rimasto solo un ultimo punto importante [da negoziare], quello sull’amnistia».[22]

Il 3 novembre, il portavoce del governo congolese, il ministro Lambert Mende, ha dichiarato che, in mattinata, «a Kampala, l’M23 ha accettato di deporre le armi senza condizioni e il suo dispiegamento nelle Fardc in due fasi: dapprima nel Nord Kivu e, in seguito, fuori del Kivu». Da parte sua, la delegazione del governo congolese «ha chiesto che quanto detto sia messo per iscritto», ha aggiunto il ministro, precisando che «il testo dell’impegno da parte dell’M23 era già in preparazione».[23]

Nel pomeriggio, in un comunicato emesso da Kampala, il presidente dell’ala politica dell’M23, Bertrand Bisimwa, ha «ordinato a tutte le forze dell’Esercito Rivoluzionario Congolese la cessazione immediata delle ostilità contro le Forze Armate della RDCongo (FARDC)»  e di «astenersi da qualsiasi atto o comportamento contrario a tale ordine e ciò per consentire la prosecuzione della ricerca di una soluzione politica». «Il capo di stato maggiore dell’Esercito rivoluzionario congolese e i comandanti delle grandi unità sono pregati di assicurare la stretta osservanza di questo ordine da parte dei militari sotto il loro comando», afferma Bertrand Bisimwa, chiedendo all’Uganda, che assicura la mediazione tra le due parti nelle trattative di Kampala, di «istituire immediatamente un meccanismo [ di monitoraggio ] sullo stato di cessazione delle ostilità». Inoltre, in un’intervista, Bertrand Bisimwa ha dichiarato che il conflitto nell’est della RDCongo è più politico che militare: «Crediamo che il conflitto sia politico e che debba essere risolto politicamente. Ci aspettiamo che le forze opposte [le FARDC] diano alle loro unità militari lo stesso ordine».
La domanda che ci si poneva a metà pomeriggio era di sapere come quest’ordine sarebbe stato eseguito dai comandanti militari dell’M23, poiché pochi minuti prima della pubblicazione del comunicato, il portavoce militare dei ribelli, Vianney Kazarama, aveva dichiarato: «I combattimenti continuano. In ogni caso, sarà difficile cacciarci da qui. Stiamo bombardando [le truppe] che stanno salendo dalla valle».[24]

Secondo un giornalista presente a Kampala, Bertrand Bisimwa ha affermato che il cessate il fuoco è stato deciso di comune accordo con il governo nel corso della notte dal sabato alla domenica.
La delegazione del governo ha smentito la notizia, dichiarando che tale dichiarazione è una truffa e una menzogna. Ella precisa che per tutta la notte si è discusso sul fatto che l’M23 firmi la sua fine come ribellione (la sua resa) e metta le sue truppe a disposizione dell’esercito congolese, le FARDC. Per tutta la giornata del sabato ci si era aspettati che l’M23 facesse una dichiarazione formale e solenne alla stampa sulla sua cessazione come “ribellione”, ma è arrivata questa sorpresa, ha rivelato un membro della delegazione governativa, aggiungendo che il governo era pronto a prendere atto della fine dell’M23 come ribellione, senza parlare di un cessate il fuoco che Kinshasa rifiuta e respinge. Secondo un altro membro della delegazione governativa, le FARDC continueranno a combattere nella regione di Jomba, fino a quando l’M23 e Sultani Makenga siano sconfitti. Ha anche anticipato che il dialogo di Kampala dovrà terminare il sabato 9 novembre 2013.[25]


[1] Cf Radio Okapi, 28.10.’13

[2] Cf Radio Okapi, 29.10.’13

[3] Cf Radio Okapi, 30.10.’13

[4] Cf AFP – Rumangabo, 29.10.’13

[5] Cf AFP – Jeune Afrique, 30.10.’13; Radio Okapi, 30.10.’13; BBC – Afrique, 30.10.’13; RFI, 31.10.’13

[6] Cf Radio Okapi, 30.10.’13

[7] Cf Xinua – Kinshasa, 31/10/2013 (via mediacongo.net)

[8] Cf Trésor Kibangula – Jeune Afrique, 30.10.’13

[10] Cf 7 sur 7.cd – Bunagana, 31.10.’13

[11] Cf Radio Okapi, 31.10.’13 ; RFI, 01.11.’13

[12] Cf Radio Okapi, 31.10.’13

[13] Cf AFP – Africatime,  03.11.’13

[14] Cf AFP – Kinshasa, 03.11.’13

[15] Cf Habibou Bangré – AFP – Kinshasa, 29.10.’13

[16] Cf Christophe Boisbouvier – RFI, 29.10.’13 http://www.rfi.fr/afrique/20131028-russell-feingold-rfi-effo…

[17] Cf Sybille de Larocque – Jol Press – Africatime, 30.10.’13

[18] Cf F. M. – Le Phare – Kinshasa, 31.10.’13

[19] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 01.11.’13

[20] Cf Radio Okapi, 01.11.’13

[21] Cf Radio Okapi, 01.11.’13; Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinhasa, 01.11.’13; Xinua – Kinshasa, 02.11.’13 (via mediacongo.net)

[22] Cf Radio Okapi, 02.11.’13

[23] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 03.11.’13

[24] Cf AFP – la Libre Belgique, 03.11.’13; Radio Okapi, 03.11.’13

[25] Cf Julienpaluku.com – Goma, 03.11.’13