Ott 17

Congo Attualità n. 197

INDICE:

EDITORIALE: Consiglio di Sicurezza, paralisi incurabile?

1. NEWS DAL NORD-KIVU

2. IL DISCORSO DEL PRESIDENTE CONGOLESE ALL’ASSEMBLEA GENERALE  DELL’ONU

3. I NEGOZIATI TRA IL GOVERNO E L’M23 A KAMPALA

4. 200 FAMIGLIE ARRIVANO ILLEGALMENTE A RUTSHURU DAL RUANDA

5. LA VISITA DI UNA DELEGAZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU

    Il memorandum della Società Civile del Nord Kivu

    Il messaggio del governatore Julien Paluku

 

EDITORIALE: Consiglio di Sicurezza, paralisi incurabile?

1. NEWS DAL NORD-KIVU

Gli abitanti di Rutshuru (Nord Kivu) si dicono “presi in ostaggio” dai ribelli dell’M23 da quasi dieci mesi. Secondo diversi testimoni, l’M23 controlla e sorveglia tutti i movimenti della popolazione locale. Secondo gli abitanti, a Kiwanja sono vietati tutti i raggruppamenti di più di cinque persone e ogni contatto con “persone non identificate” dai servizi segreti dell’M23. Stessa cosa per le feste popolari e le riunioni socio – professionali, che devono essere autorizzate 48 ore prima dai dirigenti dell’M23 che, a volte, propongono anche i temi di predicazione nelle chiese. Alcuni abitanti di Rutshuru, Kiwanja, Kalengera, Burai, Kako e Rubare si dicono “soffocati da una amministrazione che si distingue per atti di omicidio, stupri, saccheggi e sequestri di persone”.[1]

Il 26 settembre, a Kahunga, sulla strada Mabenga Kiwanja, a circa 80 km a nord di Goma, capoluogo del Nord Kivu, si sono registrati scontri tra miliziani dell’M23 e le forze governative. L’M23 ha denunciato un’offensiva da parte dell’esercito che, da parte sua, ha smentito tale versione e ha piuttosto parlato di un semplice “incidente”. Secondo varie fonti, questi scontri sono iniziati quando l’M23 ha cercato di avanzare verso il villaggio di Mabenga, sotto controllo delle FARDC. Il portavoce dell’esercito, il tenente colonnello Olivier Hamuli, ha dichiarato che «le FARDC non tollereranno più un’altra provocazione da parte dell’M23». «Era da due giorni che l’M23 ci diceva di andare via», ha affermato un abitante di Kiwanja, una cittadina sotto controllo dell’M23 dal luglio 2012. Secondo il colonnello Hamuli, due combattenti dell’M23 sono rimasti uccisi e un soldato delle Fardc è stato ferito.[2]

Secondo la società civile del Nord Kivu, sono sei battaglioni delle forze armate ruandesi (RDF) e ugandesi (UPDF) che, guidate da Innocent Käina, alias Indian Queen, dell’M23, hanno attaccato le FARDC a Mabenga, Kahunga e Tongo. Se la coalizione RDF-UPDF-M23 riuscisse a conquistare queste località, potrebbe avanzare verso Kibumba e Goma. Il Coordinamento della società civile del Nord Kivu, che ne aveva già informato il governo congolese e la Monusco qualche tempo fa, ritiene che questi attacchi non sono affatto una sorpresa e che sarebbe ingenuo continuare a credere nei colloqui di Kampala, quando la coalizione RDF-UPDF (M23) osa ancora sfidare le FARDC e la Brigata d’intervento delle Nazioni Unite.[3]

L’8 ottobre, la società civile del Nord Kivu ha denunciato nuove entrate, dall’ultimo fine settimana, di truppe ruandesi e ugandesi nei territori di Nyiragongo, Rutshuru e Masisi in vista di preparare, sotto l’etichetta dell’M23, nuovi attacchi contro le FARDC. Di fronte a questa minaccia, e per mettervi fine, «la società civile del Nord Kivu chiede al Presidente della Repubblica e alla Monusco di ordinare alle FARDC e alla brigata d’intervento di intraprendere una nuova offensiva contro l’M23 e le altre forze negative».[4]

Il 9 ottobre, durante la conferenza stampa settimanale delle Nazioni Unite a Goma, il Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite nella RDCongo, Martin Kobler, e il comandante delle forze della Monusco, il Generale Dos Santos Cruz, hanno affermato che la Monusco detiene prove tangibili secondo cui l’M23 continua a rafforzare le sue posizioni e a reclutare, con la forza, dei giovani in Ruanda per integrarli nei suoi ranghi. Essi denunciano il mancato rispetto, da parte dell’M23, delle raccomandazioni dei Capi di Stato dei Grandi Laghi che gli chiedevano di interrompere ogni sua attività militare. Inoltre, Martin Kobler ha dichiarato di aver inviato, al meccanismo congiunto per il controllo delle frontiere, una lettera in cui gli chiede di aprire un’inchiesta sul rafforzamento dell’M23 in armi e personale militare. Da parte sua, il comandante militare della Monusco, il Generale Dos Santos Cruz, ha invitato la società civile del Nord-Kivu alla vigilanza: «Abbiamo molte informazioni sul rafforzamento delle posizioni dell’M23. È molto importante che la società civile rimanga vigilante per denunciare queste cose. Non conosciamo con precisione l’origine di questi rinforzi. Abbiamo bisogno di verificare ulteriormente tali informazioni».[5]

Il 10 ottobre, l’M23 ha accusato l’esercito regolare congolese di rafforzare le sue posizioni su tutte le linee del fronte e di aver occupato anche alcune posizioni dell’M23. Secondo un comunicato di questo movimento, l’occupazione di zone adiacenti alla strada Mabenga-Kahunga da parte dell’esercito regolare è alla base di numerosi scontri sporadici tra le due forze. «Esponenti governativi e membri della società civile dimostrano palesemente la loro intenzione di ricominciare presto la guerra contro l’M23», si legge nel comunicato.[6]

2. IL DISCORSO DEL PRESIDENTE CONGOLESE ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU

Il 23 settembre, nel minivertice dei Paesi membri della Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL), in occasione della 68ª Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), a New York, si è parlato anche della crisi congolese. Nonostante la riaffermazione del rispetto della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale della Repubblica democratica del Congo (RDCongo) e la condanna delle attività militari del Movimento del 23 marzo (M23) e delle altre forze negative nazionali (Mai-Mai) e straniere (FDLR e ADF Nalu ), nulla è stato detto circa il sostegno militare, logistico e finanziario del Ruanda e dell’Uganda all’M23. Ciò che invece è stato detto è che Kinshasa e l’M23 devono necessariamente concludere i negoziati di Kampala. In breve, il messaggio lanciato da New York sembra dire che il Ruanda e l’Uganda sono totalmente estranei al problema della guerra nell’est della RDCongo, il che significa che il governo congolese non ha altra alternativa che cercare un accordo con l’M23, considerato ormai come suo interlocutore ufficiale ed inevitabile. Tutti possono constatare che la comunità internazionale sta facendo una lettura della crisi congolese molto diversa da quella delle autorità di Kinshasa. Mentre queste ultime considerano Sultani Makenga e gli altri membri dell’M23 come dei criminali, i rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, dell’Unione Africana, della CIRGL e della SADC li percepiscono piuttosto come parti implicate nella risoluzione della guerra. L’esortazione rivolta a Kinshasa, affinché trovi rapidamente un’intesa con l’M23 su tutti gli aspetti politici, militari, economici, sociali e umanitari ancora divergenti, porta gli osservatori a temere un nuovo schema di condivisione del potere, in violazione della Costituzione in vigore nella RDCongo.[7]

Il 25 settembre, nel suo discorso alla 68ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Capo dello Stato congolese Joseph Kabila ha dichiarato che «senza la pace, nessun progresso è possibile. Senza un minimo di sicurezza per le persone e i loro beni, ogni sviluppo è ipotetico. Questo è tanto più inaccettabile quando la violazione della pace è il risultato di un’aggressione esterna. Questa è la triste storia recente della RDCongo».

A questo proposito, egli ha ricordato «una doppia realtà, spesso trascurata o nascosta: è per aver posto un atto di solidarietà, ospitando sul suo territorio dei rifugiati provenienti dal Ruanda, che la popolazione dell’est della RDCongo è stata privata ​​della pace, diritto fondamentale di ogni essere umano».

Secondo il presidente, «non resta, quindi, che interrogarsi su ciò che resterebbe del diritto umanitario internazionale se accogliere dei rifugiati in pericolo, atto umanitario per eccellenza, dovesse ora essere considerato sufficiente per giustificare l’avvio di una guerra».
Egli ha voluto, tuttavia, riaffermare «la determinazione della RDCongo nel voler rispettare tutti gli impegni assunti nell’ambito dell’accordo quadro di Addis Abeba. È in quest’ottica che il governo congolese ha già intrapreso le seguenti azioni concrete: l’istituzione del meccanismo nazionale di monitoraggio sull’attuazione degli impegni assunti dalla RDCongo, l’accelerazione della riforma del settore della sicurezza, in particolare dell’esercito, della polizia e della giustizia; la ristrutturazione della Commissione elettorale nazionale indipendente per l’organizzazione delle elezioni locali, comunali, provinciali, del Senato e dei governatori provinciali, lo svolgimento di concertazioni nazionali dal 7 settembre 2013, il cui obiettivo è la ricerca della coesione nazionale per poter far fronte a tutte le sfide che la nazione congolese deve affrontare».

Egli ha sottolineato che «al di là di questi sforzi fatti dalla RDCongo, l’avvento di una pace duratura nella regione dei Grandi Laghi dipende da due condizioni principali: la fine dell’impunità in tutte le sue forme, da un lato e, in secondo luogo, la tempestiva attuazione degli impegni assunti nell’ambito dell’accordo di Addis Abeba, anche da parte degli altri Paesi firmatari di tale accordo». Egli ha infine chiesto alle Nazioni Unite di «trattare tutti gli Stati membri con lo stesso rigore» e di «esigere da ciascuno il rigoroso rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Denunciare la violazione di questi principi è sicuramente una buona cosa, ma sanzionare coloro che li violano è ancor meglio. Soprattutto quando la violazione è accertata, persistente e ripetitiva».[8]

3. I NEGOZIATI TRA IL GOVERNO E L’M23 A KAMPALA

Ripresi il 10 settembre, a Kampala, in Uganda, i negoziati tra il governo congolese e l’M23 sarebbero dovuto concludersi entro il 22 settembre, ma secondo una fonte ufficiale a Kinshasa, le discussioni si sono bloccate sulle questioni relative all’eventuale amnistia per i membri dell’M23 e alla loro integrazione nell’esercito regolare. Il 27 settembre, il governo congolese aveva pubblicato una lista di circa 80 nomi di membri dell’M23, per lo più ex ufficiali militari, che non sono autorizzati a reintegrare le Forze Armate Congolesi (FARDC). La settimana precedente, Kinshasa aveva escluso ogni possibilità di amnistia a favore dei principali dirigenti dell’M23 e di tutti i suoi membri colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani. La lista è stata consegnata anche al capo della Monusco, Martin Kobler, e alla mediazione ugandese. È l’intera gerarchia militare dell’M23, passata e attuale, che non potrebbe usufruire di alcun diritto di amnistia o di reinserimento nell’esercito congolese, ciò che, dal punto di vista delle Nazioni Unite e della mediazione ugandese compromette ogni possibilità di accordo politico tra Kinshasa e l’M23. A New York, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha riproposto l’idea di un’amnistia generale provvisoria, riprendendo l’esempio burundese dell’accordo su un cessate il fuoco firmato a Dar es Salaam nel 2003. Un’amnistia ancora in corso dopo dieci anni. Questa proposta del Capo dello Stato ugandese è stata nuovamente respinta dalla delegazione del governo congolese. Spetta a Mary Robinson, l’inviata speciale del Segretario Generale per la Regione dei Grandi Laghi e a Martin Kobler, rappresentante speciale del Segretario Generale dell’Onu per la RDCongo, l’arduo compito di cercare un compromesso sulla lista presentata. Dal lato congolese, si dice di aver ascoltato gli uni e gli altri, senza dare però alcuna indicazione definitiva.[9]

Ancora una volta, i negoziati di Kampala sembrano dimenticare il problema di fondo e l’essenziale della questione,  cioè l’implicazione dei Paesi limitrofi della RDCongo, il Ruanda e l’Uganda, nella crisi dei Grandi Laghi. Il rilascio di prigionieri ex-CNDP, la trasformazione dell’M23, il ritorno e il reinserimento dei rifugiati, per esempio, potrebbero essere soluzioni effimere che portano in sé i germi di un futuro conflitto nella regione. Nessun accordo di pace con l’M23 sarà efficace, fin quando il Ruanda non sia oggetto di forti pressioni.[10]

Il 27 novembre, in una lettera indirizzata a Mary Robinson, Inviata Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per i Grandi Laghi, e a Martin Kobler, Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite nella RDCongo, la Società Civile nel Nord-Kivu si è opposta all’idea di concedere l’amnistia a tutti i membri dell’M23 e di integrarli nell’esercito regolare, come proposto dal presidente ugandese Yoweri Museveni, mediatore tra il governo congolese e l’M23. «Il nostro coordinamento ha appreso la proposta del Presidente ugandese di una soluzione alla burundese alla crisi. Tale proposta riguarda la concessione di un’amnistia generale per tutti i membri dell’M23 per la loro integrazione nelle FARDC. Il nostro coordinamento attira l’attenzione di Mary Robinson e di Martin Kobler sul pericolo di una tale iniziativa», ha affermato il portavoce della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota.

Secondo lui, «un’integrazione di questo tipo consacrerebbe l’impunità dei crimini di guerra, crimini contro l’umanità e altre gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dai criminali dell’M23», ma «non è da escludere la possibilità di integrare nelle Fardc qualche giovane congolese che abbia i requisiti indispensabili per il reclutamento nell’esercito regolare».

Per la popolazione del Nord-Kivu, ha aggiunto Omar Kavota, «l’M23 è composto da criminali e da militari ruandesi e ugandesi che cercano nuovamente di infiltrarsi nell’esercito congolese, per continuare ad impedire la riforma dell’esercito intrapresa dal governo e attuare il loro piano di balcanizzazione». La Società civile del Nord Kivu (SCNK) ha inoltre chiesto di “neutralizzare militarmente tutti i gruppi armati” attivi nell’est della RDCongo, per poter arrivare ad una pace duratura. «Le forze vive della nostra provincia vi esortano a dare maggiori possibilità alle forze armate governative e alla Brigata d’intervento della Monusco, affinché possano neutralizzare militarmente tutti i gruppi armati e tutte le forze negative», ha scritto la SCNK. «Non c’è che questa soluzione che sia veramente efficace per imporre una pace e una sicurezza durature nell’est della RDCongo», ha sottolineato la SCNK.[11]

Il 3 ottobre, il coordinatore del meccanismo di monitoraggio dell’accordo-quadro di Addis Abeba, François Muamba, ha accusato il facilitatore dei negoziati di voler «imporre un documento che viola la sovranità nazionale e l’integrità territoriale della RDCongo». Si tratta di una manovra che il governo congolese non accetta, dice il capo della delegazione congolese a Kampala, che insiste: «Anche se dovessimo negoziare per dieci anni, nessuno ci farà firmare cose del genere». François Muamba si riferiva ai tentativi, da parte del presidente ugandese, di ridurre il numero degli ufficiali dell’M23 che, secondo il governo di Kinshasa, non possono essere amnistiati o integrati nel FARDC nel quadro di un eventuale accordo di pace con l’M23.[12]

Secondo alcune fonti, a Kampala dove si stanno svolgendo i negoziati tra l’M23 e il governo congolese, starebbe circolando una seconda lista contenente i nomi dei leader politici dell’M23 esclusi da ogni tipo d’integrazione nelle istituzioni politiche della RDCongo. Benché le due delegazioni, del governo e dell’M23, non ne parlino, fonti attendibili affermano che le autorità di Kinshasa non sarebbero disposte a reintegrare le persone che hanno fatto “carriera” nelle diverse ribellioni che hanno scosso il paese negli ultimi anni.

I responsabili politici dell’M23 indicizzati apparterrebbero sia al ramo di Sultani Makenga che a quello sconfitto di Jean Marie Runiga, ora in esilio in Rwanda. Su questa lista figurerebbero i nomi di Bertrand Bisimwa, attuale presidente dell’M23, di  Jean Marie Runiga, suo predecessore, di
François Ruchogoza, ex ministro provinciale della Giustizia del Nord Kivu ed ex capo della delegazione dell’M23 Kampala, di Mashagiro Nzey, ex deputato escluso dall’Assemblea Provinciale del Nord Kivu e di Roger Lumbala, ex deputato espulso dal parlamento nazionale.
Non figurano, invece, sulla lista i nomi di René Abandi, attuale capo della delegazione dell’M23 a Kampala, di Kambasu Ngeve, membro della delegazione dell’M23 e di Sendugu Museveni, responsabile per la politica interna dell’M23.

La pubblicazione di questa lista avviene dopo la pubblicazione di una prima lista di settantotto ufficiali dell’M23 esclusi dall’integrazione nelle forze armate della RDCongo. Sarebbe questa prima lista che starebbe bloccando il proseguimento dei negoziati a Kampala.
Fonti della capitale ugandese indicano che il facilitatore ugandese avrebbe proposto di ridurre questa prima lista a soli quarantatre nomi. Una riduzione che non trova, a ragione, l’accordo della delegazione governativa.[13]

4. 200 FAMIGLIE ARRIVANO ILLEGALMENTE A RUTSHURU DAL RUANDA

Il 30 settembre, circa duecento famiglie sono arrivate dal Ruanda e si sono stabilite a Chengerero e a Jomba, nel territorio di Rutshuru, nei pressi della frontiera con il Ruanda e con l’Uganda, una zona controllata dai ribelli dell’M23. Si è ancora incerti sulla loro identità e sulla loro provenienza. Gli abitanti della zona e le autorità del Nord-Kivu affermano che si tratta di rifugiati ruandesi, mentre il Movimento del 23 marzo (M23) assicura che si tratta di Tutsi congolesi di ritorno dopo essersi rifugiati in Ruanda per sfuggire alla guerra. «Si tratta di quasi 200 famiglie […] di rifugiati ruandesi espulsi dalla Tanzania e provenienti da Gikongoro, in Ruanda», ha dichiarato Julien Paluku, governatore del Nord-Kivu. Ai primi di agosto, quasi 2.000 Ruandesi, considerati illegali in Tanzania, erano tornati in fretta in Ruanda, in seguito ad un improvviso aumento della tensione tra i due paesi. Secondo Jean-Claude Bambanze, membro della società civile di Goma, queste famiglie sono cominciate ad arrivare sabato scorso dal Ruanda.

«Secondo le informazioni ricevute dagli stessi abitanti, si tratta dei rifugiati ruandesi che sono venuti dalla Tanzania e si sono stabiliti nel centro lebbrosi di Chengerero», ha dichiarato  un attivista per i diritti umani. «Abbiamo avuto paura di identificarli, perché i militari dell’M23 hanno preso posizione intorno al centro e hanno impedito ogni tipo di contatto con queste famiglie», ha aggiunto. In una dichiarazione, la società civile del Nord Kivu afferma che «questi Ruandesi, essenzialmente di etnia tutsi, sono formalmente scortati da soldati dell’esercito ruandese (RDF) e poi accolti nel territorio di Rutshuru dall’M23 che ha già iniziato un censimento di case e campi abbandonati da coloro che sono fuggiti (a causa della guerra), per poi consegnarli a questi Ruandesi provenienti dalla Tanzania». Secondo l’M23, invece, «le 200 famiglie arrivate ​​a Chengerero sono le famiglie di Tutsi congolesi che erano fuggiti a causa delle persecuzioni che avevano subito nel Nord Kivu e che si erano rifugiati in Ruanda», ha affermato Amani Kabasha, portavoce civile dell’M23. Secondo lui, «se l’M23 deponesse le armi prima del ritorno dei rifugiati congolesi, si rischierebbe che (le autorità congolesi) li identifichino come Ruandesi, quando invece sono Congolesi».[14]

Il 2 ottobre, il portavoce del governo congolese, Lambert Mende, ha affermato che il governo congolese ha chiesto spiegazioni all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e al Ruanda, circa il recente arrivo nel territorio di Rutshuru delle duecento famiglie ruandofone provenienti dal Ruanda. Secondo Lambert Mende, Kinshasa non era stato informato di questo movimento, nonostante le disposizioni dell’accordo tripartito del 2010 tra la RDCongo, il Ruanda e l’UNHCR sul rimpatrio dei rifugiati. Il capo del coordinamento provinciale della Commissione Nazionale per i Rifugiati (CNR) ha dichiarato di non sapere perché queste persone hanno fatto ritorno nella RDCongo passando per la frontiera di Bunagana, una zona occupata dall’M23. «Si parla di un ritorno spontaneo quando si tratta realmente di rifugiati che ritornano. Ma in questo caso si tratta di persone di cui non si conosce l’identità e, quindi, non si può parlare di un ritorno spontaneo», ha sostenuto. L’Ufficio dell’Alto Commissariato per i rifugiati in Ruanda ha affermato che il ritorno di queste persone non rientra nella programmazione tripartita RDCongo-Ruanda-UNHCR per il rimpatrio dei rifugiati ruandesi e congolesi nei loro rispettivi paesi.[15]

Il 3 ottobre, il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, ha dichiarato che «i presunti rifugiati arrivati ​​nella zona occupata dall’M23 non sono altro che dei militari venuti per rafforzare le file dell’M23 per la prossima offensiva». Egli ha affermato che i funzionari dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) in Ruanda gli hanno “chiaramente” riferito che nessun Congolese ha lasciato i campi dei rifugiati congolesi in Ruanda per entrare nella RDCongo. Secondo Julien Paluku, che ha chiesto un’inchiesta internazionale per chiarire la questione, l’arrivo di queste famiglie a Jomba è piuttosto un rinforzo apportato all’M23 dal Ruanda. E tutto ciò, sotto l’etichetta del “ritorno” in patria di queste famiglie di falsi rifugiati tutsi congolesi.[16]

Il 5 ottobre, in un comunicato, la Società Civile del Nord-Kivu ha accusato l’M23 di facilitare una infiltrazione ruandese del Congo, accogliendo varie centinaia di famiglie ruandesi in una parte del territorio di Rutshuru da esso occupata. La società civile del Nord-Kivu parla di almeno un migliaio di famiglie ruandesi che sono arrivate, ​​a ondate successive, dal 29 settembre attraverso Bunagana, Kibaya e Chanzu e che sono state accolte da dirigenti dell’M23 a Chengerero e a Jomba nel territorio di Rutshuru.

Secondo il vice presidente e portavoce della società civile del Nord-Kivu, Omar Kavota, i dirigenti dell’M23 hanno iniziato a installare queste famiglie nelle case e nei campi abbandonati dagli autoctoni che sono fuggiti a causa della guerra.

Secondo la società civile del Nord-Kivu , l’M23 ha obbligato gli abitanti ancora presenti a contribuire con viveri (fagioli, sorgo, mais, … ) per aiutare i nuovi arrivati​​. Chiunque si astenga o si opponga a tale raccolta è minacciato di espulsione dalla zona. La società civile del Nord Kivu ha anche appreso che i giovani, membri delle famiglie arrivate, sono stati portati a Chanzu dove, il 3 ottobre, è iniziato un loro addestramento militare obbligatorio. Ciò lascia pensare che questi arrivi costituiscano una nuova strategia del Ruanda per continuare la sua guerra di aggressione e di occupazione. Di fronte a questa situazione, la società civile del Nord-Kivu si aspetta che la CIRGL, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’UA e le altre grandi potenze decidano delle sanzioni esemplari contro il Ruanda, per la sua palese violazione dell’accordo quadro di Addis Abeba e per la minaccia che egli rappresenta per la pace e la sicurezza nella regione.

La Società civile del Nord-Kivu accoglie con favore la sospensione della cooperazione militare degli Stati Uniti con Kigali, in seguito all’appoggio del Ruanda all’M23 e al reclutamento di bambini soldato a favore dello stesso M23. Condivide, inoltre, la richiesta di un’inchiesta internazionale da parte del governo congolese, per stabilire le responsabilità di questa nuova provocazione da parte del Ruanda.[17]

Una fava per due piccioni: questa è la strategia di Kigali. Da un lato, questa “operazione ritorno” permette al regime ruandese di toccare la corda sensibile della comunità internazionale, attraverso il “ritorno volontario” dei rifugiati tutsi congolesi al loro paese, stanchi di aspettare l’esito finale dei negoziati tra il governo congolese e l’M23 a Kampala. D’altra parte, una tale operazione gli permette di infiltrare in territorio congolese dei cittadini ruandesi, il che mette in trappola sia Kinshasa che la comunità internazionale. Perché se Kinshasa respingesse queste 200 famiglie presentate come congolesi, questa decisione diventerebbe per Kigali un nuovo pretesto per creare un’altra ribellione guidata da persone che si ritengono rifiutate dal loro paese di origine.
In questa vicenda, Kigali viola i principi fondamentali del diritto umanitario internazionale in materia di rimpatrio dei rifugiati che, normalmente, si svolge in più fasi. In primo luogo, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite deve procedere, a livello dei campi profughi nel paese di accoglienza, all’identificazione dei rifugiati che vogliono essere rimpatriati. È poi necessario conoscerne la composizione familiare, determinarne il numero esatto, verificare i nomi dei rispettivi villaggi nel loro paese di origine, ecc. In seguito, l’UNHCR dovrebbe informare e accordarsi con il Paese d’accoglienza e con il Paese di origine per fissare le date, gli itinerari e i mezzi di trasporto per le operazioni di rimpatrio. In altre parole, queste operazioni richiedono molto tempo e attenzione per evitare spiacevoli incidenti od eventuali ostacoli, sia al momento della partenza nel paese d’accoglienza, sia a livello del posto di frontiera tra il paese ospitante e il paese d’origine, sia al momento di arrivo nei villaggi nel paese d’origine.

Non si capisce perché Paul Kagame abbia tanta fretta per far ritornare dei presunti “rifugiati civili non armati” in una zona dove sono in corso dei combattimenti tra l’esercito del loro paese di origine e il gruppo armato dell’M23.

Quindi, se Kigali avesse voluto rimpatriare nella legalità i cosiddetti rifugiati tutsi congolesi, avrebbe dovuto implicare l’UNHCR e il governo congolese per poter preparare il ritorno di queste 200 famiglie ruandofone nei villaggi di cui dicono di essere originarie. Secondo Julien Paluku, governatore del Nord Kivu, è impensabile che un padre voglia far ritornare la moglie e i figli in una zona dove ci sono ancora delle operazioni militari in corso.

In tale situazione, appaiono ormai chiare le reali ambizioni espansionistiche del Ruanda, attraverso il prolungamento del conflitto nel Nord Kivu per installarvi popolazioni ruandesi e continuare a sfruttare le risorse naturali di questa parte del paese. In realtà, si tratta di un ricatto nei confronti della comunità internazionale, affinché faccia pressione sulle autorità di Kinshasa e costringerle a cedere di fronte alle richieste dell’M23 a Kampala. Benché ormai oggetto di critiche da parte della comunità internazionale, il regime ruandese non desiste e scommette ora più che mai sui negoziati di Kampala per salvare la faccia ottenendo una via d’uscita per l’M23 da lui creato ed appoggiato.[18]

In questi ultimi giorni, il piano di balcanizzazione della RDCongo e di creazione di un micro – stato autonomo nel Nord-Kivu sembra aver preso una nuova svolta. La massiccia entrata di famiglie ruandesi sotto l’etichetta di rifugiati congolesi espulsi dalla Tanzania e le ripetute ondate di sfollati interni rivelano, infatti, l’esistenza di un progetto segreto, quello di liberare spazio vitale a favore delle famiglie ruandesi in arrivo.

L’M23 sembra aver deciso di rendere il Rutshuru e il Masisi invivibili per i Congolesi autoctoni. Di fronte alla minaccia delle armi, questi ultimi non hanno altra alternativa se non di fuggire lontano dall’insicurezza. Secondo informazioni provenienti dal territorio di Masisi, circa diecimila persone hanno dovuto abbandonare i loro villaggi, a causa degli scontri tra due gruppi armati, il Nduma Defense of Congo gruppi di Ntabo Sheka (alleato dell’M23) e l’Alleanza per un Congo Libero e Sovrano (APCLS) .

Mentre una risoluzione delle concertazioni nazionali raccomanda l’attuazione di una politica di rimpatrio dei rifugiati congolesi sparsi negli stati vicini, l’M23 ha giocato di anticipo, facendo entrare, nel Nord Kivu, migliaia di falsi Congolesi pronti a rivendicare, quando sarà il momento, l’autonomia politica e amministrativa dei territori occupati. Quest’immigrazione clandestina, cui nessuno, per ora, può opporsi, si inserisce nel quadro della creazione di un nuovo piccolo stato nei pressi della frontiera tra la RDCongo e il Ruanda. Presentati oggi come rifugiati congolesi, questi Ruandesi stanno ora costruendo un proprio Stato all’interno delle frontiere congolesi.[19]

5. LA VISITA DI UNA DELEGAZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU

Il 3 ottobre, basandosi su una legge del 2008 sulla protezione dei bambini soldato, le autorità statunitensi hanno annunciato di aver imposto delle sanzioni al Ruanda per i casi di reclutamento di bambini soldato nelle file dell’M23, nell’est della RDCongo. Marie Harf, vice portavoce della nuova vice Segretario di Stato per l’Africa, Linda Thomas-Greenfield, ha dichiarato che «il Ruanda è stato sanzionato perché sostiene un gruppo di ribelli che continua a reclutare e a sequestrare dei giovani e che minaccia la pace e la stabilità nell’est della RDCongo». Circa la natura delle sanzioni, un membro del Dipartimento di Stato maggiore ha rivelato che queste misure contro il Ruanda consistono nella «interruzione di qualsiasi tipo di assistenza in termini di formazione e di addestramento militare per l’anno fiscale 2014» iniziato, in linea di principio, il 1° ottobre.[20]

Il 5 ottobre, la Società Civile del Nord-Kivu ha inviato un suo memorandum alla delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in visita a Goma. Tale lettera contiene, in riassunto, i principali punti di vista della popolazione del Nord Kivu.

A proposito dell’accordo quadro di Addis Abeba: Nonostante gli sforzi da parte del governo congolese, tale accordo non è stato finora rispettato né dal Ruanda che dall’Uganda, in quanto essi continuano a fornire militari, armi e munizioni rispettivamente all’M23 e all’ADF-NALU/AL-SHEBAAB. Il Rwanda, per esempio, continua ad ospitare sul suo territorio uomini dell’M23, compresi coloro che sono ricercati dalla giustizia congolese (Jean – Marie Runiga, i colonnelli Baudouin Ngaruye e Innocent Zimurinda ..) in contrasto con lo spirito dell’accordo di cui è firmatario. Continua a reclutare bambini soldato per l’M23, una ribellione che compie stupri delle donne, uccisioni di civili, saccheggi e violenze di ogni genere nel territorio di Rutshuru e Nyiragongo. Da parte sua, l’Uganda arma la coalizione ADF-NALU/AL-SHEBAAB e la milizia di Kombi Hilaire, che hanno sequestrato almeno 800 civili e ucciso circa 350 altre persone nel territorio di Beni. Tutti i gruppi armati sostenuti da questi due stati si dedicano al saccheggio delle risorse naturali della RDCongo per esportarle illegalmente verso questi due stati aggressori.

A proposito della risoluzione 2098: la popolazione pensava che essa servisse come strumento di imposizione di una pace e di una sicurezza durature nella Regione dei Grandi Laghi. Ma è ormai evidente che, come l’accordo di Addis Abeba, essa non ha ancora portato alcuna stabilità. Secondo la Società Civile, a 6 mesi dalla sua installazione, non sembra che la brigata d’intervento della Monusco stia applicando il suo mandato offensivo nei confronti dei gruppi armati. Dopo le marce e le pressioni popolari, la brigata ha fatto un primo passo e poi si è fermata. Sempre secondo la società civile, sembra che le Nazioni Unite si stiano contraddicendo circa l’applicazione della risoluzione 2098. Mentre la brigata dovrebbe agire, arrivano degli appelli per una soluzione politica al conflitto, in dialogo con le forze negative, tra cui l’M23, il che è ingiustificabile in questo momento.
La Società civile del Nord Kivu si aspetta che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decidano sanzioni esemplari contro il Ruanda e l’Uganda per la loro palese violazione dell’accordo di Addis Abeba. Si aspetta pure che la Brigata d’intervento della Monusco continui il suo lavoro con il supporto dei droni e che l’approccio offensivo contro le forze negative sia effettivamente applicato.[21]

Il 5 ottobre, dopo una visita a Kinshasa, la delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è recata a Goma. Nel suo messaggio indirizzato a tale delegazione, il Governatore del Nord-Kivu, Julien Paluku, ha ricordato quattro questioni che sono alla base della persistente insicurezza nel Nord Kivu:

1. L’eterna questione dell’ADF / NALU ugandese e delle FDLR ruandesi presenti nell’est della RDCongo rispettivamente dal 1986 e 1994;

2. La problematica del ciclo dei “rifugiati congolesi” che vivono in Ruanda;

3. La questione delle risorse naturali dell’est della RDCongo;

4. Il tentativo di balcanizzazione della RDCongo.

* La questione della presenza dell’ADF / NALU e delle FDLR:

La presenza di questi gruppi armati stranieri sul territorio congolese è alla base dei problemi di insicurezza nell’est della RDCongo da oltre due decenni. Per il Ruanda e l’Uganda , la RDCongo ospita sul suo territorio dei ribelli che costituirebbero una costante minaccia di destabilizzazione dei loro regimi. Tale analisi della realtà rende la RDCongo, anche se innocente, vittima di continui attacchi da parte del Ruanda e dell’Uganda. In realtà, si tratta di un puro e semplice alibi di questi Stati per cercare di giustificare le loro varie invasioni della RDCongo e / o i loro permanenti appoggi alle ripetitive ribellioni nell’est della RDCongo. Come spiegare altrimenti il fatto che, dal 1996 fino ad oggi, le truppe ruandesi e ugandesi hanno preso parte attiva in tutte le guerre dell’est della RDCongo, senza mai riuscire a disarmare o a eliminare queste forze negative che, secondo questi due stati, sarebbero il loro bersaglio?

* La questione del ciclo dei “rifugiati congolesi” in Ruanda:

Questa questione ritorna sempre alla ribalta nelle richieste di tutte le ribellioni che si susseguono nell’est della RDCongo e dei militari tutsi integrati nelle FARDC, quando il governo congolese cerca di distribuirli in altre province del Paese. Anche il Ruanda se ne serve per tentare di giustificare e continuare la sua presenza militare e / o la sua influenza sul Nord-Kivu, con il pretesto di proteggere la minoranza tutsi. Questa manovra dilatoria del regime ruandese non è conforme né all’accordo tripartito, né alle modalità pratiche relative al rimpatrio firmati tra la RDCongo, il Ruanda e l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR) dal 2010 in poi.
A titolo di esempio, dal 28 settembre 2013, si è osservato un movimento sospetto di persone (più o meno 200 famiglie) provenienti dal Ruanda verso zone del territorio di Rutshuru sotto controllo dell’M23, che le ha presentate come “rifugiati congolesi” che vivevano in Rwanda. Tuttavia, l’UNHCR non ha notato alcun movimento di rifugiati congolesi verso la RDCongo, essendo le statistiche restate invariate nei diversi campi dei rifugiati sparsi in Ruanda.

Infiltrando uomini e donne sul territorio congolese, in una zona sotto controllo dell’M23, il Ruanda intende:
+ erigere uno scudo umano per ostacolare le operazioni militari delle FARDC e della Brigata d’intervento della Monusco contro l’M23;

+ spostare una parte della popolazione ruandese sul territorio congolese affinché, costrette a fuggire di nuovo a causa di eventuali offensive contro l’M23, queste persone ritornino in Ruanda o in Uganda, facendosi identificare come Congolesi perpetuando, in tal modo, il ciclo o il fenomeno di “rifugiati congolesi”;

+ trovare uno spazio per la sua popolazione recentemente espulsa dalla Tanzania;

+ rafforzare le file dell’M23 con nuovi militari e con giovani espulsi dalla Tanzania.

* La questione delle risorse naturali dell’est della RDCongo:

Diversi rapporti degli esperti delle Nazioni Unite e delle ONG internazionali sul saccheggio delle risorse naturali nell’est della RDCongo accusano sia il Ruanda e l’Uganda di violare la frontiera congolese nella ricerca di minerali e di legname, sia alcune reti mafiose internazionali che si dedicano al commercio illegale di minerali o di legname, procurandoseli presso le FDLR o l’ADF / NALU, in cambio di armi e munizioni.

* Il tentativo della balcanizzazione della RDCongo:

Diversi fatti sembrano confermare questa tesi, tra cui:

a. L’atteggiamento della Comunità Internazionale in rapporto alla crisi nell’est della RDCongo denota una certa complicità nel tentativo della balcanizzazione della RDCongo. La sua passività, manifestata nell’assenza di sanzioni per le violazioni del territorio congolese e per altri atti di provocazione da parte del Ruanda e dell’Uganda nei confronti della RDCongo, la rende colpevole.
b. L’agitazione da parte del Ruanda e dell’Uganda, quando la RDCongo vuol costringere l’M23 al disarmo e / o all’auto-scioglimento.

Primo: La popolazione si interroga sul silenzio della comunità internazionale di fronte all’ammassamento di truppe dell’esercito ruandese nei pressi della frontiera tra i due paesi, quando non vi è alcuna dichiarazione di guerra tra la RDCongo e il Ruanda.

Secondo: Il fallimento della mediazione ugandese nel concludere, finora, i colloqui tra il governo della RDCongo e l’M23 e la posizione del presidente ugandese a favore dell’amnistia e dell’integrazione dei criminali dell’M23 nelle FARDC, denotano l’attitudine colpevole della mediazione, contro tutte le aspettative della stessa Comunità Internazionale che non solo vuole che questa riunione si concluda il più presto possibile, ma anche sconsiglia al governo congolese di integrare di nuovo dei criminali provenienti dai gruppi armati nelle sue Forze armate.
c . L’invasione del territorio congolese da parte di popolazioni straniere provenienti dal Ruanda e stabilitesi nella zona controllata dall’M23 e alleati, con il pretesto che si tratta di rifugiati congolesi che ritornano spontaneamente dal Ruanda, conferma la teoria del “ripopolamento” che il Ruanda intende applicare nel Nord Kivu, attraverso il fenomeno dei “rifugiati congolesi” e la “infiltrazione della RDCongo”, attraverso l’integrazione nelle FARDC di suoi militari inviati in appoggio ai movimenti ribelli.

Infine, JulienPaluku ha ricordato le aspettative del popolo del Nord-Kivu nei confronti della comunità internazionale:

1. Arresto definitivo dei negoziati di Kampala, con o senza accordo;

2. Categorica opposizione del popolo del Nord Kivu all’amnistia per i ribelli dell’M23 e alla loro integrazione nelle FARDC e nelle Istituzioni politiche del Paese;

3. Ripresa delle offensive militari congiunte FARDC – Brigata d’intervento della Monusco contro l’M23;
4. Azioni militari bilaterali o unilaterali delle FARDC – Brigata d’intervento della Monusco contro gli altri gruppi armati, locali e stranieri, che operano nell’est della RDCongo;

5. Apertura di un’inchiesta, da parte della Comunità internazionale, sulla presenza di popolazioni straniere dal mese di ottobre 2013 nei villaggi di Bunagana, Jomba, Tchengerero … nel territorio di Rutshuru, zona controllata dall’M23 e alleati, con il pretesto si tratta di un ritorno spontaneo di “rifugiati congolesi” in Ruanda;

6. Rigoroso rispetto degli accordi tripartiti e delle modalità pratiche di rimpatrio dei Rifugiati firmati, da un lato, tra la RDCongo, il Ruanda e l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR) e, dall’altro, tra la RDCongo, l’Uganda e l’UNHCR;

7. Accentuazione della pressione su tutti i partner e i Paesi della CIRGL, in particolare sul Ruanda e sull’Uganda, firmatari dell’accordo-quadro di Addis-Abeba, in vista di un rigoroso rispetto di tale accordo, solo strumento per stabilizzare la Regione dei Grandi Laghi Africani.

8. Rafforzamento della lotta contro l’impunità nella regione dei Grandi Laghi. Si spera che la CPI apra delle inchieste sui crimini di guerra, sui crimini contro l’umanità e sulle violazioni dei diritti umani più volte denunciati dagli esperti delle Nazioni Unite e dalle ONG;

9. Sanzioni contro il Ruanda e l’Uganda, responsabili di aggressioni e crimini contro l’umanità commessi nella RDCongo;

10. Dialogo tra le autorità del Ruanda, dell’Uganda e del Burundi con le rispettive ribellioni all’estero, le FDLR, l’ADF/NALU – LRA e l’FNL.[22]

Da parte sua, la delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha affermato che la soluzione militare alla crisi causata dall’M23 nel Nord Kivu non può essere l’unica opzione. La delegazione del Consiglio di sicurezza ha dichiarato che una soluzione militare, da sola, non risolverà completamente il conflitto tra il governo congolese e la ribellione dell’M23. Secondo la delegazione, che ha fatto riferimento ai negoziati in corso a Kampala tra il governo congolese e l’M23, la crisi causata dall’M23 non ha alcuna “soluzione militare” e sarà risolta solo per “via politica“. Quest’analisi è stata completamente respinta dalle autorità del Nord Kivu che vorrebbero che la brigata d’intervento della Monusco riprendesse a combattere a fianco delle FARDC per disarmare tutti i membri di questo gruppo armato. Prima di lasciare Goma per Kigali, in Ruanda, i membri del Consiglio di Sicurezza hanno incoraggiato il popolo congolese ad appropriarsi del processo di pace avviato con l’accordo di Addis Abeba.[23]

Sembrerebbe quasi che il Consiglio di Sicurezza chieda una soluzione politica tra la vittima, la RDCongo, e il suo carnefice, l’M23, accusato, con prove alla mano, di stupri, saccheggi, massacri, arruolamento di bambini soldato, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Francois Mwamba Tshishimbi, coordinatore del meccanismo di monitoraggio dell’applicazione dell’accordo di Addis Abeba, ha denunciato questo comportamento contraddittorio della comunità internazionale nei termini seguenti: «ci viene chiesto di procedere il più rapidamente possibile alla riforma delle forze armate, della polizia e dei servizi di sicurezza ma, nello stesso tempo, ci viene chiesto di negoziare con l’M23, pertanto considerato come forza negativa al pari delle FDLR , dell’ADF / NALU e di altri gruppi armati irregolari che operano nell’est del Paese».[24]

Il 7 ottobre, la delegazione del Consiglio di Sicurezza ha invitato il Ruanda a partecipare, in collaborazione con gli altri Paesi della regione, all’eliminazione dei gruppi armati che operano nell’est della RDCongo. «I gruppi armati devono essere eliminati e tutti i paesi della regione devono fare tutto il possibile per neutralizzarli», ha dichiarato Samantha Power, rappresentante degli Stati Uniti presso il Consiglio di Sicurezza, alla fine di un incontro con il presidente ruandese Paul Kagame. Secondo Samantha Power, Kagame ha ribadito il suo impegno per gli sforzi di pace, ribadendo il suo sostegno all’accordo quadro firmato, ad Addis Abeba nel mese di febbraio, dai paesi della regione (tra cui il Ruanda ) che si erano impegnati a non appoggiare i gruppi armati nell’est della RDCongo. Paul Kagame ha confermato il suo appoggio anche ai negoziati di Kampala (Uganda), ripresi il 10 settembre tra Kinshasa e l’M23, ma attualmente in fase di stallo. «È un buon inizio, ma abbiamo già visto questo film altre volte», ha commentato Samantha Power che ha inoltre affermato che, «per il momento, l’esercito congolese e la Monusco stanno cercando di affrontare il problema dell’M23, ma hanno in programma di risolvere anche il problema della FDLR, i ribelli hutu ruandesi».[25]

[1] Cf Radio Okapi, 24.09.’13

[2] Cf AFP – Goma, 26.09.’13; Radio Okapi, 26.09.’13

[3] Cf Omar Kavota – Société Civile du Nord-Kivu, 26.09.’13

[4] Cf Communiqué de la Société Civile du Nord-Kivu, 08.10.’13

[5] Cf Radio Okapi, 09.10.’13

[6] Cf Xinua – Kinshasa, 11.10.’13 (via mediacongo.net)

[7] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 25.09.’13

[8] Cf Radio Okapi, 25.09.’13; Texte intégral du discours: http://www.digitalcongo.net/article/94941

[10] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 23.09.’13

[11] Cf Radio Okapi, 30.09.’13 ; AFP – La Tempête des Tropiques – Kinshasa, 30.09.’13

[12] Cf Radio Okapi, 04.10.’13

[13] Cf Radio Okapi, 08.10.’13

[14] Cf AFP – Goma, 01.10.’13

[15] Cf Radio Okapi, 02.10.’13

[16] Cf Radio Okapi, 03.10.’13

[17] Cf Société Civile du Nord-Kivu – Goma, 05.10.’13; Radio Okapi, 05.10.’13

[18] Cf F.M. – Le Phare – Kinshasa, 04.10.’13

[19] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 04.10.’13

[20] Cf Radio Okapi, 03.10.’13

[21] Cf Société Civile du Nord-Kivu – Goma, 05.10.’13

[23] Cf La Voix de l’Amérique – Africatime, 08.10.’13; AFP – Le Monde, 06.10.’13

[24] Cf F.M. – Le Phare – Kinshasa, 8/10/2013 (via mediacongo.net)

[25] Cf AFP – Kigali, 08.10.’13 (via mediacongo.net)