Lug 01

Congo Attualità n. 184

INDICE:

EDITORIALE: Trasformare tre possibilità in tre opportunità.

1. I NEGOZIATI TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

2. L’M23 IMPONE LA SUA LEGGE

3. RECENTI PROVE DELL’APPOGGIO DEL RUANDA ALL’M23

4. LA MONUSCO

5. POLITICA INTERNA

a. La Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (Ceni)

b. La creazione del Fronte Comune dell’Opposizione

 

 

EDITORIALE: Trasformare tre possibilità in tre opportunità

 

1. I NEGOZIATI TRA IL GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

L’8 giugno, l’inviata speciale del Segretario Generale dell’ONU per la regione dei Grandi Laghi, Mary Robinson, ha accolto con favore la ripresa dei negoziati tra il governo congolese e il Movimento del 23 marzo (M23), a Kampala, in Uganda. In una dichiarazione, ha esortato entrambe le parti a impegnarsi in discussioni serie per fare avanzare la normalizzazione della situazione nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo) e ha sottolineato l’importanza degli sforzi politici per raggiungere la pace e la sicurezza nel Kivu e nella regione dei Grandi Laghi.[1]

Il 9 giugno, la delegazione dell’M23 è arrivata a Kampala per la ripresa dei colloqui con il governo. Secondo il suo portavoce, occorre affrontare i tre punti rimasti in sospeso: le questioni della sicurezza, della governance e del sociale, cui si aggiungono le questioni relative al meccanismo di verifica e di controllo delle frontiere e al ritorno dei rifugiati e degli sfollati. Inoltre, l’M23 chiede al governo congolese di dichiarare l’est del paese “zona sinistrata”, il che permetterebbe di mettere a disposizione le adeguate risorse per il suo sviluppo economico.[2]

Secondo François Muamba Tshishimbi, membro della delegazione del governo a Kampala e nuovo coordinatore del Meccanismo nazionale di controllo dell’accordo di Addis Abeba, le disposizioni riprese nel progetto di accordo presentato dall’M23 aprono chiaramente la strada alla spartizione del Paese. Infatti, alcune di esse riconoscono la piena sovranità dell’M23 sui territori sotto suo controllo.

Per esempio, l’articolo 5 del progetto di accordo prevede che, «in seguito alle ricorrenti guerre che hanno condotto alla distruzione delle infrastrutture e del tessuto socio-economico, alla frattura della coesione sociale e all’assenza di qualsiasi prospettiva di sviluppo …, il governo si impegna a dichiarare l’est della RDCongo (Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, Haut Uele, Maniema e Tanganica ) “zona disastrata”. Come tale, la zona dichiarata sinistrata dovrà usufruire di: 1. uno statuto amministrativo speciale, 2. un piano di sviluppo speciale, 3. un’ampia autonomia fiscale e finanziaria, 4. un concetto operativo speciale per la sua sicurezza, 5. un programma specifico di sicurezza per la realizzazione dei diversi accordi regionali, tra cui: – il Patto sulla sicurezza, la stabilità e lo sviluppo nella regione dei Grandi Laghi, firmato a Nairobi il 15 dicembre 2006 – l’accordo per la pace, la sicurezza e la cooperazione nella RDCongo e nella regione, firmato ad Addis Abeba il 24 febbraio 2013».

Peggio ancora, l’M23 rivendica il diritto di esercitare la sua autorità, per un periodo di cinque anni rinnovabile, sui territori passati sotto suo controllo da oltre un decennio. Con l’articolo 23 del progetto di accordo, l’M23 dimostra di non avere intenzione di deporre le armi. Per mettere fine alla sua avventura militare, l’M23 pone delle condizioni la cui attuazione potrebbe protrarsi all’infinito, ciò che gli permetterebbe di consolidare la sua autorità. L’articolo 23, infatti, stipula che «l’M23 s’impegna a: – deporre definitivamente le armi, – smobilitare i membri dell’ARC che non desiderano integrare le FARDC – non ricorrere mai alle armi per fare sentire le richieste della popolazione congolese, quando  l’est della RDCongo sarà sicuro, liberato da tutte le forze negative straniere e da tutti i gruppi armati nazionali e quando gli sfollati interni e i rifugiati saranno ritornati, reinsediati e reintegrati nei loro luoghi di origine». In definitiva, l’M23 si considera come unica autorità di una nuova “Repubblichetta” autonoma e indipendente.

La comunità internazionale, al di là di tutte le sue buone dichiarazioni d’intenti,  sta dimostrando il suo atteggiamento di doppiezza e continua a sostenere una soluzione politica alla crisi del Congo, quando la logica dell’M23 non è altro che quella di una spartizione, di fatto, del paese. Come negoziare con un partner che manifesta apertamente il suo desiderio di voler dividere la RDCongo? Le proposte contenute nel progetto dell’M23 sono inaccettabili. La comunità internazionale, a cominciare dalle Nazioni Unite, farebbe meglio richiamare l’M23 all’ordine. Il primo passo per trovare una soluzione duratura ai problemi della Regione dei Grandi Laghi è quello di intensificare la pressione su Kigali, affinché tagli tutti i suoi legami con l’M23. Isolato, l’M23 non sarà più una minaccia per la pace nella regione dei Grandi Laghi. Ma, dato che ha il sostegno dimostrato di Kigali, l’M23 continua a sfidare la comunità internazionale, chiedendo alla RDCongo di aderire alle sue proposte che violano interamente la sovranità nazionale.[3]

Il 13 giugno, il portavoce dell’M23, Amani Kabasha, ha annunciato che il suo movimento non firmerà l’accordo di pace proposto dal governo. «La comunità internazionale ci ha chiesto di tornare a Kampala e di riprendere i negoziati per arrivare ad una soluzione pacifica negoziata, ma ciò che Kinshasa propone  non è affatto una trattativa, ma piuttosto un’imposizione», ha dichiarato. Secondo Kinshasa, la conclusione dei negoziati di Kampala passa, in effetti, attraverso la scomparsa dell’M23 come gruppo armato.[4]

I negoziati di Kampala sono ripresi, ma senza alcuna reale speranza di compromesso: mentre l’M23 cerca di far valere rivendicazioni di tipo politico, il governo vuole evitare di cadere nella trappola e attende l’entrata in azione della brigata d’intervento delle Nazioni Unite per mettere fine alle trattative.
Nella prospettiva dell’imminente dispiegamento della brigata delle Nazioni Unite, inviata per  “neutralizzare e disarmare i gruppi armati” con un mandato più “offensivo“, l’M23 sta ora giocando la carta  della via politica, per dimostrare la sua “buona volontà” nel risolvere il conflitto attraverso mezzi pacifici. Davanti alla volontà “offensiva” delle Nazioni Unite per “imporre la pace”, l’M23 ha deciso di riprendere la strategia diplomatica, ritornando a Kampala. È un ritorno strategico convalidato da quell’incredibile dichiarazione della Monusco, in cui si afferma che “se i ribelli dell’M23 ritornassero effettivamente a Kampala per continuare i negoziati, la Brigata di intervento delle Nazioni Unite non li attaccherebbe” . È una buona notizia per l’M23 che si sente al riparo dagli attacchi della brigata della Monusco fin quando le trattative saranno in corso. L’insistenza sulle rivendicazioni politiche da parte dell’M23 è rafforzata anche dalla recente dichiarazione di Mary Robinson, l’inviata speciale delle Nazioni Unite per la regione dei Grandi Laghi, secondo cui la nuova brigata della Monusco sarà “una forza di dissuasione” (e non più una forza “offensiva“?) auspicando, inoltre, “dei progressi a livello politico“. Entrando sul terreno della politica nazionale congolese, l’M23 sta semplicemente cercando di deviare l’attenzione e di mettere in difficoltà il governo.

Per evitare di cadere nella trappola delle rivendicazioni politiche dell’M23, il presidente Joseph Kabila si aggrappa al dispiegamento definitivo della nuova brigata delle Nazioni Unite, annunciato per metà luglio. Una sconfitta militare dell’M23 suonerebbe la fine dei guai per il capo dello Stato. Se l’M23 riuscisse a resistere agli attacchi della brigata della Monusco, Joseph Kabila potrebbe contare anche sulla prossima indizione di un “dialogo inter-congolese nazionale”. Obiettivo: rafforzarsi politicamente e fare nuove alleanze per contro bilanciare la pressione dell’M23. Joseph Kabila spera di creare intorno a sé quell’unità nazionale capace di isolare l’M23. L’unica condizione è che l’opposizione accetti di creare un fronte unito attorno al presidente congolese … ciò che è poco probabile. Da parte del governo, il portavoce Lambert Mende mantiene la sua posizione e auspica che l’M23 deponga le armi.[5]

2. L’M23 IMPONE LA SUA LEGGE

Il 10 giugno, secondo fonti attendibili, durante una retata effettuata nel quartiere Buzito, a Kiwanja, a 70 km a nord di Goma (Nord Kivu), l’M23 avrebbe arrestato oltre cinquanta persone. Un abitante di Kiwanja ha affermato che alcune persone, senza precisarne il numero, sono già state rilasciate, mentre altre restano ancora detenute per indagini. «Secondo coloro che erano in carcere, l’M23 li ha accusati di detenere delle armi e ha chiesto loro di consegnarle se vogliono essere rilasciati, ma alcuni di loro non hanno mai toccato armi», deplora l’abitante di Kiwanja. Secondo lui, i ribelli devono distinguere i civili dai militari e avere prove sufficienti per arrestare qualcuno. Un rapporto della società civile del Nord Kivu parla di dieci persone, tra cui quattro donne arrestate nello stesso giorno. Il portavoce militare dell’M23, il colonnello Vianney Kazarama, ammette l’arresto di sei persone che, secondo lui, erano in possesso di armi da guerra.[6]

Il 10 giugno, a Rukoro, nel territorio di Rutshuru, un convoglio militare dell’M23 è stato aggredito, nel pomeriggio, da uomini armati identificati come miliziani Nyatura. Fonti locali hanno riferito di nove morti nelle file dell’M23 e di diversi feriti. Partito da Rutshuru, il convoglio era diretto a Bunagana, quartier generale dell’M23. Da parte sua, il portavoce militare del movimento ribelle ha minimizzato i fatti, affermando che l’M23 ha piuttosto reagito a un attacco contro un mini-bus, eseguito da  un gruppo di uomini armati sulla strada Rutshuru – Bunagana.[7]

Il 12 giugno, fonti locali hanno affermato che da oltre due settimane, a Goma (Nord Kivu) molte persone sono regolarmente arrestate e inviate a Kinshasa, perché accusate dai servizi di sicurezza di collaborare con l’M23. Almeno dieci indagati, tra cui un cittadino libanese, sono stati arrestati la scorsa settimana dai servizi di sicurezza. Queste persone sono state dapprima detenute presso la prigione della National Intelligence Agency (ANR) e poi trasferite a Kinshasa. Il caso di queste persone “concerne la sicurezza nazionale”, hanno detto alcuni funzionari dei servizi di sicurezza di Goma, affermando che ci sono “prove schiaccianti” di cooperazione tra loro e l’M23. Ma le famiglie di queste persone sono convinte che si tratti di “arresti arbitrari” e hanno chiesto il loro rilascio, senza condizioni. Finora, una ventina di persone, congolesi ma anche ruandesi, sono state arrestate e trasferite da Goma a Kinshasa. Secondo fonti locali, questi arresti sistematici sono in corso fin dagli scontri, in maggio scorso, tra le FARDC e l’M23 a Mutaho, nel territorio di Nyiragongo.[8]

Il 12 giugno, l’M23 ha annunciato che organizzerà il “processo” di una decina di giovani di Rutshuru arrestati la scorsa settimana. La maggior parte di questi giovani sono stati arrestati durante la retata dell’M23 organizzata nella città di Kiwanja, a 75 km a nord di Goma. Il portavoce militare dell’M23, Vianney Kazarama, ha dichiarato che undici giovani saranno processati da un tribunale di Rumangabo e ha aggiunto che il “pubblico ministero”, nominato dall’M23, giudici civili e militari stanno già indagando sul caso. Alcuni di questi giovani sono stati arrestati il 3 giugno, nel corso di una retata effettuata nel quartiere Kachemu, di Kiwanja. L’M23 li accusa di detenzione illegale di armi. Sei armi sarebbero state trovati nelle loro case. Gli altri giovani che saranno processati sono accusati di aver organizzato, il 5 giugno, un attacco armato contro un veicolo a Kitoboko, a circa 1 km da Kiwanja. Nell’attacco era stato ucciso un passeggero. Da parte sua, il coordinamento della società civile del Nord Kivu ritiene inaccettabile che l’M23 mantenga un’amministrazione giudiziaria parallela a quella dello Stato. Da quasi un anno, l’M23 occupa diverse città della provincia del Nord Kivu, nominandovi i funzionari dell’amministrazione locale.[9]

Il 13 giugno, dei miliziani Nyatyura hanno attaccato un accampamento della polizia dell’M23 a Buchuzi, nel territorio di Rutshuru. Fonti locali hanno riferito di due civili uccisi e di quattro feriti. Le stesse fonti indicano che l’attacco è stato una reazione dei Nyatura agli attacchi perpetrati dall’M23 contro le loro posizioni cinque giorni prima.[10]

Il 23 giugno, la società civile del Nord Kivu ha accusato l’M23 di reclutare, con la forza, nuove leve tra i giovani del territorio di Nyiragongo e dintorni. Questo reclutamento forzato viene effettuato tramite le autorità tradizionali, ciascuna delle quali è costretta a “fornire all’M23 cinque giovani della propria comunità“. Ciò è confermato da alcuni abitanti che hanno già abbandonato il loro villaggio per sfuggire al reclutamento forzato. Il portavoce dell’M23, il colonnello Vianney Kazarama, ha detto che si tratta piuttosto di un reclutamento volontario, per garantire la sicurezza degli abitanti quando i militari sono assenti. Il colonnello Vianney Kazarama ha parlato di gruppi di auto-difesa, ha aggiunto che questo tipo di reclutamento è già stato fatto anche  in altre comunità e località e ha, infine, precisato che «questi giovani non sono armati e sono sotto il controllo dei responsabili militari dell’M23».[11]

3. RECENTI PROVE DELL’APPOGGIO DEL RUANDA ALL’M23

L’8 giugno, il vice presidente e portavoce della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, ha dichiarato in un comunicato stampa che l’M23, mentre ha promesso di tornare al tavolo dei negoziati a Kampala, si sta piuttosto preparando a riprendere le ostilità, per occupare ancora una volta la città di Goma. Annunciando di ritornare a Kampala, l’M23 vuole soltanto deviare l’attenzione del governo congolese, delle FARDC e della Brigata d’intervento delle Nazioni Unite.
In un recente incontro tra l’Alto Comando dell’M23 e Ufficiali dell’RDF (l’esercito ruandese) e dell’UPDF (l’esercito ugandese) a Rumangabo, l’M23 ha ricevuto l’ordine di attaccare e prendere Goma. Secondo fonti della società civile, altre truppe ruandesi sono entrate nel Territorio di Nyiragongo, passando per Gasizi e Kabuhanga. Questi militari si sono posizionati sulle colline strategiche di Busesemana-Vubiro e di Bujongo. Quelli di Busesemana-Vubiro sono comandati dal colonnello Kahama e quelli di Bujongo da Murwaneza. Denunciando questo piano dell’M23, il Coordinamento Provinciale della società civile del Nord Kivu esorta le Fardc, la Monusco e la popolazione ad essere vigilanti.[12]

Secondo Associated Press, alcuni giovani studenti ruandesi, 14 ragazzi e 2 ragazze, si sono rifugiati in Uganda, per aver rifiutato di arruolarsi, su ordine di Kigali, nelle file dell’M23, che starebbe reclutando combattenti in Ruanda. E questa è solo la parte visibile dell’iceberg.
I 16 studenti, nota AP, hanno detto di aver abbandonato il Ruanda il 3 giugno, per sfuggire a settimane di vessazioni da parte delle autorità ruandesi che li avrebbero presi di mira per aver rifiutato di partecipare a un programma di “sensibilizzazione politica” a Butare, a circa 80 chilometri dalla capitale ruandese. La stessa fonte riporta che due degli studenti in fuga hanno detto di aver rifiutato di partecipare al programma, perché la maggior parte dei loro amici che vi avevano già partecipato non sono più ritornati. Essi sostengono che i loro compagni sono stati costretti a passare la frontiera per andare a combattere con l’M23 contro le forze armate della RDCongo.[13]

Secondo alcune rivelazioni, l’esercito ruandese recluta bambini soldato per conto dell’M23. È il caso di Eric Tuyizere, 15 anni, infiltrato a Goma (Nord Kivu) per ottenere informazioni militari. Nato il 3 ottobre 1998 a Bigogwe, in Ruanda, è stato reclutato nel 2012 presso il centro di addestramento militare di Bigogwe, nella provincia occidentale del Ruanda. Sono circa 105 i ragazzi in formazione presso questo centro, per poi essere inviati in appoggio all’M23 sul fronte nord di Goma. Eric Tuyizere conferma di aver cominciato le sue attività a sostegno dell’M23 in Congo, il 7 febbraio 2013, entrando per la Grande Barriera di Goma. I servizi di sicurezza specializzati l’hanno arrestato il 10 giugno 2013 quando, travestito da bambino di strada,  frequentava il centro di accoglienza Don Bosco di Ngangi, a Goma. Eric Tuyizere afferma che il suo compito era quello di identificare le posizioni militari e strategiche, come l’aeroporto di Goma. Ogni sera faceva rapporto alla sua gerarchia militare di Kibumba e in Ruanda usando il suo telefono cellulare e il suo computer portatile. Conferma di avere di aver ricevuto 50 $ per realizzare tale missione.[14]

Il 23 giugno, il presidente della coordinazione intercomunitaria del Nord Kivu, che comprende membri delle comunità Nande, Hunde, Hutu e Tutsi del Nord Kivu, ha affermato che tale organismo appoggia la proposta fatta al Ruanda e all’Uganda, il 26 maggio, dal Presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, di negoziare con i loro rispettivi movimenti ribelli. Jean Sekabuhoro è, infatti, del parere che un paese non può garantire la propria sicurezza provocando l’insicurezza dei Paesi limitrofi e ha ribadito: «Abbiamo più di un milione di sfollati e di rifugiati, perché il Ruanda e l’Uganda credono di proteggersi perseguendo i loro ribelli sul territorio della RDCongo. Non si può continuare a tollerare che un paese possa fondare la sua pace e la sua sicurezza sull’insicurezza di un paese vicino. La comunità internazionale deve fare tutto il possibile, affinché il Ruanda comprenda il messaggio del presidente Jakaya Kikwete».[15]

Ancora una volta, il presidente ruandese dimostra di essere al centro della permanente destabilizzazione della regione dei Grandi Laghi, ciò che dovrebbe attirare l’attenzione della comunità internazionale, per meglio comprendere il problema della regione. Tutto ciò lascia dedurre che l’azione intrapresa dall’M23 non è motivata da alcuna rivendicazione veramente congolese. In realtà, tutto è guidato da Kigali, essendo l’M23 un semplice strumento nel quadro della visione egemonica ruandese nella regione dei Grandi Laghi. Con queste nuove rivelazioni, è ormai chiaro che il problema nella regione dei Grandi Laghi è il Ruanda. La pace nella regione passerà dunque attraverso la neutralizzazione del regime di Kagame, per impedirgli di continuare a creare sempre nuovi problemi nella regione dei Grandi Laghi.

Da questo punto di vista, Kinshasa ha buone ragioni per rifiutare di proseguire le trattative di Kampala con l’M23, perché l’M23 è un subappaltatore che obbedisce ciecamente a Kigali. Negoziare con l’M23 significherebbe ignorare il vero problema centrale della Regione dei Grandi Laghi. Tutte le ribellioni sorte nell’est della RDCongo, a cominciare da quella dell’AFDL, sono state create dal Ruanda per perpetuare la sua influenza nella regione. Dopo l’RCD e il CNDP, anche l’M23 è l’ennesimo anello di questa catena.[16]

4. LA MONUSCO

Il 10 giugno, in una dichiarazione della Monusco, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite nella RDCongo, Roger Meece, e la rappresentante speciale del Segretario generale dell’ONU per l’infanzia e i conflitti armati, Leila Zerrougui, hanno espresso la loro preoccupazione per le notizie che riguardano almeno 53 ragazzi che sarebbero stati nuovamente reclutati dalla ribellione dell’M23, nel territorio di Nyiragongo, nella provincia del Nord Kivu e chiedono espressamente all’M23 di cessare di arruolare bambini nei loro ranghi.
I ragazzi fanno parte di un gruppo di almeno 70 che erano stati reclutati dall’M23, nei territori di Rutshuru e Nyiragongo. Erano riusciti a fuggire nel mese di febbraio, in occasione degli scontri tra le due fazioni dell’M23, quella di Bosco Ntaganda e l’altra di Sultani Makenga. Temendo di essere ripresi dai ribelli, 17 ragazzi hanno abbandonato la zona, mentre altri 53 restano ancora nascosti, perché la loro sicurezza è minacciata. Infatti, membri dell’M23 chiedono ai capi locali di identificare i disertori e di riconsegnarli.[17]

Il 17 maggio, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha annunciato la nomina del tenente generale Carlos Alberto dos Santos Cruz, brasiliano, a comandante della forza della Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella RDCongo (Monusco). L’ufficiale militare brasiliano succede al generale Chander Prakash, indiano, che aveva concluso il suo mandato il 31 marzo 2013.[18]

Il 10 giugno, Martin Kobler, della Germania, è stato nominato Rappresentante speciale del Segretario Generale in seno alla Monusco. Succede all’americano Roger Meece, che concluderà il suo compito nel mese di luglio.[19]

Il 10 giugno, il nuovo comandante della Monusco, il tenente generale Alberto Dos Santos Cruz, ha dichiarato che tutte le truppe della missione prenderanno parte alle operazioni previste contro i gruppi armati dell’est della RDCongo e non solo la nuova brigata d’intervento. Affermando che il mandato della Monusco è fondamentalmente lo stesso di quello della brigata, ha detto che  «c’è un solo mandato, quello di proteggere i civili. Tutto ciò che si fa per proteggere i civili, compresa la prevenzione, è completamente consono al mandato. Non importa se sono le truppe della brigata o altre». Secondo il tenente generale Dos Santos, la specificità della brigata d’intervento è d’ordine operativo: «La brigata è più flessibile, più mobile, più reattiva. (…) Ma non c’è che una sola missione per tutti. A volte, la gente non parla che della brigata d’intervento, perché è qualcosa di nuovo. Ma tutte le nostre truppe avranno lo stesso comportamento».[20]

Il 18 giugno, Russ Feingold è stato nominato nuovo inviato degli Stati Uniti per la regione dei Grandi Laghi. Succede a Barrie Walkley, che ha ricoperto questo posto dal dicembre 2011. Il Segretario di Stato americano, John Kerry, ha affermato che Russ Feingold è “un esperto” che conosce bene la regione dei Grandi Laghi e che la cessazione definitiva delle ostilità e il disarmo e la smobilitazione dell’M23 sono le priorità del suo governo per l’est della RDCongo.[21]

Il 21 giugno, il portavoce militare della brigata d’intervento della Monusco, Abdoulaye Diaye, ha annunciato che almeno il 75% degli effettivi di tale unità militare è già a Goma, capoluogo del Nord Kivu. L’intero contingente tanzaniano è già arrivato, come gran parte del contingente sudafricano, cioè poco più di 2.000 uomini sui circa 3.000 attesi. Si è ancora in attesa delle truppe del Malawi. Lo Stato maggiore della brigata sta coordinando, già da qualche tempo, delle operazioni di ricognizione sul terreno e di pattugliamento in tutta la città e i suoi dintorni, effettuate insieme ad altri caschi blu indiani e giordani. Secondo il colonnello Diaye, gli obiettivi di queste prime operazioni sono l’integrazione tecnica di contingenti provenienti da paesi diversi e una prima conoscenza dell’ambiente in cui si svolgeranno le prossime operazioni. L’intera brigata sarà operativo entro il mese di luglio.[22]

5. POLITICA INTERNA

a. La Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (Ceni)

Il 27 aprile, a Lubumbashi (Katanga), il Capo dello Stato Joseph Kabila ha promulgato la nuova legge che modifica la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI). Il testo indica che la CENI è composta di tredici membri e di due organi, cioè l’assemblea plenaria e un comitato centrale. Dei tredici membri che compongono la Ceni, sei appartengono alla maggioranza presidenziale, tra cui due donne, quattro all’opposizione, fra cui una donna e gli altri tre alla società civile. Il comitato centrale della nuova Ceni è composto da sei membri e il suo presidente sarà scelto tra i membri della società civile. Il vice-presidente, il vice relatore e il questore saranno dei membri della maggioranza, mentre il relatore e il vice questore proverranno dall’opposizione. Delle due donne che faranno parte del nuovo comitato centrale, una sarà della maggioranza e l’altra dell’opposizione. Con la nuova legge, l’assemblea plenaria sarà l’organo di controllo e di orientamento con potere decisionale.

Secondo il presidente della nuova società civile, Jonas Tshombela, la nuova Ceni è ancora troppo politicizzata, in quanto attribuisce troppi posti ai politici. Egli disapprova anche il fatto che il presidente del comitato centrale lo sia anche dell’assemblea plenaria.

L’Assemblea Nazionale dei deputati disporrà di 45 giorni, a partire dal 27 aprile, per installare i nuovi organi della Ceni. Le tre componenti della nuova Ceni (maggioranza, opposizione e società civile) dovranno presentare tre nomi per ciascun posto loro assegnato. Tale disposizione dovrebbe permettere al comitato centrale dell’Assemblea Nazionale di garantire, in particolare, la rappresentanza delle donne e delle province all’interno della nuova commissione elettorale.

La riorganizzazione della Ceni era stata richiesta da diverse organizzazioni e personalità politiche, nazionali e internazionali, dopo le elezioni presidenziali e legislative del 28 novembre 2011, inficiate da molteplici forme di irregolarità e frodi. Il disegno di legge sulla modifica della legge organica n. 10/013 del 28 luglio 2010, relativa all’organizzazione e al funzionamento della Ceni era stato adottato dall’Assemblea Nazionale il 12 dicembre 2012.[23]

Il 13 maggio, quando già si parlava di un eventuale ritorno dell’Abbé Malumalu alla presidenza della Ceni, il segretariato generale della Conferenza Episcopale Nazionale Congolese (Cenco), ha pubblicato la seguente nota sulla presenza di ecclesiastici nella nuova Ceni:
«Nelle loro dichiarazioni anteriori alla promulgazione della Legge sulla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI), i Vescovi membri della Cenco avevano formalmente vietato agli ecclesiastici (preti, religiosi e religiose) di partecipare attivamente ai partiti politici e associazioni di carattere politico, alla direzione delle istituzioni dello Stato, a qualsiasi livello, incaricate di organizzare le elezioni nel nostro paese, la Repubblica Democratica del Congo.
Il motivo del divieto è l’incompatibilità esistente tra la missione degli ecclesiastici e gli incarichi in queste istituzioni statali. La missione degli ecclesiastici è di lavorare per l’unità di tutti gli uomini e di tutte le donne in Cristo, al di là di tutte le differenze politiche e ideologiche. E non c’è che l’autorità ecclesiastica competente che possa, a determinate condizioni, derogare a tale divieto.

A tal fine, la CENCO desidera precisare all’opinione pubblica, sia nazionale che internazionale, interessata alla questione della designazione di un rappresentante delle “confessioni religiose” alla CENI, che essa non ha presentato un ecclesiastico per essere membro della Commissione elettorale indipendente. Va da sé che un ecclesiastico che accetti di essere membro della Ceni violerà chiaramente le norme canoniche della Chiesa Cattolica (cfr. canone 287, 672 e 739) e agirà contro la posizione comune dei Vescovi della Cenco».[24]

Nel fine settimana del 18 e 19 maggio, la maggioranza presidenziale, l’opposizione e la società civile hanno presentato all’Assemblea Nazionale i nomi dei loro delegati per la Ceni. Solo i gruppi parlamentari dell’Unione per la Nazione Congolese (UNC) e dei Liberali, membri dell’opposizione, non l’hanno ancora fatto. Ciascuna delle diverse componenti ha depositato una lista di tre nomi di candidati per ciascuno dei posti cui hanno diritto. La maggioranza presidenziale dispone di sei posti, l’opposizione di quattro e la società civile di tre, tra cui il presidente della Ceni.

Secondo l’articolo 12 della legge sulla Ceni, spetta ora al Comitato centrale della Camera dei deputati pronunciarsi su queste designazioni: esso dovrà selezionare un nome sui tre proposti per ogni posto, tenendo conto dei criteri di competenza, integrità morale, correttezza e onestà intellettuale. Tale selezione, che sarà effettuata in concertazione con ogni componente, dovrà tener conto anche della rappresentanza regionale e femminile. Il comitato centrale dell’Assemblea Nazionale ha almeno tre settimane per costituire l’equipe di tredici persone che guiderà la Ceni, che dovrebbe essere ufficiale entro l’11 giugno. Da parte loro, i gruppi parlamentari dell’UNC e dei Liberali e Democratici condizionano la designazione dei loro delegati alla convocazione dell’assemblea plenaria della Camera, per l’elezione del portavoce dell’opposizione. Questi 40 parlamentari accusano il comitato centrale della Camera di bloccare la procedura di designazione del portavoce dell’opposizione che avrebbe dovuto aver luogo un mese dopo l’investitura del governo Matata Ponyo, avvenuta nel maggio 2012.[25]

Il 29 maggio, il portavoce del Comitato dell’Apostolato dei Laici Cattolici (CALCC), Vincent de Paul Keko-Lemba, in una dichiarazione circa la designazione del Rappresentante delle confessioni religiose alla CENI, ha affermato:

«… La Cenco aveva spiegato la posizione della Chiesa alle altre confessioni religiose che avrebbero dovuto normalmente prenderla in considerazione. Queste ultime, tuttavia, non è chiaro perché, hanno deliberatamente continuato la procedura senza tenerne conto, mettendo l’Abbé Malumalu in una  posizione non molto confortevole. Si deve sapere che il NO alla sua designazione deriva da un’istruzione ufficiale della Santa Sede… Se un ecclesiastico vuole assumere una carica politica, deve rinunciare al suo ministero sacerdotale. L’eccezione esiste. Essa è stata applicata negli anni 1990, quando le conferenze nazionali in Africa erano spazi di dialogo e di riconciliazione. È stata applicata al caso dell’Abbé Malumalu nel 2005, quando gli fu permesso di assumere la presidenza della Commissione Elettorale Indipendente (CEI), istituzione civica con un ruolo chiave per porre fine ad un conflitto armato. Nel 2013, il contesto è diverso. La CENI è un’istituzione ordinaria dello Stato per organizzare le elezioni… In conformità con le sue norme, la Chiesa ha nominato una persona per l’attività che le si vuole assegnare. Questa persona è Leon Botolo Magoza, uno dei principali, se non il maggiore leader dell’apostolato dei laici nella RDCongo … È membro del Pontificio Consiglio per la Famiglia, come delegato dell’Africa francofona. È una persona molto conosciuta dai fedeli laici cattolici e dalle comunità cristiane del nostro Paese. È un uomo apolitico, competente, onesto, giusto e molto equilibrato… Chiediamo pertanto a coloro che hanno il dovere di decidere sulla nomina del prossimo presidente della Ceni di fidarsi della Chiesa».[26]

Il 7 giugno, la plenaria dell’Assemblea Nazionale ha approvato la lista dei tredici membri della nuova Ceni. I membri del comitato centrale della nuova CENI sono:

Presidente: Abbé Apollinaire Malumalu, della Società Civile

Vice-Presidente: André Pungwe, della maggioranza (PPRD)

Relatore: Jean Pierre Kalamba, dell’opposizione (UDPS)

Vice relatore Kukatula Onesimo, della maggioranza (PALU)

Questore: Chantal Ngoy, della maggioranza (MSR)

Vice Questore: Micheline Biye Bongenge, dell’opposizione (MLC).

Gli altri sette membri sono:

Keta Lokondjo (maggioranza, AFDC), Bangala Basila (GPR), Elodie Tamuzinda (società civile, ADDF), Gustave Omba (opposizione, UNC), Jean-Baptiste Ndundu (società civile, OEEC), Kaputu Ngongo (opposizione, GPLDS) e Augustin Ngangwele (maggioranza, TERRA D’AVVENIRE).

Secondo il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Aubin Minaku, nella scelta dei membri della nuova Ceni si è tenuto in considerazione l’equilibrio della rappresentanza provinciale e femminile. Si sono, infatti, attribuiti due rappresentanti al Bandundu e alla Provincia Orientale e un rappresentante a ciascuna delle altre Province (Bas-Congo, Equateur, Kasai Occidentale, Kasai Orientale, Katanga, Maniema, Kinshasa, Nord Kivu e Sud Kivu). È stata rispettata anche la quota di rappresentanza delle donne, il 30%.

L’Abbé Malu-Malu, 51 anni, aveva presieduto la Commissione Elettorale Indipendente (Cei), che aveva organizzato le elezioni presidenziali, legislative, provinciali e senatoriali del 2006-2007.[27]

L’opposizione parlamentare e parte della società civile contestano la nomina di Apollinaire Malumalu a capo della Ceni, considerandolo un pro-Kabila, non sufficientemente indipendente e capo di una rappresentanza della società civile non abbastanza neutra. L’Abbé Malumalu è sospettato di essere stato eletto per favorire il campo presidenziale. Paradossalmente, non è stato appoggiato dalla chiesa cattolica, ma è stato designato dalle altre confessioni religiose. Secondo il deputato nazionale Puela, questa scelta conferma un’intenzione segreta a favore della maggioranza presidenziale, che vorrebbe aprire la strada per un terzo mandato al suo candidato, Joseph Kabila, alla presidenza della Repubblica nel 2016. Da parte sua, la maggioranza presidenziale, afferma che l’opposizione non può permettersi di contestare la scelta operata da un’altra componente.[28]

Il 14 giugno, i tredici nuovi membri della Ceni hanno prestato giuramento dinanzi alla Corte Suprema di Giustizia che agisce, finora, anche come Corte Costituzionale. Sotto giuramento, si sono impegnati a rispettare la Costituzione e le leggi della RDCongo, ad adempiere lealmente e fedelmente le funzioni di membri della Ceni e di non svolgere qualsiasi altra attività che possa compromettere l’indipendenza, la neutralità, la trasparenza e l’imparzialità della Ceni. La loro nomina era stata resa ufficiale per decreto presidenziale pubblicato il 12 giugno.
La prima attività della Ceni sarà quella di organizzare le elezioni provinciali e le elezioni dei senatori e dei governatori delle province. Dovrà elaborare anche il calendario delle elezioni urbane, comunali e locali, “non organizzate nel corso della legislatura 2006-2011”.[29]

Il 16 giugno, il professor Elikya Mbokolo ha dichiarato che «la prima sfida della nuova Ceni, forse la più importante, è quella di guadagnarsi la fiducia dei cittadini» e ha sottolineato che «senza una  Ceni credibile, le elezioni non saranno credibili». «Occorre vincere la scommessa della credibilità, dell’efficienza e della trasparenza. Probabilmente anche quella della comunicazione, affinché tutti possano riacquistare quella fiducia mancata nel 2006 e nel 2011», ha spiegato Elikya Mbokolo che ritiene necessario che il nuovo presidente della Ceni dimostri di essere “totalmente indipendente dalle forze politiche, compresi quelle che detengono le leve del potere”. Sul piano materiale, dice Elikya Mbokolo, la nuova Ceni dovrà evitare “i problemi del 2011, tra cui i ritardi nella consegna del materiale elettorale, e i sospetti sulla procedura dei calcoli dei risultati elettorali”.[30]

b. La creazione del Fronte Comune dell’Opposizione

Il 21 maggio, a Kinshasa, i membri dell’opposizione politica congolese hanno istituito una nuova struttura denominata “Fronte Comune dell’Opposizione” (FCO). Alla coalizione, creata in previsione della consultazione nazionale annunciata dal Capo dello Stato, hanno aderito i gruppi parlamentari dell’UDPS, dell’UNC di Vital Kamerhe, dell’UFC di Kengo wa Dondo, dei Liberali di Gilbert Kiakuama e delle Forze Acquisite al Cambiamento (FAC). Non vi ha aderito l’MLC di Jean-Pierre Bemba. Si tratta, secondo l’opposizione congolese, di “promuovere un dialogo politico trasparente e inclusivo tra le parti congolesi interessate, per favorire la riconciliazione e la democratizzazione del Paese“.[31]

L’obiettivo del FCO è di creare, all’interno dell’opposizione, una coesione che la renda capace di parlare lo stesso linguaggio, soprattutto in relazione al dialogo nazionale cui parteciperanno tutte le forze vive della nazione, per arrivare alla riconciliazione nazionale, come previsto dall’accordo di Addis Abeba. L’opposizione ha già delineato uno schema di contenuti da trattare nel corso di tali consultazioni nazionali: la questione della crisi di legittimità derivante dalle contestate elezioni del 2011, la continuazione del processo elettorale con l’organizzazione delle elezioni provinciali, il deficit di democrazia e la crisi dell’est del Paese con la ribellione dell’M23. Il gruppo parlamentare del “UDPS e alleati” ritiene che il FCO debba, prima di tutto, avere come filo conduttore la verità delle urne.
Il Segretario Generale dell’UDPS, Bruno Mavungu, ha fatto sapere che l’UDPS non è un partito dell’opposizione, ma il partito che è al potere, perché è Tshisekedi che è “Presidente della Repubblica”. Pertanto, l’UDPS non si riconosce in un’iniziativa che lo colloca in un campo politico che non è il suo, quello dell’opposizione. Per quanto riguarda la guerra dell’M23, Bruno Mavungu sottolinea che si tratta di un piccolo problema. Una volta che il Presidente Tshisekedi avrà ottenuto l’imperium, in quello stesso giorno, egli metterà fine alla guerra.[32]


[1] Cf Radio Okapi, 08.06.’13

[2] Cf Radio Okapi, 10.06.’13

[3] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 11.06.’13

[4] Cf Xinhua  – Kinshasa, 13.06.’13  MCN, via mediacongo.net

[5] Cf Christophe Rigaud – Afrikarabia, 17.06.’13

[6] Cf Radio Okapi, 11.06.’13

[7] Cf Radio Okapi, 11.06.’13

[8] Cf Radio Okapi, 12.06.’13

[9] Cf Radio Okapi, 13.06.’13

[10] Cf Radio Okapi, 13.06.’13

[11] Cf Radio Okapi, 24.06.’13

[12] Cf L’Avenir – Kinshasa, 10.06.’13

[13] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 21.06.’13

[14] Cf voiceofcongo.net, 12.06.’13

[15] Cf Radio Okapi, 24.06.’13

[16] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 21.06.’13

[17] Cf Radio Okapi, 10.06.’13

[18] Cf Radio Okapi, 17.05.’13

[19] Cf Radio Okapi, 10.06.’13

[20] Cf BBC – Afrique, 10.06.’13

[21] Cf Radio Okapi, 19.06.’13

[22] Cf Radio Okapi, 22.06.’13

[23] Cf Radio Okapi, 28.04.’13

[25] Cf Radio Okapi, 20.05.’13

[27] Cf Radio Okapi, 08.06.’13

[28] Cf RFI, 08.06.’13; Radio Okapi, 08.06.’13

[29] Cf Radio Okapi, 14.06.’13

[30] Cf Radio Okapi, 17.06.’13

[31] Cf Radio Okapi, 21.05.’13

[32] Cf Kandolo M. – Forum des As – Kinshasa, 23.05.’13  via mediacongo.net