Mag 29 2013

Congo Attualità n. 182

SOMMARIO

EDITORIALE: Obiettivi chiari e precisi

1. LA VISITA DI MARY ROBINSON ALLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI

2. LE AGITAZIONI DELL’M23

3. LENTEZZA INGIUSITICATA DI FRONTE AD UNA SITUAZIONE DRAMMATICA

4. LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ TRA L’M23 E LE FARDC

5. LA VISITA DI BAN KI-MOON NELLA RDCONGO E IN RUANDA

 

EDITORIALE: obiettivi chiari e precisi

 

1. LA VISITA DI MARY ROBINSON ALLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI

Il 28 aprile, l’inviata speciale delle Nazioni Unite per la regione dei Grandi Laghi, Mary Robinson, è arrivata a Kinshasa, dove ha iniziato una visita dedicata all’attuazione dell’accordo di Addis Abeba per la pace nell’est della RDCongo. Si recherà anche in Ruanda, Uganda, Burundi e Sudafrica, per poi terminare la sua missione presso la sede dell’Unione Africana (UA) ad Addis Abeba, in Etiopia. Secondo Mary Robinson, la soluzione alla crisi nel Nord Kivu, all’est della RDCongo, non è solo militare, ma passa inevitabilmente attraverso il rispetto e l’attuazione dell’accordo firmato ad Addis Abeba, il 24 febbraio, da 11 paesi membri della CIRGL e rinominato, per la circostanza, come “l’accordo della speranza”.[1]

Il 30 aprile, Mary Robinson è arrivata a Goma, nel Nord Kivu, dove è stata ricevuta dal Governatore della provincia, JulienPaluku, che, nel suo discorso di saluto, ha dichiarato:
«Attualmente, la provincia del Nord Kivu deve far fronte a due grandi minacce:

1) la minaccia delle forze negative straniere, tra cui le FDLR (arrivate dal Ruanda nel 1994) e l’ADF-NALU (provenienti dall’Uganda nel 1986). Questi gruppi armati continuano a commettere saccheggi, stupri e massacri.

2) la minaccia dei gruppi armati locali, tra cui l’M23 e più di 15 altri gruppi armati, noti come Mai-Mai.
Tra i gruppi armati locali, l’M23 è la minaccia maggiore. In seguito a una guerra interna che si è conclusa con la resa di Bosco Ntaganda, attualmente presso la Corte Penale Internazionale, oltre 700 militari dell’M23 e un gran numero di civili hanno attraversato la frontiera tra la RDCongo e il Ruanda.  
Tra loro ci sono Jean Marie Runiga, ex presidente del gruppo ribelle, il comandante Badege e i colonnelli Baudouin Ngaruye e Innocent Kaina, tutti iscritti sulla lista delle sanzioni delle Nazioni Unite. Queste persone si trovano in Ruanda, in violazione dell’accordo di Addid Abeba, secondo cui gli Stati firmatari si sono impegnati a non fornire ogni tipo di asilo o protezione a persone responsabili di crimini di guerra, crimini di aggressione e a persone sotto sanzioni delle Nazioni Unite. Qui in RDCongo, le nuove autorità politiche e militari dell’M23, Bertrand Bisimwa e Sultani Makenga, stanno riorganizzando le loro truppe per far resistenza alle forze della nuova brigata di intervento della Monusco.

Nonostante le varie intimidazioni da parte dell’M23 contro la brigata di intervento, si nota tuttavia, nel suo interno, un certo movimento di defezioni. Secondo le statistiche, 519 militari dell’M23 si sono arresi alla Monusco perché, dicono, sono stanchi della guerra e non trovano più alcun futuro nei gruppi armati. Di questi 519 militari arresi dell’M23, 116 hanno dichiarato di essere Ruandesi e il Dipartimento DDR della Monusco li ha già rimpatriati.

La comunità internazionale dovrebbe aver ormai compreso quali sono le cause e i responsabili interni ed esterni della crisi nell’est del Paese e quindi, quali potrebbero essere le soluzioni da apportare.
Uno dei protagonisti esterni, il Ruanda, è stato chiaramente identificato nei diversi rapporti del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite. Non c’è più alcun dubbio sul fatto che il Ruanda dipenda economicamente dalla destabilizzazione dell’est della RDCongo, messa in atto attraverso una rete mafiosa che controlla lo sfruttamento illegale dei minerali.

È per questo che il Ruanda ha sempre imposto che nel Nord Kivu ci siano dei militari a lui favorevoli, non per combattere le FDLR, ma per favorire la frode mineraria.

Infine, Julien Paluku ha esposto alcune proposte su quattro livelli:

– La prima fase consisterebbe nella messa in atto, il prima possibile, della nuova brigata di intervento della Monusco, il cui ruolo sarebbe duplice: dissuasivo e offensivo. L’arrivo di queste nuove truppe a Goma potrebbe favorire un movimento di defezioni di massa dai diversi gruppi armati sparsi in tutta la provincia del Nord Kivu.

– Il secondo passo sarebbe quello di aiutare la RDCongo a creare una propria forza speciale di rapido intervento. Attraverso un appoggio bilaterale o multilaterale, la comunità internazionale dovrebbe collaborare a creare urgentemente alcune unità speciali all’interno delle FARDC, in grado di sostituire la Brigata di intervento della Monusco alla fine del suo mandato. Nello stesso tempo, le Nazioni Unite dovrebbero sostenere gli sforzi del governo congolese nel formare un vero esercito repubblicano attraverso la riforma del settore della sicurezza (esercito, polizia, giustizia e servizi di sicurezza).

– Il terzo livello riguarderebbe la lotta contro l’impunità nella Regione dei Grandi Laghi. A questo proposito, il Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) dovrebbe avviare una serie di inchieste su massacri, stupri, violazioni dei diritti umani e crimini di guerra e di genocidio, … commessi da personalità già individuate nei vari rapporti degli esperti delle Nazioni Unite e di Human Right Watch. Queste indagini del Procuratore della CPI permetterebbero di emanare nuovi mandati di cattura contro quelle personalità congolesi o straniere che stanno destabilizzando la Regione dei Grandi Laghi in generale e il Nord Kivu in particolare.

– Il quarto livello sarebbe quello del sostegno alle organizzazioni regionali, tra cui la Comunità Economica dei Paesi dei Grandi Laghi (CEPGL) che comprende il Ruanda, il Burundi e la RDCongo. Se tale organizzazione funzionasse normalmente e difendesse gli interessi di ogni Stato membro, non vi sarebbe più spazio per l’ipocrisia e la menzogna utilizzati da alcuni Paesi membri. In tal modo, prevarrebbero gli interessi dei rispettivi popoli e le ricorrenti guerre potrebbero cessare immediatamente».[2]

Il 1° maggio, nel corso di una conferenza stampa a Kigali (Ruanda), Mary Robinson ha chiesto a tutti i paesi firmatari dell’accordo di Addis Abeba di rispettarne le disposizioni, fra cui l’impegno a non aiutare o sostenere movimenti ribelli nell’est della RDCongo. Ha inoltre dichiarato che «la brigata di intervento della Monusco può essere un mezzo per rafforzare le attuali capacità, ma in nessun caso una soluzione globale. In effetti, la soluzione globale non sarà e non potrà essere militare. Dovrà essere politica».[3]

Il 2 maggio, a Kampala (Uganda), Mary Robinson ha affermato che «la regione dovrebbe concentrarsi sull’attuazione dell’accordo di Addis Abeba» e che «la cooperazione politica basata su tale accordo dovrebbe costituire l’asse centrale degli sforzi consentiti per risolvere i conflitti e costruire la pace, la sicurezza e lo sviluppo».[4]

2. LE AGITAZIONI DELL’M23

Nel corso del mese di aprile, l’M23 ha stabilito una sua piccola base a Kiwanja, vicino al campo profughi e a poche centinaia di metri dall’ingresso principale di una posizione della Monusco. Secondo diverse fonti, l’obiettivo sarebbe quello di evitare che eventuali disertori dell’M23 si arrendano alla Monusco. Ufficiali dell’M23 hanno smentito tali informazioni. Secondo loro, la posizione dell’M23 più vicina si trova a circa 800 metri dalla base della Monusco. Secondo fonti locali, dei ribelli posizionati all’ingresso della base della Monusco, il 28 aprile hanno sparato contro due agenti di polizia che volevano arrendersi alla Monusco. Nessuno di loro è rimasto ferito, perché entrambi sono riusciti ad entrare nel recinto della Monusco. Altre fonti hanno indicato che, sulla strada Rutshuru-Goma, i ribelli dell’M23 hanno installato altri posti di blocco, a Rubare e a Munigi, per fermare loro disertori in fuga. Dall’inizio di aprile, infatti, nel territorio di Rutshuru, ottantasette militari dell’M23 si sono arresi alla MONUSCO che li ha raggruppati presso la sua sezione di disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reintegrazione e reinserimento (DDRRR).[5]

Il 27 aprile, verso le 19h locali, secondo dichiarazioni di Omar Kavota, portavoce della società civile del Nord Kivu, due camion carichi di armi e munizioni sarebbero entrati in Congo passando per la frontiera di Gasizi, nel territorio di Nyiragongo, scortati da militari ruandesi fino alla postazione militare dell’M23, a Kibati. Secondo diverse fonti, dopo il ritiro dalle discussioni di Kampala, l’M23 avrebbe intenzione di attaccare le città di Goma, Butembo e Beni.[6]

Secondo alcune fonti locali, l’esercito ruandese avrebbe fornito tre missili terra-aria all’M23. La loro localizzazione nel territorio di Rutshuru sarebbe stata confermata dalle FARDC (Forze Armate della RDCongo). Il convoglio che li trasportava sarebbe stato scortato da tre militari specializzati formati in Ruanda, due ruandesi e un congolese.[7]

Il 1° maggio, le autorità ruandesi hanno organizzato un incontro con la stampa locale e internazionale, a cui hanno partecipato anche numerosi rappresentanti del corpo diplomatico. L’incontro si è svolto in territorio ruandese, presso il campo di accoglienza in cui si trovano 682 membri dell’M23, della fazione di Jean Marie Runiga, che avevano attraversato il confine tra la RDCongo e il Ruanda nella notte tra il 14 e il 15 marzo, dopo essere stati sconfitti dalla fazione rivale di Sultani Makenga. Secondo le autorità ruandesi, essi erano stati accolti per motivi umanitari, sono stati disarmati e chiedono di essere smobilitati. Seraphine Mukantabana, ministro ruandese per i rifugiati, ha qualificato di “invenzioni” le recenti voci che si erano diffuse circa il “rinvio” di alcuni di loro nell’est della RDCongo. Ha anche chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di «revocare le sanzioni decretate contro alcuni membri dell’M23 che si trovano attualmente in tale campo di accoglienza e che hanno rinunciato di reintegrare l’M23». In tal modo, potrebbero ottenere lo statuto di rifugiati.[8]

Il 1° maggio, l’M23 ha nominato due nuovi amministratori alla guida dei territori di Nyiragongo e Rutchuru. Secondo la disposizione, il territorio di Nyiragongo sarà amministrato da Gaspard Karemera. Sarà assistito da Daniel Manganzini e Janvier Rwagati, rispettivamente responsabili della finanza e della politica. Nel territorio di Rutshuru, Pascal Azamukunda Rubumba è stato nominato amministratore, in sostituzione di Benjamin Mbonimpa, nominato segretariato esecutivo dell’M23. Il portavoce della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, qualifica queste nomine di provocazione. «Condanniamo queste nuove nomine da parte dell’M23, perché non fanno che rafforzare un’amministrazione parallela nella provincia del Nord Kivu. Con questo atto, l’M23 dimostra la sua volontà di destabilizzare e balcanizzare la provincia», ha dichiarato Omar Kavota.[9]

Il 2 maggio, Bertrand Bisimwa, nuovo presidente dell’M23, ha chiesto un cessate il fuoco come condizione per riprendere i colloqui di pace con il governo a Kampala.[10]

3. LENTEZZA INGIUSTIFICATA DI FRONTE AD UNA SITUAZIONE DRAMMATICA

Il 6 maggio, il Vescovo di Goma, Théophile Kaboyi, ha pubblicato un rapporto sulla terribile situazione in cui si trova la sua diocesi:

«1. Da tutti i villaggi riceviamo segnalazioni di scontri, massacri, stupri, saccheggi e rapine a mano armata… Milizie e gruppi armati seminano il terrore, soprattutto nelle zone rurali e molte attività sono bloccate. Ci sono villaggi dove le persone non possono muoversi liberamente a causa della molteplicità dei posti di blocco e della presenza di giovani guerriglieri che, a volte sotto l’effetto di droghe, assaltano i passanti, esigendo soldi e proferendo minacce di morte. Molti agricoltori, e soprattutto le donne, non osano andare nei campi per paura di essere brutalmente violentate.
2. I bambini delle scuole e altri giovani non scolarizzati sono condannati al vagabondaggio e quindi diventano facili vittime di reclutamento forzato da parte di gruppi armati che, privandoli della loro infanzia, insegnano loro a uccidere. Molti “lavorano” nelle miniere, la maggior parte delle quali sono diventate “luoghi del vizio”. Non passa settimana che non si venga a sapere che un determinato villaggio è stato bruciato, il bestiame rubato. I morti e i feriti non si contano più. I corpi rimangono spesso sui bordi dei sentieri. Durante la fuga, i membri della famiglia non hanno la possibilità di organizzare un minimo funerale decente.

3. Durante una visita a Matanda, appena prima di prendere la strada del ritorno a Goma, un uomo con in braccio un bimbo di 2 mesi mi si avvicina, pregandomi di fare qualcosa per suo figlio che aveva trovato presso il corpo della madre appena uccisa da uno sconosciuto. Con l’aiuto delle Suore Carmelitane della Parrocchia, il bimbo è stato affidato a una giovane madre che aveva già un suo bambino (di 1 mese), affinché potesse allattarlo e prendersene cura con l’assistenza dell’economato diocesano. Stanno accadendo cose orribilmente incomprensibili.

4. In alcune zone, è apparso e infuria il virus del tribalismo (ubaguzi). Alcune milizie danno la caccia a tutti coloro che non sono della loro etnia, costringendo intere famiglie alla fuga verso l’ignoto. Finché si continua a considerare “GLI ALTRI” come nemici del “NOI”, si può essere certi che la pace è ancora lontana. Si tratta di considerare l’altro (poco importa la sua appartenenza etnica) non come una minaccia, ma come un’opportunità per scoprire che il “noi”, in cui ci riconosciamo e che ci dà un’identità è molto più ampio, più vasto e più ricco di quanto possiamo immaginare.

5. L’abominevole abitudine di prendere in ostaggio le persone dietro richiesta di riscatto è diventata ormai un luogo comune. I sequestri di persone registrati nel territorio di Rutshuru si succedono uno dopo l’altro:

– Il martedì 23 aprile: Roch Nzabandora, direttore tecnico della centrale idroelettrica di Rutshuru.
– Il martedì 30 Aprile: Jean Baptiste Kasereka, Segretario della Parrocchia Saint Aloys di Rutshuru.
– La domenica 5 maggio: Gratien Bahati, consigliere delle scuola primaria della parrocchia Saint Aloys Rutshuru.

6. Tuttavia, anche le più gravi difficoltà non devono gettarci nella disperazione, né nella rassegnazione».[11]

Il 6 maggio, il governatore della provincia del Nord Kivu, Julien Paluku, ha dichiarato che, dalla creazione dell’M23, in maggio 2012, almeno 519 militari di questo movimento ribelle si sono arresi all’esercito congolese. Secondo alcuni ufficiali, molti di questi ex ribelli sono direttamente reintegrati nelle FARDC a partire da Bweremana, attuale base dell’8ª regione militare.
Da parte sua, la società civile del Nord Kivu teme che tali reintegrazioni “automatiche” siano fonte di nuove infiltrazioni all’interno delle forze armate della RDCongo. Il suo portavoce, Omar Kavota, secondo cui la loro reintegrazione dovrebbe essere sottoposta ad alcune condizioni, afferma che, «per evitare nuove infiltrazioni nell’esercito da parte di coloro che si arrendono, il governo dovrebbe organizzare dei centri di transito per la loro identificazione e la loro formazione». Da parte sua, il portavoce delle FARDC ha dichiarato che la struttura militare addetta all’integrazione è già chiusa e che «questi ex-combattenti sono messi a disposizione della gerarchia militare per una decisione finale».[12]

Il 10 maggio, il portavoce della Monusco, Madnodje Mounoubai, ha dichiarato che un contingente di militari della Tanzania è arrivato a Goma, capoluogo del Nord Kivu, per organizzare il dispiegamento della nuova brigata di intervento della Monusco. «Sono degli ufficiali che formeranno lo stato maggiore e sono incaricati della pianificazione delle prossime operazioni», ha affermato Madnodje Mounoubai, che ha ricordato che il comandante della Brigata, James Mwakibolwa, era già arrivato il 23 aprile.[13]

Il 13 maggio, il presidente Joseph Kabila ha istituito il meccanismo nazionale di controllo per l’attuazione degli impegni assunti dal governo nell’ambito dell’accordo di Addis Abeba, firmato il 24 febbraio per la pacificazione dell’est del Paese. Tale meccanismo, la cui durata prevista è di un anno, è composto da tre comitati: direttivo, esecutivo e consultativo. Il comitato direttivo è presieduto dal Presidente della Repubblica. Il Primo Ministro ne è il vice-presidente. I membri di questo comitato sono il ministro degli affari esteri, i ministri della Difesa, dell’Interno, della Giustizia, del Bilancio e delle Finanze. Il comitato esecutivo è incaricato dell’elaborazione di un piano di attuazione degli impegni assunti e garantirne la realizzazione. Il comitato consultativo, incaricato dell’organizzazione del dialogo con le diverse forze vive del Paese, è composto da personalità indipendenti e da rappresentanti della classe politica e della società civile.[14]

4. LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ TRA L’M23 E LE FARDC

Il 20 maggio, le FARDC e l’M23 si sono scontrati Mutaho (un settore del raggruppamento di Kibati, nel territorio Nyirangongo), a circa 10 km a nord della città di Goma, capoluogo del Nord Kivu. La Monusco si dice preoccupata per la ripresa delle ostilità e afferma che quasi un migliaio di persone sono fuggite dalla zona dei combattimenti e si sono rifugiate nei campi degli sfollati di Mugunga.
Le FARDC accusano l’M23 di aver attaccato la loro postazione di Mutaho. Secondo il portavoce dell’esercito, il colonnello Hamuli, l’M23 intende passare attraverso questa cittadina per raggiungere Mugunga e interrompere, in tal modo, tutte le vie di rifornimento dell’esercito. Quartiere periferico di Goma, Mugunga è, infatti,  la principale via di ingresso alla città. Il colonnello Hamuli ha precisato che, già da una settimana, l’M23 stava minacciando di attaccare nuovamente la città di Goma, con l’intenzione di ostacolare l’imminente dispiegamento della brigata di intervento della Monusco, creata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu per disarmare i gruppi armati attivi nella regione, tra cui lo stesso M23.

Da parte sua, il presidente dell’M23, Bertrand Bisimwa, respinge le accuse, affermando che il suo movimento voleva allontanare i ribelli ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) da Mutaho che occupavano da diversi giorni. Ha quindi dichiarato che, «quando i militari dell’M23 sono andati a prendere l’acqua, hanno trovato che la sorgente era stata assediata dalle FDLR e li hanno,quindi, attaccati. Allora le FARDC hanno cominciato a bombardare le nostre postazioni» e ha continuato accusando Kinshasa di volere riprendere la guerra, per accelerare il dispiegamento della brigata di intervento della Monusco. Dopo tre ore di combattimenti, a Mutaho una relativa calma sembra essere ritornata. Il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, ritiene che l’M23 abbia ripreso le ostilità per intimidire la brigata di intervento della Monusco e per perturbare l’arrivo a Kinshasa del Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, previsto per il 22 maggio. Inoltre, la Monusco ha espresso la sua preoccupazione per la ripresa delle ostilità e ha sottolineato che si stanno prendendo in considerazione soluzioni diplomatiche e politiche e che si stanno facendo tutti gli  sforzi possibili per contenere e fermare i combattimenti.[15]

Il 21 maggio, a Mutaho, sono ripresi gli scontri tra l’M23 e le FARDC. Fonti locali indicano che l’M23 ha lanciato la sua offensiva dalla cittadina di Mujoga, situata a 4 km da Mutaho. Il colonnello Olivier Hamuli assicura che l’M23 ha ricevuto un rinforzo in uomini e armi da Kibati e Kibumba. In un comunicato stampa, il portavoce del governo congolese, Lambert Mende, ha dichiarato che quindici militari dell’M23 sono stati uccisi e altri ventuno sono rimasti feriti. Tra i militari delle FARDC, quattro sono stati uccisi e altri sei sono rimasti feriti. Egli ha anche osservato che « in due postazioni avanzate dell’M23, passate ormai sotto controllo delle forze regolari congolesi, sono state recuperate varie armi pesanti e diverse casse di munizioni provenienti dall’esterno». Lambert Mende ha aggiunto che «questa offensiva dell’M23 mira a scoraggiare e a impedire il dispiegamento della task force internazionale e a perturbare la visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, a Kinshasa». Secondo altre fonti, l’M23 avrebbe ripreso le ostilità per costringere il governo congolese ad accettare un cessate il fuoco e a riprendere, ancora in una condizione di debolezza, i negoziati di Kampala.[16]

Il 21 maggio, il vice presidente della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, ha denunciato la presenza di truppe ruandesi a fianco dell’M23. Egli ha affermato che la ripresa dei combattimenti era “prevedibile”, spiegando che l’M23 aveva già “pianificato tutto”. «Era prevedibile. Abbiamo anche informazioni affidabili, secondo cui l’esercito ruandese sta ancora appoggiando l’M23. Lo scorso fine settimana, avevamo informato le autorità su certe manovre dell’M23 per attaccare la città di Goma e sfidare la Brigata d’intervento della Monusco» , ha dichiarato Omar Kavota, indicando anche che, «all’inizio di questi scontri, più di trecento militari dell’esercito ruandese hanno attraversato la frontiera passando per Gasizi, per raggiungere l’M23». Egli ha aggiunto che la società civile del Nord Kivu aveva ripetutamente avvertito le autorità congolesi sulla pianificazione, da parte dell’M23, di questi scontri e che, nonostante ciò, non hanno preso le disposizioni necessarie. Omar Kavota ha anche chiesto il rapido dispiegamento della brigata d’intervento della Monusco, indicando che «la sicurezza di migliaia di persone a Goma e periferia è seriamente in pericolo». Da parte sua, la Monusco non ha finora confermato né smentito la presenza di militari ruandesi a fianco dell’M23 negli scontri con l’esercito congolese.[17]

Il 21 maggio, il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha espresso la necessità di “accelerare” il dispiegamento della brigata d’intervento della Monusco. «Visto quello che sta succedendo, credo che sia necessario accelerarne il dispiegamento in modo che sia pienamente operativa il prima possibile», ha dichiarato Ban Ki-moon, durante una sua visita in Mozambico.[18]

Il 22 maggio, nella città di Goma, le attività si sono rallentate a causa dell’intensificazione degli scontri tra le FARDC e l’M23 a Mutaho. Secondo alcune fonti, molte scuole materne ed elementari non hanno funzionato. Nelle scuole aperte in mattinata, gli studenti sono tornati a casa poche ore dopo. Le stesse fonti indicano che, nel centro di Goma, negozi e banche erano aperti, ma che poche persone vi accedevano. Ai posti di frontiera, il flusso della gente che si reca in Ruanda o che ne ritorna è fortemente diminuito. La psicosi è più evidente nei quartieri periferici a nord est di Goma, tra cui Majengo, Mabanga-Nord, Katoyi, Kasika, Nyabushongo, Ndosho e Mugunga, limitrofi al territorio di Nyiragongo. In mattinata sono cadute alcune bombe nei quartieri di Ndosho e Mugunga. Fonti ospedaliere hanno riferito di quattro persone uccise e diciassette ferite. Secondo il portavoce militare nel nord Kivu, il colonnello Olivier Hamuli, queste bombe sono state lanciate dall’M23, dalla loro postazione di Kibati. Secondo fonti locali, gli sfollati del campo profughi di Mugunga 3 sono fuggiti in altre zone più a sud. Gli abitanti del quartiere Ndosho hanno fatto la stessa cosa, a parte quelli che sono ancora rintanati nelle loro case. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, più di 30.000 persone hanno abbandonato il loro campo per sfollati vicino a Goma. «Il campo sfollati di Mugunga I, con 55.000 sfollati, si è svuotato del 45% e quello di Mugunga III, con 13.000 sfollati, si è svuotato del 70%», ha detto Simplice Kpandji, incaricato della Comunicazione presso l’ufficio regionale dell’UNHCR a Kinshasa.[19]

Il 22 maggio, l’M23 si è dichiarato pronto per un’immediata cessazione delle ostilità con l’esercito, per facilitare la visita del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, a Goma. In serata, il responsabile della comunicazione, Amani Kabasha, ha dichiarato che l’M23 chiede una tregua ufficializzata mediante un cessate-il-fuoco firmato da entrambe le parti e ha chiesto la ripresa dei negoziati di Kampala. L’M23 reagiràrà “con forza”, se la tregua non sarà rispettata dall’esercito congolese, ha minacciato Amani Kabasha.[20]

5. LA VISITA DI BAN KI-MOON NELLA RDCONGO E IN RUANDA

Il 22 maggio, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, è arrivato a Kinshasa per una visita ufficiale nella RDCongo, accompagnato dal presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, dall’inviata speciale delle Nazioni Unite per i Grandi Laghi, Mary Robinson,  e dal responsabile delle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, Hervé Ladsous. A Kinshasa, Ban Ki-Moon ha invitato il popolo congolese a non rinunciare alla speranza, aggiungendo che l’obiettivo della sua visita è quello di esprimere la solidarietà delle Nazioni Unite e di sostenere l’attuazione dell’accordo per la pace, la sicurezza e la cooperazione per la RDCongo e la regione dei Grandi Laghi, firmato ad Addis Abeba il 24 febbraio 2013. Per quanto riguarda la guerra nell’est della RDCongo, Ban Ki-moon ha chiesto il rispetto e l’attuazione dell’accordo di Addis Abeba nella sua globalità. Auspica che tale accordo sia applicato sia all’interno che all’esterno della RDCongo, per portare la pace non solo in Congo, ma in tutta la regione dei Grandi Laghi.
In seguito a un incontro con il presidente Kabila, Ban Ki-moon ha espresso preoccupazione per la ripresa delle ostilità a Goma e ha insistito sulla creazione di una brigata di intervento con un mandato più forte. È la prima volta che l’Onu si impegna per un’operazioni del genere.

Nel corso di una conferenza stampa, il Segretario Generale delle Nazioni Unite si è detto preoccupato per la ripresa delle ostilità nel Nord Kivu e ha chiesto a entrambe le parti di decretare  un cessate il fuoco, al fine di risolvere pacificamente la crisi. In tal senso, ha auspicato la ripresa dei colloqui di Kampala per trovare una soluzione pacifica e duratura alla crisi. Ban Ki-moon ha, inoltre, accolto con favore l’istituzione del Meccanismo nazionale di controllo che, secondo lui, può aiutare a garantire l’attuazione delle principali riforme, il dialogo politico e la riconciliazione nazionale.[21]

Da parte sua, il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, ha annunciato la concessione di un aiuto, senza interessi, di un miliardo di dollari per la regione dei Grandi Laghi. Questo fondo servirà a finanziare i settori dell’energia idroelettrica, delle strade, dell’agricoltura, del commercio, della salute e dell’occupazione.

Un comunicato della Banca Mondiale ha precisato che tale finanziamento comprende circa 100.000.000 $ per l’agricoltura e migliorare le condizioni di vita degli sfollati nelle zone rurali all’interno dei paesi della regione, 340.000.000 $ per il progetto idroelettrico di Rusumo Falls, con una capacità di 80 megawatt, per il Burundi, Ruanda e Tanzania. 150.000.000 $ saranno utilizzati per la riabilitazione dei progetti idroelettrici di Rusizi I e II e il finanziamento di Rusizi III che fornirà energia elettrica al Ruanda, Burundi e RDCongo. 165.000.000 $ per costruire strade nelle due Provincie del Kivu e Provincia Orientale della RDCongo, e 180.000.000 $ per migliorare le infrastrutture e la gestione delle risorse al confine tra Ruanda e RDCongo.[22]

Secondo il presidente della Banca Mondiale, «questo finanziamento aiuterà a promuovere lo sviluppo economico, a creare posti di lavoro e a migliorare la vita delle popolazioni che hanno sofferto per troppo tempo». Da parte sua, Ban Ki-moon, ritiene che «questi nuovi investimenti dovranno servire per l’attuazione dell’accordo per la pace, la sicurezza e la cooperazione firmato anche dal Presidente Kabila». Egli ha affermato che «la pace e la stabilità non sono solo un problema di sicurezza» e che «occorre sconfiggere anche la povertà che è una delle cause profonde del conflitto». Sembra che le Nazioni Unite e la Banca Mondiale si siano messe d’accordo per un approccio che condizioni la pace nella regione dei Grandi Laghi all’attuazione di progetti di sviluppo. Ma cos’è un miliardo di dollari quando lo sviluppo dell’intera avrebbe bisogno di centinaia di miliardi di dollari?

A suo tempo,  la Banca Mondiale aveva stimato che lo sviluppo della sola RDCongo aveva bisogno di 5 miliardi di $ all’anno. Se oggi l’Onu e la Banca Mondiale si accontentano di stanziare solo un miliardo di dollari per l’intera regione dei Grandi Laghi, non si tratta forse di un modo per sputare sui cinque milioni di morti della RDCongo? L’Onu e la Banca mondiale si sbagliano di analisi. Invece di chiamare per nome i veri responsabili della crisi umanitaria e di affrontare i veri problemi, Ban Ki-moon e Jim Yong Kim hanno preferito limitarsi a problemi secondari che non hanno alcuna influenza su un rapido ritorno della pace nella regione. Hanno perso una grande occasione per inviare un messaggio di fiducia al popolo congolese, martoriato da anni di guerra, a causa del Ruanda e di tutti i paesi occidentali che, nell’ombra, lo sostengono per continuare, a tutti i costi, il saccheggio sistematico delle risorse naturali della RDCongo.[23]

Questa visita ha una forte dimensione economica. In effetti, Ban Ki-moon e Jim Yong Kim sono arrivati ​​con l’idea secondo cui l’investimento nell’economia genererebbe automaticamente effetti benefici per la pace. Tuttavia, se gli investimenti in progetti di sviluppo sono utili, non è però sicuro che portino automaticamente la pace. Per essere coerenti, Ban Ki-moon e Jim Yong Kim non dovrebbe tralasciare uno dei principali fattori di conflitto nella regione dei Grandi Laghi. In effetti, questo conflitto ha una forte dimensione economica. Dalla fine degli anni ’90, i diversi belligeranti si sono serviti delle ricchezze minerarie del Kivu per armarsi e rafforzarsi. Questa situazione persiste, prima di tutto, a causa dell’incapacità degli Stati di punire i loro cittadini e gli operatori economici che partecipano a questa economia di guerra.

Ciò riguarda non solo la RDCongo, ma anche il Ruanda, l’Uganda e altri paesi terzi. Questa impunità nel saccheggio delle risorse naturali a beneficio di gruppi armati è anche la conseguenza  dell’assenza o dell’inadeguatezza di meccanismi internazionali capaci di impedire l’accesso di tali risorse cosiddette di conflitto sul mercato internazionale.

Se Ban Ki-moon e Jim Yong Kim vogliono rompere il ciclo della violenza in questa regione dei Grandi Laghi, dovrebbero impegnarsi a promuovere, a livello internazionale, iniziative vincolanti che impongano agli agenti economici il “dovere di diligenza”, una semplice procedura per costringerli ad escludere dalla loro catena di approvvigionamento i minerali la cui estrazione e commercializzazione servono a finanziare la violenza. Ciò costringerebbe il Ruanda a porre fine alla sua campagna di destabilizzazione della regione dei Grandi Laghi.[24]

Il 23 maggio, in mattinata, Ban Ki-Moon è arrivato a Goma, dove è stato accolto dal governatore del Nord Kivu, Julien Paluku. La visita si è svolta in un clima di relativa calma, avendo l’M23 sospeso, almeno temporaneamente, le ostilità. Secondo Julien Paluku, la visita di Ban Ki-moon rivela la volontà, da parte delle Nazioni Unite, di mettere in atto l’accordo di Addis Abeba e la risoluzione 2098 sulla creazione della brigata d’intervento della Monusco, incaricata di disarmare i gruppi armati ancora attivi nell’est della RDCongo.[25]

Ban Ki-Moon ha dichiarato che il dispiegamento della brigata d’interventi potrebbe essere effettivo “entro uno o due mesi” e ha affermato che «il suo mandato va oltre il mandato tradizionale di mantenimento della pace. Questa volta, si tratta di un mandato particolare, di imposizione della pace, quando necessario». Ban Ki-moon ha visitato anche l’ospedale Heal Africa, che accoglie le vittime della violenza sessuale. Secondo il dottor William Bonane, l’ospedale ha registrato 6.500 casi di stupri nel 2012 e 2500 nel primo trimestre 2013. Appena fuori dell’ospedale, alcune donne hanno organizzato una piccola manifestazione. Tra i loro messaggi: “No a Kampala”, “negoziati fino a quando?” e “No a negoziati”. Un riferimento alla ripresa di trattative con l’M23 a Kampala per porre fine alla crisi in corso.

Da parte sua, la direttrice associata nella RDCongo della confederazione delle organizzazioni di Oxfam, Joanna Trevor, ha avvertito, in un comunicato, che «la brigata d’intervento porterà una certa sicurezza, ma da sola non risolverà le reali cause della violenza». Secondo lei, è necessario investire anche in forze di sicurezza “forti e affidabili”, in un potere “al servizio del popolo” e in un sistema giudiziario che costringa coloro che violano i diritti umani a renderne conto.[26]

Il presidente del governo provinciale, Julien Paluku, ha chiaramente denunciato le manovre del Ruanda per mantenere il Nord Kivu sotto suo controllo e ha sottolineato che è attraverso movimenti ribelli deliberatamente creati dal Rwanda che quest’ultimo continua a saccheggiare le risorse naturali congolesi.

Julien Paluku ha menzionato due cause principali che spiegano la persistenza dell’insicurezza: la presenza, sul suolo congolese, dei ribelli hutu ruandesi (FDLR), dei ribelli ugandesi (ADF-Nalu) di una dozzina di gruppi armati nazionali (Mai-Mai) e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali da parte del Ruanda.

Per raggiungere il suo obiettivo, il Ruanda è riuscito a progettare un programma di creazione di milizie locali, servendosi di congolesi che Kagame, all’inizio degli anni 1990, aveva utilizzato in Ruanda, integrandoli nell’Esercito Patriottico Ruandese. Questi miliziani sono ritornati nell’est della RDCongo nel corso delle varie ribellioni (Afdl, Rcd, Cndp da cui è sorto l’attuale M23) che, successivamente, li hanno riversati nelle forze armate della RDCongo, come Congolesi. Peggio ancora, il governo di Kigali rimanda a combattere a fianco dell’M23 degli ex FDLR smobilitati attraverso il programma di disarmo e smobilitazione (DDRRR) della Monusco. Molti di loro sono stati catturati o si sono arresi alla Monusco e, quindi, rimpatriati in Ruanda.

Julien Paluku ha insistito sul dispiegamento immediato di droni di sorveglianza già prima dell’inizio delle operazioni della nuova brigata, per potere monitorare tutti i movimenti alla frontiera, inclusi quelli notturni e per potere, in tal modo, evitare ogni appoggio logistico del Ruanda all’M23, perché le armi, le munizioni e l’artiglieria pesante utilizzate dall’M23 sono una prova eloquente dell’appoggio che l’M23 riceve dall’esterno. A proposito dell’apporto di un miliardo di dollari ai paesi della regione dei Grandi Laghi, Julien Paluku ha affermato che «come i paesi della regione, e in particolare il Ruanda, hanno dissanguato la RDCongo mediante il continuo saccheggio delle sue risorse naturali e minerarie, non sarebbe logico finanziare quei paesi che si sono arricchiti a scapito della miseria congolese e distruggendo tutte le infrastrutture socio-economiche. Per questo, il miliardo di dollari dovrebbero essere investito principalmente nell’est della RDCongo, per la sua ripresa economica, al fine di ricuperare il ritardo che le ripetute guerre gli hanno imposto. Questo creerebbe nuovi posti di lavoro per i giovani, spesso vittime del loro reclutamento nelle varie ribellioni».[27]

Dopo la partenza di Ban Ki-moon, la società civile del Nord Kivu si è detta che «profondamente delusa per la brevità della visita» di Ban Ki-Moon a Goma. Il suo presidente, Thomas D’Acquin Mwiti, ha affermato che il Segretario Generale dell’Onu avrebbe dovuto ricevere i diversi settori della popolazione, per capire meglio la situazione di questa provincia martoriata da gruppi armati da oltre due decenni. «Ha parlato solo con alcune persone, tra cui il governatore provinciale, ma non ha riserviamo sufficiente tempo per ascoltare la popolazione stessa», ha concluso.[28]

Dopo Goma, il Segretario Generale delle Nazioni Unite attraverserà la frontiera per recarsi nel vicino Ruanda, dove incontrerà il presidente Paul Kagame. Non è necessario essere indovini per sapere già ciò che il padrone di casa di Kigali dirà al suo ospite. Un vecchio ritornello sulla minaccia che pesa sulla sicurezza del Ruanda risale ancora ai tempi del genocidio, è più virtuale che reale ed è diventato un vero fondo di commercio. Il ritornello finisce invariabilmente con l’attitudine “Ponzio Pilato” del presidente ruandese nei confronti di un “conflitto congolo congolese” in corso nell’est della RDCongo. Di fronte a questo rifiuto di ammettere di avere aggredito la RDCongo, violandone quindi incide la sovranità nazionale e l’integrità territoriale, cosa potrà dire Ban Ki-moon? Terribile domanda.

Tuttavia, l’esito della sua visita nella regione dei Grandi Laghi dipenderà dalla sua reazione ai ripetuti argomenti di Kigali. Nel caso in cui Ban-Ki-moon decidesse di nascondersi dietro un linguaggio “troppo” diplomatico e non riuscisse a ricordare a Kagame la vera natura del conflitto nel Kivu, allora si continuerà a girare a vuoto, essendo l’M23 paragonabile alla febbre la cui malattia sottostante si trova al di là della frontiera. Il vero problema è il Ruanda e, in qualche misura, l’Uganda. È con Paul Kagame che Ban Ki-moon dovrebbe parlare chiaro. Vero diplomatico esperto, Ban Ki-moon, sa che la verità la si può dire anche in linguaggio diplomatico.
È il linguaggio della verità che occorre parlare a Kigali, se si vuole costruire la pace con mezzi pacifici. Il caso delle ripetute guerre nell’est della RDCongo insegna che le varie ribellioni, cosiddette nate in seno all’esercito regolare congolese, obbediscono invece agli ordini di Kigali. È nella capitale ruandese che si trova la soluzione all’ennesima guerra di aggressione che sta prolungando il martirio del popolo congolese.[29]

Infine, Ban Ki-moon è arrivato a Kigali, in Ruanda. Egli ha affermato che il Ruanda ha un ruolo “essenziale” da svolgere nel garantire la pace nell’est della RDCongo e, per questo, ha chiesto al Presidente ruandese, Paul Kagame, di «usare il suo carisma politico per la pace, la sicurezza e lo sviluppo nella regione dei Grandi Laghi». Secondo lui, il Ruanda ha un ruolo vitale da svolgere per l’attuazione dell’accordo di Addis Abeba, un accordo che vieta ai paesi firmatari di appoggiare gruppi armati nell’est della RDCongo.

Tuttavia, nelle brevi dichiarazioni rilasciate alla stampa, non si è mai accennato all’aspetto politico dell’accordo di Addis Abeba, né all’imminente dispiegamento della nuova brigata d’intervento della Monusco nell’est della RDCongo, né alla spinosa questione dell’appoggio ruandese all’M23. Ban Ki-moon e Jim Yong Kim si sono accontentati di parlare, per un’ennesima volta, sul recente sviluppo economico del Ruanda e dei progressi registrati circa la parità uomo/donna.[30]


[1] Cf Radio Okapi, 28.04.’13

[3] Cf RFI, 02.05.’13

[4] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 04.05.’13

[5] Cf Radio Okapi, 30.04.’13

[6] Cf Christian Elongo Selemani – La Référence Plus – Kinshasa, 02.05.’13

[7] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 30.04.’13

[8] Cf RFI, 01.05.’13; Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 01.05.’13

[9] Cf Radio Okapi, 01.05.’13

[10] Cf Xinua, 03.05.’13

[12] Cf Radio Okapi, 06.05.’13

[13] Cf Radio Okapi, 10.05.’13

[14] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 14.05.’13

[15] Cf Radio Okapi, 20.05.’13

[16] Cf Radio Okapi, 21.05.’13

[17] Cf Radio Okapi, 22.05.’13

[18] Cf Belga – Rtbf, 21.05.’13

[19] Cf Radio Okapi, 22.05.’13

[20] Cf Radio Okapi, 22.05.’13

[21] Cf Radio Okapi, 22.05.’13; Gode Kalonji Muk – La tempête des Tropiques – Kinshasa, 23.05.’13; Mathy Musau – Forum des As – Kinshasa – Kinshasa, 23.05.’13

[22] Cf La Référence – Kinshasa, 23.05.’13

[23] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 23.05.’13

[24] Cf Le Nouvel Observateur/Le Potentiel – Kinshasa, 23.05.’13

[25] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 23.05.’13

[26] Cf AFP – Belga – 7 sur 7, 23.05.’13

[27] Cf L’Avenir – Kinshasa, 24.05.’13

[28] Cf Radio Okapi, 24.05.’13

[29] Cf José Nawej – Forum des As – Kinshasa. 23.05.’13

[30] Cf Radio Okapi, 24.05.’1; RFI, 23.05.’13

SOMMARIO

EDITORIALE: Obiettivi chiari e precisi

1. LA VISITA DI MARY ROBINSON ALLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI

2. LE AGITAZIONI DELL’M23

3. LENTEZZA INGIUSITICATA DI FRONTE AD UNA SITUAZIONE DRAMMATICA

4. LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ TRA L’M23 E LE FARDC

5. LA VISITA DI BAN KI-MOON NELLA RDCONGO E IN RUANDA

EDITORIALE: obiettivi chiari e precisi

Nel Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), con l’avvicinarsi del dispiegamento di una nuova brigata d’intervento della Missione dell’Onu per la stabilizzazione della RDCongo (Monusco), per disarmare i vari gruppi armati ancora attivi, tra cui il Movimento del 23 marzo (M23), si era entrati in una situazione che si poteva definire di stallo: il dialogo tra il governo e l’M23 a Kampala, in Uganda, in vista di un eventuale accordo, si è interrotto e, sul territorio, non erano stati segnalati scontri significativi tra l’M23 e le Forze Armate della RDCongo (FARDC), anche se il livello di insicurezza rimaneva alto.

A Kampala, l’ultima proposta fatta dal governo all’M23 era quella dell’auto-dissoluzione, ancor prima del dispiegamento della brigata di intervento della Monusco. Era una proposta molto ambigua. Infatti, anche nel caso in cui l’M23 avesse deciso di “sciogliersi”, i suoi membri si sarebbero mescolati con la popolazione civile o avrebbero esigito di essere reintegrati nell’esercito regolare. In questo modo, l’M23 avrebbe potuto continuare la sua strategia di infiltrazione nelle istituzioni dello Stato (governo, amministrazione, esercito e polizia), preparandosi a ritornare sul fronte di guerra dopo la partenza della nuova brigata della Monusco, il cui mandato coprirebbe un periodo di un anno soltanto.

La situazione è radicalmente cambiata il 20 maggio, quando l’M23, invece di auto-dissolversi, ha ripreso le ostilità. Gli obiettivi possono essere tre, in particolare: ostacolare l’imminente dispiegamento della brigata di intervento della Monusco, perturbare la visita del Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon a Kinshasa e costringere il governo congolese a riprendere i negoziati di Kampala, in condizione di debolezza.

Una spirale di appoggi.

È difficile capire come un singolo gruppo armato, l’M23 in questo caso, per quanto forte sia, possa riprendere le ostilità proprio alla vigilia della visita del Segretario Generale dell’Onu nella RDCongo e quando il dispiegamento di una brigata speciale della Monusco è ormai imminente. Secondo alcuni osservatori, se l’M23 ha osato riprendere le ostilità, è perché è concretamente appoggiato da altre forze più potenti. Tra queste, il vicino Ruanda, il cui regime non ha mai accettato, anche se ufficialmente ha dovuto approvarla, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla creazione della brigata speciale d’intervento per la RDCongo. La presenza dell’Onu nel Kivu potrebbe, infatti, rappresentare un ostacolo alla sua politica espansionista di controllo e d’occupazione del Kivu, ricco in risorse minerarie. Ma occorre anche chiedersi perché il Ruanda è così forte da poter sfidare la stessa Onu. La sua “potenza” deriva dall’appoggio che, a livello internazionale, riceve dalle potenze anglosassoni (Stati Uniti, Inghilterra, Canada), dalle multinazionali occidentali e da certi membri dello stesso Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questa “spirale di appoggi” è una delle “cause profonde del conflitto” in corso nell’est della RDCongo. È all’interno di questa spirale internazionale, dalla connotazione mafiosa e molto simile a un iceberg, che si nascondono i veri mandanti della guerra nel Kivu.

Obiettivi chiari e precisi.

Intanto, per evitare la ripresa della guerra, sarà necessario, come annunciato dallo stesso Ban Ki-moon, accelerare il dispiegamento della brigata di intervento della Monusco e stabilire alcuni obiettivi chiari e precisi.

a. Per la brigata di intervento della Monusco:

– colpire i depositi di armi e i centri di comando militare dell’M23 e degli altri gruppi armati,

– disarmare e arrestare i capi militari dell’M23 e degli altri gruppi armati,

– monitorare le frontiere con il Ruanda e l’Uganda, per evitare appoggi esterni all’M23 e ad altri gruppi armati.

b. Per il governo congolese:

– destituire e sostituire gli ufficiali militari che hanno dimostrato di essere complici con l’M23 e altri gruppi armati,

– trasferire in altre regioni del Paese le unità militari provenienti dal RCD e dal CNDP e che sono sempre rimaste nel Kivu, in prossimità del Ruanda e dell’Uganda, da cui hanno ricevuto un continuo appoggio in cambio della difesa dei loro rispettivi interessi economici sul Kivu,

– formare e inviare nel Kivu forze specializzate dell’esercito e della polizia, assicurandone il pagamento regolare degli stipendi e la logistica necessaria,

– assicurarsi che l’esercito e la polizia mantengano le posizioni recuperate nel corso delle operazioni della brigata di intervento della Monusco contro l’M23 e gli altri gruppi armati,

– ristabilire l’autorità dello Stato e nominare nuovi amministratori nei territori ricuperati,

– consegnare alla giustizia gli autori di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità e di qualsiasi forma di violazioni dei diritti umani,

– realizzare gli impegni presi nell’accordo del 24 febbraio firmato ad Addis Abeba ed esigerne il pieno rispetto da parte del Ruanda e dell’Uganda, direttamente implicati nel conflitto.

1. LA VISITA DI MARY ROBINSON ALLA REGIONE DEI GRANDI LAGHI

Il 28 aprile, l’inviata speciale delle Nazioni Unite per la regione dei Grandi Laghi, Mary Robinson, è arrivata a Kinshasa, dove ha iniziato una visita dedicata all’attuazione dell’accordo di Addis Abeba per la pace nell’est della RDCongo. Si recherà anche in Ruanda, Uganda, Burundi e Sudafrica, per poi terminare la sua missione presso la sede dell’Unione Africana (UA) ad Addis Abeba, in Etiopia. Secondo Mary Robinson, la soluzione alla crisi nel Nord Kivu, all’est della RDCongo, non è solo militare, ma passa inevitabilmente attraverso il rispetto e l’attuazione dell’accordo firmato ad Addis Abeba, il 24 febbraio, da 11 paesi membri della CIRGL e rinominato, per la circostanza, come “l’accordo della speranza”.[1]

Il 30 aprile, Mary Robinson è arrivata a Goma, nel Nord Kivu, dove è stata ricevuta dal Governatore della provincia, JulienPaluku, che, nel suo discorso di saluto, ha dichiarato:
«Attualmente, la provincia del Nord Kivu deve far fronte a due grandi minacce:

1) la minaccia delle forze negative straniere, tra cui le FDLR (arrivate dal Ruanda nel 1994) e l’ADF-NALU (provenienti dall’Uganda nel 1986). Questi gruppi armati continuano a commettere saccheggi, stupri e massacri.

2) la minaccia dei gruppi armati locali, tra cui l’M23 e più di 15 altri gruppi armati, noti come Mai-Mai.
Tra i gruppi armati locali, l’M23 è la minaccia maggiore. In seguito a una guerra interna che si è conclusa con la resa di Bosco Ntaganda, attualmente presso la Corte Penale Internazionale, oltre 700 militari dell’M23 e un gran numero di civili hanno attraversato la frontiera tra la RDCongo e il Ruanda.  
Tra loro ci sono Jean Marie Runiga, ex presidente del gruppo ribelle, il comandante Badege e i colonnelli Baudouin Ngaruye e Innocent Kaina, tutti iscritti sulla lista delle sanzioni delle Nazioni Unite. Queste persone si trovano in Ruanda, in violazione dell’accordo di Addid Abeba, secondo cui gli Stati firmatari si sono impegnati a non fornire ogni tipo di asilo o protezione a persone responsabili di crimini di guerra, crimini di aggressione e a persone sotto sanzioni delle Nazioni Unite. Qui in RDCongo, le nuove autorità politiche e militari dell’M23, Bertrand Bisimwa e Sultani Makenga, stanno riorganizzando le loro truppe per far resistenza alle forze della nuova brigata di intervento della Monusco.

Nonostante le varie intimidazioni da parte dell’M23 contro la brigata di intervento, si nota tuttavia, nel suo interno, un certo movimento di defezioni. Secondo le statistiche, 519 militari dell’M23 si sono arresi alla Monusco perché, dicono, sono stanchi della guerra e non trovano più alcun futuro nei gruppi armati. Di questi 519 militari arresi dell’M23, 116 hanno dichiarato di essere Ruandesi e il Dipartimento DDR della Monusco li ha già rimpatriati.

La comunità internazionale dovrebbe aver ormai compreso quali sono le cause e i responsabili interni ed esterni della crisi nell’est del Paese e quindi, quali potrebbero essere le soluzioni da apportare.
Uno dei protagonisti esterni, il Ruanda, è stato chiaramente identificato nei diversi rapporti del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite. Non c’è più alcun dubbio sul fatto che il Ruanda dipenda economicamente dalla destabilizzazione dell’est della RDCongo, messa in atto attraverso una rete mafiosa che controlla lo sfruttamento illegale dei minerali.

È per questo che il Ruanda ha sempre imposto che nel Nord Kivu ci siano dei militari a lui favorevoli, non per combattere le FDLR, ma per favorire la frode mineraria.

Infine, Julien Paluku ha esposto alcune proposte su quattro livelli:

– La prima fase consisterebbe nella messa in atto, il prima possibile, della nuova brigata di intervento della Monusco, il cui ruolo sarebbe duplice: dissuasivo e offensivo. L’arrivo di queste nuove truppe a Goma potrebbe favorire un movimento di defezioni di massa dai diversi gruppi armati sparsi in tutta la provincia del Nord Kivu.

– Il secondo passo sarebbe quello di aiutare la RDCongo a creare una propria forza speciale di rapido intervento. Attraverso un appoggio bilaterale o multilaterale, la comunità internazionale dovrebbe collaborare a creare urgentemente alcune unità speciali all’interno delle FARDC, in grado di sostituire la Brigata di intervento della Monusco alla fine del suo mandato. Nello stesso tempo, le Nazioni Unite dovrebbero sostenere gli sforzi del governo congolese nel formare un vero esercito repubblicano attraverso la riforma del settore della sicurezza (esercito, polizia, giustizia e servizi di sicurezza).

– Il terzo livello riguarderebbe la lotta contro l’impunità nella Regione dei Grandi Laghi. A questo proposito, il Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) dovrebbe avviare una serie di inchieste su massacri, stupri, violazioni dei diritti umani e crimini di guerra e di genocidio, … commessi da personalità già individuate nei vari rapporti degli esperti delle Nazioni Unite e di Human Right Watch. Queste indagini del Procuratore della CPI permetterebbero di emanare nuovi mandati di cattura contro quelle personalità congolesi o straniere che stanno destabilizzando la Regione dei Grandi Laghi in generale e il Nord Kivu in particolare.

– Il quarto livello sarebbe quello del sostegno alle organizzazioni regionali, tra cui la Comunità Economica dei Paesi dei Grandi Laghi (CEPGL) che comprende il Ruanda, il Burundi e la RDCongo. Se tale organizzazione funzionasse normalmente e difendesse gli interessi di ogni Stato membro, non vi sarebbe più spazio per l’ipocrisia e la menzogna utilizzati da alcuni Paesi membri. In tal modo, prevarrebbero gli interessi dei rispettivi popoli e le ricorrenti guerre potrebbero cessare immediatamente».[2]

Il 1° maggio, nel corso di una conferenza stampa a Kigali (Ruanda), Mary Robinson ha chiesto a tutti i paesi firmatari dell’accordo di Addis Abeba di rispettarne le disposizioni, fra cui l’impegno a non aiutare o sostenere movimenti ribelli nell’est della RDCongo. Ha inoltre dichiarato che «la brigata di intervento della Monusco può essere un mezzo per rafforzare le attuali capacità, ma in nessun caso una soluzione globale. In effetti, la soluzione globale non sarà e non potrà essere militare. Dovrà essere politica».[3]

Il 2 maggio, a Kampala (Uganda), Mary Robinson ha affermato che «la regione dovrebbe concentrarsi sull’attuazione dell’accordo di Addis Abeba» e che «la cooperazione politica basata su tale accordo dovrebbe costituire l’asse centrale degli sforzi consentiti per risolvere i conflitti e costruire la pace, la sicurezza e lo sviluppo».[4]

2. LE AGITAZIONI DELL’M23

Nel corso del mese di aprile, l’M23 ha stabilito una sua piccola base a Kiwanja, vicino al campo profughi e a poche centinaia di metri dall’ingresso principale di una posizione della Monusco. Secondo diverse fonti, l’obiettivo sarebbe quello di evitare che eventuali disertori dell’M23 si arrendano alla Monusco. Ufficiali dell’M23 hanno smentito tali informazioni. Secondo loro, la posizione dell’M23 più vicina si trova a circa 800 metri dalla base della Monusco. Secondo fonti locali, dei ribelli posizionati all’ingresso della base della Monusco, il 28 aprile hanno sparato contro due agenti di polizia che volevano arrendersi alla Monusco. Nessuno di loro è rimasto ferito, perché entrambi sono riusciti ad entrare nel recinto della Monusco. Altre fonti hanno indicato che, sulla strada Rutshuru-Goma, i ribelli dell’M23 hanno installato altri posti di blocco, a Rubare e a Munigi, per fermare loro disertori in fuga. Dall’inizio di aprile, infatti, nel territorio di Rutshuru, ottantasette militari dell’M23 si sono arresi alla MONUSCO che li ha raggruppati presso la sua sezione di disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reintegrazione e reinserimento (DDRRR).[5]

Il 27 aprile, verso le 19h locali, secondo dichiarazioni di Omar Kavota, portavoce della società civile del Nord Kivu, due camion carichi di armi e munizioni sarebbero entrati in Congo passando per la frontiera di Gasizi, nel territorio di Nyiragongo, scortati da militari ruandesi fino alla postazione militare dell’M23, a Kibati. Secondo diverse fonti, dopo il ritiro dalle discussioni di Kampala, l’M23 avrebbe intenzione di attaccare le città di Goma, Butembo e Beni.[6]

Secondo alcune fonti locali, l’esercito ruandese avrebbe fornito tre missili terra-aria all’M23. La loro localizzazione nel territorio di Rutshuru sarebbe stata confermata dalle FARDC (Forze Armate della RDCongo). Il convoglio che li trasportava sarebbe stato scortato da tre militari specializzati formati in Ruanda, due ruandesi e un congolese.[7]

Il 1° maggio, le autorità ruandesi hanno organizzato un incontro con la stampa locale e internazionale, a cui hanno partecipato anche numerosi rappresentanti del corpo diplomatico. L’incontro si è svolto in territorio ruandese, presso il campo di accoglienza in cui si trovano 682 membri dell’M23, della fazione di Jean Marie Runiga, che avevano attraversato il confine tra la RDCongo e il Ruanda nella notte tra il 14 e il 15 marzo, dopo essere stati sconfitti dalla fazione rivale di Sultani Makenga. Secondo le autorità ruandesi, essi erano stati accolti per motivi umanitari, sono stati disarmati e chiedono di essere smobilitati. Seraphine Mukantabana, ministro ruandese per i rifugiati, ha qualificato di “invenzioni” le recenti voci che si erano diffuse circa il “rinvio” di alcuni di loro nell’est della RDCongo. Ha anche chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di «revocare le sanzioni decretate contro alcuni membri dell’M23 che si trovano attualmente in tale campo di accoglienza e che hanno rinunciato di reintegrare l’M23». In tal modo, potrebbero ottenere lo statuto di rifugiati.[8]

Il 1° maggio, l’M23 ha nominato due nuovi amministratori alla guida dei territori di Nyiragongo e Rutchuru. Secondo la disposizione, il territorio di Nyiragongo sarà amministrato da Gaspard Karemera. Sarà assistito da Daniel Manganzini e Janvier Rwagati, rispettivamente responsabili della finanza e della politica. Nel territorio di Rutshuru, Pascal Azamukunda Rubumba è stato nominato amministratore, in sostituzione di Benjamin Mbonimpa, nominato segretariato esecutivo dell’M23. Il portavoce della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, qualifica queste nomine di provocazione. «Condanniamo queste nuove nomine da parte dell’M23, perché non fanno che rafforzare un’amministrazione parallela nella provincia del Nord Kivu. Con questo atto, l’M23 dimostra la sua volontà di destabilizzare e balcanizzare la provincia», ha dichiarato Omar Kavota.[9]

Il 2 maggio, Bertrand Bisimwa, nuovo presidente dell’M23, ha chiesto un cessate il fuoco come condizione per riprendere i colloqui di pace con il governo a Kampala.[10]

3. LENTEZZA INGIUSTIFICATA DI FRONTE AD UNA SITUAZIONE DRAMMATICA

Il 6 maggio, il Vescovo di Goma, Théophile Kaboyi, ha pubblicato un rapporto sulla terribile situazione in cui si trova la sua diocesi:

«1. Da tutti i villaggi riceviamo segnalazioni di scontri, massacri, stupri, saccheggi e rapine a mano armata… Milizie e gruppi armati seminano il terrore, soprattutto nelle zone rurali e molte attività sono bloccate. Ci sono villaggi dove le persone non possono muoversi liberamente a causa della molteplicità dei posti di blocco e della presenza di giovani guerriglieri che, a volte sotto l’effetto di droghe, assaltano i passanti, esigendo soldi e proferendo minacce di morte. Molti agricoltori, e soprattutto le donne, non osano andare nei campi per paura di essere brutalmente violentate.
2. I bambini delle scuole e altri giovani non scolarizzati sono condannati al vagabondaggio e quindi diventano facili vittime di reclutamento forzato da parte di gruppi armati che, privandoli della loro infanzia, insegnano loro a uccidere. Molti “lavorano” nelle miniere, la maggior parte delle quali sono diventate “luoghi del vizio”. Non passa settimana che non si venga a sapere che un determinato villaggio è stato bruciato, il bestiame rubato. I morti e i feriti non si contano più. I corpi rimangono spesso sui bordi dei sentieri. Durante la fuga, i membri della famiglia non hanno la possibilità di organizzare un minimo funerale decente.

3. Durante una visita a Matanda, appena prima di prendere la strada del ritorno a Goma, un uomo con in braccio un bimbo di 2 mesi mi si avvicina, pregandomi di fare qualcosa per suo figlio che aveva trovato presso il corpo della madre appena uccisa da uno sconosciuto. Con l’aiuto delle Suore Carmelitane della Parrocchia, il bimbo è stato affidato a una giovane madre che aveva già un suo bambino (di 1 mese), affinché potesse allattarlo e prendersene cura con l’assistenza dell’economato diocesano. Stanno accadendo cose orribilmente incomprensibili.

4. In alcune zone, è apparso e infuria il virus del tribalismo (ubaguzi). Alcune milizie danno la caccia a tutti coloro che non sono della loro etnia, costringendo intere famiglie alla fuga verso l’ignoto. Finché si continua a considerare “GLI ALTRI” come nemici del “NOI”, si può essere certi che la pace è ancora lontana. Si tratta di considerare l’altro (poco importa la sua appartenenza etnica) non come una minaccia, ma come un’opportunità per scoprire che il “noi”, in cui ci riconosciamo e che ci dà un’identità è molto più ampio, più vasto e più ricco di quanto possiamo immaginare.

5. L’abominevole abitudine di prendere in ostaggio le persone dietro richiesta di riscatto è diventata ormai un luogo comune. I sequestri di persone registrati nel territorio di Rutshuru si succedono uno dopo l’altro:

– Il martedì 23 aprile: Roch Nzabandora, direttore tecnico della centrale idroelettrica di Rutshuru.
– Il martedì 30 Aprile: Jean Baptiste Kasereka, Segretario della Parrocchia Saint Aloys di Rutshuru.
– La domenica 5 maggio: Gratien Bahati, consigliere delle scuola primaria della parrocchia Saint Aloys Rutshuru.

6. Tuttavia, anche le più gravi difficoltà non devono gettarci nella disperazione, né nella rassegnazione».[11]

Il 6 maggio, il governatore della provincia del Nord Kivu, Julien Paluku, ha dichiarato che, dalla creazione dell’M23, in maggio 2012, almeno 519 militari di questo movimento ribelle si sono arresi all’esercito congolese. Secondo alcuni ufficiali, molti di questi ex ribelli sono direttamente reintegrati nelle FARDC a partire da Bweremana, attuale base dell’8ª regione militare.
Da parte sua, la società civile del Nord Kivu teme che tali reintegrazioni “automatiche” siano fonte di nuove infiltrazioni all’interno delle forze armate della RDCongo. Il suo portavoce, Omar Kavota, secondo cui la loro reintegrazione dovrebbe essere sottoposta ad alcune condizioni, afferma che, «per evitare nuove infiltrazioni nell’esercito da parte di coloro che si arrendono, il governo dovrebbe organizzare dei centri di transito per la loro identificazione e la loro formazione». Da parte sua, il portavoce delle FARDC ha dichiarato che la struttura militare addetta all’integrazione è già chiusa e che «questi ex-combattenti sono messi a disposizione della gerarchia militare per una decisione finale».[12]

Il 10 maggio, il portavoce della Monusco, Madnodje Mounoubai, ha dichiarato che un contingente di militari della Tanzania è arrivato a Goma, capoluogo del Nord Kivu, per organizzare il dispiegamento della nuova brigata di intervento della Monusco. «Sono degli ufficiali che formeranno lo stato maggiore e sono incaricati della pianificazione delle prossime operazioni», ha affermato Madnodje Mounoubai, che ha ricordato che il comandante della Brigata, James Mwakibolwa, era già arrivato il 23 aprile.[13]

Il 13 maggio, il presidente Joseph Kabila ha istituito il meccanismo nazionale di controllo per l’attuazione degli impegni assunti dal governo nell’ambito dell’accordo di Addis Abeba, firmato il 24 febbraio per la pacificazione dell’est del Paese. Tale meccanismo, la cui durata prevista è di un anno, è composto da tre comitati: direttivo, esecutivo e consultativo. Il comitato direttivo è presieduto dal Presidente della Repubblica. Il Primo Ministro ne è il vice-presidente. I membri di questo comitato sono il ministro degli affari esteri, i ministri della Difesa, dell’Interno, della Giustizia, del Bilancio e delle Finanze. Il comitato esecutivo è incaricato dell’elaborazione di un piano di attuazione degli impegni assunti e garantirne la realizzazione. Il comitato consultativo, incaricato dell’organizzazione del dialogo con le diverse forze vive del Paese, è composto da personalità indipendenti e da rappresentanti della classe politica e della società civile.[14]

4. LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ TRA L’M23 E LE FARDC

Il 20 maggio, le FARDC e l’M23 si sono scontrati Mutaho (un settore del raggruppamento di Kibati, nel territorio Nyirangongo), a circa 10 km a nord della città di Goma, capoluogo del Nord Kivu. La Monusco si dice preoccupata per la ripresa delle ostilità e afferma che quasi un migliaio di persone sono fuggite dalla zona dei combattimenti e si sono rifugiate nei campi degli sfollati di Mugunga.
Le FARDC accusano l’M23 di aver attaccato la loro postazione di Mutaho. Secondo il portavoce dell’esercito, il colonnello Hamuli, l’M23 intende passare attraverso questa cittadina per raggiungere Mugunga e interrompere, in tal modo, tutte le vie di rifornimento dell’esercito. Quartiere periferico di Goma, Mugunga è, infatti,  la principale via di ingresso alla città. Il colonnello Hamuli ha precisato che, già da una settimana, l’M23 stava minacciando di attaccare nuovamente la città di Goma, con l’intenzione di ostacolare l’imminente dispiegamento della brigata di intervento della Monusco, creata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu per disarmare i gruppi armati attivi nella regione, tra cui lo stesso M23.

Da parte sua, il presidente dell’M23, Bertrand Bisimwa, respinge le accuse, affermando che il suo movimento voleva allontanare i ribelli ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) da Mutaho che occupavano da diversi giorni. Ha quindi dichiarato che, «quando i militari dell’M23 sono andati a prendere l’acqua, hanno trovato che la sorgente era stata assediata dalle FDLR e li hanno,quindi, attaccati. Allora le FARDC hanno cominciato a bombardare le nostre postazioni» e ha continuato accusando Kinshasa di volere riprendere la guerra, per accelerare il dispiegamento della brigata di intervento della Monusco. Dopo tre ore di combattimenti, a Mutaho una relativa calma sembra essere ritornata. Il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku, ritiene che l’M23 abbia ripreso le ostilità per intimidire la brigata di intervento della Monusco e per perturbare l’arrivo a Kinshasa del Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, previsto per il 22 maggio. Inoltre, la Monusco ha espresso la sua preoccupazione per la ripresa delle ostilità e ha sottolineato che si stanno prendendo in considerazione soluzioni diplomatiche e politiche e che si stanno facendo tutti gli  sforzi possibili per contenere e fermare i combattimenti.[15]

Il 21 maggio, a Mutaho, sono ripresi gli scontri tra l’M23 e le FARDC. Fonti locali indicano che l’M23 ha lanciato la sua offensiva dalla cittadina di Mujoga, situata a 4 km da Mutaho. Il colonnello Olivier Hamuli assicura che l’M23 ha ricevuto un rinforzo in uomini e armi da Kibati e Kibumba. In un comunicato stampa, il portavoce del governo congolese, Lambert Mende, ha dichiarato che quindici militari dell’M23 sono stati uccisi e altri ventuno sono rimasti feriti. Tra i militari delle FARDC, quattro sono stati uccisi e altri sei sono rimasti feriti. Egli ha anche osservato che « in due postazioni avanzate dell’M23, passate ormai sotto controllo delle forze regolari congolesi, sono state recuperate varie armi pesanti e diverse casse di munizioni provenienti dall’esterno». Lambert Mende ha aggiunto che «questa offensiva dell’M23 mira a scoraggiare e a impedire il dispiegamento della task force internazionale e a perturbare la visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, a Kinshasa». Secondo altre fonti, l’M23 avrebbe ripreso le ostilità per costringere il governo congolese ad accettare un cessate il fuoco e a riprendere, ancora in una condizione di debolezza, i negoziati di Kampala.[16]

Il 21 maggio, il vice presidente della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, ha denunciato la presenza di truppe ruandesi a fianco dell’M23. Egli ha affermato che la ripresa dei combattimenti era “prevedibile”, spiegando che l’M23 aveva già “pianificato tutto”. «Era prevedibile. Abbiamo anche informazioni affidabili, secondo cui l’esercito ruandese sta ancora appoggiando l’M23. Lo scorso fine settimana, avevamo informato le autorità su certe manovre dell’M23 per attaccare la città di Goma e sfidare la Brigata d’intervento della Monusco» , ha dichiarato Omar Kavota, indicando anche che, «all’inizio di questi scontri, più di trecento militari dell’esercito ruandese hanno attraversato la frontiera passando per Gasizi, per raggiungere l’M23». Egli ha aggiunto che la società civile del Nord Kivu aveva ripetutamente avvertito le autorità congolesi sulla pianificazione, da parte dell’M23, di questi scontri e che, nonostante ciò, non hanno preso le disposizioni necessarie. Omar Kavota ha anche chiesto il rapido dispiegamento della brigata d’intervento della Monusco, indicando che «la sicurezza di migliaia di persone a Goma e periferia è seriamente in pericolo». Da parte sua, la Monusco non ha finora confermato né smentito la presenza di militari ruandesi a fianco dell’M23 negli scontri con l’esercito congolese.[17]

Il 21 maggio, il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha espresso la necessità di “accelerare” il dispiegamento della brigata d’intervento della Monusco. «Visto quello che sta succedendo, credo che sia necessario accelerarne il dispiegamento in modo che sia pienamente operativa il prima possibile», ha dichiarato Ban Ki-moon, durante una sua visita in Mozambico.[18]

Il 22 maggio, nella città di Goma, le attività si sono rallentate a causa dell’intensificazione degli scontri tra le FARDC e l’M23 a Mutaho. Secondo alcune fonti, molte scuole materne ed elementari non hanno funzionato. Nelle scuole aperte in mattinata, gli studenti sono tornati a casa poche ore dopo. Le stesse fonti indicano che, nel centro di Goma, negozi e banche erano aperti, ma che poche persone vi accedevano. Ai posti di frontiera, il flusso della gente che si reca in Ruanda o che ne ritorna è fortemente diminuito. La psicosi è più evidente nei quartieri periferici a nord est di Goma, tra cui Majengo, Mabanga-Nord, Katoyi, Kasika, Nyabushongo, Ndosho e Mugunga, limitrofi al territorio di Nyiragongo. In mattinata sono cadute alcune bombe nei quartieri di Ndosho e Mugunga. Fonti ospedaliere hanno riferito di quattro persone uccise e diciassette ferite. Secondo il portavoce militare nel nord Kivu, il colonnello Olivier Hamuli, queste bombe sono state lanciate dall’M23, dalla loro postazione di Kibati. Secondo fonti locali, gli sfollati del campo profughi di Mugunga 3 sono fuggiti in altre zone più a sud. Gli abitanti del quartiere Ndosho hanno fatto la stessa cosa, a parte quelli che sono ancora rintanati nelle loro case. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, più di 30.000 persone hanno abbandonato il loro campo per sfollati vicino a Goma. «Il campo sfollati di Mugunga I, con 55.000 sfollati, si è svuotato del 45% e quello di Mugunga III, con 13.000 sfollati, si è svuotato del 70%», ha detto Simplice Kpandji, incaricato della Comunicazione presso l’ufficio regionale dell’UNHCR a Kinshasa.[19]

Il 22 maggio, l’M23 si è dichiarato pronto per un’immediata cessazione delle ostilità con l’esercito, per facilitare la visita del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, a Goma. In serata, il responsabile della comunicazione, Amani Kabasha, ha dichiarato che l’M23 chiede una tregua ufficializzata mediante un cessate-il-fuoco firmato da entrambe le parti e ha chiesto la ripresa dei negoziati di Kampala. L’M23 reagiràrà “con forza”, se la tregua non sarà rispettata dall’esercito congolese, ha minacciato Amani Kabasha.[20]

5. LA VISITA DI BAN KI-MOON NELLA RDCONGO E IN RUANDA

Il 22 maggio, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, è arrivato a Kinshasa per una visita ufficiale nella RDCongo, accompagnato dal presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, dall’inviata speciale delle Nazioni Unite per i Grandi Laghi, Mary Robinson,  e dal responsabile delle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, Hervé Ladsous. A Kinshasa, Ban Ki-Moon ha invitato il popolo congolese a non rinunciare alla speranza, aggiungendo che l’obiettivo della sua visita è quello di esprimere la solidarietà delle Nazioni Unite e di sostenere l’attuazione dell’accordo per la pace, la sicurezza e la cooperazione per la RDCongo e la regione dei Grandi Laghi, firmato ad Addis Abeba il 24 febbraio 2013. Per quanto riguarda la guerra nell’est della RDCongo, Ban Ki-moon ha chiesto il rispetto e l’attuazione dell’accordo di Addis Abeba nella sua globalità. Auspica che tale accordo sia applicato sia all’interno che all’esterno della RDCongo, per portare la pace non solo in Congo, ma in tutta la regione dei Grandi Laghi.
In seguito a un incontro con il presidente Kabila, Ban Ki-moon ha espresso preoccupazione per la ripresa delle ostilità a Goma e ha insistito sulla creazione di una brigata di intervento con un mandato più forte. È la prima volta che l’Onu si impegna per un’operazioni del genere.

Nel corso di una conferenza stampa, il Segretario Generale delle Nazioni Unite si è detto preoccupato per la ripresa delle ostilità nel Nord Kivu e ha chiesto a entrambe le parti di decretare  un cessate il fuoco, al fine di risolvere pacificamente la crisi. In tal senso, ha auspicato la ripresa dei colloqui di Kampala per trovare una soluzione pacifica e duratura alla crisi. Ban Ki-moon ha, inoltre, accolto con favore l’istituzione del Meccanismo nazionale di controllo che, secondo lui, può aiutare a garantire l’attuazione delle principali riforme, il dialogo politico e la riconciliazione nazionale.[21]

Da parte sua, il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, ha annunciato la concessione di un aiuto, senza interessi, di un miliardo di dollari per la regione dei Grandi Laghi. Questo fondo servirà a finanziare i settori dell’energia idroelettrica, delle strade, dell’agricoltura, del commercio, della salute e dell’occupazione.

Un comunicato della Banca Mondiale ha precisato che tale finanziamento comprende circa 100.000.000 $ per l’agricoltura e migliorare le condizioni di vita degli sfollati nelle zone rurali all’interno dei paesi della regione, 340.000.000 $ per il progetto idroelettrico di Rusumo Falls, con una capacità di 80 megawatt, per il Burundi, Ruanda e Tanzania. 150.000.000 $ saranno utilizzati per la riabilitazione dei progetti idroelettrici di Rusizi I e II e il finanziamento di Rusizi III che fornirà energia elettrica al Ruanda, Burundi e RDCongo. 165.000.000 $ per costruire strade nelle due Provincie del Kivu e Provincia Orientale della RDCongo, e 180.000.000 $ per migliorare le infrastrutture e la gestione delle risorse al confine tra Ruanda e RDCongo.[22]

Secondo il presidente della Banca Mondiale, «questo finanziamento aiuterà a promuovere lo sviluppo economico, a creare posti di lavoro e a migliorare la vita delle popolazioni che hanno sofferto per troppo tempo». Da parte sua, Ban Ki-moon, ritiene che «questi nuovi investimenti dovranno servire per l’attuazione dell’accordo per la pace, la sicurezza e la cooperazione firmato anche dal Presidente Kabila». Egli ha affermato che «la pace e la stabilità non sono solo un problema di sicurezza» e che «occorre sconfiggere anche la povertà che è una delle cause profonde del conflitto». Sembra che le Nazioni Unite e la Banca Mondiale si siano messe d’accordo per un approccio che condizioni la pace nella regione dei Grandi Laghi all’attuazione di progetti di sviluppo. Ma cos’è un miliardo di dollari quando lo sviluppo dell’intera avrebbe bisogno di centinaia di miliardi di dollari?

A suo tempo,  la Banca Mondiale aveva stimato che lo sviluppo della sola RDCongo aveva bisogno di 5 miliardi di $ all’anno. Se oggi l’Onu e la Banca Mondiale si accontentano di stanziare solo un miliardo di dollari per l’intera regione dei Grandi Laghi, non si tratta forse di un modo per sputare sui cinque milioni di morti della RDCongo? L’Onu e la Banca mondiale si sbagliano di analisi. Invece di chiamare per nome i veri responsabili della crisi umanitaria e di affrontare i veri problemi, Ban Ki-moon e Jim Yong Kim hanno preferito limitarsi a problemi secondari che non hanno alcuna influenza su un rapido ritorno della pace nella regione. Hanno perso una grande occasione per inviare un messaggio di fiducia al popolo congolese, martoriato da anni di guerra, a causa del Ruanda e di tutti i paesi occidentali che, nell’ombra, lo sostengono per continuare, a tutti i costi, il saccheggio sistematico delle risorse naturali della RDCongo.[23]

Questa visita ha una forte dimensione economica. In effetti, Ban Ki-moon e Jim Yong Kim sono arrivati ​​con l’idea secondo cui l’investimento nell’economia genererebbe automaticamente effetti benefici per la pace. Tuttavia, se gli investimenti in progetti di sviluppo sono utili, non è però sicuro che portino automaticamente la pace. Per essere coerenti, Ban Ki-moon e Jim Yong Kim non dovrebbe tralasciare uno dei principali fattori di conflitto nella regione dei Grandi Laghi. In effetti, questo conflitto ha una forte dimensione economica. Dalla fine degli anni ’90, i diversi belligeranti si sono serviti delle ricchezze minerarie del Kivu per armarsi e rafforzarsi. Questa situazione persiste, prima di tutto, a causa dell’incapacità degli Stati di punire i loro cittadini e gli operatori economici che partecipano a questa economia di guerra.

Ciò riguarda non solo la RDCongo, ma anche il Ruanda, l’Uganda e altri paesi terzi. Questa impunità nel saccheggio delle risorse naturali a beneficio di gruppi armati è anche la conseguenza  dell’assenza o dell’inadeguatezza di meccanismi internazionali capaci di impedire l’accesso di tali risorse cosiddette di conflitto sul mercato internazionale.

Se Ban Ki-moon e Jim Yong Kim vogliono rompere il ciclo della violenza in questa regione dei Grandi Laghi, dovrebbero impegnarsi a promuovere, a livello internazionale, iniziative vincolanti che impongano agli agenti economici il “dovere di diligenza”, una semplice procedura per costringerli ad escludere dalla loro catena di approvvigionamento i minerali la cui estrazione e commercializzazione servono a finanziare la violenza. Ciò costringerebbe il Ruanda a porre fine alla sua campagna di destabilizzazione della regione dei Grandi Laghi.[24]

Il 23 maggio, in mattinata, Ban Ki-Moon è arrivato a Goma, dove è stato accolto dal governatore del Nord Kivu, Julien Paluku. La visita si è svolta in un clima di relativa calma, avendo l’M23 sospeso, almeno temporaneamente, le ostilità. Secondo Julien Paluku, la visita di Ban Ki-moon rivela la volontà, da parte delle Nazioni Unite, di mettere in atto l’accordo di Addis Abeba e la risoluzione 2098 sulla creazione della brigata d’intervento della Monusco, incaricata di disarmare i gruppi armati ancora attivi nell’est della RDCongo.[25]

Ban Ki-Moon ha dichiarato che il dispiegamento della brigata d’interventi potrebbe essere effettivo “entro uno o due mesi” e ha affermato che «il suo mandato va oltre il mandato tradizionale di mantenimento della pace. Questa volta, si tratta di un mandato particolare, di imposizione della pace, quando necessario». Ban Ki-moon ha visitato anche l’ospedale Heal Africa, che accoglie le vittime della violenza sessuale. Secondo il dottor William Bonane, l’ospedale ha registrato 6.500 casi di stupri nel 2012 e 2500 nel primo trimestre 2013. Appena fuori dell’ospedale, alcune donne hanno organizzato una piccola manifestazione. Tra i loro messaggi: “No a Kampala”, “negoziati fino a quando?” e “No a negoziati”. Un riferimento alla ripresa di trattative con l’M23 a Kampala per porre fine alla crisi in corso.

Da parte sua, la direttrice associata nella RDCongo della confederazione delle organizzazioni di Oxfam, Joanna Trevor, ha avvertito, in un comunicato, che «la brigata d’intervento porterà una certa sicurezza, ma da sola non risolverà le reali cause della violenza». Secondo lei, è necessario investire anche in forze di sicurezza “forti e affidabili”, in un potere “al servizio del popolo” e in un sistema giudiziario che costringa coloro che violano i diritti umani a renderne conto.[26]

Il presidente del governo provinciale, Julien Paluku, ha chiaramente denunciato le manovre del Ruanda per mantenere il Nord Kivu sotto suo controllo e ha sottolineato che è attraverso movimenti ribelli deliberatamente creati dal Rwanda che quest’ultimo continua a saccheggiare le risorse naturali congolesi.

Julien Paluku ha menzionato due cause principali che spiegano la persistenza dell’insicurezza: la presenza, sul suolo congolese, dei ribelli hutu ruandesi (FDLR), dei ribelli ugandesi (ADF-Nalu) di una dozzina di gruppi armati nazionali (Mai-Mai) e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali da parte del Ruanda.

Per raggiungere il suo obiettivo, il Ruanda è riuscito a progettare un programma di creazione di milizie locali, servendosi di congolesi che Kagame, all’inizio degli anni 1990, aveva utilizzato in Ruanda, integrandoli nell’Esercito Patriottico Ruandese. Questi miliziani sono ritornati nell’est della RDCongo nel corso delle varie ribellioni (Afdl, Rcd, Cndp da cui è sorto l’attuale M23) che, successivamente, li hanno riversati nelle forze armate della RDCongo, come Congolesi. Peggio ancora, il governo di Kigali rimanda a combattere a fianco dell’M23 degli ex FDLR smobilitati attraverso il programma di disarmo e smobilitazione (DDRRR) della Monusco. Molti di loro sono stati catturati o si sono arresi alla Monusco e, quindi, rimpatriati in Ruanda.

Julien Paluku ha insistito sul dispiegamento immediato di droni di sorveglianza già prima dell’inizio delle operazioni della nuova brigata, per potere monitorare tutti i movimenti alla frontiera, inclusi quelli notturni e per potere, in tal modo, evitare ogni appoggio logistico del Ruanda all’M23, perché le armi, le munizioni e l’artiglieria pesante utilizzate dall’M23 sono una prova eloquente dell’appoggio che l’M23 riceve dall’esterno. A proposito dell’apporto di un miliardo di dollari ai paesi della regione dei Grandi Laghi, Julien Paluku ha affermato che «come i paesi della regione, e in particolare il Ruanda, hanno dissanguato la RDCongo mediante il continuo saccheggio delle sue risorse naturali e minerarie, non sarebbe logico finanziare quei paesi che si sono arricchiti a scapito della miseria congolese e distruggendo tutte le infrastrutture socio-economiche. Per questo, il miliardo di dollari dovrebbero essere investito principalmente nell’est della RDCongo, per la sua ripresa economica, al fine di ricuperare il ritardo che le ripetute guerre gli hanno imposto. Questo creerebbe nuovi posti di lavoro per i giovani, spesso vittime del loro reclutamento nelle varie ribellioni».[27]

Dopo la partenza di Ban Ki-moon, la società civile del Nord Kivu si è detta che «profondamente delusa per la brevità della visita» di Ban Ki-Moon a Goma. Il suo presidente, Thomas D’Acquin Mwiti, ha affermato che il Segretario Generale dell’Onu avrebbe dovuto ricevere i diversi settori della popolazione, per capire meglio la situazione di questa provincia martoriata da gruppi armati da oltre due decenni. «Ha parlato solo con alcune persone, tra cui il governatore provinciale, ma non ha riserviamo sufficiente tempo per ascoltare la popolazione stessa», ha concluso.[28]

Dopo Goma, il Segretario Generale delle Nazioni Unite attraverserà la frontiera per recarsi nel vicino Ruanda, dove incontrerà il presidente Paul Kagame. Non è necessario essere indovini per sapere già ciò che il padrone di casa di Kigali dirà al suo ospite. Un vecchio ritornello sulla minaccia che pesa sulla sicurezza del Ruanda risale ancora ai tempi del genocidio, è più virtuale che reale ed è diventato un vero fondo di commercio. Il ritornello finisce invariabilmente con l’attitudine “Ponzio Pilato” del presidente ruandese nei confronti di un “conflitto congolo congolese” in corso nell’est della RDCongo. Di fronte a questo rifiuto di ammettere di avere aggredito la RDCongo, violandone quindi incide la sovranità nazionale e l’integrità territoriale, cosa potrà dire Ban Ki-moon? Terribile domanda.

Tuttavia, l’esito della sua visita nella regione dei Grandi Laghi dipenderà dalla sua reazione ai ripetuti argomenti di Kigali. Nel caso in cui Ban-Ki-moon decidesse di nascondersi dietro un linguaggio “troppo” diplomatico e non riuscisse a ricordare a Kagame la vera natura del conflitto nel Kivu, allora si continuerà a girare a vuoto, essendo l’M23 paragonabile alla febbre la cui malattia sottostante si trova al di là della frontiera. Il vero problema è il Ruanda e, in qualche misura, l’Uganda. È con Paul Kagame che Ban Ki-moon dovrebbe parlare chiaro. Vero diplomatico esperto, Ban Ki-moon, sa che la verità la si può dire anche in linguaggio diplomatico.
È il linguaggio della verità che occorre parlare a Kigali, se si vuole costruire la pace con mezzi pacifici. Il caso delle ripetute guerre nell’est della RDCongo insegna che le varie ribellioni, cosiddette nate in seno all’esercito regolare congolese, obbediscono invece agli ordini di Kigali. È nella capitale ruandese che si trova la soluzione all’ennesima guerra di aggressione che sta prolungando il martirio del popolo congolese.[29]

Infine, Ban Ki-moon è arrivato a Kigali, in Ruanda. Egli ha affermato che il Ruanda ha un ruolo “essenziale” da svolgere nel garantire la pace nell’est della RDCongo e, per questo, ha chiesto al Presidente ruandese, Paul Kagame, di «usare il suo carisma politico per la pace, la sicurezza e lo sviluppo nella regione dei Grandi Laghi». Secondo lui, il Ruanda ha un ruolo vitale da svolgere per l’attuazione dell’accordo di Addis Abeba, un accordo che vieta ai paesi firmatari di appoggiare gruppi armati nell’est della RDCongo.

Tuttavia, nelle brevi dichiarazioni rilasciate alla stampa, non si è mai accennato all’aspetto politico dell’accordo di Addis Abeba, né all’imminente dispiegamento della nuova brigata d’intervento della Monusco nell’est della RDCongo, né alla spinosa questione dell’appoggio ruandese all’M23. Ban Ki-moon e Jim Yong Kim si sono accontentati di parlare, per un’ennesima volta, sul recente sviluppo economico del Ruanda e dei progressi registrati circa la parità uomo/donna.[30]


[1] Cf Radio Okapi, 28.04.’13

[3] Cf RFI, 02.05.’13

[4] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 04.05.’13

[5] Cf Radio Okapi, 30.04.’13

[6] Cf Christian Elongo Selemani – La Référence Plus – Kinshasa, 02.05.’13

[7] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 30.04.’13

[8] Cf RFI, 01.05.’13; Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 01.05.’13

[9] Cf Radio Okapi, 01.05.’13

[10] Cf Xinua, 03.05.’13

[12] Cf Radio Okapi, 06.05.’13

[13] Cf Radio Okapi, 10.05.’13

[14] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 14.05.’13

[15] Cf Radio Okapi, 20.05.’13

[16] Cf Radio Okapi, 21.05.’13

[17] Cf Radio Okapi, 22.05.’13

[18] Cf Belga – Rtbf, 21.05.’13

[19] Cf Radio Okapi, 22.05.’13

[20] Cf Radio Okapi, 22.05.’13

[21] Cf Radio Okapi, 22.05.’13; Gode Kalonji Muk – La tempête des Tropiques – Kinshasa, 23.05.’13; Mathy Musau – Forum des As – Kinshasa – Kinshasa, 23.05.’13

[22] Cf La Référence – Kinshasa, 23.05.’13

[23] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 23.05.’13

[24] Cf Le Nouvel Observateur/Le Potentiel – Kinshasa, 23.05.’13

[25] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 23.05.’13

[26] Cf AFP – Belga – 7 sur 7, 23.05.’13

[27] Cf L’Avenir – Kinshasa, 24.05.’13

[28] Cf Radio Okapi, 24.05.’13

[29] Cf José Nawej – Forum des As – Kinshasa. 23.05.’13

[30] Cf Radio Okapi, 24.05.’1; RFI, 23.05.’13