Apr 18 2013

Congo Attualità n. 180

INDICE

EDITORIALE: Di fronte alle minacce dell’M23, urgente l’impegno per la democrazia

1. BOSCO NTAGANDA DAVANTI ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE

2. IL CONSIGLIO DI SICUREZZA HA APPROVATO UNA RISOLUZIONE SULLA     CREAZIONE DI UNA BRIGATA SPECIALE DI INTERVENTO PER LA RDCONGO

3. LE REAZIONI DELL’M23

4. ALLERTA SU UN RAFFORZAMENTO DELLE TRUPPE DELL’M23

5. IL DIALOGO TRA IL GOVERNO E L’M23 A KAMPALA

 

EDITORIALE: Di fronte alle minacce dell’M23, urgente l’impegno per la democrazia

 

1. BOSCO NTAGANDA DAVANTI ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE

Il 26 marzo, Bosco Ntaganda è comparso per la prima volta davanti alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia. All’inizio dell’udienza, verso le 11:00 (10:00 GMT), ha declinato la sua identità parlando in Kinyarwanda, ma tradotto in francese da un interprete: «Mi chiamo Bosco Ntaganda e ho solo questi due nomi che i miei genitori mi hanno dato. Sono nato in Ruanda, ma sono cresciuto in Congo. Sono congolese. Come sapete, ero militare in Congo». Alla domanda del giudice in quale lingua desiderasse esprimersi, egli ha scelto il kinyaruanda e non il francese o il kiswahili, due lingue correnti nel Kivu, né il lingala, la lingua comune dei militari congolesi. Ha poi dichiarato: «Sono stato informato dei crimini che mi sono stati attribuiti, ma mi dichiaro non colpevole». È in questo momento che è stato interrotto dal Giudice Ekaterina Trendafilova, che gli ha spiegato che lo scopo dell’udienza non era di sapere se si fosse dichiarato colpevole o non colpevole, ma semplicemente di informarlo dei reati a lui imputati. Infine, il Giudice Trendafilova ha fissato per il 23 settembre 2013 l’inizio dell’udienza di conferma delle accuse, successiva tappa della procedura e destinata  a stabilire se gli elementi di prova del pubblico ministero sono abbastanza solidi per iniziare il processo.[1]

Il 27 marzo, il portavoce della CPI nella RDC, Paul Madidi, ha dichiarato che Bosco Ntaganda sarà giudicato dalla CPI come cittadino congolese, precisando che «le informazioni contenute nei mandati di arresto della CPI contro Ntaganda, lasciavano credere che egli fosse ruandese, ma ora egli ha dichiarato di essere congolese».[2]

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, la gente pensa che «non è l’arresto di Ntaganda che risolverà il problema». Un ascoltatore di Radio Okapi ha espresso la sua preoccupazione nei riguardi dell’atteggiamento del Ruanda in questa materia: «Vogliono dare a intendere che sono pronti a collaborare, ma il Ruanda è capace di produrre un altro Ntaganda».  Alcune organizzazioni non governative hanno deplorato il fatto che la CPI si limiti a indagare sui fatti commessi da Bosco Ntaganda nel 2002 e nel 2003 nella regione dell’Ituri, mentre è stato finora alla testa di una ribellione, l’M23, nel Nord Kivu. Le stesse organizzazioni si rammaricano anche del fatto che la CPI si limiti a perseguire dei capi di milizia, ignorando tutti quelli che hanno dato loro degli ordini, a partire da Kinshasa, Kigali e Kampala.[3]

Secondo Human Rights Watch (HRW), l’Ufficio del Procuratore della CPI dovrebbe prendere in considerazione la necessità di aprire una nuova fase delle sue inchieste sui crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Congo. Secondo questa organizzazione, «il procuratore della CPI dovrebbe portare il suo lavoro a un livello superiore e aprire un nuovo capitolo per la giustizia. Se la CPI vuole contribuire a spezzare il ciclo ripetitivo della violenza nella RDC, deve andare al di là dei signori della guerra locali e perseguire gli alti responsabili che li sostengono».[4]

Il 1° aprile, il  ministro delle comunicazioni e portavoce del governo congolese, Lambert Mende, ha affermato di aver accolto con favore la cooperazione delle autorità ruandesi e dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Kigali per il trasferimento di Bosco Ntaganda alla sede della CPI a L’Aia Egli ha anche rivelato che «il governo congolese collabora con la CPI, affinché Bosco Ntaganda possa essere perseguito anche per gli altri crimini che ha commesso nel Kivu, come capo militare del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP)».

Lambert Mende ha anche auspicato che «il Ruanda consegni alla giustizia congolese o internazionale quei militari dell’M23 che hanno trovato rifugio sul suo territorio, tra cui Baudouin Ngaruye, Zimulinda e Runiga, oggetto di sanzioni da parte delle Nazioni Unite».[5]

Il 2 aprile, il ministro ruandese per i rifugiati, Séraphine Mukantabana, ha dichiarato che il Ruanda ha allontanato dalla frontiera con la RDCongo i 682 ribelli del Movimento del 23 marzo (M23) che si erano rifugiati sul suo territorio e che li ha spostati a un centinaio di km ad est della capitale, Kigali. Questi militari dell’M23 si erano rifugiati in Ruanda a metà marzo, dopo essere stati sconfitti da una fazione rivale, quella dei Sultani Makenga. Finora, erano in un centro a una quindicina di km dal confine con la RDCongo. «La decisione di spostarli deriva dall’applicazione delle convenzioni internazionali (…)secondo cui i rifugiati devono essere a oltre 50 km dal confine del loro paese d’origine», ha detto il ministro Séraphine Mukantabana. I membri dell’M23, ha detto, si trovano ora in un “centro di internamento” situato nel distretto di Ngoma. Secondo alcuni osservatori, l’accoglienza riservata da Kigali a queste centinaia di militari dell’M23 ha alimentato i sospetti di un suo ulteriore appoggio alla ribellione. Ma secondo la signora Mukantabana, il Ruanda ha solo rispettato un principio umanitario. Al loro arrivo, i militari dell’M23 sono stati disarmati e sottoposti a un processo di “internamento”, ha assicurato. «Non sono dei prigionieri, sono persone che sono entrate un territorio in cerca di asilo (…) hanno una restrizione di movimenti, ma all’interno del loro campo di internamento hanno la loro libertà. Possono ricevere visite e avere sostegno psicologico», ha detto Seraphine Mukantabana. Sempre secondo il ministro, ora è loro chiesto se vogliono o non vogliono rinunciare al loro status militare “in modo permanente e volontario”. Se vi rinunciano, si inizierà la procedura secondo cui l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) concederà loro lo statuto di rifugiati. Se non vi rinunceranno, “non avranno diritto di asilo nel nostro Paese”, ha assicurato il ministro. “In questo caso, continuerà la procedura di “internamento”e il Ruanda notificherà la procedura da seguire.
Alla domanda sulla sorte riservata in particolare ai membri dell’M23 oggetto di sanzioni da parte delle Nazioni Unite, come l’ex capo politico del movimento, Jean-Marie Runiga e uno dei suoi comandanti militari, Baudouin Ngaruye, il ministro ha affermato che era “prematuro” pronunciarsi fino a che non si sia risolta la questione, anche per loro, di un eventuale statuto di rifugiati. Conoscendo il comportamento del Ruanda, il rischio è che questo paese diventi, con il concorso delle circostanze, un luogo di rifugio per fuorilegge e altri criminali ricercati dalla comunità internazionale. I casi di Laurent Nkunda e di Jules Mutebutsi sono già un esempio. Non è escluso che il Ruanda possa utilizzare questi militari dell’M23 per aumentare la pressione su Kinshasa. Infatti, ogni volta che Kinshasa si mostri intransigente rispetto ad una certa questione, Paul Kagame brandirà la minaccia di questi fuorilegge armati per rimandarli in Congo. Kinshasa non deve illudersi, dal momento che tra i prigionieri di guerra dell’M23 trasferiti a Kinshasa, c’erano degli ex smobilitati che erano stati reclutati di nuovo e mandati al fronte nell’est della RDCongo.[6]

2. IL CONSIGLIO DI SICUREZZA HA APPROVATO UNA RISOLUZIONE SULLA CREAZIONE DI UNA BRIGATA SPECIALE DI INTERVENTO PER LA RDCONGO

Il 28 marzo, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità una risoluzione per la creazione di una brigata speciale di intervento incaricata di combattere e disarmare i gruppi armati che operano nell’est della RDCongo. Anche il Ruanda ha votato a favore. Tale brigata dovrebbe essere composta di oltre 2500 uomini, anche se la risoluzione non ne precisa il numero esatto. Sarà composta da tre battaglioni di fanteria, una compagnia di artiglieria, una compagnia di ricognizione e altre forze speciali. Decisa per un periodo iniziale di un anno, sarà basata a Goma e sarà sotto l’autorità del comandante in capo della Monusco. Secondo il vice segretario generale delle Nazioni Unite incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, Herve Ladsous, la brigata sarà composta di 3.069 uomini provenienti dal Sud Africa, Tanzania e Malawi e sarà operativa entro luglio. La risoluzione rafforza la Missione dell’Onu per la Stabilizzazione della RDCongo (Monusco) che ora avrà il compito supplementare di condurre operazioni offensive e mirate, da sola o insieme all’esercito congolese, al fine di bloccare la crescita dei gruppi armati, neutralizzarli e disarmarli.

La creazione di questa brigata è stata decisa “in via eccezionale e senza creare un precedente”, afferma la risoluzione. Funzionari delle Nazioni Unite ritengono, tuttavia, che essa rappresenta una vera svolta: è la prima volta che dei caschi blu agiranno con un mandato di tipo offensivo, accoppiato, inoltre, all’uso – per la prima volta – di droni, per monitorare la frontiera tra la RDCongo, il Ruanda e l’Uganda. Secondo alcuni diplomatici, l’esame di questa risoluzione è stato accelerato, affinché fosse approvata prima che il Ruanda arrivasse alla presidenza di turno del Consiglio, il 1° aprile. La risoluzione condanna fermamente la continua presenza dell’M23 nelle immediate vicinanze della città di Goma e chiede a tutti i gruppi armati di deporre le armi. Redatta da Parigi, si basa sui principi dell’accordo regionale firmato ad Addis Abeba il 24 febbraio. Tale accordo vieta ai paesi limitrofi di appoggiare gruppi armati nell’est della RDCongo. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, auspica che il rafforzamento del mandato della Monusco, contribuisca al ripristino dell’autorità dello Stato e al ritorno della stabilità nell’est della RDCongo.[7]

Il 29 marzo, la società civile del Nord Kivu si è detta soddisfatta della creazione della brigata di intervento. Per il Vice Presidente di questa organizzazione, Omar Kavota, la risoluzione dell’Onu risponde al bisogno urgente di imporre la pace nel Kivu, da anni vittima di conflitti armati che hanno costretto migliaia di famiglie ad abbandonare i loro luoghi di origine. Egli ha affermato che, con questa risoluzione, si deve pertanto mettere fine ai negoziati con l’M23, che è parte integrante del problema. Egli ha infatti precisato che «da parte nostra, pensiamo che la risoluzione delle Nazioni Unite metta ufficialmente fine ai colloqui tra il governo congolese e l’M23. Crediamo che sia arrivato il tempo di imporre la pace attraverso lo smantellamento dell’M23, perché è parte del problema insieme agli altri gruppi armati».[8]

Il 5 aprile, a Goma, il rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la RDCongo, Roger Meece, ha affermato che i preparativi per il dispiegamento della brigata di intervento nel Nord Kivu sono già molto avanzati. Con un mandato di tipo forte, la brigata dovrà combattere e disarmare i gruppi armati attivi nell’est della RDCongo. Ma il capo della Monusco ha fatto notare che, per una soluzione duratura del conflitto, non si trascurerà l’aspetto politico della crisi. «Anche  il testo della risoluzione sottolinea che i militari della brigata di intervento hanno la possibilità di lanciare operazioni anche offensive, secondo la situazione tattica sul campo. Ma, naturalmente, sempre in collaborazione con le FARDC, la MONUSCO e le istituzioni politiche», ha ricordato Roger Meece. Il diplomatico delle Nazioni Unite ha aggiunto che il segretario generale dell’ONU e il Consiglio di Sicurezza hanno messo “un forte accento sulla dimensione politica” per risolvere il conflitto nell’est del Paese. A qusto proposito, Roger Meece ha ricordato i colloqui in corso tra il governo e l’M23 a Kampala e l’accodo firmato ad Addis Abeba da tutti i paesi della regione, nonché da altre personalità della comunità internazionale”.[9]

Il popolo congolese ha tirato un sospiro di sollievo quando è giunta la notizia dell’approvazione, da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, della risoluzione sul prossimo dispiegamento di una “brigata internazionale di intervento” al fine di neutralizzare le forze negative nella parte orientale della RDCongo. Ma i congolesi non devono credere che ora possono sedersi e aspettare, tranquilli, che la Brigata Internazionale di intervento faccia da sola il lavoro di disarmare i gruppi armati, nazionali e stranieri. I politici congolesi dovrebbero approfittare di questi dodici mesi per creare una “forza nazionale di rapida reazione” capace di sostituire, quando sarà il momento, le truppe delle Nazioni Unite. Questo implica che la RDCongo debba più che mai concentrarsi sul lavoro di ricostruzione del suo sistema di difesa, attraverso un processo di riforma dell’esercito,della polizia e dei servizi segreti. Le autorità congolesi dovrebbero incrementare le operazioni di reclutamento e di riqualificazione dei militari e degli agenti di polizia e dei servizi di sicurezza, affinché rispondano al profilo professionale e patriottico necessario per la difesa della patria.  Le circostanze si prestano anche per un lavoro di pulizia all’interno dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti, eliminando le migliaia di infiltrati che li stanno indebolendo da oltre un decennio.[10]

3. LE REAZIONI DELL’M23

Il 1° aprile, il Movimento del 23 marzo (M23) ha disapprovato il dispiegamento della brigata di intervento deciso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «Le Nazioni Unite hanno optato per la guerra», ha dichiarato il presidente politico dell’M23, Bertrand Bisimwa, in un comunicato del 1° aprile. «Invece di incoraggiare una soluzione politica, fornendo il suo appoggio ai negoziati politici di Kampala tra l’M23 e Kinshasa, l’ONU sceglie di fare la guerra contro un partner per la pace», ha aggiunto. Secondo Bertrand Bisimwa, «le Nazioni Unite faranno la guerra contro dei gruppi di cittadini che reclamano il buon governo per il loro paese, compresi quelli che sono già in trattative con il loro governo».[11]

Il 7 aprile, una dozzina di veicoli della Monusco che trasportavano materiali da costruzione sono stati bloccati dai ribelli dell’M23 a Kiwanja e a Kibumba, due cittadine che si trovano rispettivamente a 70 km e a 30 km a nord di Goma, nella provincia del Nord Kivu. L’M23 ritiene che i containers della Monusco contengano del materiale sospetto ed esige l’apertura di questi contenitori prima di attraversare la zona sotto suo controllo. Secondo gli autisti dei veicoli bloccati, i ribelli hanno sequestrato tutte le bolle di trasporto e le chiavi. Il portavoce della Monusco, Madnodje Mounoubai, ha confermato l’informazione: «Abbiamo una decina di veicoli che trasportano materiali da costruzione da Beni a Goma, per la sezione di Engeneering. Questi veicoli sono stati illegalmente bloccati dall’M23 a Bunagana». Il portavoce della Monusco ha chiesto all’M23 di rispettare le istruzioni del Consiglio di Sicurezza. «È questo atteggiamento che il Consiglio di Sicurezza denuncia. Abbiamo ora le prove che l’M23 ha stabilito un’amministrazione illegale e dei posti di controllo illegali che, da tempo, il Consiglio di Sicurezza aveva esigito di sopprimere».[12]

Il 9 aprile, la società civile del Nord Kivu ha denunciato una campagna di disinformazione condotta dai ribelli dell’M23 contro il dispiegamento della brigata speciale di rapido intervento della Monusco. Secondo il portavoce, Omar Kavota, nel corso della settimana precedente, i ribelli dell’M23 hanno organizzato una serie di comizi popolari a Kiwanja, Rutsturu-centro, Burumba e Kibaki, una zona da loro occupata, chiedendo alla popolazione locale di opporsi al dispiegamento della nuova Brigata della Monusco. Secondo Omar Kavota, questo modo di procedere da parte dell’M23 “è inaccettabile”, perché impedirebbe il ripristino della sicurezza e il ritorno della pace nella provincia del Nord Kivu, in preda a gruppi armati, sia nazionali che stranieri.[13]

Secondo fonti attendibili, la ribellione dell’M23 ha inviato una lettera ai parlamentari del Sud Africa, affinché, per evitare un bagno di sangue, convincano il loro governo a non inviare truppe dell’esercito sudafricano per la brigata di intervento delle Nazioni Unite nell’est dalla RDCongo.

In un’altra lettera al coordinatore nazionale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari (OCHA), l’M23 ha chiesto alle agenzie umanitarie dell’ONU di tenere in conto i rischi e di prevenire le conseguenze catastrofiche della risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla creazione della brigata speciale di intervento della Monusco.[14]

Il 10 aprile,in mattinata, molte persone, per lo più giovani, sono fuggite dal territorio di Nyiragongo (Nord Kivu), per trovare rifugio verso le località di Kabagana e Kabuhanga, al confine tra la RDCongo e il Ruanda. Fonti della società civile indicano che queste persone si sono rifiutate di partecipare a una marcia che l’M23 aveva organizzato da Kibumba a Goma, contro il dispiegamento della nuova brigata di intervento della Monusco. Un’autorità di Nyiragongo ha affermato che, dopo la fuga della popolazione, l’M23 ha annullato la marcia, spostandola alla domenica seguente. «La popolazione del territorio del Nyiragongo non ha voluto partecipare alla marcia e ora teme per la sua incolumità. La maggior parte delle persone sono fuggite verso le zone di frontiera per sfuggire alla collera di Makenga e dei suoi miliziani. Altri si sono chiusi in casa», ha dichiarato Omar Kavota, portavoce della società civile del Nord Kivu. Egli ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per «far fronte alle minacce dell’M23 contro la popolazione, perché vuole obbligarla ad opporsi al dispiegamento di questa nuova brigata».

Secondo alcuni osservatori, si tratta di una strategia dell’M23 per dare l’impressione che non sia lui ad opporsi al dispiegamento della nuova brigata, ma la popolazione stessa. In realtà, è l’M23 che teme il dispiegamento di una brigata con il mandato preciso di disarmarlo, come le FDLR e gli altri gruppi armati. Da parte sua, la popolazione aspetta piuttosto l’arrivo di questa brigata di intervento della Monusco, per liberarsi dal controllo dell’M23.[15]

Il 10 aprile, durante una conferenza stampa, il portavoce militare della Monusco, il tenente colonnello Felix Prosper Basse, ha reagito alla campagna di disinformazione condotta negli ultimi giorni dall’M23 contro il dispiegamento della nuova brigata di intervento della Monusco. Egli ha dichiarato che le attività di propaganda intraprese dall’M23 non potranno né cambiare né modificare le misure adottate dalle Nazioni Unite circa il dispiegamento di questa nuova brigata.
Da parte sua, il portavoce civile della Monusco, Madnodje Mounoubai, ha affermato che l’ONU trova un po’ strano il messaggio contenuto nella lettera dell’M23, indirizzata al Coordinatore Nazionale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA). «Trovo strano il messaggio contenuto in tale lettera, perché sappiamo che è l’M23 che è all’origine della crisi umanitaria, soprattutto nelle zone sotto sua occupazione», ha dichiarato Mounoubai, aggiungendo che “sono loro che creano l’insicurezza tra la popolazione e che creano, quindi, nuovi sfollati. Non possono scaricare la loro responsabilità su altri».[16]

L’11 aprile, l’M23 ha tolto il blocco sugli undici veicoli della Monusco che aveva mantenuto bloccati per quattro giorni. I conducenti di questi veicoli hanno confermato le informazioni. È per l’intervento di un’altra equipe della Monusco che finalmente ha sbloccato la situazione e che l’M23 ha poi rilasciato i veicoli in questione. Secondo il leader politico dell’M23, Bertrand Bisimwa, è dopo un controllo che i veicoli sono stati autorizzati a continuare il loro viaggio verso Goma. Fonti sul posto affermano che uno dei containers è stato aperto, come richiesto dall’M23, che sospettava contenessero del materiale militare destinato alla nuova brigata di rapido intervento della Monusco.[17]

4. ALLERTA SU UN RAFFORZAMENTO DELLE TRUPPE DELL’M23

Il 4 aprile, nel corso di una conferenza stampa a Goma, il Presidente dell’Assemblea Provinciale del Nord Kivu, Jules Hakizimwami, ha rivelato che, negli ultimi tre giorni, alcune decine di militari provenienti dal Ruanda hanno attraversato la frontiera, per rafforzare le truppe del Movimento del 23 marzo (M23) nel Nord Kivu. Secondo lui, questi rinforzi servirebbero per un nuovo assalto sulla città di Goma. Gli obiettivi sarebbero due: costringere il governo congolese a firmare un accordo con l’M23, cedendo così alle sue richieste, e rendere difficile, se non impossibile, il dispiegamento della brigata internazionale di rapido intervento deciso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «Probabilmente si tratta degli stessi soldati dell’ala M23 di Bosco Ntaganda e Jean-Marie Runiga fuggiti in Ruanda dopo essere stati sconfitti dalle truppe M23 di Sultani Makenga e che ora sono rinviati in Congo per rafforzare quelli che attualmente sono a Rutshuru. Secondo informazioni concordanti, si sta procedendo a una concentrazione di militari e di armi sull’asse Rumangabo-Kibumba, con il solo scopo di effettuare un attacco sulla città di Goma», ha riferito Jules Hakizimwami, senza specificare se si tratta di militari congolesi o ruandesi. Secondo lui, il tentativo dell’M23 di rioccupare Goma è orchestrato da certi paesi limitrofi alla RDC: «Siamo convinti che troppo è troppo. Per questo, denunciamo ad alta voce questo ennesimo tentativo di occupazione, e sempre con l’aiuto dei paesi vicini». Infine, il Presidente dell’Assemblea Provinciale del Nord Kivu ha chiesto alle Forze Armate della RDCongo e alla MONUSCO di prendere le misure necessarie, per evitare che l’M23 riprenda la città di Goma.[18]

Secondo il Presidente della Società Civile del Nord Kivu, Thomas d’Aquin Muiti, truppe ruandesi hanno varcato la frontiera nei pressi di Kibumba. Nello stesso tempo, truppe ugandesi sono entrate in territorio congolese nei pressi di Bungagana, attraverso la frontiera di Kisavo. François Nzekuye, deputato per Rutshuru (maggioranza presidenziale) ha confermato le informazioni: «Si segnalano rinforzi in uomini e munizioni provenienti dal Ruanda e dall’Uganda».  Il portavoce militare della Monusco ha relativizzato tali informazioni. Il tenente colonnello Prospère Bass ha parlato di “comuni movimenti di truppe dell’M23”. Secondo lui, «finora, la Monusco non ha notato nulla di speciale». Stesso atteggiamento da parte del governo. Il portavoce Lambert Mende ha dichiarato di aver letto il comunicato della Società Civile del Nord Kivu e che si è aperta un’inchiesta, per verificare le informazioni ricevute.

Se le informazioni sulle nuove infiltrazioni di truppe ruandesi e ugandesi saranno confermate, il Ruanda e l’Uganda hanno violato l’accordo di Addis Abeba, di cui sono firmatari. In base a tale accordo, in effetti, i firmatari si erano impegnati a non fornire alcun sostegno ai gruppi armati della regione.[19]

5. IL DIALOGO TRA IL GOVERNO E L’M23 A KAMPALA

Il 1° aprile, il Ministro degli Affari Esteri, Raymond Tshibanda, ha chiesto al Movimento del 23 marzo (M23) di “cessare di esistere come movimento politico-militare”. Nel corso di una conferenza stampa organizzata il 1° aprile a Kinshasa, il ministro ha sottolineato che «se l’M23 continua nella sua linea, la brigata di intervento della Monusco cercherà di porre fine alla sua esistenza». «L’M23 può agitarsi quanto vuole. Eravamo disposti a raggiungere un accordo politico con loro. Non si tratta più di riciclare gli specialisti della ribellione nelle file delle Forze Armate. Il solo futuro per l’M23 è di cessare di esistere come movimento politico-militare. Se questo non avverrà, la brigata di intervento della Monusco cercherà di porre fine alla sua esistenza», ha affermato Raymond Tshibanda, aggiungendo che «Makenga non è un alleato del governo. Non è possibile avere come alleata una forza negativa. Non c’è una forza negativa buona e un’altra forza negativa cattiva».[20]

Il 2 aprile, il segretario responsabile delle Relazioni esterne dell’M23, René Abandji, ha dichiarato che i colloqui di Kampala sono l’unica via per risolvere i conflitti nella parte orientale del Paese: «Noi crediamo che Kampala sia l’unico modo per risolvere il conflitto nell’est della RDCongo e per raggiungere una pace duratura. Da parte nostra, ci sentiamo ancora impegnati in questi colloqui. Crediamo che non si dovrebbero privilegiare soluzioni alternative che potrebbero causare innumerevoli danni collaterali». René Abandji, che guida attualmente la delegazione dell’M23 a Kampala, ritiene necessario che il suo movimento apporti la sua proposta al progetto di accordo presentato dal governo, in modo che dai due testi emerga un consenso.[21]

Il 5 aprile, la delegazione del Movimento del 23 marzo (M23) è partita da Bunagana per Kampala, la capitale dell’Uganda. È ciò che ha dichiarato il presidente del movimento ribelle, Bertrand Bisimwa, rimasto fedele a Sultani Makenga. Anche gli esperti della delegazione governativa dovrebbero arrivare a Kampala nello stesso giorno, salvo imprevisti, ha affermato da parte sua il senatore Mulaila, uno dei massimi esperti di Kinshasa. Le due parti inizieranno l’esame di due testi di proposta di accordo per trovare un consenso. Secondo René Abandi, segretario dell’M23 per le relazioni esterne e presidente della delegazione dell’M23 a Kampala, la proposta di accordo che il governo congolese ha loro sottoposto non è conforme alle loro aspettative. Ha auspicato, quindi, che il testo governativo sia armonizzato con il loro.

Nel mese di marzo, il governo aveva preparato un testo di 12 articoli che dovrebbe concludere i colloqui di Kampala. Alcune disposizioni di questo documento prevedono l’amnistia per i membri dell’M23 che non sono oggetto di procedure giudiziarie nazionali e internazionali, l’accelerazione dell’attuazione degli accordi sul ritorno dei rifugiati che vivono nei paesi limitrofi e la creazione di un segretariato generale per la riconciliazione all’interno del Ministero degli Interni.

René Abandi ha affermato che tale testo contiene dei punti di divergenza, ma non li ha rivelati, “per non infrangere il regolamento interno” del dialogo di Kampala. La mediazione convocherà una sessione plenaria per l’11 aprile, in vista di una decisione sulla firma dell’accordo finale che concluderà i negoziati.

Ma alcuni osservatori si chiedono se la revoca di alcuni militari dell’M23 decisa dal presidente Joseph Kabila non costituisca un ostacolo per l’esito finale dei negoziati. Infatti, attraverso un decreto presidenziale, Joseph Kabila ha revocato una dozzina di ufficiali superiori dall’esercito nazionale, quasi tutti appartenenti sia all’ala M23 di Sultani Makenga che a quella di Runiga. Tra i revocati ci sono lo stesso colonnello Sultani Makenga, comandante delle operazioni e autoproclamatosi generale, l’ex generale Bosco Ntaganda, i colonnelli Baudouin Ngaruye e Albert Kahasha, i tenente colonnelli Vianney Kazarama, Erick Ngabo e il comandante Innocent Zimurinda. Bisimwa Bertrand, presidente dell’M23, ha affermato che l’ordinanza presidenziale non avrà alcun effetto su un’eventuale firma dell’accordo finale di Kampala perché, con la creazione dell’M23, questi ufficiali avevano già deciso da soli di abbandonare le FARDC.[22]

Alcuni osservatori si chiedono cosa si nasconderebbe dietro questa improvvisa ripresa dei colloqui di Kampala. Probabilmente la diffusione della notizia di un presunto rientro sul territorio congolese, all’inizio della settimana, di truppe ruandesi e ugandesi. Ciò che salta subito all’occhio è che i regimi di Kigali e di Kampala abbiano deciso, ancora una volta, di fare pressione su Kinshasa, per tirare l’M23 fuori dai guai, prima del dispiegamento della brigata speciale di intervento, deciso dalla risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Irrobustito da rinforzi provenienti dal Ruanda e dall’Uganda, l’M23 è ora in posizione di forza per presentare delle controproposte che Kinshasa dovrà accettare.

Il ritorno di Kinshasa al tavolo dei negoziati dovrà, dunque, essere considerato come una capitolazione di fronte alla nuova pressione ruando-ugandese? La risposta a questa domanda lascia trasparire delle contraddizioni nel modo di procedere di Kinshasa, tanto più che, all’inizio della settimana, il portavoce del governo e il ministro degli affari esteri avevano affermato a chiare lettere che l’M23 non aveva altra scelta che interrompere ogni sua attività e che, in caso di resistenza, la brigata speciale istituita dalle Nazioni Unite si sarebbe incaricata del suo disarmo. La ripresa degli incontri di Kampala dimostra che gli aggressori, il Ruanda e l’Uganda, sono sicuri di offrire una via d’uscita all’M23, attraverso la sua integrazione nelle istituzioni e nell’esercito della RDCongo. Agitando lo spettro del ritorno alla guerra e l’incubo della ripresa di Goma, l’M23 e i suoi alleati hanno messo Kinshasa contro il muro, costringendolo ad accettare qualsiasi cosa, al fine di evitare che il dispiegamento della brigata speciale di intervento della Monusco sia compromesso da un cambiamento significativo sul campo delle operazioni militari. Di questo passo, è chiaro che Kigali e Kampala sono determinati a ottenere garanzie più che sufficienti a favore dell’M23.[23]

Quando Bosco Ntaganda è stato trasferito presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia e diversi alti ufficiali dell’M23 sono stati esclusi dalle FARDC, una certa tendenza dell’opinione pubblica a cominciato a pensare che non servirebbe più riprendere le trattative tra il governo e l’M23 a Kampala, tanto più che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha, nel frattempo, deciso di inviare nell’est della RDCongo una brigata speciale di intervento con il preciso mandato di combattere e disarmare i vari gruppi armati, tra cui lo stesso M23. Tuttavia, mentre tutti si aspettavano che il governo congolese approfittasse dell’approvazione della risoluzione dell’Onu sull’invio della brigata speciale di intervento, il governo congolese, contro ogni previsione, ha accettato di tornare a Kampala, per concludere le trattative con l’M23. Probabilmente per attutire la minaccia di un nuovo attacco sulla città di Goma da parte dell’M23. In questo contesto, l’M23 potrà approfittare di questa situazione di debolezza del governo per aumentare la posta in gioco e non accettare il trasferimento dei suoi ufficiali davanti alla giustizia nazionale e internazionale. Questo dato porterà inevitabilmente ad una situazione di blocco, tanto più che l’M23, con l’appoggio del Ruanda, non mira che all’integrazione dei suoi ufficiali nelle FARDC, per continuare a realizzare il suo macabro piano, che è quello di impedire alla RDCongo di dotarsi di un esercito veramente repubblicano, in grado di proteggere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale.[24]

Il facilitatore ugandese, Crispus Kiyonga, ha deciso di far riprendere i negoziati tra Kinshasa e l’M23 a Kampala. Ma l’iniziativa del ministro della Difesa ugandese sembra una vera trappola. La decisione di Crispus Kiyonga è vista da molti osservatori come un nuovo tentativo di infiltrare le milizie dell’M23 nelle FARDC. La ripresa delle trattative di Kampala celano l’intenzione dell’Uganda di far firmare un nuovo accordo politico tra Kinshasa e l’M23, per permettere all’M23 di fare entrare i suoi combattenti, per lo più stranieri, nei ranghi dell’esercito nazionale, prima dell’inizio dell’operazione di disarmo dei gruppi armati da parte della brigata speciale delle Nazioni Unite. Così, quando le truppe speciali delle Nazioni Unite arriveranno, le truppe del’M23, comandate dal “generale” Sultani Makenga, radiato dalle FARDC nel luglio 2010, quando era ancora colonnello, avranno già indossato l’uniforme dell’esercito regolare e saranno già state riassegnate al Nord Kivu, a cui si aggrappano come alla pupilla dei loro occhi.

La trappola è pronta. Una volta concluso un nuovo accordo tra Kinshasa e i ribelli dell’M23, questi ultimi cesseranno automaticamente di essere una forza negativa, perché diventati membri a pieno titolo delle Forze Armate della RDCongo (FARDC), come è successo con gli ex ufficiali e militari dell’RCD (Raggruppamento Congolese per la Democrazia), dell’MLC (Movimento di Liberazione del Congo), dell’RCD-K-ML (Raggruppamento Congolese per la Democrazia – Kisangani –Movimento di Liberazione), dell’RCD / N (Raggruppamento Congolese per la Democrazia / Nazionalisti), i Mai-Mai Raia Mutomboki, i Mai-Mai di Kyungu Gédéon, i Mai-Mai di Cobra Matata, ecc.
Se le autorità congolesi commettessero la gaffe di conferire lo statuto di membri dell’esercito congolese a Sultani Makenga e alle sue truppe entro la fine del mese, le Nazioni Unite si troveranno di fronte a un fatto compiuto. L’M23 sarà escluso dalle prossime operazioni della Brigata speciale della Monusco che dovrà, quindi, limitarsi al disarmo degli altri gruppi armati, stranieri e nazionali, come ad esempio le FDLR, l’ADF-Nalu, l’LRA e i vari gruppi  Mai-Mai. Il popolo congolese vuole sapere cosa sta succedendo dietro l’invito-convocazione del ministro della Difesa ugandese e si chiede se Crispus Kiyonga possa avere preso l’iniziativa di rilanciare i negoziati di Kampalai senza il consenso di Kinshasa. È quindi necessario che il Governo congolese chiarisca la sua posizione, perché dà la netta impressione di non avere ancora rotto definitivamente con l’M23 anche se,  pubblicamente, sta chiedendo la sua dissoluzione.[25]

Dietro la ripresa dei colloqui su iniziativa del mediatore ugandese, Yoweri Museveni, vi è un chiaro obiettivo nascosto che è quello di annullare la qualifica dell’M23 come forza negativa, per conferirgli uno statuto opportuno, al fine di trattare da pari a pari con il governo. Attraverso questa convocazione dai contorni ancora confusi, Yoweri Museveni, come mediatore della CIRGL, intende presentare alla comunità internazionale l’M23 come un interlocutore indispensabile del governo nella ricerca della pace nell’est della RDCongo. Questo è il nuovo tranello teso da Museveni, più che mai determinato a mantenere accesa la fiaccola dell’M23. Tuttavia, né l’accordo quadro di Addis Abeba, né la Risoluzione 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno finora ritirato la qualificazione dell’M23 come forza negativa, per farne un partner del governo nella pacificazione del Paese.[26]


[1] Cf AFP – La Haye, 26.03.’13

[2] Cf Xinua – Kinshasa, 27.03.’13

[3] Cf Stéphanie Maupas – Le Monde – Africatime, 27.03.’13; Info Congo Indépendant, 26.03.’13

[4] Cf Human Rights Watch – New York, 25.03.’13

[5] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 01.04.’13

[6] Cf AFP – Kigali, 02.04.’13 (via mediacongo.net); L’Avenir Quotidien – Kinshasa, 03.04.’13

[7] Cf Radio Okapi, 28.03.’13; AFP – New York, 28.03.’13

[8] Cf Radio Okapi, 29.03.’13

[9] Cf Radio Okapi, 05.04.’13

[10] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 01.04.’13

[11] Cf Radio Okapi, 01.04.’13

[12] Cf Radio Okapi, 11.04.’13

[13] Cf Radio Okapi, 09.04.’13

[14] Cf RFI, 10.04.’13

[15] Cf Radio Okapi, 10.04.’13; Forum des As – Kinshasa, 11.04.’13

[16] Cf Radio Okapi, 10.04.’13; Xinhuanet – Kinshasa, 11.04.’13

[17] Cf Radio Okapi, 11.04.’13

[18] Cf Radio Okapi, 05.04.’13

[19] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 05.04.’13

[20] Cf Radio Okapi, 01.04.’13

[21] Cf Radio Okapi, 02.04.’13

[22] Cf Radio Okapi, 05.04.’13

[23] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 06.04.’13

[24] Cf L’Avenir – Kinshasa, 08.04.’13

[25] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 08.04.’13

[26] Cf Kandolo M . – Forum des As – Kinshasa, 11.04.’13