Mar 05 2013

Congo Attualità n. 176

INDICE

EDITORIALE: Un possibile nuovo punto di partenza?

1. LA FIRMA DI UN ACCORDO PER LA PACE NELLA RDCONGO

a. Prima della firma

b. I principi dell’accordo

c. Le reazioni

2. IL DIALOGO TRA IL GOVERNO E L’M23 A KAMPALA

 

EDITORIALE: Un possibile nuovo punto di partenza?

 

1. LA FIRMA DI UN ACCORDO PER LA PACE NELLA RDCONGO

a. Prima della firma

L’11 febbraio, gli Stati Uniti hanno assicurato che appoggerebbero un processo di pace internazionale per la Repubblica Democratica del Congo (RDCongo) sotto l’egida delle Nazioni Unite. «Una soluzione elaborata e sostenuta dalla comunità internazionale è l’unica strada percorribile. Gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con gli altri membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e i partner africani», ha assicurato il sottosegretario di Stato americano per l’Africa, Johnnie Carson, nel corso di una conferenza presso il centro congressi Brookings Institution di Washington. Egli ha esortato «la Repubblica Democratica del Congo, il Ruanda, l’Uganda e altri paesi della regione a firmare e ad applicare al più presto l’accordo di base proposto dalle Nazioni Unite».

L’accordo prevede che i Paesi della regione rispettino la sovranità di tutti i Paesi vicini e che rafforzino la cooperazione regionale per affrontare i problemi di insicurezza. Esso vieta a questi Paesi di sostenere e i gruppi armati e li esorta a porre fine all’impunità dei criminali di guerra. Il piano regionale di pace era stato presentato alla fine di gennaio al vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba ma otto Capi di Stato africani, compresi quelli dei Grandi Laghi, non l’avevano firmato. Carson ha, inoltre, chiesto che il piano delle Nazioni Unite sia accompagnato da un “processo di pace globale” per l’est della RDCongo, guidato da un “inviato speciale delle Nazioni Unite”. Secondo Carson, «Washington sostiene con forza l’integrazione di una brigata regionale di intervento nell’ambito della Monusco», la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione del Congo, composta di 17.000 uomini, ma criticata per non essere in grado di fermare la violenza nella parte orientale della RDCongo. «Le Nazioni Unite desiderano, quindi, creare una brigata d’intervento rapido (…) più robusto”, con 2.500 uomini», aveva già affermato il capo delle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, Hervé Ladsous. Questa brigata speciale all’interno della MONUSCO dovrebbe combattere in modo particolare contro i gruppi armati dell’est della RDCongo. Secondo alcuni diplomatici, questo tipo di mandato, più forte, autorizza l’uso della forza richiesto nelle gravi situazioni, mentre il mandato delle forze di mantenimento della pace è quello di monitorare un cessate il fuoco già in vigore.[1]

La posizione delle Nazioni Unite sembra essere respinta dalla Comunità per lo Sviluppo dell’Africa australe (SADC). Il primo segno era apparso ad Addis Abeba, quando il Sud Africa e la Tanzania si erano opposti all’accordo di pace proposto dalle Nazioni Unite. Entrambi i paesi della SADC avevano ritenuto inopportuno che la forza internazionale neutra, il cui dispiegamento era stato deciso ad Addis Abeba nel quadro della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL), operi sotto un mandato delle Nazioni Unite nella modalità di una brigata speciale di intervento. Per contrassegnare la loro opposizione, i paesi della SADC hanno successivamente approvato, in occasione del loro ultimo incontro a Maputo, una risoluzione che autorizza il dispiegamento nella parte orientale della RDCongo una forza sub-regionale di quasi 4000 uomini. Progettata, nella forma e nella sostanza, come una forza essenzialmente africana, essa dovrebbe far riferimento direttamente alla SADC, con una propria struttura di comando e con proprie regole di ingaggio anche se, sul posto, dovrà collaborare con le truppe della Monusco. Perché questa divergenza tra le Nazioni Unite e la SADC? Secondo le Nazioni Unite, il piano della SADC non tiene sufficientemente conto del rispetto della sovranità nazionale della RDCongo e dell’intangibilità delle sue frontiere.[2]

Il 16 febbraio, a proposito del conflitto che continua nell’est della RDCongo, le Nazioni Unite hanno annunciato la firma di un accordo di pace per il 24 febbraio, ad Addis Abeba. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban K-moon ha espresso la sua intenzione di essere personalmente presente nella capitale etiope. L’accordo dovrebbe essere firmato dalle Nazioni Unite, dai Paesi della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) e da alcuni altri della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC). I Paesi che hanno accettato di firmare tale accordo regionale sono la Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda, il Ruanda, il Burundi, la Tanzania, il Sud Africa, l’Angola, il Congo/Brazzaville, la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan e il Mozambico. L’accordo di pace contiene una clausola che raccomanda ai paesi della regione di rispettare ciascuno la sovranità nazionale e l’integrità territoriale dei paesi vicini, di non interferire negli affari interni dei paesi limitrofi e di rafforzare la cooperazione regionale per risolvere i problemi di sicurezza. Esso vieta ai vari paesi della regione di fomentare e appoggiare gruppi armati e chiede loro di mettere fine all’impunità dei criminali di guerra. L’accordo prevede anche il rinforzamento delle capacità regionali, in linea con l’integrazione economica regionale. Raccomanda lo sfruttamento comune delle risorse naturali, nel rigoroso rispetto dei legittimi interessi del paese produttore. Per quanto riguarda la Repubblica Democratica del Congo, l’accordo prevede che il governo si impegni a portare avanti la riforma del settore della sicurezza, prestando particolare attenzione all’esercito e alla polizia, ad accelerare la politica di decentramento, a incentivare l’economia, le infrastrutture e i servizi sociali di base. Inoltre si raccomanda la riforma delle istituzioni e l’elaborazione di un programma di riconciliazione e di democratizzazione del Paese. L’accordo prevede anche una revisione strategica della Monusco e la nomina di un inviato speciale dell’Onu “per accompagnare i paesi della regione e contribuire a monitorare i progressi fatti rispetto agli obiettivi”. Questo testo doveva essere firmato alla fine di gennaio ad Addis Abeba, in occasione del vertice dell’Unione africana (UA). Ma la firma era stata rinviata a una data successiva.[3]

Secondo il deputato Martin Fayulu, coordinatore delle Forze Acquisite al Cambiamento (FAC), vari impegni riservati alla RDCongo, tra cui il perseguimento di riforme di vasta portata nel settore della sicurezza, il rafforzamento dell’autorità dello Stato, il decentramento, lo sviluppo economico, le riforme strutturali delle istituzioni governative e le riforme finanziarie, sono già regolati dalla Costituzione della Repubblica e rilevano della sovranità dello Stato congolese. Inoltre, deplorando il fatto che il futuro del paese si giochi fuori dai confini nazionali, Martin Fayulu ha fatto osservare che i temi della riconciliazione, della democrazia e del rispetto per i diritti umani non riguardano solo la RDCongo, ma anche ceri altri Paesi vicini. Per questo, egli propone di estendere questi elementi tra gli impegni di tutti i paesi della regione. «Il Ruanda non è certo un paese democratico e si sa ciò che sta accadendo in Uganda», ha detto Martin Fayulu, aggiungendo: «Si conoscono i problemi che la LRA e le FDLR stanno causando. E perché, allora, non si chiede al Ruanda e all’Uganda di intraprendere un cammino di riconciliazione? Perché non si chiede loro un serio impegno per la democrazia? Ciò che si impone ai Congolesi, non lo si impone anche agli altri».[4]

Alcuni osservatori continuano a chiedersi se questo accordo globale promosso dalle Nazioni Unite e dall’Unione Africana possa effettivamente segnare un punto di svolta per la RDCongo a livello della sicurezza e sul piano militare, politico, diplomatico, economico e sociale. Infatti, il suo obiettivo principale è la pacificazione dell’est della RDCongo, attraverso il dispiegamento di una brigata speciale per disarmare le forze negative, nazionali e straniere, e mediante l’utilizzazione di droni per sorvegliare le frontiere. Le due iniziative sarebbero poste sotto gli auspici della Monusco (la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione del Congo). Tuttavia, dato l’elevato grado di infiltrazione dell’M23 e delle FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda) da parte di elementi degli eserciti regolari del Rwanda e dell’Uganda, da un lato e, dall’altro, della grande quantità dei gruppi armati congolesi attivi nel Nord Kivu e nel Sud Kivu, è possibile dubitare seriamente della reale efficacia di qualsiasi forza internazionale neutra. Inoltre, può davvero la RDCongo fare affidamento su Paesi vicini così guerrieri, come l’Uganda e il Ruanda, circa il rispetto della sua sovranità nazionale e della sua integrità territoriale? Questi due Paesi vicini, ormai abituati a creare e a strumentalizzare successive ribellioni per saccheggiare le sue risorse naturali, saranno disposti a rinunciare alla loro “mangiatoia” naturale? Che dire poi delle potenze straniere e delle multinazionali implicate in avventure mafiose attorno ai siti minerari, petroliferi e forestali congolesi? Sono disposti ad accettare che la RDCongo torni ad essere uno “stato normale”, in cui governanti e cittadini hanno la stessa visione per la difesa degli interessi vitali della nazione? La firma dell’accordo è ormai data per scontata. Ma per quanto riguarda la sua applicazione, nulla è ancora certo. L’accordo globale promosso dall’Onu potrebbe subire la stessa sorte delle precedenti iniziative di pace: un miserabile fallimento.[5]

b. I principi dell’accordo

Il 24 febbraio, in presenza del Segretario generale delle Nazioni Unite e del Presidente dell’Unione Africana, undici Capi di Stato e di Governo africani hanno firmato, presso la sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia, l’accordo di pace per la RDCongo.

Il documento proibisce ai Paesi vicini di sostenere movimenti ribelli o gruppi armati nella RDCongo e incoraggia una serie di riforme in vista dell’instaurazione di uno Stato di diritto nella parte orientale della RDCongo, dove le istituzioni governative sono particolarmente deboli. L’accordo prevede anche “una revisione della missione delle Nazioni Unite nella RDCongo”, che potrebbe consentire la creazione di una forza di intervento incaricata di neutralizzare i movimenti ribelli. Anche se l’accordo non lo menziona esplicitamente, una simile revisione potrebbe permettere di aggiungere all’attuale MONUSCO, in una forma ancora da chiarire, una “brigata di intervento” dotata di un mandato molto più robusto, per disarmare i gruppi armati ancora attivi nella parte orientale della RDCongo.[6]

Ecco degli estratti:

1. Negli ultimi dieci anni, nella Repubblica Democratica del Congo (RDCongo) sono stati compiuti notevoli progressi.

2. Tuttavia, l’est del Paese continua a subire ricorrenti cicli di conflitto e di violenza dovuti alla presenza dei vari gruppi armati, nazionali e stranieri.

3. Le conseguenze di questa violenza sono devastanti. Gli atti di violenza sessuale e le gravi violazioni dei diritti umani sono usati regolarmente e quasi quotidianamente come armi da guerra. Il numero degli sfollati è tra i più alti al mondo e si aggira a circa due milioni di persone. L’attuazione del programma nazionale di ricostruzione, di riforma del settore della sicurezza e di eliminazione della povertà è costantemente interrotta.

4. Nonostante queste sfide, la recente crisi offre la possibilità di affrontare le cause profonde dei conflitti e di porre fine a cicli ricorrenti di violenza. Si è sempre più ammesso che l’attuale situazione è diventata sempre più in sostenibile. Sono quindi necessarie delle azioni concrete da parte del governo della RDCongo, degli stati della regione e della comunità internazionale.

5. I principi enunciati a ciascuno di questi livelli costituiscono altrettanti impegni precisi.

Al governo della RDCongo è richiesto un rinnovato impegno per:

* Continuare e approfondire la riforma del settore della sicurezza, in particolare per quanto riguarda l’esercito e la polizia;

* Consolidare l’autorità dello Stato, in particolare nella parte orientale del Paese, incluso impedendo ai gruppi armati di destabilizzare i paesi vicini;

* Avanzare sulla strada del decentramento;

* Promuovere lo sviluppo economico, includendo l’espansione delle infrastrutture e la fornitura dei servizi sociali di base;

* Promuovere la riforma strutturale delle istituzioni statali e della finanza, e

* Promuovere gli obiettivi di riconciliazione nazionale, di tolleranza e di democrazia.

Ai Paesi della regione (firmatari del presente accordo), è richiesto un rinnovato impegno per:

* Non interferire negli affari interni degli Stati limitrofi;

* Non tollerare, né fornire assistenza o appoggio ai gruppi armati;

* Rispettare la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati limitrofi;

* Rafforzare la cooperazione regionale, anche attraverso l’approfondimento dell’integrazione economica, con particolare attenzione alla questione dello sfruttamento delle risorse naturali;

* Rispettare le preoccupazioni e gli interessi degli Stati vicini, in particolare in materia di sicurezza; * Non ospitare, né fornire alcun tipo di protezione a persone accusate di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimini di genocidio o crimini di aggressione e a persone oggetto di sanzioni da parte  delle Nazioni Unite;

* Facilitare l’amministrazione della giustizia attraverso la cooperazione giudiziaria a livello della regione.

Per la comunità internazionale:

* Il Consiglio di Sicurezza rimarrà impegnato nel sostenere la stabilità a lungo termine della RDCongo e della regione dei Grandi Laghi;

* Un rinnovato impegno da parte dei partner bilaterali a rimanere mobilitati, con mezzi appropriati, nel loro sostegno alla RDCongo e alla Regione, per garantire la sostenibilità di queste azioni a lungo termine e sostenere l’attuazione dei protocolli e dei progetti prioritari del Patto per la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo nella regione dei Grandi Laghi;

* Un rinnovato impegno per il rilancio della CEPGL, sostenendo l’attuazione del suo obiettivo di sviluppo economico e di integrazione regionale;

* Una revisione strategica della Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella RDCongo (Monusco), rafforzando il suo appoggio al governo, per affrontare le questioni di ordine di sicurezza e per favorire il consolidamento dell’autorità dello Stato;

* La nomina di un inviato speciale delle Nazioni Unite, per sostenere gli sforzi nel trovare soluzioni durature.

6. La RDCongo, i Paesi limitrofi, i partner regionali e la comunità internazionale lavoreranno in modo sincronico per promuovere questi principi.

7. Si istituirà un meccanismo di controllo regionale cui parteciperanno i dirigenti dei paesi della regione[7], con la supervisione del Segretario Generale delle Nazioni Unite (ONU), del Presidente della Commissione dell’Unione Africana (UA), del Presidente della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) e del Presidente della Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe (SADC), come garanti di questo accordo. Tale meccanismo di controllo si incontrerà regolarmente per valutare i progressi compiuti nell’attuazione degli impegni regionali di cui sopra, nel rispetto della sovranità degli Stati interessati.

9. Il Presidente della RDCongo istituirà, all’interno del governo, un meccanismo nazionale di monitoraggio, al fine di sostenere e monitorare l’attuazione degli impegni assunti a livello nazionale in vista delle riforme di cui sopra. Le Nazioni Unite, l’Unione Africana, la Banca Mondiale, la Banca Africana dello Sviluppo e altri partner bilaterali e multilaterali sosterranno questo meccanismo.

11. Nella RDCongo, la MONUSCO farà parte della soluzione e continuerà a lavorare in stretta collaborazione con il governo della RDCongo.[8]

c. Le reazioni

Il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha accolto con favore la firma dell’accordo, sottolineando che è solo l’inizio di un approccio globale che richiede un impegno costante da parte dei paesi della regione, per ristabilire la pace nell’est della RDCongo, un territorio ricco di risorse minerarie e minato da numerose ribellioni. Ban Ki-moon ha affermato che l’accordo di Addis Abeba, della cui applicazione è garante, “faciliterà il processo di dispiegamento di una forza di intervento con un mandato di imposizione della pace” e ha aggiunto che “Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha già discusso sull’idea di inviare una brigata di intervento, se ne discuterà ancora e si prenderà presto una decisione”.

Il presidente congolese Joseph Kabila ha dichiarato di sperare che l’accordo contribuisca a porre fine alla “deplorevole situazione” dell’est del Paese. Nel suo discorso, egli ha chiesto di «cominciare a scrivere una pagina più gloriosa di quella degli ultimi due decenni, segnata da continue guerre, da gravi violazioni dei diritti umani e dal disprezzo per la vita umana. È giunto il momento di abbandonare la logica del passato fondata sulla legge della forza piuttosto che sulla forza della legge. Quella logica confonde la giustizia con la vendetta e permette di essere simultaneamente parte denunciante e giudice di se stesso».

Da parte sua, il presidente ruandese Paul Kagame ha assicurato “pieno sostegno” all’accordo di Addis Abeba, perché «non c’è maggior beneficio per il Ruanda che il vero progresso verso la pace regionale e la stabilità». Nello stesso tempo, egli ha chiesto di «affrontare con sincerità i reali problemi di diritto, di giustizia e di sviluppo e di trovare le soluzioni concrete che le popolazioni si aspettano dai loro dirigenti». Tali parole sembrano fare allusione alla mancanza di uno Stato di diritto nell’est della RDCongo e al trattamento riservato, in questa regione, alla minoranza tutsi, che mantiene stretti legami con il vicino Ruanda.[9]

Gli Stati Uniti hanno fatto appello ai paesi limitrofi della RDCongo, affinché cessino di appoggiare i gruppi ribelli nell’est della RDCongo. L’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Susan Rice, ha accolto con favore la firma dell’accordo ad Addis Abeba. Ha fatto notare che le autorità congolesi dovrebbero “approfittare dell’accordo per portare a termine il loro impegno di rafforzare la loro autorità nella parte orientale del paese e di migliorare il loro modo di governare”. Ha anche invitato la RDCongo e i paesi vicini ad agire per porre fine ai massacri, agli stupri e alle violenze che hanno sconvolto la regione nel corso degli ultimi due decenni. “È necessario che i Paesi limitrofi alla RDCongo rispettino la sua sovranità nazionale e la sua integrità territoriale, impedendo appoggi esterni ai gruppi armati, in violazione del diritto internazionale”, ha detto la Rice, in un comunicato. Ella ha aggiunto che i paesi della regione dovrebbero agire collettivamente per impedire il “mostruoso uso della violenza sessuale come tattica di guerra”, per punire coloro che hanno violato i diritti umani e per evitare lo sfruttamento illegale delle risorse naturali.[10]

L’alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Catherine Ashton e il commissario per lo Sviluppo, Andris Piebalgs, hanno accolto con favore l’approvazione dell’accordo di Addis Abeba, la proposta di nominare un inviato speciale delle Nazioni Unite e del rafforzamento della Monusco. Secondo le due personalità, si tratta di passi importanti verso la ricerca di soluzioni politiche durature ai problemi strutturali che rimangono ancora irrisolti nell’est della RDCongo e nell’intera regione dei Grandi Laghi. Catherine Ashton e Andris Piebalgs ritengono che tale accordo rappresenti un’opportunità per un nuovo inizio del processo di pace nella regione e per le popolazioni che hanno sofferto già troppo. Ai Capi di Stato firmatari dell’accordo, chiedono un impegno forte e sincero nella sua attuazione. L’UE si dice pronta a contribuire.[11]

In una conferenza stampa tenutasi il 27 febbraio a Kinshasa, i ministri congolesi degli Affari Esteri e delle Comunicazioni hanno dichiarato che l’attuale accordo è diverso dagli analoghi documenti che l’hanno preceduto. Il governo congolese ritiene che l’accordo del 24 febbraio firmato ad Addis Abeba per la pace nella RDCongo è vantaggioso per il paese, in quanto tiene conto degli aspetti interni ed esterni della crisi nell’est. «La richiesta di una riforma delle istituzioni dello Stato non significa che ci sia un’illegittimità del potere», ha dichiarato Raymond Tshibanda, Ministro degli Affari Esteri, aggiungendo che «la RDCongo è un paese ancora in fase di ricostruzione e, quindi, le riforme non sono ancora terminate». Per il capo della diplomazia congolese, le riforme dell’esercito, dei servizi di sicurezza dello Stato e del decentramento devono continuare.[12]

Nel corso di una conferenza stampa del 26 febbraio a Kinshasa, il presidente nazionale dell’Unione per la Nazione Congolese (UNC), Vital Kamerhe, ha dichiarato che, per garantire la pace, la RDCongo deve assumere l’accordo siglato il 24 febbraio ad Addis Abeba, rispettandone gli impegni assunti. «Il presidente Joseph Kabila deve rispettare l’accordo procedendo alla ristrutturazione delle istituzioni dello Stato, come previsto nell’accordo», ha affermato Vital Kamerhe. Secondo lui, chiedendo al governo congolese di promuovere gli obiettivi della riconciliazione, dell’unità nazionale e della democratizzazione, l’accordo apre implicitamente la strada ad un dialogo nazionale che deve essere inclusivo e guidato da un mediatore neutro coadiuvato da co-mediatori nazionali che conoscano bene i problemi della RDCongo. Kamerhe ha anche sottolineato che, così com’è stato firmato, l’accordo non lascia trasparire l’idea della balcanizzazione del paese, ma permette alla RDCongo, attraverso i principi enunciati, compresi il rispetto per la sovranità nazionale e l’integrità territoriale del paese, di elaborare strategie e meccanismi capaci di bloccare la strada alla balcanizzazione.[13]

Il Segretario Nazionale della Pianificazione dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), Corneille Mulumba, ha dichiarato che l’accordo sulla pace nella RDCongo potrebbe minacciare l’integrità territoriale del paese, a causa dell’aumento di truppe straniere che non dipendono dall’esercito congolese. “Stiamo perdendo il controllo sul territorio nazionale”, ha detto aggiungendo che, con la firma di questo accordo, il presidente Kabila ammette l’incapacità del suo regime nell’adempiere gli obblighi fondamentali dello Stato. Secondo Mulumba, ciò dimostra anche che non si può fare nulla senza un’unità nazionale. «È la leadership del Congo che è messa in causa», ha aggiunto Corneille Mulumba, indicando che l’accordo di Addis Abeba favorisce il Ruanda e l’Uganda, perché non impone loro alcun dialogo interno, pur sapendo che la crisi nell’est della RDCongo è una conseguenza della mancanza di dialogo all’interno di questi due paesi vicini. Secondo lui, l’accordo non garantisce, quindi, la pace nella RDCongo, perché non affronta le vere cause dell’insicurezza nell’est del paese.[14]

In una conferenza stampa tenutasi il 27 febbraio presso la sua sede di Kinshasa, le “Forze Acquisite al Cambiamento” (FAC), una piattaforma politica dell’opposizione, hanno duramente criticato il testo di tale accordo. «L’accordo si concentra principalmente sulle conseguenze della crisi, invece di soffermarsi sulle sue cause, come la debolezza o la mancanza di leadership ai verici dello Stato, la crisi legittimità delle istituzioni consecutiva alla caotica organizzazione delle elezioni del novembre 2011», ha affermato il coordinatore delle Fac, Lisanga Bonganga. Secondo lui, l’accordo di Addis Abeba non fa in alcun modo riferimento alla necessità della preparazione e dell’organizzazione di cicli elettorali credibili, al fine di consolidare la democrazia e di creare le condizioni per una riconciliazione nazionale, non solo nella RDCongo, ma anche in alcuni altri paesi della regione, tra cui il Ruanda e l’Uganda. Le FAC qualificano, infine, tale accordo come “non avvenuto”. Per fermare la violenza e i massacri nell’est del Paese, esse avrebbero auspicato un intervento militare diretto nella RDCongo, come in Mali. A Kinshasa, i partiti dell’opposizione non cessano di reclamare ad alta voce l’organizzazione di un dialogo nazionale, i cui temi dovrebbero includere tutti i problemi politici e sociali, in particolare la crisi di legittimità delle istituzioni a partire dalle elezioni del novembre 2011.[15]

Da parte sua, Lumeya Dou Malegi, deputato del gruppo dei Liberali Democratici Cristiani guidato da Mbusa Nyamwisi, ha apprezzato il fatto che il testo sia stato firmato da ben undici capi di Stato africani e spera che “rispettino la loro firma”. Egli ha anche chiesto la mobilitazione del popolo congolese, affinché la pace sia effettiva. Lumeya Dou Malegi deplora, tuttavia, il fatto che il testo non sia più esplicito nei confronti dell’M23 e del Ruanda e afferma: «Non è stato preso alcun provvedimento contro l’M23 e il Ruanda (…) Gli undici capi di stato non hanno condannano il Ruanda, che non è neppure menzionato nell’accordo».[16]

I membri della delegazione dell’M23 a Kampala hanno affermato di non essere interessati da questo accordo. Invece dell’invio, come proposto dalle Nazioni Unite, di una brigata di intervento per neutralizzare i gruppi armati, l’M23 auspicherebbe una soluzione politica negoziata alla crisi dell’est della RDCongo,. I rappresentanti dell’M23 a Kampala hanno affermato di rimanere vigilanti e di essere pronti ad affrontare ogni evenienza che potesse sorgere dopo la firma di questo accordo.[17]

Un gruppo di 46 organizzazioni non governative congolesi e internazionali hanno accolto con  favore la firma dell’accordo di Addis Abeba, ma fa notare che “l’accordo sarà vano senza ulteriori misure specifiche”. Il gruppo ritiene che l’accordo non sia sufficiente e propone misure concrete da attuare.

Le Ong chiedono la creazione, da parte della comunità internazionale, di un fondo di sostegno a progetti volti a rafforzare la stabilità regionale e l’integrazione economica regionale, l’introduzione di misure positive che i paesi vicini dovrebbero adottare per dimostrare il loro impegno per porre fine al conflitto, l’appoggio a negoziati realistici con i gruppi armati per evitare l’impunità giudiziaria che ha caratterizzato gli accordi passati e per facilitare la smobilitazione dei soldati ribelli.

Il gruppo pone l’accento sulla necessità di giustizia nella RDCongo. Secondo il testo, «c’è bisogno di un nuovo approccio e di un processo di pace fondato sui principi della giustizia. I precedenti accordi di pace hanno spesso tollerato l’impunità, permettendo ai criminali di guerra di integrarsi nell’esercito, nella polizia e nei servizi di sicurezza. Questo fatto ha minato la legittimità del processo di pace e la reputazione dei servizi di sicurezza e del sistema giudiziario».

L’accordo si basa su due punti principali: porre fine al sostegno esterno ai movimenti ribelli congolesi e promuovere la riforma globale delle istituzioni dello Stato, come le forze armate, il corpo della polizia nazionale e il sistema giudiziario. Le ONG hanno chiesto l’individuazione di criteri chiari, al fine di raggiungere questi due obiettivi e suggeriscono ai donatori di subordinare il loro aiuto ai progressi realizzati nel processo di pace.

«L’accordo è una grande promessa fatta al popolo congolese, ma i precedenti processi di pace hanno fallito a causa della mancanza di trasparenza, del debole impegno internazionale e della mancanza di un processo globale. È quindi imperativo affrontare una volta per tutte i veri problemi della RTDCongo, che sono l’impunità, l’interferenza regionale e la fragilità dello Stato. In caso contrario, si chiuderà ogni possibilità di pace».

Le ONG hanno esortato la comunità internazionale a dare prova di un appoggio costante che vada oltre l’approccio tecnocratico degli ultimi anni. Oltre alla richiesta di un inviato speciale delle Nazioni Unite, esse hanno chiesto agli Stati Uniti e all’Unione Europea di nominare loro inviati speciali per sostenere il processo di pace. L’accordo fa sperare, ma richiede un notevole capitale finanziario e politico per superare i molti interessi ormai consolidati.[18]

La società civile del Nord Kivu invita i Paesi firmatari dell’accordo del 24 febbraio ad applicarlo “senza ipocrisia”, al fine di garantire un efficace ritorno della pace nell’est della RDCongo. «Crediamo che sia più che mai urgente combattere e disarmare l’M23, le FDLR, l’ADF-Nalu, il FNL e tutte le milizie locali che continuano a destabilizzare la pace», ha detto Omar Kavota, vice presidente della società civile del Nord Kivu, chiedendo alle Nazioni Unite di accelerare l’attuazione dell’accordo in questione per «limitare la sofferenza del popolo del Nord Kivu». La società civile del Nord Kivu chiede, inoltre, l’invio di una forza internazionale neutra, per neutralizzare i gruppi armati dell’est della RDCongo. «Se non si invia una forza internazionale neutra, si assisterà al caos. I gruppi armati continueranno le loro attività e la popolazione continuerà a soffrire», ha dichiarato Omar Kavota.[19]

La Rete Nazionale delle ONG dei diritti umani nella RDCongo (RENADHOC), il 26 febbraio, a Kinshasa, ha dichiarato che l’accordo firmato il 24 febbraio ad Addis Abeba non costituisce affatto una panacea per la stabilizzazione della RDCongo e della regione dei Grandi Laghi. RENADHOC raccomanda, quindi, di rispettare e attuare tutti gli accordi di pace firmati precedentemente, prima di aggiungerne altri. «Abbiamo notato che quest’ultimo accordo non ha alcun valore aggiuntivo rispetto al Patto per la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo nella regione dei Grandi Laghi, firmato dai Capi di Stato il 15 dicembre 2006 a Nairobi», ha precisato il segretario esecutivo del RENADHOC, Fernandez Murhola. Secondo lui, i Paesi della Regione dei Grandi Laghi dovrebbe invece consolidare il patto di Nairobi (Kenya) e fare in modo che tutti i protocolli ad esso annessi siano pienamente attuati a favore delle popolazioni della regione. Il Patto di Nairobi raccomandava agli Stati della regione un impegno per la non aggressione, la reciproca difesa, la democrazia, il buon governo, la cooperazione giudiziaria, la prevenzione e la repressione dei crimini di genocidio, dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità e la lotta contro lo sfruttamento illegale delle risorse naturali. L’obiettivo era quello di trasformare la regione dei Grandi Laghi in uno spazio vitale di stabilità, di sicurezza e di sviluppo economico.[20]

2. IL DIALOGO TRA IL GOVERNO E L’M23 A KAMPALA

L’11 febbraio, la Società Civile del Nord Kivu ha chiesto al governo congolese e alla Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) di porre fine al dialogo in corso a Kampala (Uganda) tra la delegazione del governo congolese e quella del gruppo armato denominato Movimento del 23 marzo (M23). Ritenendo che il punto più importante iscritto all’ordine del giorno del dialogo e relativo alla valutazione dell’applicazione dell’accordo firmato il 23 marzo 2009 tra il governo e il CNDP, sia già stato sufficientemente trattato e che sia pertanto inopportuno continuare i colloqui sulle altre questioni (politiche, economiche e sociali), la Società civile chiede, quindi, la fine delle discussioni. Secondo lei, porre fine alle discussioni di Kampala dovrebbe permettere di «evitare la manovra dell’integrazione di elementi dell’M23 nelle istituzioni politiche e nelle forze armate e nei servizi di sicurezza congolesi». Secondo Omar Kavota, vice presidente e portavoce della società civile, «il dialogo dovrebbe fermarsi alla valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009 e non consentire di negoziare con l’M23. Il governo non dovrebbe accettare di condividere il potere con l’M23 o integrare i suoi membri nella polizia e nell’esercito regolare, perché questo incoraggerebbe altri gruppi armati a fare ricorso alle armi per accedere al potere».[21]

Il 13 febbraio, in un documento di quattordici pagine presentato al facilitatore ugandese, Crispus Kayonga, la delegazione governativa ai colloqui di Kampala, guidata dal ministro Raymond Tshibanda, ha qualificato diverse richieste dell’M23 di “illegali, illegittime o senza oggetto”. Alcune di queste richieste fanno riferimento all’annullamento delle elezioni del novembre 2011, ad un’amnistia generale per i ribelli e a una pianificazione di operazioni militari congiunte con l’esercito regolare contro i gruppi armati del Nord Kivu. Secondo la delegazione governativa, altre rivendicazioni dell’M23 sono da riprendere in considerazione e altre ancora sono di competenza dell’Assemblea Nazionale .La delegazione del governo ritiene, tuttavia, legittime le richieste dell’M23 sulla libera circolazione delle persone e sulla lotta contro la discriminazione. Kinshasa apre anche un certo spazio ai ribelli. In campo militare, per esempio, saranno integrati nell’esercito regolare solo i soldati dell’M23 che hanno la nazionalità congolese e il cui grado è pari o inferiore a quello di luogotenente, tenendo conto anche della loro idoneità. Essi dovranno essere disposti a servire sotto la bandiera in qualsiasi regione del Paese. La sorte degli ufficiali dell’M23 che non sono recidivi, che non sono stati coinvolti nel reclutamento di bambini soldato e che non sono oggetto di un mandato di cattura nazionale e / o internazionale, sarà decisa caso per caso. Inoltre, i miliziani reclutati dall’M23 dovranno essere prima disarmati e smobilitati, poi dovranno firmare un atto di impegno personale a non riprendere più le armi. Per quanto riguarda la questione dell’amnistia, essa riguarderà solo i membri dell’M23 che non sono recidivi. Il 14 febbraio, i delegati dell’M23 hanno, a loro volta, consegnato al facilitatore, un documento di replica. Per ora, il facilitatore sta esaminando i nuovi documenti a lui presentati dal governo e dai ribelli.[22]

Il 14 febbraio, uno dei sei esperti della delegazione del governo congolese ai colloqui di Kampala, François Mwamba, ha affermato che la delegazione governativa ha compiuto la sua missione. Secondo lui, essendo ormai terminata la fase della valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009 e dell’ascolto delle proposte dei ribelli sulle questioni di sicurezza e su quelle di ordine politico e sociale, il governo si aspetta solo una cosa dai ribelli: la cessazione dell’attività militare. «Abbiamo terminato la revisione dei tre punti all’ordine del giorno. Il primo, quello sulla valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009, si è concluso con un rapporto definitivo. Per quanto riguarda i punti 2 e 3, la mediazione ci aveva consegnato due documenti elaborati dall’M23: uno sulle questioni di sicurezza e l’altro sulle questioni politiche e sociali e noi le abbiamo trasmesso le nostre osservazioni. Per quanto riguarda la delegazione governativa, la missione è compiuta. Spetta ora al facilitatore di pronunciarsi sui punti 2 e 3, relativi alle questioni di sicurezza e alle questioni politiche e sociali. Infine, la mediazione dovrà proporre una conclusione finale», ha affermato François Mwamba.[23]

Il 18 febbraio, la delegazione dell’M23 ha ribadito che le sue affermazioni sono legittime ed esige veri negoziati con Kinshasa. «Non è il governo a decidere ciò che è legittimo o meno, dal momento che il governo stesso è illegittimo, perché fondato su elezioni truccate», afferma l’M23 in termini poco diplomatici in un comunicato che i delegati di Kinshasa hanno scoperto durante il momento della colazione nel loro hotel a Kampala. Inoltre, è da una settimana che i colloqui sono fermi, da quando la delegazione del governo ha rinviato al mediatore ugandese la maggior parte delle rivendicazioni dell’M23, qualificandole come “illegittime” o “senza oggetto”. Da allora, avendo risposto per iscritto, Kinshasa ritiene di avere concluso il suo lavoro e rifiuta qualsiasi trattativa con l’M23 sulle questioni di sicurezza, politiche, economiche e sociali, rimandandone la discussione alle Istituzioni dello Stato. L’M23, invece, chiede la prosecuzione delle trattative e una vera negoziazione. L’M23 ha fatto notare di non avere preso le armi per “esigere dei gradi superiori” o per “far parte del governo”, ma affinché il paese sia governato diversamente. E ha aggiunto che è inutile discutere sulle condizioni dell’integrazione militare e politica della M23 nel sistema di governo attuale.[24]


[3] Cf Radio Okapi, 17.02.’13; La prospérité – Kinshasa, 22.02.’13

[4] Cf Pitshou Mulumba – Le Potentiel – Kinshasa, 21.02.’13; RFI, 21.02.’13

[5] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 22.02.’13

[6] Cf AFP – Addis Abeba, 24.02.’13

[7] La Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica del Sud Africa, la Repubblica di Angola, la Repubblica del Burundi, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica del Congo, la Repubblica dell’Uganda, la Repubblica del Ruanda, la Repubblica del Sud Sudan, la Repubblica Unita di Tanzania e la Repubblica dello Zambia.

[9] Cf AFP – Addis Abeba, 24.02.’13

[10] Cf Belga – 7sur7, 25.02.’13

[12] Cf Radio Okapi, 28.02.’13; Xinhuanet – Kinshasa – Africatime, 28.02.’13

[13] Cf Xinhuanet – Kinshasa, 27.02.’13

[14] Cf Jules Tambwe Itagali – Les Dépêches de Brazzaville – Kinshasa, 26.02.’13

[15] Cf Radio Okapi, 28.02.’13; Xinhuanet – Kinshasa – Africatime, 28.02.’13

[16] Cf Radio Okapi, 26.02.’13

[17] Cf Radio Okapi, 25.02.’13

[19] Cf Radio Okapi, 25.02.’13

[20] Cf Radio Okapi, 27.02.’13

[23] Cf Radio Okapi, 15.02,’13

[24] Cf RFI, 19.02.’13