Gen 31 2013

Congo attualità n. 174

INDICE

EDITORIALE: La giustizia, unico cammino verso la pace

1. IL DIALOGO TRA GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

2. LE INCERTEZZE E LE CONTRADDIZIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

3. LA SOCIETÀ CIVILE NON SI ARRENDE

4. LA TRAPPOLA DELLE NEGOZIAZIONI

EDITORIALE: La giustizia, unico cammino verso la pace

 

1. IL DIALOGO TRA GOVERNO CONGOLESE E L’M23 A KAMPALA

 

Il 20 gennaio, una “commissione speciale” ha completato “la diagnosi di ciò che, dopo l’accordo del 23 marzo 2009, è stato fatto e ciò che non è stato fatto”. Questa “valutazione”, non ancora resa pubblica, dovrebbe essere presa in esame e approvata dalle due delegazioni in assemblea plenaria. L’M23 accusa Kinshasa di non avere messo a disposizione i mezzi necessari per combattere i ribelli hutu ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). Kinshasa, da parte sua, accusa gli ex-CNDP di non essere sempre stati efficaci nelle funzioni a loro attribuite.[1]

 

La vera difficoltà comincerà quando si entrerà nei punti seguenti dell’agenda relativi ai problemi di sicurezza e a quelli sociali, politici ed economici.

Sul piano militare,l’M23 propone la creazione di un meccanismo per l’integrazione delle truppe dell’Esercito Rivoluzionario Congolese (ARC) nell’esercito nazionale e il riconoscimento formale (automatico) dei gradi attualizzati (acquisiti in questi ultimi mesi di guerra) dei suoi militari.

Sul piano politico, l’M23 vuole trascinare il governo verso un vero dibattito sulle spinose questioni relative alle ultime elezioni, alla legittimità o illegittimità dell’attuale potere e delle istituzioni attualmente vigenti, alla revisione dei contratti minerari. In particolare, l’M23 ha chiesto l’annullamento delle elezioni del 28 novembre 2011, lo scioglimento del Senato e delle assemblee provinciali, l’istituzione di un Consiglio nazionale di transizione incaricato di a) Rivedere la Costituzione, b) Formare un governo di transizione, c) Stabilire le altre Istituzioni della Repubblica, d) Ristrutturare la commissione elettorale nazionale indipendente (CENI), e) organizzare nuove elezioni iniziando con quelle locali e terminando con le presidenziali. L’M23 chiede, inoltre, la revisione di tutti i contratti minerari, forestali e petroliferi, il miglioramento delle condizioni delle imprese, degli agenti dello Stato, dei militare, degli agenti di polizia e, infine, la creazione di un sistema federale.

François Mwamba, membro della delegazione del governo, ha dichiarato: «Che cosa vuole veramente l’M23? Che lo dicano chiaramente! Dopo di che, dobbiamo concludere questa discussione, che non può, in alcun modo, terminare con la sopravvivenza del M23, che è una forza negativa, o mettere in discussione, qualsiasi sia il modo, le istituzioni della RDCongo, la sua sovranità nazionale o la sua integrità territoriale».

Roger Lumbala, numero 2 della delegazione dell’M23, ha risposto: «Non possiamo continuare con un presidente che non è stato eletto dal nostro popolo. È Etienne Tshisekedi che è stato eletto e deve ottenere l’Imperium per continuare a gestire la RDCongo con il consenso nazionale». Secondo Roger Lumbala, il presidente Joseph Kabila ha perso ogni legittimità politica in seguito alla sua sconfitta elettorale, nel novembre 2011. Pertanto, secondo lui, è Etienne Tshisekedi, eletto dal popolo, che dovrebbe presiedere il Paese durante il nuovo periodo di transizione gestita dal Consiglio nazionale di transizione fino a nuove elezioni democratiche, libere, trasparenti e credibili. Senza un dibattito sulla legittimità di Kabila, ha affermato Lumbala, i negoziati di Kampala non hanno alcun senso.

E François Mwamba replica: «Ora lo dicono chiaramente. Quello che vogliono è rovesciare il presidente Kabila. Se confermano che è questo che vogliono ottenere da queste discussioni, allora esse sono già terminate». François Muamba ha dichiarato che, nel caso in cui l’M23 risollevasse la questione della legittimità di Kabila e delle Istituzioni della Repubblica, non sarebbe più possibile continuare il dialogo. Ha anche respinto qualsiasi schema di condivisione del potere con persone che hanno preso le armi.[2]

 

Il 21 gennaio, il portavoce dell’M23, Stanislas Baleke, ha accusato il governo di Kinshasa di fare un doppio gioco, accettando di negoziare in Uganda e, nello stesso tempo, continuando a sostenere il dispiegamento di 4.000 uomini della forza internazionale neutra. Il mandato di questa forza è di controllare la frontiera tra la RDCongo e il Ruanda e di combattere i gruppi armati attivi nell’est del Paese, compreso l’M23. L’invio di questa forza era stato deciso nel mese di luglio dai capi di Stato dei paesi membri della CIRGL.[3]

 

Il 22 gennaio, il mediatore ugandese ha rifiutato di estendere i negoziati su temi che mettano in questione la legittimità del regime di Kabila. Il ministro ugandese della difesa e facilitatore dei colloqui, Crispus Kiyonga, si è dimostrato fermo nel suo rifiuto di tenere un dibattito sulla legittimità delle istituzioni congolesi, spiegando che non è il mandato che ha ricevuto dai Capi di Stato della regione dei Grandi Laghi. Si è detto disponibile a ricevere, al massimo, un documento che presenti la visione dell’M23, ma ha ribadito che non spetta a lui organizzare un forum su importanti riforme. Alcuni membri della delegazione dell’M23 sospettano il facilitatore ugandese, Crispus Kiyonga, di essersi schierato con Kinshasa. In seno all’M23 sono sorte alcune dissensioni tra chi vuole continuare il dialogo e chi vuole sbattere la porta. Un certo malumore comincia a invadere una parte della delegazione dell’M23 che stava cominciando a prendere in considerazione la possibilità di ricusare il facilitatore Crispus Kiyonga e di porre fine alle trattative. Non è questa la posizione espressa dal portavoce ufficiale del movimento. Da parte sua, la delegazione di Kinshasa si è detta soddisfatta della posizione del mediatore e spera di arrivare rapidamente alla conclusione della trattativa.[4]

 

Il 23 gennaio, fonti prossime alle due delegazioni, del governo e dell’M23, hanno indicato che il facilitatore del dialogo non ha annunciato, né programmato alcuna assemblea plenaria prima del fine settimana. Altre fonti informano che ciò può essere dovuto alle profonde divergenze esistenti tra le due parti. La delegazione del governo congolese ha, infatti, respinto le rivendicazioni dell’M23 sulla problematica delle sicurezza e sulle questioni politiche, sociali ed economiche iscritte, in forma generale, ai punti II e III dell’ordine del giorno del dialogo. Secondo le sue rivendicazioni, l’M23 mette in discussione l’ordine istituzionale attuale e chiede l’instaurazione di un governo di transizione. L’M23 ha chiesto al Presidente ugandese Museveni di intervenire per includere nel dibattito anche le questioni politiche.[5]

 

Inizialmente, a metà dicembre 2012, l’ordine del giorno prevedeva due punti: la valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009 tra governo e CNDP e il secondo punto era intitolato “elementi relativi alla sicurezza e alla gestione socio-economica del paese”. Questo secondo punto era stato richiesto dai rappresentanti dell’M-23 ma era stato ritenuto inaccettabile da parte della delegazione di Kinshasa. Tuttavia la mediazione ugandese aveva proposto al governo congolese di accettare anche questo secondo punto, caparbiamente voluto dall’M23, in cambio di un regolamento interno in cui si affermasse che qualsiasi soluzione proposta deve rispettare la Costituzione. A proposito di quest’ultimo punto, si era discusso a lungo sul fatto che si dovesse rispettare la Costituzione o i “principi” della Costituzione. La sfumatura è importante.[6]

 

Il 24 gennaio, alcuni rappresentanti della delegazione dell’M23 sono stati ricevuti dal Presidente ugandese, Yoweri Museveni, per chiarire con lui alcune disposizioni male interpretate, secondo loro, dalla delegazione di Kinshasa. In una dichiarazione resa pubblica, la presidenza ugandese ha dichiarato che un accordo è possibile tra l’M23 e il governo di Kinshasa. Lumbala, numero 2 della delegazione dell’M23, ha confermato l’incontro con Museveni, precisando che quest’ultimo ha chiesto di continuare il dialogo in tutti i suoi punti all’ordine del giorno: i problemi della sicurezza, le questioni sociali, politiche ed economiche e il piano finale di attuazione e di monitoraggio dell’accordo che sarà firmato alla fine dei lavori. Alla domanda più specifica se avessero discusso anche sulla necessità delle dimissioni o della partenza del presidente Joseph Kabila dal potere, Lumbala ha risposto: «Per niente. Il presidente Kaguta Museveni non ha detto che occorra discutere della caduta del presidente Joseph Kabila. Non si possono mescolare le cose».[7]

 

Il 25 gennaio, il facilitatore del dialogo, il ministro ugandese della Difesa e il capo della delegazione del governo congolese, il ministro degli Affari Esteri, si sono recati entrambi al vertice dell’Unione Africana, previsto per il fine settimana, a Addis Abeba. Il dialogo è quindi stato sospeso e riprenderà al loro ritorno. Sarà necessario parlare di tutto, in particolare della situazione politica congolese, come richiesto dall’M23? Oppure ci si limiterà alle questioni militari, come proposto da Kinshasa? Secondo Fred Opolot, portavoce della presidenza ugandese, si dovrà fare ciò che è stato previsto. «Nell’ultimo vertice dei Capi di Stato della Conferenza dei Grandi Laghi», ha dichiarato Fred Opolot, «è stato deciso, con il presidente Kabila, che le questioni sollevate dall’M23 devono essere ascoltate». Il portavoce non si è tuttavia pronunciato sulla forma che dovrà avere tale ascolto.[8]

 

Il 25 gennaio, la delegazione governativa ha dichiarato di aver completato l’esame del primo punto all’ordine del giorno sulla valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009 e ha detto di avere le prove che confermano il rispetto dell’integrazione politica e militare degli ex ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), il partito firmatario dell’accordo con il governo congolese. «Ci aspettiamo che l’M23 faccia la stessa cosa, affinché la mediazione possa fare una sintesi generale. Quindi, su questo primo punto, la delegazione del governo ha terminato il suo rapporto e rimane in attesa del proseguimento dei lavori», ha detto François Mwamba, membro della delegazione governativa. Per terminare la valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009, la delegazione dell’M23 deve ancora completare, in collaborazione con la segreteria della mediazione del dialogo, il suo rapporto sul primo punto.[9]

 

Il 25 gennaio, la delegazione dell’M23 ha continuato a lavorare fino a tarda serata con la segreteria della mediazione, sulla valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009. La delegazione del governo ha accolto con favore la continuazione dei lavori da parte dell’M23. Il senatore Edouard Mwangachuchu ha ribadito, inoltre, la disponibilità di Kinshasa ad “ascoltare” l’M23, ma entro certi limiti: «Il governo è disposto ad ascoltare l’M23 e a cercare soluzioni, per quanto possibile, a tutti i problemi dell’M23, a condizione che non chiedano lo scioglimento del Governo, del Senato e delle assemblee provinciali». Non è ancora stata stabilita alcuna data per un’assemblea plenaria in cui si possano mettere in comune le posizioni delle due parti. Nel frattempo, la delegazione dell’M23 continua il suo lavoro in collaborazione con la segreteria della mediazione.[10]

 

Il 27 gennaio, il portavoce dell’M23, Bertrand Bisimwa, ha dichiarato che, se il dialogo continuasse prendendo in considerazione tutti i punti iscritti all’ordine del giorno, sarebbe possibile arrivare a risultati soddisfacenti per tutti. Secondo lui, l’M23 e il governo di Kinshasa sono d’accordo su molti punti, nonostante la persistenza di piccole divergenze.[11]

 

Il 28 gennaio, la delegazione del governo ha affermato che, se la messa in comune dei rapporti delle due parti, sulla valutazione dell’accordo del 23 marzo 2009, si concludesse positivamente, si farebbe presto ad esaminare gli altri punti dell’ordine del giorno.[12]

 

 

2. LE INCERTEZZE E LE CONTRADDIZIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

 

Il 13 gennaio, il consigliere militare del Segretario Generale delle Nazioni Unite, il generale Babacar Gaye, ha dichiarato che la forza internazionale neutra sarà integrata all’interno della MONUSCO. Questa forza costituirà una nuova brigata della Monusco che ne ha già tre (Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri). «Sarà una brigata comandata da un generale che sarà sotto il comando della Forza delle Nazioni Unite nella RDCongo», ha precisato il generale Babacar Gaye, aggiungendo che la nuova brigata avrà dei «compiti specifici e non equivoci per la stabilità, a lungo termine, della regione». Ad una domanda circa la costituzione di questa forza internazionale, il generale Babacar Gaye ha affermato che le Nazioni Unite chiederanno ai paesi della sub-regione di inviare delle truppe: «Le organizzazioni regionali hanno insistito sull’indipendenza e sull’autonomia della forza internazionale neutra. Non siamo più in questo schema. Siamo nello schema in cui le Nazioni Unite prenderanno contatti con i Paesi della sub-regione per chiedere loro di venire a costituire una brigata in seno alla Monusco». Il commissario dell’Unione Africana per la pace e la sicurezza, Ramtane Lamamra, ha dichiarato che si prevede una nuova risoluzione delle Nazioni Unite che accordi “un mandato più forte, robusto” alla forza internazionale, precisando: «Un mandato di imposizione della pace e non di mantenimento della pace, il che significa che ci sarà un certo numero di obiettivi espressi in modo molto chiaro e che, nella misura in cui tali attività non possano essere compiute pacificamente, si farà ricorso alla violenza legittima».[13]

 

Il 21 gennaio, il presidente ruandese Paul Kagame ha dichiarato di non avere “alcun problema” nei confronti del progetto delle Nazioni Unite circa il dispiegamento di droni nella parte orientale della RDCongo, nel quadro della sua missione di mantenimento della pace. «L’utilizzazione di droni da parte delle Nazioni Unite non mi causa alcun problema. Se pensano che possa essere utile(…), spetta a loro decidere», ha affermato Kagame in una conferenza stampa. «Non ho alcun potere per impedire questa operazione», ha aggiunto, chiedendo che comunque gli si spieghi «in che modo questi droni contribuiranno alla pace». La scorsa settimana, il ministro degli Affari Esteri del Ruanda, Louise Mushikiwabo, aveva da parte sua dichiarato che il suo paese non appoggerebbe l’utilizzazione di droni prima di chiarire alcuni problemi, soprattutto per quanto riguarda l’accesso ai dati raccolti da tali dispositivi.[14]

 

Il 24 gennaio, il Consiglio di Sicurezza ha dato il via libera al Segretariato generale delle Nazioni Unite per utilizzare dei droni per il monitoraggio del movimento dei gruppi armati nel’est della RDCongo. Il loro utilizzo sarà a titolo sperimentale e caso per caso. Il via libera arriva dopo settimane di trattative: la Russia, la Cina e il Ruanda hanno espresso preoccupazione per l’uso di questo tipo di aerei senza pilota e senz’armi. Il 23 gennaio, la Monusco aveva confermato l’accordo anche da parte del Rwanda. L’idea di utilizzare dei droni alla frontiera tra RDCongo, Rwanda e l’Uganda risale a quattro o cinque anni fa.[15]

 

Fonti diplomatiche indicano che le Nazioni Unite vogliono creare anche una “unità di intervento rapido” composta da oltre 2.000 militari africani (una brigata) con il preciso obiettivo di disarmare i gruppi armati che operano nell’est della RDCongo, compresi l’M23 e le FDLR. Questa brigata sarebbe integrata alla Monusco e potrebbe essere dispiegata sul territorio entro tre mesi, con il via libera del Consiglio di Sicurezza. Secondo le stesse fonti, la Tanzania e il Sud Africa sono pronti a contribuire alla creazione di questa unità militare. Secondo diplomatici e funzionari delle Nazioni Unite, tale unità sarebbe autorizzata a usare una forza potenzialmente mortale in gravi situazioni di combattimento, mentre le operazioni di mantenimento della pace servono solo a monitorare un cessate il fuoco già concluso. «Non si tratta più di operazioni di mantenimento della pace, ma di imposizione della pace. È un mandato molto più robusto», ha dichiarato un funzionario delle Nazioni Unite che chiede l’anonimato.[16]

 

Il 25 gennaio, a Kampala, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito ugandese, Aronda Nyakairima, ha dichiarato che i Capi di Stato Maggiore dei paesi dell’Africa australe e dei Grandi Laghi hanno raccomandato la sostituzione della MONUSCO con una forza africana. In un loro incontro tenutosi alla fine della settimana precedente, i Capi di Stato Maggiore dei paesi della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) e della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) hanno fatto questa proposta, perché la Monusco non è riuscita a proteggere la popolazione congolese. A loro avviso, la MONUSCO ha ampiamente dimostrato i suoi limiti. «Raccomandiamo che l’Africa subentri alla MONUSCO», ha dichiarato, affermando che «le forze africane possono fare meglio delle forze internazionali che vengono da fuori e non sanno quello che fanno». Il Generale Aronda ricorda che alcuni membri delle Nazioni Unite si dichiarano contrari all’idea di schierare una forza internazionale neutra per combattere le forze negative nella parte orientale della RDCongo, proposta dal vertice della CIRGL l’anno scorso e vogliono che tale forza neutrale sia integrata nella Monusco. «Non accetteremo la posizione delle Nazioni Unite … Non vogliamo altro che la sostituzione della MONUSCO», ha insistito, precisando che i risultati della riunione dei capi di Stato Maggiore dei paesi della SADC e della CIRGL saranno presentati al prossimo vertice dell’UA che si terrà a fine gennaio ad Addis Abeba, in Etiopia.[17]

 

Secondo alcuni analisti di questioni politiche, militari e di sicurezza dell’Africa centrale e dei Grandi Laghi, le autorità congolesi dovrebbero essere molto prudenti di fronte a un simile approccio che potrebbe trasformarsi in una pericolosa trappola. È davvero sorprendente che i Capi di Stato maggiore degli eserciti degli Stati dell’Africa centrale, orientale e meridionale, approfittino dell’annuncio del dispiegamento di droni e di un’unità di rapido intervento con un forte mandato di imposizione della pace (Forza Internazionale Neutra integrata nella MONUSCO) per presentare una proposta diversa. Sarebbe rischioso, per le autorità congolesi, affidarsi ad eserciti nazionali africani, la maggior parte dei quali non sono in grado di garantire la sicurezza e la difesa dei loro stessi Stati. La squalificazione totale della Monusco può essere una trappola dietro di cui si nasconde l’intenzione di eliminare un testimone scomodo presente nell’est del paese, dove l’utilizzazione di droni potrebbe rivelare al mondo intero la realtà dei reati e crimini che vi si commettono. Invece di cadere nella trappola, le autorità congolesi dovrebbero continuare ad avere fiducia nella forza delle Nazioni Unite, nonostante le sue debolezze. Inoltre, l’idea di costruire un nuovo esercito nazionale, repubblicano e deterrente deve restare più che mai la priorità, come la ricerca di un consenso nazionale capace di federare le forze politiche e sociali, per salvaguardare gli interessi della nazione.[18]

 

Il 28 gennaio, il vertice dell’Unione Africana ha deciso di rinviare, a tempo indeterminato, la firma di un accordo regionale sulla pace nella parte orientale della RDCongo. Non è stato reso pubblico alcun dettaglio sui motivi della revoca. L’accordo doveva essere firmato dai Capi di Stato della regione dei Grandi Laghi, sotto gli auspici di Ban Ki-moon, in occasione del 20° vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Nel discorso di apertura del vertice dell’Unione Africana, Ban Ki-moon aveva spiegato che «l’obiettivo di questo accordo di base per la pace e la sicurezza nella parte orientale della RDCongo è di risolvere le cause profonde della continua violenza constatata nell’est della RDCongo, a causa della presenza di numerosi gruppi armati». Secondo una fonte diplomatica congolese, l’accordo prevedeva, tra altri punti, il potenziamento delle capacità della Monusco e l’impegno degli Stati della regione a non sostenere, finanziare o ospitare qualsiasi gruppo armato o individuo in grado di destabilizzare l’est del Paese. «Si tratta di una questione molto complessa e si continua a discutere», ha affermato Eri Kaneko, un portavoce del Segretario Generale Ban Ki-moon.[19]

 

Le discussioni si sono arenate sulla natura e sulla direzione della nuova forza militare regionale da inviare nell’est della RDCongo. Nel programma presentato dalle Nazioni Unite, la forza internazionale neutra, proposta la scorsa estate per essere dispiegata alla frontiera tra la RDCongo e il Ruanda, sarebbe sparita per lasciare il posto a una brigata di rapido intervento, integrata all’interno della Monusco. Questa nuova brigata sarebbe composta di 2.500 soldati africani che dovrebbero rafforzare i 17.000 caschi blu già dispiegati in Congo nell’ambito della stessa Monusco.

Come deciso in occasione di incontri precedenti, diversi paesi della regione, tra cui la Tanzania, avrebbero dovuto fornire delle truppe per formare la forza internazionale neutra. Oggi, constatano che il progetto è stato modificato ed esitano ad aderirvi. Si sentono, forse, lesi dalla proposta di Ban Ki-moon? Il Sud Africa e i paesi dei Grandi Laghi vorranno dimostrare che possono gestire i loro conflitti anche senza la guida di New York?

Secondo Ngwej Seraphin, consigliere diplomatico del presidente Joseph Kabila, i membri della SADC non sono riusciti ad accordarsi su chi, tra la SADC e la MONUSCO, debba assumere il comando della forza di rapido intervento. Secondo una fonte diplomatica, «la SADC vuole assicurarsi che la brigata di rapido intervento possa fare ciò che vuole fare».

Secondo alcuni osservatori, cercando di interpretare l’atteggiamento dei paesi della SADC, si può scorgere in filigrana l’influenza del tandem Kigali-Kampala. Infatti, avrebbero ripreso, in modo dissimulato, il discorso di questi due Paesi aggressori della RDCongo, secondo cui la Monusco non è più credibile e, di conseguenza, la Brigata speciale non deve essere posto sotto il suo mandato.[20]

 

In occasione del vertice dell’Unione africana, il progetto di un’unità militare africana di rapido intervento integrata alla MONUSCO e destinata a combattere i gruppi armati, compreso l’M23, non è stato approvato. Nemmeno avanza l’altro progetto di una forza internazionale neutra africana, proposto l’estate scorsa dalla Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi. Il Sud Africa dovrebbe far parte del nucleo della “forza internazionale neutra” africana con lo stesso obiettivo di combattere l’M23. Ma ad Addis Abeba, le autorità sudafricane hanno espresso la necessità di ascoltare, dapprima, le rivendicazioni dello stesso M23. In altre parole, ora l’M23 non sarebbe più una forza negativa, come lo era nei mesi passati. Si può vedere, in questo cambiamento, il risultato di un’intensa operazione di lobbying condotta su Pretoria in questi ultimi giorni. Si è appreso, infatti, che Roger Lumbala, un membro dell’opposizione che si è unito all’M23, Deogracias Bugera, ex compagno di Laurent Kabila, e Antipa Nyamwisi, ex ministro degli Esteri, avrebbero difeso la causa dell’M23 davanti alle più alte autorità Sud-africane.[21]

 

 

3. LA SOCIETÀ CIVILE NON SI ARRENDE

 

Il 19 gennaio, in un’assemblea generale della società civile congolese (Socico) tenutasi a Kinshasa, il vice presidente, Dott. Luboya, ha condannato le aggressioni di cui è vittima il popolo dell’est della RDCongo e si è detto contrario ai negoziati che si stanno tenendo a Kampala tra il governo congolese e il gruppo armato denominato Movimento del 23 Marzo (M23) dal 9 dicembre 2012. Luboya ritiene che Kinshasa non debba più continuare a cedere alle richieste di persone o movimenti che fanno ricorso alle armi. Secondo lui, «accettando negoziazioni su negoziazioni, il governo di Kinshasa sta premiando coloro che fanno la guerra». «Quando a qualcuno viene in mente di volere diventare ministro o generale, prende le armi e comincia ad uccidere. Poi saranno loro a governare il paese. Non accetteremo più che si sovvertano le Istituzioni dello Stato», ha concluso Luboya.[22]

 

Il 21 gennaio, la società civile del Nord Kivu ha raccomandato che i colloqui tra la delegazione governativa e l’M23 siano trasferiti dall’Uganda in un altro paese. Omat Kavota, portavoce della società civile del Nord Kivu ha dichiarato che «tali incontri dovrebbero essere spostati in altra sede, perché il mandato dell’Uganda alla presidenza della Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) è arrivato al suo termine e perché l’Uganda è stato accusato dall’Onu di appoggiare lo stesso M23». Aggiungendo che, secondo fonti in suo possesso, il Ruanda e l’Uganda continuano ad appoggiare militarmente e politicamente l’M23, ha precisato che la popolazione del Nord Kivu si oppone ad ogni forma di cessate il fuoco tra l’esercito nazionale e l’M23.[23]

 

Il 24 gennaio, la Voce dei Senza Voce (VSV) e l’Associazione africana per la difesa dei diritti umani (ASADHO) chiedono, in una dichiarazione congiunta diffusa da Kinshasa, la “cessazione immediata” dei negoziati che si stanno svolgendo a Kampala (Uganda) tra il governo congolese e l’M23. Entrambe le ONG ritengono che solo un dialogo nazionale possa mettere fine a ciò che sta accadendo nel paese, in generale e alla crisi di insicurezza nell’est della RDCongo, in particolare. Queste due associazioni per la difesa dei diritti umani,

– Preoccupate per il deterioramento della sicurezza nella parte orientale della RDCongo,

– Considerando che i risultati delle elezioni del 28 novembre 2011, in seguito alle numerose irregolarità e brogli constati, hanno provocato una vera e propria crisi di legittimità politica nella RDCongo e continuano a dividere il popolo congolese,

– Auspicando il proseguimento del ciclo elettorale mediante l’organizzazione delle elezioni locali, comunali, urbane e provinciali in un clima tranquillo, per permettere alla popolazione di eleggere liberamente e con tutta trasparenza i suoi rappresentanti alla base,

– Convinte che solo l’interesse superiore della nazione deve guidare gli esponenti politici congolesi, al di là delle loro appartenenze politiche e di altre considerazioni di tipo ideologico,

– Desiderose di vedere i Congolesi sedersi intorno ad un tavolo per poter esprimere le proprie opinioni su tutte le questioni fondamentali di interesse nazionale, con l’unico scopo di conseguire la riconciliazione e la coesione nazionale,

– Sostengono l’organizzazione di un dialogo nazionale aperto e inclusivo cui dovrebbero prendere parte tutte le forze sociali e politiche della RDCongo,

– Chiedono al Presidente della Repubblica di dare un segnale forte, chiaro e positivo sulla sua reale volontà politica di voler effettivamente contribuire a rafforzare la coesione nazionale, formalizzando, attraverso un atto giuridico, l’organizzazione di un dialogo nazionale.

– Chiedono a tutti i responsabili politici congolesi in generale, e a Etienne Tshisekedi e a Joseph Kabila in particolare, di impegnarsi positivamente e personalmente a favore del buon esito di tale dialogo nazionale, al fine di dare un forte segnale di riconciliazione e di coesione nazionale,

– Chiedono al popolo congolese di mobilitarsi contro ogni tentativo di condividere il potere con coloro che ricorrono alla violenza e alle armi per conquistare il potere.

Per quanto riguarda la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI), la VSV e l’ASADHO

– denunciano fermamente la politicizzazione della CENI da parte dell’Assemblea Nazionale che, sia a livello del comitato di presidenza che dell’assemblea plenaria, ha concesso la maggior parte dei posti disponibili alla Maggioranza Presidenziale (MP) e all’opposizione politica parlamentare,

– denunciano ogni tentativo dei partiti politici, in particolare della maggioranza al potere, di nominare o eleggere, in nome della società civile, delle persone di loro compiacimento, per riservarsi il controllo su tutto il ciclo elettorale,

– ritengono l’Assemblea Nazionale già da ora responsabile di qualsiasi blocco o ennesimo sbandamento del processo elettorale congolese, per avere permesso il sequestro di questa istituzione di appoggio alla democrazia da parte dei politici, il che non garantisce l’indipendenza, la neutralità e l’imparzialità della CENI alle prossime elezioni.[24]

 

Il 26 gennaio, il sindaco della città di Goma, Kubuya Ndoole Naso, ha accusato l’M23 di provocare insicurezza in vari quartieri del territorio di Nyiragongo, alla periferia di Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu. Secondo il sindaco di Goma, la situazione di insicurezza si è deteriorata notevolmente nei quartieri Ngangi I e II, Don Bosco, Muja, Majengo e Mugunga, alla periferia di Goma, nel raggruppamento di Munigi, in territorio Nyiragongo. Uomini armati hanno fatto irruzione in alcune case dove hanno rubato soldi, cellulari e altri oggetti di valore. Secondo lui, durante le rapine commesse dai ribelli, sono state uccise cinque persone. Questa situazione si protrae da oltre un mese, da quando l’M23 si è stabilito in questa zona. Kubula chiede alla Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) di ordinare all’M23 di ritirare le sue truppe dal territorio del Nyiragongo. «Contrariamente alla decisione della CIRGL sul ritiro dell’M23 a 20 km dalla città, i suoi soldati sono rimasti nel territorio del Nyiragongo. Entrano in città di giorno e di notte per rubare, saccheggiare e uccidere», ha sostenuto il sindaco di Goma che ha reiterato alla CIRGL la sua richiesta di fare rispettare la decisione presa, al fine di garantire la sicurezza della popolazione.[25]

 

Il 26 gennaio, 38 artisti della RDCongo, del Rwanda, dell’Uganda e del Burundi si sono esibiti allo stadio comunale di Beni (Nord Kivu), in un concerto organizzato in occasione del Festival “Amani Kwetu” (la pace in casa nostra). Nelle loro canzoni, i musicisti hanno chiesto il ritorno della pace nella sub-regione dei Grandi Laghi. Il festival è stato organizzato da due associazioni giovanili di Beni con l’appoggio della Monusco. Durante la “Marcia per la Pace”, organizzata prima del concerto, i giovani hanno chiesto ai Capi di Stato dei Grandi Laghi di lavorare per il consolidamento della pace, in particolare nella parte orientale della RDCongo, sconvolta da una moltitudine di gruppi armati. Secondo il coordinatore del festival, Pacifique Patawuli, questo evento è stato “un grido di allarme sulla situazione nella sub-regione dei Grandi Laghi”. Egli denuncia gli atti di stupro, la violenza contro i civili e il saccheggio delle ricchezze del suolo e del sottosuolo da parte dei gruppi armati. Invita inoltre la comunità internazionale ad impegnarsi seriamente per porre fine a questa situazione. Gli organizzatori di questo festival, cui hanno partecipato 20 gruppi giovanili, stanno organizzando un altro evento del genere a Goma, capitale della provincia del Nord Kivu, minacciata dall’M23.[26]

 

Il 29 gennaio, la società civile del Nord Kivu si è rammaricata per il rinvio, da parte dei Capi di Stato dei Grandi Laghi e della SADC, della firma dell’accordo di base per la pace nell’est della RDCongo. Il vicepresidente della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, ha dichiarato che gli abitanti della provincia si aspettavano molto dalla firma di questo accordo. «Pensavamo che fosse giunto un momento di sollievo, ma ci sorprende l’indifferenza dimostrata dai Capi di Stato dei Paesi membri della CIRGL, della SADC e dell’Unione Africana», ha detto Omar Kavota, che ha «invitato la comunità internazionale alla compassione e alla solidarietà con i milioni di persone sfollate, violentate, uccise e sequestrate», indicando che «la popolazione del Nord Kivu sta sopportando indicibili sofferenze da parte dei gruppi armati come l’M23, le FDLR e l’ADF-Nalu». Omar Kavota ha, infine, chiesto a Ban Ki-moon di proporre un altro piano di pace per l’est della RDCongo.[27]

 

 

4. LA TRAPPOLA DELLE NEGOZIAZIONI

 

Nella RDCongo, ad ogni negoziazione di un accordo di pace corrisponde un nuovo processo di integrazione di militari nell’esercito e nel corpo della polizia. Come l’RCD a Sun City nel 2002 e il CNDP a Goma nel 2009, anche l’M23, appoggiato dal Ruanda, rivendica lo stesso trattamento. Le rivendicazioni dell’M23 derivano da uno schema abilmente ordito da Kigali che ormai gioca a viso scoperto attraverso l’M23 stesso. I veri obiettivi del dialogo di Kampala sono ormai chiari: indebolire la RDCongo, infiltrandosi nel suo sistema di difesa e di sicurezza e nelle sue istituzioni dello Stato. Kigali segue sempre il solito metodo. Seleziona dei Congolesi, li colloca o li infiltra (dipende) nelle istituzioni della RDCongo. Se si accorge che non adempiono la missione loro affidata, li cambia. Se incontra resistenza, crea una situazione di conflitto e ne sceglie altri. Come nei casi precedenti dell’AFDL, del RCD e del CNDP, anche l’M23 insiste sull’integrazione delle sue truppe nell’esercito nazionale e sull’inserimento dei suoi membri civili nelle istituzioni politiche del Paese. È quanto emerge dalla sua dichiarazione del 16 gennaio 2013 a Kampala. In sostanza, tutto è messo a punto per indebolire ulteriormente l’esercito nazionale e le istituzioni della Repubblica. Ma secondo molti cittadini, il dialogo di Kampala non deve assolutamente servire per premiare coloro che hanno ucciso, massacrato e seminato il panico tra la popolazione dell’est. Si deve fare di tutto per spezzare questo circolo vizioso creato sin dai tempi del dialogo inter-congolese di Sun City nel 2002.[28]

 

Sono state sufficienti un paio di settimane di calma sul fronte militare e i Congolesi hanno cominciato a dimenticare il rischio della balcanizzazione che il Ruanda e l’Uganda continuano a mantenere alle porte di Goma sotto la bandiera dell’M23. Quest’ultimo è, infatti, una milizia agli ordini di Kampala e di Kigali, criticata a livello internazionale, come dimostrato, tra l’altro, dalle denunce delle Ong, dai rapporti delle Nazioni Unite e dall’intervento del Presidente Obama presso Paul Kagame.

Una strategia ben conosciuta.

I negoziati di Kampala permettono a coloro che appoggiano l’M23, i presidenti Museveni e Kagame, di non apparire più in prima linea e di continuare così ad “operare” dietro le quinte, una strategia adottata dai due uomini in tutti i 16 anni di guerre condotte in RDCongo. Hanno fatto così con AFDL di Laurent Kabila durante la prima guerra del Congo (1996-97), con l’RCD durante la seconda guerra del Congo (1998-2003), con il CNDP di Laurent Nkunda durante la guerra del Kivu (2003-2009) e ora con l’M23. Negoziando con tali organizzazioni, prive di autonomia politica, le autorità congolesi dimostrano di essere disposte a trattare con persone che non offrono alcuna garanzia di mantenere i loro impegni. In effetti, si sa, per esperienza, che se l’M23 non raggiunge gli obiettivi che gli sono stati assegnati, Museveni e Kagame non esiteranno a riprendere la guerra nell’est della RDCongo sotto un altro acronimo.

Quando si osserva come gli attuali dirigenti del Ruanda e dell’Uganda sono arrivati al potere a Kampala e a Kigali e come hanno potuto condurre i loro eserciti fino a Kinshasa, si impara a relativizzare l’opportunità di negoziare con loro. Si può addirittura teorizzare il loro modo di procedere.

In primo luogo, si fissano un obiettivo militare (conquistare un territorio). Si prestano facilmente a negoziati, ma senza mai rinunciare all’obiettivo militare iniziale, come lo dimostrano la “guerriglia” in Uganda (1981-1986), la guerra in Ruanda (1990-94) e le ripetute guerre in Congo dal 1996 in avanti. Si parla di “talk and fight” (negoziare e continuare la lotta armata). Non credono a una sola parola di ciò che si sta negoziando. Si presentano alle negoziazioni per dare una bella immagine e guadagnare tempo. Durante i negoziati, che si rafforzano militarmente (nessuno chiede il disarmo dell’M23) e politicamente, si infiltrano sul territorio da conquistare e analizzare le debolezze del loro nemico.

Qualunque sia l’esito dei negoziati, ogni volta ne escono vincitori. Se i negoziati falliscono, come probabilmente succederà a Kampala, riprenderanno la guerra. Ben presto avranno la meglio, perché mentre la loro delegazione sta negoziando, sul posto perfezionano i loro piani di battaglia. Se i negoziati si concluderanno con un accordo, saranno ancora i vincitori, perché entreranno nelle istituzioni per la “porta principale”, non per rafforzarle, ma per indebolirle in previsione di un prossimo conflitto.

L’esempio più lampante è quello dell’esercito congolese che, dopo avere “integrato” nelle sue file successive ondate di combattenti agli ordini di Kampala e di Kigali (AFDL, RCD, CNDP) non è più, ormai, che l’ombra di se stesso. Reintegrando gli ammutinati dell’M23, che ora vanta migliaia di persone, l’esercito congolese diventerebbe una sorta di Titanic affondato. Con il crollo definitivo dell’esercito nazionale, la RDCongo perderebbe le sue regioni orientali dall’oggi al domani.

Un’opportunità.

Il Congo rischia di perdere un’occasione a sua disposizione per potere risolvere l’interminabile conflitto che l’oppone a quei Paesi limitrofi che gli creano tante difficoltà. Vari Paesi occidentali avevano cominciato a prendere certe misure diplomatiche ed economiche nei confronti dei regimi del Ruanda e dell’Uganda e l’M23 sarebbe probabilmente crollato sotto l’ondata delle condanne internazionali. Ma i colloqui di Kampala gli servono per guadagnare tempo e rinforzarsi  politicamente e militarmente.

L’idea di andare a negoziare Kampala ha rivelato i suoi limiti, essendo l’Uganda, come il Rwanda, accusato di aggressione dalle Nazioni Unite. La RDCongo dovrebbe cogliere tale occasione, per chiedere un quadro di negoziazione molto più ampio e a suo vantaggio. Molti analisti hanno suggerito l’idea di una tavola rotonda, a cui potrebbero partecipare i capi di Stato della RDCongo, dell’Uganda e del Ruanda, che dovrebbe concludersi con la firma di un vero trattato internazionale di pace. Nella tavola rotonda dovrebbero essere coinvolte anche le potenze regionali (Angola, Sud Africa), l’opposizione non armata e la società civile. Si potrebbe estendere la partecipazione anche a delegazioni delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dei Paesi occidentali maggiormente implicati negli avvenimenti della RDCongo (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Belgio). Un accordo in un quadro come questo non risolverebbe certamente tutti i problemi, ma offrirebbe almeno migliori garanzie per u



[1] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 21.01.’13

[2] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 21 e 25.01.’13; RFI, 21.01.’13

[3] Cf Xinhuanet – Kinshasa – Africatime, 22.01.’13

[4] Cf RFI, 23.01.’13

[5] Cf RFI, 23.01.’13; Radio Okapi, 24.01.’13

[6] Cf RFI, 17.12.’12

[7] Cf Radio Okapi, 26.01.’13

[8] Cf RFI, 25.01.’13

[9] Cf Radio Okapi, 26.01.’13

[10] Cf Radio Okapi, 26.01.’13

[11] Cf Radio Okapi, 28.01.’13

[12] Cf Radio Okapi, 29.01.’13

[13] Cf Radio Okapi, 14.01.’13

[14] Cf Belga – 7 sur 7.be, 21.01,’13

[15] Cf Radio Okapi, 26.01.’13

[16] Cf Reuters / Belga – New-York, 26.01.’13 (via mediacongo.net)

[17] Cf Xinhuanet – Kampala, 25.01.’13

[18] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 28.01.’13

[19] Cf AFP – Addis Abeba, 28.01.’13

[20] Cf Reuters, 28.01.’13; RFI, 29.01.’13; Le Potentiel – Kinshasa, 29.01.’13

[21] Cf RFI, 30.01.’13

[22] Cf Radio Okapi, 19.01.’13

[23] Cf Xinhua – Kinshasa, 22.01.’13

[25] Cf Radio Okapi, 27.01.’13

[26] Cf Radio Okapi, 27.01.’13

[27] Cf Radio Okapi, 29.01.’13

[28] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 19.01.’13