Gen 16

Congo Attualità n. 172

INDICE:

 

EDITORIALE: Superare le stranezze, complicità e contraddizioni

1. I COLLOQUI TRA GOVERNO E M23 A KAMPALA

2. LA POLITICA DI FRONTE AL CONFLITTO NEL KIVU

3. LE REAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE

4. PROPOSTE E DECISIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

a. Verso una strategia più robusta?

b. Nuove sanzioni

5. A PROPOSITO DEL MANDATO DELLA MONUSCO

 

 

EDITORIALE: Superare le stranezze, complicità e contraddizioni

 

1. I COLLOQUI TRA GOVERNO E M23 A KAMPALA

Il 21 dicembre, i colloqui tra il governo e l’M23 a Kampala sono stati sospesi, ufficialmente a causa delle festività di fine anno. L’ultimo punto di inciampo che aveva bloccato i colloqui era la richiesta, da parte dell’M23, di un cessate il fuoco, come prerequisito fondamentale per l’approvazione dell’ordine del giorno dei successivi incontri. Oltre a questo requisito, l’M23 continuava a chiedere il governatorato del Nord Kivu, il controllo dello Stato Maggiore della Regione Militare del Nord Kivu e un dibattito generale sulla gestione del paese e sulla mancanza di legittimità delle istituzioni sorte dalle elezioni del mese di novembre 2011. Gli obiettivi politici dell’M23, che vuole partecipare alla gestione del paese attraverso la presenza di suoi rappresentanti nelle istituzioni dello Stato, non sono più un segreto a Kinshasa. A tal fine, l’M23 ha fatto di tutto per bloccare i lavori e trovare una scusa per riprendere le ostilità. Conoscendo perfettamente i trucchi dell’M23, il governo non ha finora ceduto a tali pretese e si è attenuto solo alla valutazione degli accordi del 23 marzo 2009. Le posizioni dell’M23 e del Governo sono così diametralmente opposte che ci si può chiedere se Kampala riuscirà veramente a dare vita a qualcosa di concreto. A questo punto, il popolo congolese non crede più in questi colloqui che si sono rivelati una vera perdita di tempo.[1]

Fonti interne della CIRGL hanno indicato che la presidenza di turno da parte dell’Uganda è scaduta il 30 dicembre 2012 e che dovrebbe passare al Congo / Brazzaville a partire dal 1° gennaio 2013. Sarebbe, quindi, Brazzaville che dovrebbe probabilmente ospitare la seconda fase dei colloqui tra Kinshasa e l’M23. Tale eventualità escluderebbe, ipso facto, Kampala dal ruolo di facilitazione nel dialogo tra le due parti in conflitto nell’est della RDCongo. Si nota un certo sollievo da parte congolese, visto che l’Uganda è esplicitamente menzionato tra i principali sostenitori dell’M23, ciò che ha sempre posto un problema di neutralità nel suo ruolo di mediazione nei negoziati che si stanno svolgendo nel quadro della CIRGL. Tuttavia, i capi di Stato della CIRGL potrebbero decidere diversamente e consentire all’Uganda di continuare il suo ruolo di mediazione. Anche l’M23, appoggiato da Kigali e Kampala, potrebbe invocare “motivi di sicurezza” per opporsi al trasferimento dei negoziati a Brazzavile, perché ritenuto troppo vicino a Kinshasa, suo diretto avversario.[2]

Il 1 ° gennaio, Roger Lumbala, deputato nazionale e presidente del Raggruppamento Congolese per la Democrazia nazionale (RCD/nazionale), partito di opposizione che appoggia Etienne Tshisekedi come presidente della Repubblica eletto il 28 novembre 2011, ha ufficialmente aderito all’M23. I dirigenti del gruppo armato hanno formalizzato la sua adesione nel corso di una cerimonia di scambio di auguri nella loro roccaforte di Bunagana. «Il compagno Roger Lumbala è davvero membro del Movimento del 23 marzo ed è qui con noi», ha detto Amani Kabasha, Vice Capo del Dipartimento della Comunicazione, Stampa e Media dell’M23.

In un’intervista rilasciata al settimanale francese Jeune Afrique, Roger Lumbala ha dichiarato: «Nel 2011, ho fatto una campagna elettorale per Etienne Tshisekedi. Credo che Joseph Kabila non abbia vinto le elezioni presidenziali del 28 novembre 2011. Dal momento che l’M23 ha fatto sue le rivendicazioni dell’opposizione politica congolese relative ai risultati di quelle elezioni fraudolente, mi sento vicino all’M23. Inoltre, la Costituzione congolese autorizza tutti i Congolesi di far fronte a chi o a coloro che prendono il potere con la forza. Oggi, la soluzione ai problemi della RDCongo passare attraverso l’M23, che ha messo in ginocchio Joseph Kabila, costringendolo ad accettare dei negoziati. Per questo motivo, oggi appoggio l’M23 che sta conducendo una lotta armata contro il regime di Kabila. Mi unisco all’M23 per cacciare Kabila dal potere e per ripristinare buoni rapporti con i Paesi vicini». Nel mese di settembre, Kinshasa aveva già accusato il deputato di Miabi (Kasai Orientale), di essere in combutta con l’M23.[3]

Il 3 gennaio, da Bunagana (Nord Kivu), l’M23 ha rinnovato la sua minaccia di non riprendere i colloqui con il governo a Kampala, senza la dichiarazione di un cessate il fuoco, di cui fa un prerequisito per la continuazione dei colloqui. Jean-Marie Runiga, responsabile politico dell’M23, ha dichiarato: «Continuiamo a chiedere un cessate il fuoco e dei negoziati diretti con il governo di Kinshasa. In caso contrario, utilizzeremo il linguaggio che (il presidente Joseph) Kabila capisce. E questa volta andremo molto lontano», aggiungendo che «il linguaggio che Kabila comprende è quello delle armi».[4]

Il 4 gennaio, le delegazioni del governo e dell’M23 sono arrivate ​​a Kampala, in Uganda, dopo la pausa di due settimane per le vacanze di fine anno. Fino al 6 gennaio, il ministro della Difesa ugandese e mediatore, Crispus Kiyonga, si è incontrato separatamente con i capi delle due delegazioni. Per quanto riguarda la composizione delle due delegazioni, quella del governo è rimasta la stessa di due settimane prima. Raymond Tshibanda, ministro congolese per gli Affari Esteri, continua a guidare la delegazione congolese. Invece, quella dell’M23 sarebbe passata da 25 a 30 membri, con persone nuove, tra cui Roger Lumbala, deputato nazionale dell’opposizione. Secondo un portavoce dell’M23, Amani Kabasha, Lumbala sarà vice-presidente della delegazione.[5]

L’8 gennaio, l’M23 ha accettato di continuare il dialogo di Kampala, anche in assenza di un accordo su un cessate il fuoco con il governo congolese e ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale. Il segretario esecutivo e capo della delegazione del movimento, François Ruchogoza, ha dichiarato: «Continuiamo le trattative, anche nel caso del rifiuto, da parte del governo congolese, di firmare un cessate il fuoco». Tuttavia, l’M23 chiede, attraverso la mediazione ugandese, l’intervento del Meccanismo Congiunto di  verifica della CIRGL per verificare i sospetti, secondo François Ruchogoza, di “preparativi di guerra da parte del governo di Kinshasa”.[6]

Perché questo cambiamento repentino da parte dell’M23? Due ipotesi sembrano probabili. O l’M23 ha parzialmente ceduto di fronte alla pressione esercitata su di esso da parte della comunità internazionale (vedi le ultime sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti di alcuni suoi dirigenti) o è Kinshasa che, sotto sotto, ha ceduto a certe richieste dell’M23. Alcune fonti fanno capire che la grande concessione che il governo ha fatto all’M23 sarebbe la promessa di dirigere, entro breve tempo, la Banca Centrale del Congo (BCC). Nel caso in cui tali informazioni fossero confermate, il governo starebbe facilitando il nemico. Gli alleati dell’M23, cioè il Ruanda e l’Uganda, potrebbero così avere pieno accesso ad uno dei principali simboli della sovranità della RDCongo: la banca. Dopo aver capito che il saccheggio delle risorse naturalista diventando sempre più difficile, a causa del coinvolgimento della comunità internazionale, gli aggressori del Congo non hanno trovato di meglio che avere un ancoraggio interno.

Avendo il controllo sulla BCC, potranno influire sul funzionamento dello Stato e spingere il governo a cedere continuamente di fronte alle loro richieste. In tal caso, il trasferimento di valute liquide dalla BCC a qualsiasi banca di Kigali e di Kampala potrebbe effettuarsi con tutta facilità. Così, ciò che perderanno con il tramonto del saccheggio delle risorse naturali, se lo riprenderanno attingendo al tesoro pubblico congolese. Il più ufficialmente possibile! Secondo l’opinione di alcuni specialisti dei Grandi Laghi, si tratterrebbe di una delle ultime operazioni per completare la realizzazione del progetto di frammentazione della RDCongo.[7]

L’11 gennaio, sono stati approvati quattro punti dell’ordine del giorno del dialogo. Si tratta della valutazione dell’accordo di pace firmato il 23 marzo 2009 dal governo e dagli ex ribelli del CNDP, dei problemi di sicurezza, delle questioni sociali, politiche ed economiche e, infine, del meccanismo di attuazione, di monitoraggio e di valutazione dell’accordo di Kampala.[8]

2. LA POLITICA DI FRONTE AL CONFLITTO NEL KIVU

Il 31 dicembre, nel suo messaggio di auguri alla nazione, il capo dello Stato Joseph Kabila ha esortato alla coesione nazionale per porre fine alla guerra nell’est del Paese. «Di fronte alla guerra, l’unità nazionale è stata e rimane la condizione della nostra sopravvivenza, la più sicura protezione contro ogni tentativo di balcanizzazione e di distruzione», ha dichiarato. «La guerra in cui siamo stati trascinati deve essere un’opportunità per unirci di più. Qualunque siano le nostre ambizioni come nazione, la divisione non condurrà ad alcun risultato positivo», ha affermato Joseph Kabila, aggiungendo che «la diversità delle nostre tribù, delle nostre convinzioni religiose o filosofiche e delle nostre opinioni politiche sono una risorsa inestimabile per il nostro Paese». Il presidente ha esortato tutti i Congolesi ad «impegnarsi affinché il nuovo anno sia effettivamente quello dell’unità nazionale». In questa prospettiva, ha confermato «l’organizzazione, a partire dall’inizio del 2013, di incontri tra tutte le forze vive della nazione».[9]

L’invito al dialogo da parte del presidente Kabila non ha convinto l’opposizione che ha respinto la proposta. Per l’opposizione parlamentare, la configurazione dell’organizzazione di scambi e concertazioni evocata dal Capo dello Stato nel suo messaggio di auguri di fine anno, non è ancora chiara. I membri dell’opposizione parlamentare fanno riferimento alla loro richiesta presentata in occasione del primo appello alla coesione nazionale, fatto il 15 dicembre dal presidente, davanti le due Camere del Parlamento riunite in congresso: un dialogo inclusivo con un facilitatore internazionale per parlare di tutto ciò che divide i Congolesi. Secondo l’opposizione, un tale dialogo permetterebbe di arrivare ad una vera riconciliazione e a soluzioni durature. Per l’opposizione istituzionale, questo dialogo inclusivo è un prerequisito per qualsiasi tipo di discussioni che abbiano il loro punto di partenza nei risultati delle ultime elezioni presidenziali. Il presidente del Movimento Congolese per la Repubblica, Jean-Claude Vuemba, dice: «Risolviamo dapprima il contenzioso  elettorale del 28 novembre 2011. Dopo di che, possiamo vedere come possiamo trovare un punto di intesa, affinché i Congolese possano avere un quadro permanente di concertazione». Da sua parte, l’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS) afferma di non sentirsi implicata nell’appello lanciato da Kabila, perché considerato come un atto di distrazione.[10]

Il 4 gennaio, nel corso di una conferenza stampa a Kinshasa, Jean-Pierre Lisanga Bonganga, portavoce delle Forze Acquisite al Cambiamento (Fac / opposizione), ha detto che tale piattaforma politica rifiuta categoricamente il dialogo proposto dal Capo dello Stato, perché «si tratta di riunioni informali qualificate a volte come consultazioni, altre volte come scambi, con contenuti non precisati e le cui raccomandazioni finali non sarebbero vincolanti per nessuno». Ha precisato che «le Fac/opposizione non riconoscono al presidente Kabila la facoltà di organizzare intorno a lui un dialogo nazionale, perché è lui il problema. Non può essere il problema e, contemporaneamente, la soluzione al problema. Egli è uno dei protagonisti della crisi. Non può, quindi, essere mediatore per risolvere la crisi, perché sarebbe parte in causa e giudice nello stesso tempo». Per la piattaforma dell’opposizione, «il dialogo dovrebbe essere organizzato attorno alla comunità internazionale, sotto la mediazione di un saggio africano, presidente di un Paese non-aggressore della RDCongo».[11]

L’8 gennaio, con 216 voti favorevoli e 80 contrari, l’Assemblea Nazionale ha tolto l’immunità parlamentare al deputato Roger Lumbala e ha invalidato il suo mandato di deputato, per avere recentemente aderito all’M23. Il Procuratore Generale della Repubblica aveva chiesto all’Assemblea Nazionale la revoca della sua immunità parlamentare, perché sospettato di complicità con l’M23. Arrestato dai servizi di sicurezza del Burundi nel mese di settembre, Lumbala aveva negato qualsiasi collegamento con l’M23. Riuscito a fuggire a Parigi, si è ufficialmente unito al movimento ribelle ai primi di gennaio. Ora il Procuratore della Repubblica potrà iniziare contro di lui procedure giudiziarie per alto tradimento.

Il ministro degli Interni, Richard Muyej, ha sospeso le attività del Raggruppamento dei Congolesi Democratici e nazionalisti (RCD/N), affermando di aver preso delle misure per ottenere lo scioglimento del partito. Secondo lui, il presidente del partito, Roger Lumbala, ha stretto un’alleanza con i ribelli dell’M23 e ma i suoi principali collaboratori non hanno denunciato il fatto. Da parte sua, l’RCD/N ha annunciato di fare ricorso alla giustizia per annullare la decisione del ministro.[12]

3. LE REAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE

Un membro della diaspora congolese in Belgio, Roger Manangu, ha affermato di non capire «perché il governo congolese possa partecipare a delle trattative con un gruppo politico-militare terrorista». A suo parere, «l’M23 non ha la forza politica e militare necessaria per arrivare a Bukavu, tanto meno a Kinshasa, senza l’aiuto militare e logistico e senza una consulenza strategica e politica da parte del Ruanda e dell’Uganda». Secondo lui, «Kinshasa dovrebbe, quindi, abbandonare il tavolo dei negoziati di Kampala e rivolgersi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per denunciare gli abusi che, da molti anni, la RDCongo subisce da parte del Ruanda e dell’Uganda». Roger Manangu accusa le Nazioni Unite di “complicità” nel conflitto congolese-ruandese-ugandese, alimentato, precisa, dalle multinazionali per “ottenere la scissione della RDCongo”. Egli ha chiesto alla comunità internazionale di obbligare Kigali e Kampala ad iniziare un dialogo con le loro ribellioni rispettive (FDLR, LRA e ADF-Nalu), in modo che possano lasciare il territorio congolese e ritornare ai propri paesi d’origine, il Ruanda e l’Uganda. In questa prospettiva, secondo lui «la RDCongo potrebbe accettare dei negoziati con il Ruanda, l’Uganda e la comunità internazionale, per definire le modalità per il ritorno delle FDLR e dell’LRA nei loro rispettivi paesi, affinché la regione possa finalmente vivere nella pace».[13]

Secondo la Società Civile del Nord Kivu, la popolazione di questa provincia si oppone al fatto che i colloqui di Kampala possano diventare un’occasione per la condivisione del potere tra il governo e i ribelli dell’M23. Così si sono espressi molti abitanti di Beni, Butembo, Lubero e Goma, in un seminario di formazione organizzato dalla stessa Società Civile dal 28 dicembre 2012 al 3 gennaio 2013. Secondo il suo portavoce, Omar Kavotha, gli intervistati si sono opposti anche ad ogni forma di “cessate il fuoco” tra l’esercito nazionale e l’M23 e di integrazione dei militari dell’M23 nell’esercito regolare e nella polizia nazionale. Secondo il parere della popolazione, «i colloqui di Kampala devono rimanere nell’ambito della valutazione degli accordi del 23 marzo 2009 e nel rigoroso rispetto della Costituzione». Sempre secondo la società civile, la popolazione auspica che i colloqui siano trasferiti dall’Uganda, tanto più che, a partire da gennaio 2013, questo Stato non assume più la presidenza della CIRGL ed è, inoltre, accusato di appoggiare l’M23. La presidenza di turno della CIRGL dovrebbe, infatti, passare al presidente del Congo – Brazzaville, Denis Sassou Nguesso.[14]

Reagendo alla dichiarazione dell’M23 rilasciata alla stampa l’8 gennaio, il Coordinamento Provinciale della società civile del Nord Kivu ha fatto le seguenti osservazioni:

– In primo luogo, a proposito del cessate il fuoco unilaterale: piuttosto che obbedire all’ingiunzione dei Capi di Stato e di Governo della CIRGL a sospendere tutte le attività militari e anti-costituzionali, l’M23 continua il reclutamento (coatto e, per giunta, di minori), la formazione e l’approvvigionamento in uomini, armi e munizioni, nonché la designazione delle autorità amministrative nel territorio sotto suo controllo. Parlare di cessate il fuoco è per l’M23 e i suoi alleati una manovra per ingannare l’opinione pubblica a livello locale, nazionale e internazionale.

– Circa le intenzioni belliche attribuite al governo congolese, la società civile dichiara che, nelle raccomandazioni e decisioni dei Capi di Stato e di Governo, non si è mai vietato il funzionamento normale delle istituzioni e dei servizi dello stato congolese, fra cui le FARDC.

– Invece, l’M23 non ha mai rispettato fino ad oggi la decisione dei Capi di Stato della CIRGL che gli imponeva, da un lato, di tornare alle sue posizioni anteriori al 30 giugno 2012 e, dalla’altro, di ritirarsi a 20 km dalla città di Goma. «Sorprende il fatto che l’M23 abbia riferito alla mediazione di Kampala di trovarsi a 60 km dalla città di Goma, a partire dalla grande barriera tra la RDCongo e il Ruanda. Si tratta di una sfacciata menzogna di questi strani democratici», afferma la società civile del Nord Kivu, il cui relatore generale e presidente a.i., Negura Barry Bonaventure, ha firmato la dichiarazione.

– L’M23 continua a fare incursioni nella città di Goma e a mantenere la criminalità e il terrorismo, è responsabile di ripetuti attacchi ai campi di sfollati di Mugunga, prosegue il rinforzamento delle sue posizioni su tutte le linee del fronte e continua a collaborare con il colonnello Mandevu, uno dei più grandi noti comandanti delle FDLR. Tutto porta a credere che con questa dichiarazione di cessate il fuoco unilaterale, l’M23, indebolito dalle sanzioni della comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite, contro i suoi responsabili, stia cercando di condurre una campagna di affascinamento.[15]

4. PROPOSTE E DECISIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

a. Verso una strategia più robusta?

Se, alla fine di dicembre, i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23) stavano effettuando degli spostamenti “irregolari e preoccupanti” intorno a Goma e nella zona “neutrale” a meno di 20 km dalla città, le Nazioni Unite hanno affermato di stare elaborando una nuova strategia più “robusta”, sia sul piano politico, implicando i Paesi vicini, sia sul piano militare, volendo creare una sorta di brigata di rapido intervento che potrebbe essere integrata alla Missione delle Nazioni Unite in RDCongo (MONUSCO).

Sul piano politico, secondo una fonte dell’Onu, l’idea sarebbe quella di convocare i paesi della CIRGL (RDCongo, Ruanda, Uganda, Burundi, Tanzania, Congo – Brazzaville, Angola e anche il Sud Africa) in un vertice a Kinshasa, con le Nazioni Unite “come testimone e garante”, per convincerli a firmare un “accordo-quadro” su principi fondamentali, come il rispetto della sovranità nazionale, il divieto di sostenere milizie armate e la fine dell’impunità per i criminali di guerra. Il presidente ruandese Paul Kagame, il cui paese è, con l’Uganda, accusato di appoggiare i ribelli dell’M23, avrebbe dato il suo accordo, come gli altri sette suoi omologhi. Sarebbero previste anche riunioni periodiche tra le parti interessate, in particolare in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite o dei vertici annuali dell’Unione Africana (UA).

Sul piano militare, invece, nelle sue raccomandazioni al Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale Ban Ki-moon dovrebbe ben presto proporre la creazione di un’unità di rapido intervento, estremamente mobile e composta di 2.000 soldati africani, capaci di intervenire immediatamente come “vigili del fuoco” in ogni caso di necessità. La Tanzania e il Sud Africa sarebbero pronti a contribuirvi. Questi futuri “Rambo” della MONUSCO sarebbe nettamente differenziati dai caschi blu, ma dipenderebbero dallo stesso comando e sarebbero sostenuti finanziariamente dalle Nazioni Unite. Un’altra proposta del Segretario Generale, pensata dal capo delle operazioni di mantenimento della pace, Hervé Ladsous, sarebbe l’uso di droni per controllare le frontiere e i movimenti dei gruppi armati.[16]

L’8 gennaio, il Consiglio di Sicurezza ha discusso la possibilità di dotare la missione dell’Onu nella RDCongo (MONUSCO) di droni, per controllare meglio il paese. «Si tratta di mettere la MONUSCO maggiormente in grado di fare il suo lavoro. Quindi occorrerebbero più elicotteri, forse alcuni con capacità di visione notturna, più mezzi fluviali e apparecchiature di sorveglianza aerea, come i droni», ha dichiarato alla stampa il responsabile per le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite Herve Ladsous. L’ONU prevede inoltre di aumentare il numero degli effettivi della MONUSCO, attualmente 17.500 ma che possono aumentare fino a 19.500 uomini, e ridistribuirli sul territorio in maniera diversa.

Il Ruanda si è opposto al progetto delle Nazioni Unite di utilizzare dei droni, aerei di sorveglianza senza pilota, nella parte orientale della RDCongo. Kigali ha detto di non volere che l’Africa diventi un laboratorio dei servizi segreti stranieri. Il Ruanda, che deve difendersi dalle accuse lanciate dal gruppo degli esperti delle Nazioni Unite, a proposito del suo appoggio all’M23, ha stimato prematura la richiesta di Hervé Ladsous. «Non è prudente utilizzare attrezzature su cui non abbiamo sufficienti informazioni», ha detto a Reuters il numero due della delegazione ruandese presso l’Onu, Olivier Nduhungirehe, che ha precisato che è di vitale importanza chiarire le implicazioni che tali mezzi aerei potrebbero avere sulla sovranità territoriale degli Stati della regione. Una fonte diplomatica ha riferito che i Ruandesi hanno messo in guardia il Consiglio di Sicurezza, avvertendo che le forze di pace della MONUSCO sarebbero considerate come “parte belligerante”, nel caso in cui utilizzassero dei droni nell’est della RDCongo.

Secondo alcuni diplomatici presso le Nazioni Unite, la Francia, gli Stati Uniti e il Regno Unito sono favorevoli all’utilizzo di droni. Secondo questi diplomatici occidentali, l’opposizione del Ruanda è la prima dimostrazione delle difficoltà previste nelle discussioni sulla RDCongo per tutto il periodo dei prossimi due anni in cui il Ruanda sarà membro non permanente del Consiglio di Sicurezza.

La richiesta delle Nazioni Unite di utilizzare droni di sorveglianza nella RDCongo risale al 2008. Mai accettata, tale richiesta è stata ripresa nelle ultime settimane, in occasione della progressiva avanzata dell’M23 che la Monusco non è riuscita ad impedire.[17]

L’8 gennaio, ad Addis Abeba, sede dell’Unione Africana, si è tenuta una riunione ad alto livello ministeriale per cercare di concretizzare la proposta di una Forza Internazionale Neutra (FIN) di 4000 uomini, da dispiegare nell’est della RDCongo. La FIN dovrebbe essere integrata alla MONUSCO già presente sul territorio, anche se i dettagli tecnici restano ancora da chiarire.

«La tendenza generale è quella di andare verso una sola forza. Ciò consentirebbe una maggiore stabilità circa i finanziamenti, le risorse e un’unità di comando e di obiettivi», ha affermato Ramtane Lamamra, Commissario per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana.

Si prevede una nuova risoluzione delle Nazioni Unite per accordare alla Monusco un mandato più forte, robusto, che le permetta di far ricorso ad una “violenza legittima” per imporre la pace. «Nel linguaggio delle Nazioni Unite, questa volta, si tratterrebbe di un mandato di imposizione della pace e non di mantenimento della pace. Ciò significa che ci sarà un certo numero di obiettivi molto chiari e che, nella misura in cui tali obiettivi non possano essere raggiunti pacificamente, allora si farà ricorso alla violenza legittima», ha dichiarato Ramtane Lamamra. Resta ancora da discutere se l’esercito congolese sarà appoggiato da questa nuova forza, o se quest’ultima agirà da sola. Alla riunione hanno partecipato, tra altri, i ministri degli esteri della RDCongo e del Ruanda, i capi di stato maggiore dei paesi della regione e il consulente militare del Segretario Generale delle Nazioni Unite.[18]

Il 10 gennaio, in una conferenza stampa a Kinshasa, il portavoce del governo, Lambert Mende, ha dichiarato che il governo congolese ha accolto con favore l’imminente dispiegamento della forza internazionale neutra e di “tre droni delle Nazioni Unite”. Secondo lui, questi impegni dell’Unione  Africana e delle Nazioni Unite riflettono la volontà della comunità internazionale di garantire la sicurezza nel Nord Kivu e di fermare la catastrofe umanitaria. Il ministro Mende ha qualificato di sensata la proposta di utilizzare dei droni nell’est della RDCongo, in quanto «si tratta di una frontiera che è fonte di problemi, sia per la RDCongo che per il Rwanda». Secondo lui, «i droni permetteranno alla forza internazionale neutra e alla MONUSCO, che sarà parte del dispositivo, di avere una visione più completa di ciò che accade in questo spazio problematica e di intervenire in maniera più precisa ed efficace, per il raggiungimento di una pace duratura in questa regione che ha già sofferto troppo».[19]

L’11 gennaio, il ministro della Difesa ugandese e mediatore tra il governo congolese e l’M23 nei colloqui di Kampala, Crispus Kiyonga, ha affermato che il suo paese non si oppone alla proposta secondo cui la Monusco utilizzi dei droni per monitorare la parte orientale della RDCongo. Ha riconosciuto che l’uso di questi aerei auto-pilotati aiuterà la regione a migliorare la raccolta di informazioni sulla situazione dell’est della RDCongo, dove ci sono montagne e foreste e ha affermato che «se questo tipo di aereo è utilizzato per scopi di intelligence e se aderisce al principio di sovranità, sarebbe una cosa accettabile» ma, nello stesso tempo, egli auspica «adeguate consultazioni preliminari, per garantire il rispetto della sovranità dei paesi vicini alla RDCongo».[20]

b. Nuove sanzioni

Il 31 dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha decretato nuove sanzioni contro alcuni esponenti dell’M23 e delle FDLR, due ribellioni attive nella parte orientale della RDCongo. Tali sanzioni prevedono il congelamento dei beni e il divieto di viaggiare all’estero per le persone ad entità colpite da tali provvedimenti. Il Consiglio ha inserito nella lista delle sanzioni due esponenti dell’M23: Jean-Marie Runiga Lugerero, “responsabile civile del Movimento” e Eric Badege, “un comandante militare dell’M23 sospettato di abusi nei confronti di donne e bambini”. La decisione è stata presa poche ore prima dell’ingresso del Ruanda nel Consiglio come membro non permanente per due anni, a partire dal 1° gennaio.

«Crediamo che queste decisioni potranno facilitare dei progressi verso una pace duratura nell’est della RDCongo», ha detto in un comunicato l’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Susan Rice, che ha chiesto ai membri dell’M23 e delle FDLR di «disertare e di dissociarsi dai gruppi sanzionati». Susan Rice ha parlato anche della possibilità di «ulteriori misure del Consiglio nei confronti di coloro che continuano a fornire un appoggio esterno all’M23 e a violare l’embargo sulle armi» imposto ai gruppi armati attivi nella RDCongo. Il gruppo degli esperti delle Nazioni Unite, il Governo congolese e varie organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani hanno più volte accusato il Ruanda e l’Uganda di appoggiare l’M23, anche se questi due Paesi continuano a smentire tali accuse. Da parte sua, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha denunciato, a più riprese, ogni “appoggio esterno” all’M23, ma senza mai citare esplicitamente i nomi del Ruanda o dell’Uganda.

Nel mese di novembre, l’Onu aveva imposto sanzioni contro altri due dirigenti dell’M23, Baudouin Ngaruye e Innocent Kaina. Il primo è accusato, tra l’altro, di omicidi e torture commesse su disertori dell’M23 e di mutilazioni e sequestri di donne. Il secondo è accusato di avere coordinato il reclutamento e la formazione di oltre 150 bambini soldato e di avere ucciso varie reclute che cercavano di fuggire. Anche il capo militare dell’M23, Sultani Makenga, è oggetto di sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu dal 13 novembre 2012.[21]

Ora che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso di decretare delle sanzioni contro l’intero M23 e alcuni suoi esponenti, con chi il governo congolese valuterà gli accordi del 23 marzo 2009? Continuerà a negoziare con coloro che sono oggetto di sanzioni da parte dell’Onu? No, secondo alcuni osservatori, il governo congolese non deve continuare a negoziare con criminali di guerra accusati di gravi violazioni dei diritti umani e attualmente sanzionati dal Consiglio di Sicurezza. Accettare di negoziare con loro sarebbe come dire loro che il Consiglio di Sicurezza si è sbagliato. Accettare il dialogo con loro, è una trappola in cui la delegazione del Governo deve evitare di cadere.

Secondo altri osservatori, le sanzioni a carico di Jean-Marie Runiga e Eric Badege non cambieranno nulla finché non si arrivi a sanzionare il Ruanda, accusato dal gruppo degli esperti delle Nazioni Unite di appoggiare l’M23. In pratica, si tratterrebbe solo di sanzioni inefficaci decretate contro i ribelli dell’M23, ma che non avranno alcun impatto sul campo delle operazioni. Abituati a lavorare nell’ombra e nel contrabbando, se ne fregano e continueranno ad agire come se nulla fosse accaduto. Per quanto tempo ancora durerà questo doppio gioco degli americani e dei britannici?[22]

L’11 gennaio, il ministro della Difesa ugandese e mediatore tra il governo e l’M23 nei colloqui di Kampala, Crispus Kiyonga, ha affermato di non apprezzare la decisione delle Nazioni Unite circa le sanzioni recentemente decretate nei confronti di alcuni dirigenti dell’M23. «In Uganda, abbiamo messo l’accento su quattro punti, in ordine secondo la loro importanza: la pace, la riconciliazione, la democrazia e la giustizia. Ci sono persone all’interno della comunità internazionale che invertono l’equazione, concentrandosi prima sulla giustizia. Quando si interrompe sempre Parlare sempre di sanzioni è un elemento perturbatore», ha dichiarato Crypsus Kiyonga alla stampa.[23]

Secondo un quotidiano di Kinshasa, Le Potentiel, il ministro della Difesa ugandese e facilitatore dei colloqui tra la delegazione governativa e l’M23, ha dimostrato una chiara parzialità, difendendo apertamente l’M23. Già indicato dalle Nazioni Unite per il suo appoggio all’M23, l’Uganda ha, infine, svelato le sue vere inclinazioni. Mettendo in dubbio le ultime sanzioni delle Nazioni Unite nei confronti di alcuni dirigenti dell’M23, Kampala discredita il suo ruolo di facilitazione nella soluzione della crisi nell’est della RDCongo. Purtroppo, la parte congolese continua ad avere un approccio almeno ingenuo se non complice nei confronti di questa strategia contraria agli interessi del Paese.[24]

Secondo alcuni osservatori, l’atteggiamento del facilitatore ugandese potrebbe essere l’occasione propizia che si presenta al governo congolese per rifiutare la mediazione ugandese, legata alla presidenza di turno della CIRGL, arrivata al suo termine il 15 dicembre 2012, in vista di una nuova mediazione, quella della Repubblica del Congo – Brazzaville, per esempio, che dovrebbe assicurare la presidenza della CIRGL nel 2013.

5. A PROPOSITO DEL MANDATO DELLA MONUSCO

Il 25 dicembre, giorno di Natale, in un articolo pubblicato sul quotidiano francese Le Monde, un gruppo di personalità della politica e della cultura denuncia la mancata applicazione effettiva del mandato della MONUSCO. Secondo il gruppo, per non potere intervenire direttamente, i 17.000 caschi blu della Missione dell’Onu si limitano a “guardare e constatare” il deterioramento della situazione. Questo gruppo di personalità ha, quindi, chiesto una risoluzione delle Nazioni Unite che consenta ai caschi blu della MONUSCO di applicare efficacemente un mandato in linea con le aspettative delle popolazioni civili congolesi. Di conseguenza, si aspettano che la missione delle Nazioni Unite possa utilizzare effettivamente la forza per neutralizzare i vari gruppi armati che violano, terrorizzano e massacrano ogni giorno centinaia di congolesi. Queste personalità deplorano il fatto che il dramma attualmente in corso nel Kivu, nell’est della RDCongo, abbia già causato milioni di morti e milioni di vite devastate. Una tragedia che la comunità internazionale potrebbe fermare immediatamente, secondo loro, se ordinasse ai 17.000 soldati della MONUSCO di fare il loro lavoro e di applicare effettivamente il loro mandato, essendo il loro lavoro e la loro missione di caschi blu quella di garantire la pace e la dignità della specie umana. Per fare questo, secondo loro, sarebbe necessaria una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che permetta alle forze di pace di agire.

I firmatari dell’articolo collocano l’M23 tra i molti gruppi armati che affliggono l’est della RDCongo e lo qualificano come uno «squadrone che indossa belle divise, usa armi nuove, si infiltra nella città di Goma, terrorizzando la periferia, devastando le strutture e uccidendo la popolazione» e continuano: «Violentano centinaia di migliaia di donne e bambini per terrorizzare la popolazione. Violentano per distruggere. Violano per annientare l’identità delle popolazioni. E i bambini che non hanno ucciso, li arruolano con la forza».

Tra le 20 personalità che hanno firmato questo documento, ci sono l’ex presidente francese Jacques Chirac, l’ambasciatrice della Fondation Danielle Mitterrand e compagna dell’attuale presidente francese, Valérie Trierweiler, la ministra francese della Francofonia, Yamina Benguigui, l’ex presidente senegalese e segretario generale della Francofonia, Abdou Diouf e il ginecologo congolese Dr. Denis Mukwege.[25]

Il 7 gennaio, Camille Dugrand reagisce all’appello con un articolo intitolato “La situazione del Kivu è ben più complessa di un appello ad intervenire”. Secondo i firmatari dell’appello, il dramma che si sta svolgendo nelle province del Kivu da 20 anni potrebbe finire “all’istante”: sarebbe sufficiente modificare il mandato della MONUSCO per “garantire la pace” e affinché tutti possano finalmente “vivere felici”.

Il tono lirico e semplicista dell’appello contrasta con l’estrema complessità della situazione che le Nazioni Unite devono affrontare nelle due province del Kivu. Se la MONUSCO non è esente da critiche, tuttavia bisognerebbe approfondire le questioni più importanti che sono alla base della situazione delle due province del Kivu, per individuare la natura delle azioni che è necessario intraprendere.

Le cause del conflitto e delle violenze non si limitano allo sfruttamento illegale delle risorse minerarie. Problematiche di tipo fondiario, demografico, politico e militare, sono altrettante motivazioni che spingono molti gruppi a prendere le armi, finanziandosi mediante il contrabbando stesso delle risorse naturali. Attorno alle basi della Monusco si muovono decine di milizie e di gruppi armati che commettono stupri, saccheggi e ogni tipo di atrocità contro le popolazioni civili. L’opportunismo dei signori della guerra, gli aiuti e gli obiettivi nascosti di Kinshasa, Kigali e Kampala rendono i giochi di alleanze particolarmente imprevedibili.

Stupri, saccheggi e massacri non sono esclusivamente commessi da militari dell’M23. Esercito nazionale, milizie, gruppi armati e individui sono frequentemente colpevoli di abusi, stupri e violenze.

Di fronte a questa situazione, secondo l’appello, i soldati della MONUSCO dovrebbero “fare il loro lavoro”. Cosa si vuol dire? Si dovrà loro chiedere, “a nostro nome”, di sparare di più? Se sì, contro chi? Contro i Ruandesi dell’M23? Contro i Tutsi e gli Hutu congolesi dell’M23, appoggiati da Kigali? Contro gli Hutu ruandesi delle FDLR? Contro gli Hutu congolesi dei Mai-Mai Nyatura? Contro gli Hunde dell’Alleanza dei Patrioti per un Congo Libero e Sovrano? Contro i Mai Mai Ceka? Contro i RAIA Mutomboki? Contro i PARECO? Contro le forze armate della RDCongo, esercito nazionale in rovina, quando i suoi militari mal equipaggiati e sottopagati (quando ricevono lo stipendio…), commettono, a loro volta, abusi contro i civili?

La MONUSCO è attualmente composta di 17.049 soldati. L’imposizione di regole di ingaggio e di catene di comando da parte delle nazioni che forniscono le truppe, la complessità del mandato ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite costituiscono, indubbiamente, degli ostacoli al “mestiere di soldato”. Ma un’operazione di mantenimento della pace può avere un mandato offensivo? Chiedere un rafforzamento intelligente e necessario del mandato della MONUSCO è corretto. Ma dare ad intendere che i suoi soldati potrebbero mettere “immediatamente” fine a stupri, massacri e abusi dal nord Katanga fino all’Ituri, passando per il Maniema, è un grave errore di analisi e di strategia.

Puntando il dito solo contro chi è accusato di “lasciar fare”, si lasciano nell’ombra i veri responsabili di questi venti anni di guerra dalle drammatiche conseguenze umane. In tal modo, si rischia di esentare il governo congolese dal formare un esercito e un corpo di polizia ben addestrati, ben pagati e ben equipaggiati, dal procedere a una riforma della giustizia che stronchi la piaga dell’impunità e della corruzione e dall’obbligo di garantire, per primo, la sicurezza del suo popolo. Kigali e Kampala sono assolti dal loro appoggio fornito alla ribellione dell’M23 e dalla loro diretta implicazione nello sfruttamento delle risorse naturali dell’est della RDCongo.

Sì, l’inefficacia della MONUSCO è insopportabile e il suo mandato deve essere migliorato. Ma la “comunità internazionale” non dovrebbe, finalmente, definire una posizione comune, per fare pressione sui primi responsabili del conflitto in corso nelle due province del Kivu, senza risparmiare nessuno degli implicati (tra cui le grandi potenze e multinazionali occidentali – ndr)?[26]


[1] Cf Alain Diasso – Les Dépêches de Brazzaville – Kinshasa, 28.12.’12

[2] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 27.12.’12

[3] Cf Trésor Kibangula – Jeune Afrique, 02.01.’13

[4] Cf AFP – Goma, 03.01.’13

[5] Cf Radio Okapi, 04 et 07.01.’13

[6] Cf Radio Okapi, 08.01.’13; Reuters – Kampala, 08.01.’13

[7] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 09.01.’13

[8] Cf Radio Okapi, 12.01.’13

[9] Cf Radio Okapi, 31.12.’12

[10] Cf RFI, 02 et 03.01.’13

[11] Cf Radio Okapi, 05.01.’13. Nel suo discorso sulla situazione della nazione, pronunciato in Parlamento il 15 dicembre, Joseph Kabila aveva invitato il popolo congolese alla coesione nazionale. Senza citare esplicitamente la possibilità di un dialogo, il Capo dello Stato aveva detto che «tale coesione nazionale si realizzerà in un quadro adeguato e aperto a tutte le forze politiche e sociali del paese. A breve termine, sarà presentata un’iniziativa con questo scopo e le modalità della sua attuazione saranno precisate quando sarà il momento».

[12] Cf Radio Okapi, 09.01.’13

[13] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 03.01.’13

[14] Cf Radio Okapi, 05.01.’13

[15] Cf L’Avenir Quotidien – Africatime, 11.01.’13

[16] Cf Alexandra Geneste – New York – Le Monde, 25.12.’12

[17] Cf Angop – New York (Nations Unies), 09.03.’13; Louis Charbonneau – Reuters – New-York, 09.01.’13 (via mediacongo.net); BBC Afrique – Africatime, 09.01.’13

[18] Cf RFI, 09.01.’13

[19] Cf Radio Okapi, 11.01.’13

[20] Cf AFP – Kampala, 11.01.’13

[21] Cf Radio Okapi, 01.01.’13

[22] Cf L’Avenir – Kinshasa, 07.01.’13

[23] Cf Radio Okapi, 12.01.’13

[24] Cf B-M. Bakumanya – Le Potentiel – Kinshasa, 14.01.’13

[26] Cf Camille Dugrand – Le Monde, 07.01.’13