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Ott 04 2012

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Congo Attualità n. 162

INDICE:

EDITORIALE: una tolleranza complice

1. HUMAN RIGHT WATCH ACCUSA L’M23 PER CRIMINI DI GUERRA

2. LA CONFERENZA INTERNAZIONALE PER LA REGIONE DEI GRANDI LAGHI (CIRGL)

3. L’IMPOSSIBILITÀ DI NEGOZIAZIONI TRA IL GOVERNO E L’M23

a. L’m23 propone negoziazioni con il governo

b. Prese di posizione della Società Civile

4. LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

5. IL MINI VERTICE DI NEW YORK

 

EDITORIALE: Una tolleranza complice

 

1. HUMAN RIGHT WATCH ACCUSA L’M23 PER CRIMINI DI GUERRA

Human Rights Watch rinnova le denunce

 

L’11 settembre, in un rapporto pubblicato a Goma (Nord Kivu), Human Rights Watch (HRW), un’ONG internazionale per la difesa dei diritti umani, ha accusato i ribelli del Movimento del 23 Marzo (M23) di aver ucciso, dal mese di giugno in poi, almeno 15 civili e stuprato 46 donne e ragazze, tra cui una bambina di otto anni, nel territorio di Rutshuru (Nord Kivu). HRW ha basato le sue affermazioni su contatti che i suoi esperti hanno avuto, da maggio a settembre, con 190 persone, tra cui vittime congolesi e ruandesi, familiari delle vittime, testimoni, autorità locali, ribelli ed ex ribelli dell’M23.

Alcuni testimoni hanno dichiarato a HRW che almeno 33 nuove reclute e altri combattenti dell’M23 sono stati sommariamente giustiziati mentre cercavano di fuggire. Alcuni sono stati legati e fucilati sotto gli occhi delle altre reclute, come forma di avvertimento per loro nel caso in cui tentassero la fuga.

Una recluta ha dichiarato a HRW: «Quando eravamo con l’M23, ci hanno detto [che potevamo scegliere] tra rimanere con loro o morire. Molti hanno tentato di fuggire. Alcuni sono stati ritrovati e sono stati uccisi immediatamente». Ida Sawyer, ricercatrice di HRW, ha denunciato così questi crimini: «I ribelli dell’M23 sono responsabili di crimini di guerra commessi su larga scala e con la complicità di alcune autorità ruandesi, per il loro continuo appoggio all’M23. Almeno 600 persone sono state reclutate con la forza o con l’inganno in Ruanda, per inviarle a combattere nelle file dell’M23. Il reclutamento è continuato fino ad agosto. Ci sono anche ufficiali ruandesi che si trovano in RDCongo con l’M23, per la formazione delle nuove reclute in centri di addestramento».

Vari abitanti congolesi e ruandesi che vivono nei pressi della frontiera, comprese alcune autorità locali, hanno dichiarato a HRW di aver osservato frequenti movimenti di truppe ruandesi da e verso la RDCongo in giugno, luglio e agosto, «per dare una mano, a quanto pare, ai ribelli dell’M23». Hanno fatto notare che, per attraversare la frontiera congolese, i militari dell’esercito ruandese utilizzano regolarmente un sentiero nei pressi della collina di Njerima, in Ruanda, non lontano dal vulcano Karisimbi.

Il rapporto di HRW indica che, oltre a procurare rinforzi e reclute per appoggiare le operazioni militari dell’M23, le autorità militari ruandesi hanno fornito all’M23 anche una consistente assistenza in armi, munizioni e formazione. Secondo il rapporto di HRW, questo tipo di interventi fanno del Ruanda, come Stato, parte implicata nel conflitto dell’Est della RDCongo. Secondo il rapporto, «i comandanti dell’M23 dovrebbero essere costretti a rendere conto dei loro crimini, e le autorità ruandesi che li appoggiano dovrebbero essere perseguiti dalla giustizia per complicità in tali crimini». Da parte loro, i responsabili dell’M23 smentiscono le affermazioni di HRW. Secondo il portavoce militare, il colonnello Vianney Kazarama, si tratta di gravi accuse infondate.[1]

Se questa è liberazione.

Gli sfollati arrivano nella città di Goma e, nel centro Don Bosco, oltre il 30% delle donne in gravidanza, deboli e malnutrite, muoiono durante il parto. In un altro centro, Inuka, le educatrici, in soli tre giorni, hanno accolto più di 90 bambini abbandonati. Si tratta di casi uno più disperato dell’altro: Maria, raccolta dal Cicr, ha solo undici mesi. Sua madre era fuggita davanti all’avanzata dell’M23, con la bambina sulla schiena. Nella foresta, dei miliziani Mai Mai le hanno strappato la bambina dalla schiena e hanno infierito su di lei, colpendola all’arma bianca. Un’altra bambina, Sifa, 13 anni, venuta da Masisi, è stata violentata per tre volte da militari e agli educatori ha confidato di volere morire. Un’altra ragazza, Zawadi, 14 anni, originaria di Masisi, è stata violentata dai militari e, sentendosi emarginata dalla famiglia e dai vicini di casa, è stata costretta a fuggire verso la città.

Gli abitanti di Goma constatano che i prezzi dei prodotti di base sono saliti alle stelle, perché l’M23 impone tasse e pedaggi esorbitanti, però si sentono privilegiati rispetto ai loro connazionali che vivono più a nord, in quanto, secondo HRW, l’M23 vi sta commettendo una serie di orribili atrocità. Il 7 luglio, a Chengerero, alcuni miliziani dell’M23 hanno sfondato la porta di una casa, hanno sequestrato il marito e picchiato a morte il figlio. La moglie è stata violentata da più individui che poi, dopo aver versato del carburante tra le sue gambe, le hanno appiccato fuoco.

Secondo le inchieste condotte da HRW, l’M23 (composto da militari del CNDP integrati nell’esercito nazionale, ma che si rifiutano di essere spostati in altre province della RDCongo) ha proceduto a un reclutamento forzato: nel territorio di Rutshuru, da luglio, 137 giovani sono stati sequestrati dalla loro casa, o al mercato o sul cammino verso i campi.

Secondo alcune testimonianze, telefonate provenienti dal Ruanda incitano i Tutsi della RDCongo a sostenere l’M23, in nome di interessi comuni. Secondo vari disertori dall’M23, alcune reclute sono originarie del Nord-Kivu, ma la maggior parte di loro provengono dal Ruanda: militari smobilitati dell’esercito ruandese, ex-sostenitori di Laurent Nkunda, ex-combattenti hutu delle FDLR rimpatriati in Ruanda e poi rinviati nella RDCongo, giovani rifugiati tutsi congolesi ospiti nei campi di Kibuye, Buymba e Nkamira.

Queste numerose testimonianze descrivono il clima di terrore che regna nelle zone occupate dall’M23, confermano (se ancora fosse necessario) l’attiva implicazione del Ruanda a fianco dell’M23 e invalidano chiaramente le smentite del Ruanda che afferma che si tratta solo di un problema tra Congolesi.[2]

Donne bersagli di guerra.

«Erano dieci, grandi, piccoli, magri, grassi. Erano dieci e ciascuno, a turno, ha preso possesso del mio corpo. All’inizio non capivo, era la mia prima volta, mi sentivo morire, volevo sparire, ma ero lì! Si precipitavano su di me, il sangue schizzò, mi sentivo sporca, mi vergognavo. Oggi mi aggiro in città sperando di incontrare la morte in un qualsiasi angolo della strada … ». Nzigire, Sifa, Mawouwa, Furaha, Neema, ognuna ha vissuto la stessa esperienza nell’Est della RDCongo.

Il conflitto continua e il numero delle vittime continua a crescere. Secondo le stime di organizzazioni non governative (Amnesty International, Human Rights Watch) che lavorano sul posto, un centinaio di donne sono violentate ogni giorno e usate come schiave sessuali da miliziani di movimenti ribelli che hanno come obiettivo lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie. Ogni giorno, il numero dei morti continua a salire. Gli stupri continuano, i civili vengono massacrati e la fauna – una delle più ricche del mondo, molte specie sono protette – e la flora sono distrutte. E dura da vent’anni.

Oggi, una nuova ribellione infuria nella regione del Nord Kivu: il Movimento del 23 marzo (M23) che, secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, è attivamente appoggiato dal Ruanda. Il governo congolese, nel frattempo, è incapace di difendere e proteggere la propria popolazione. L’esercito congolese commette soprusi sulla popolazione invece di proteggerla o combattere il nemico. Dal 1999, l’ONU dispone di una forza multinazionale in loco (più di 19.000 uomini), ma il risultato della sua azione appare mitigato e poco efficace.

Migliaia di abitanti hanno abbandonato le loro case e vivono nella foresta, centinaia di donne continuano ad essere violentate, migliaia di bambini sono privati di istruzione e il mondo tace, i criminali impuniti e protetti dai loro complici, le vittime sono abbandonate a se stesse.

Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe condannare l’appoggio del Ruanda ai diversi movimenti ribelli e approvare sanzioni finanziarie e militari nei confronti di questo paese, per costringerlo a mettere fine ai suoi interventi militari in RDCongo e a cooperare per l’arresto dei criminali di guerra ricercati dalla giustizia internazionale e protetti da Kigali.

L’Unione Europea e tutti i suoi paesi membri dovrebbero sospendere gli aiuti al Ruanda (ad eccezione degli aiuti umanitari). La ripresa degli aiuti dovrebbe essere condizionata alla cessazione dell’appoggio ruandese all’occupazione dell’Est della RDCongo, all’arresto dei capi ribelli protetti da Kigali e al loro trasferimento al Tribunale Penale Internazionale, per rendere conto dei loro crimini. Tali misure sono necessarie, per costringere l’esercito ruandese ad arrestare i suoi molteplici interventi in RDCongo.

Un’altra grande pressione dovrebbe essere esercitata sul governo congolese, in vista della riforma dell’esercito nazionale, per metterlo nelle condizioni di svolgere correttamente la sua missione di protezione della popolazione e di difesa del territorio nazionale.[3]

2. LA CONFERENZA INTERNAZIONALE PER LA REGIONE DEI GRANDI LAGHI (CIRGL)

L’11 settembre, in visita alla regione dei Grandi Laghi, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, responsabile per le operazioni di peacekeeping, Hervé Ladsous, ha dichiarato che l’ONU è pronta ad assistere gli Stati dei Grandi Laghi per concretizzare il progetto di dispiegamento di una forza internazionale neutra, ma ha sottolineato la necessità di una “pianificazione reale”. Le modalità di finanziamento di questa forza non sono ancora state precisate.[4]

Il 14 settembre, gli esperti militari dei paesi membri della Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) si sono riuniti a Goma (Nord Kivu) per preparare la messa in atto del meccanismo congiunto di verifica esteso a tutti i paesi membri della CIRGL. Questo meccanismo di controllo dovrebbe verificare la veridicità delle accuse di Kinshasa sulla presenza di militari ruandesi nei ranghi dell’M23, identificare la localizzazione delle truppe dell’M23 e di altri gruppi armati attivi nell’Est della RDCongo e monitorare i vari movimenti alla frontiera tra la RDCongo e il Ruanda.[5]

Il 16 settembre, sempre a Goma (Nord Kivu), i ministri della difesa degli Stati membri della CIRGL hanno deciso la creazione di un’equipe militare di verificazione per preparare l’arrivo della forza internazionale neutra da dispiegare alla frontiera tra la RDCongo e il Ruanda. Tale equipe militare, che dovrebbe essere effettiva a partire dal 22 settembre, avrebbe un mese di tempo per valutare la capacità militare dei gruppi armati attivi nel Nord Kivu, tra cui il Movimento del 23 marzo (M23) e le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). L’equipe militare di valutazione è composto da almeno due esperti militari di ciascuno degli 11 Stati membri della CIRGL.[6]

3. L’IMPOSSIBILITÀ DI NEGOZIAZIONI TRA IL GOVERNO E L’M23

a. L’M23 propone negoziazioni con il governo

Secondo il coordinatore politico dell’M23, Jean-Marie Runiga, il presidente ugandese e presidente della CIRGL, Yoweri Museveni, «avrebbe preso contatti con entrambe le parti (il governo della RDCongo e la ribellione dell’M23), per avviare dei negoziati». Sempre secondo l’M23, una delegazione del movimento ribelle si troverebbe già a Kampala e aspetterebbe l’arrivo di una delegazione del governo congolese. Se Kinshasa ha subito smentito l’informazione, tuttavia si dice che la delegazione governativa potrebbe essere formata dai due presidenti del Parlamento della RDCongo. Leon Kengo, Presidente del Senato e Aubin Minaku, presidente dell’Assemblea Nazionale, hanno effettivamente costituito una cellula di “diplomazia parlamentare” per sostenere una politica estera del paese in grado di porre fine al conflitto in atto nell’Est della RDCongo. Tuttavia, qualche mese fa, il presidente Joseph Kabila aveva dichiarato di voler risolvere la crisi attraverso tre modalità, politica, diplomatica e militare, ma senza una negoziazione diretta con i ribelli dell’M23.[7]

Il 19 settembre, in occasione della visita di una delegazione della Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici del Congo (Cenco) alla parrocchia di Saint Aloise di Rutchuru, nel Nord Kivu, dopo la Messa i vescovi hanno incontrato i dirigenti dell’M23, guidati dal colonnello Sultani Makenga. Al termine di questo incontro, il colonnello Sultani Makenga ha dichiarato alla stampa di avere rivelato ai vescovi delle verità che non conoscevano a proposito della guerra nel Kivu. «L’M23 è pronto a negoziare, se il governo accetta», ha detto. Tuttavia, tali negoziati non potranno più limitarsi esclusivamente all’accordo del 23 marzo 2009, perché “le cose sono cambiate”, ha detto il ribelle, senza aggiungere altre precisazioni.[8]

Il 19 settembre, il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana (UA) ha pubblicato una dichiarazione sulla situazione dell’insicurezza nell’Est della RDCongo e il dispiegamento di una forza internazionale neutra in questa regione.

Il Consiglio «ribadisce la preoccupazione dell’UA di fronte alla situazione di insicurezza e alla crisi umanitaria dell’Est della RDCongo, rinnova il suo impegno per il rispetto dell’unità e dell’integrità territoriale della RDCongo e conferma il suo rifiuto nei confronti del ricorso alla ribellione armata, che rappresenta una grave minaccia per la pace, la sicurezza e la stabilità nella RDCongo e nella regione e compromette la viabilità del processo di democratizzazione del paese. A questo proposito, il Consiglio ribadisce la sua ferma condanna dell’azione dell’M23 e di tutte le altre forze negative che si trovano all’Est della RDCongo».

Il Consiglio «sottolinea la necessità di un impegno costante per sradicare la presenza delle forze negative nella parte orientale della RDCongo, ripristinare in modo effettivo l’autorità dello Stato e promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione, anche attraverso l’effettiva attuazione dell’accordo di Goma del 23 marzo 2009 tra il governo della RDCongo e il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), sulla base di una valutazione globale dei progressi compiuti nell’attuazione delle raccomandazioni degli allora inviati speciali della CIRGL, dell’UA e delle Nazioni Unite, gli ex presidenti Benjamin Mkapa e Olusegun Obasanjo».

Il Consiglio «apprezza gli sforzi fatti dagli Stati membri e dal Segretariato esecutivo della CIRGL per trovare una soluzione duratura alla crisi dell’Est della RDCongo. A questo proposito, sottolinea in modo particolare l’importanza della piena operatività del Meccanismo Congiunto di verifica (MCV) ampliato e la decisione di creare e dispiegare una forza internazionale neutra».[9]

La dichiarazione dell’UA si limita semplicemente a condannare l’azione dell’M23 e di tutte le altre forze negative che operano sul terreno. Ignorando tutti i rapporti, tra cui quello pubblicato dalle Nazioni Unite e confermato da numerose ONG internazionali, tra cui Human Rights Watch, il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana non si è nemmeno degnato di condannare l’appoggio del Ruanda all’M23, forza negativa che è alla base della nuova ondata di insicurezza nell’Est della RDCongo. Invece di costringere il Ruanda a sospendere il suo appoggio all’M23, il Consiglio di Sicurezza dell’UA raggira l’evidenza e mette Kinshasa davanti al fatto compiuto: cessare di accusare il vicino Ruanda e negoziare con l’M23. In altre parole, la RDCongo viene rimandata verso il punto di partenza, quello dell’attuazione effettiva dell’accordo, firmato il 23 marzo 2009 a Goma, nella provincia del Nord Kivu. Tutto sommato, è Kinshasa che è sconfitta su tutti i fronti, essendo il Ruanda riuscito a sottrarsi all’accusa circa la sua implicazione nella situazione di insicurezza nell’Est della RDCongo e ad allineare l’Unione africana alla sua causa.[10]

Alcuni analisti vedono nella dichiarazione del Consiglio di Sicurezza e di pace del’UA un netto passo indietro, tanto più che gli accordi del 23 marzo 2009 erano stati firmati con l’ex ribellione del CNDP trasformatasi, nel frattempo, in partito politico affiliato addirittura alla maggioranza presidenziale.[11]

È paradossale che nella sua dichiarazione, l’UA sostenga contemporaneamente una cosa (la neutralizzazione dell’M23) e il suo opposto (la verifica dell’accordo del 23 marzo). Se c’è davvero un forte desiderio di disarmare militarmente l’M23, la valutazione dell’accordo del 23 marzo dovrebbe essere automaticamente esclusa, tanto più che l’attuale M23 non ne è firmatario. L’UA, mentre dà l’impressione di voler condannare l’M23, gli apre uno spazio, quello della partecipazione a un nuovo round di negoziati con il governo di Kinshasa.

D’altra parte, accettando il principio di una “valutazione complessiva” dell’accordo del 23 marzo 2009 firmato tra il governo congolese e il CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), la delegazione congolese ha implicitamente riconosciuto l’M23 come interlocutore. Pertanto, i responsabili politici e militari dell’M23, potranno ora rivendicare, a nome del CNDP, tutti i diritti riconosciuti da Kinshasa all’ex ribellione guidata dall’ex generale Bosco Ntaganda.[12]

Il 21 settembre, il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku Kahongya, ha dichiarato che «il governo congolese ha cercato di rispettare gli accordi sottoscritti il 23 marzo 2009 con il CNDP. Malgrado sia stato accettato e registrato legalmente come partito politico e nonostante l’integrazione politica e militare dei suoi dirigenti, è il CNDP che non ha mantenuto le promesse». Julien Paluku ha ribadito che «i militari del CNDP sono stati integrati nell’esercito nazionale con i loro gradi. La legge sull’amnistia è stata approvata e promulgata. I prigionieri politici sono stati liberati. I quadri politici del CNDP sono stati integrati nella pubblica amministrazione. Per esempio, un responsabile del CNDP è stato nominato amministratore a Kalehe, un altro a Sekebanza e altri due sono stati designati vice amministratori a Nyiragongo e a Masisi. Un altro ancora era stato nominato ministro nel governo provinciale, ma ha lasciato il suo posto per aderire all’M23. Purtroppo, calpestando lo stesso accordo che ironicamente sostiene di difendere, il CNDP ha fatto ricorso alla lotta armata sotto copertura dell’M23».

Inoltre, come indicato nelle sue rivendicazioni presentate al presidente Yoweri Museveni (Presidente della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi), l’M23 pone in evidenza il mandato d’arresto emesso nei confronti di Bosco Ntaganda e la questione delle elezioni di novembre 2011. Secondo il governatore del Nord Kivu, «si tratta di alibi che pongono molti interrogativi. Che c’entrano le elezioni di novembre 2011 con l’accordo del 23 marzo 2009? Inoltre, cercare di difendere ostinatamente Bosco Ntaganda contro le procedure giudiziarie intraprese dalla CPI, è una contraddizione in cui sono caduti i ribelli dell’M23. Infatti, Sultani Makenga, coordinatore militare dell’M23 e diversi altri ufficiali dello stesso M23, hanno sempre smentito di collaborare con il generale Bosco Ntaganda. Sono contraddizioni che dimostrano in modo sufficiente che l’M23 non ha nessuna rivendicazione valida e che non è che la parte nascosta di un iceberg, di cui solo il Ruanda detiene il segreto». Secondo Julien Paluku, «non sono previste trattative con l’M23, come rivendicato dai suoi leader. L’idea di negoziati è completamente esclusa».[13]

b. Prese di posizione della Società Civile

Il 5 settembre, in una lettera indirizzata al vicepresidente della Banca Mondiale (BM) per l’Africa, l’organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch (HRW) ha chiesto a tale organismo internazionale di rivedere le modalità del suo aiuto al Ruanda. Secondo HRW, il paese guidato da Paul Kagame non dovrebbe più ricevere assistenza da parte della Banca Mondiale, a causa delle violazioni dei diritti umani commesse sul suo territorio e del suo appoggio ai ribelli dell’M23, responsabili di numerose violenze perpetrate nell’Est della RDCongo. Secondo HRW, la BM sborsa, ogni anno, più di 100 milioni di $US per sostenere il bilancio generale del Ruanda. HRW deplora la repressione politica in atto e le violazioni sistematiche dei diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione da parte del governo ruandese. Inoltre, secondo l’ONG, l’esercito ruandese continua a sostenere vari gruppi armati nell’Est della RDCongo e a proteggere Bosco Ntaganda, iniziatore dell’M23 e oggetto di un mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale. Human Rights Watch ha pertanto chiesto alla Banca Mondiale di rivedere tutti i programmi di finanziamento al Ruanda, per assicurarsi che i fondi concessi non contribuiscano alle violazioni dei diritti umani.[14]

Il 17 settembre, in una lettera aperta indirizzata al presidente della CIRGL, Joweri Museveni, una ventina di organizzazioni femminili del Nord Kivu hanno detto di no a negoziati tra il governo congolese e i ribelli dell’M23.

Le donne del Nord Kivu lamentano che la CIRGL banalizzi l’aggressione della RDCongo da parte del Ruanda, tanto più che gli incontri organizzati ad Addis Abeba e a Kampala nei mesi di agosto e di settembre e le riunioni dei Capi di Stato Maggiore e dei ministri della difesa dei Paesi membri della CIRGL non hanno fatto altro che coprire i crimini commessi dal Ruanda in territorio congolese. La CIRGL non parla che dell’M23 e non fa alcun riferimento al Ruanda che lo appoggia. La CIRGL non tiene conto del rapporto del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite che ha confermato l’appoggio del Ruanda al gruppo ribelle dell’M23 attivo nell’Est della RDCongo.

Il rapporto, che dice ad alta voce ciò che la popolazione ha sempre detto a bassa voce, conferma che il Ruanda fornisce armi, logistica e personale militare all’M23 a partire dal suo territorio. Il Ruanda recluta bambini e rifugiati e ricicla ex combattenti delle FDLR per inviarli a combattere a fianco dell’M23. Il Ruanda è diventato un rifugio per i criminali di guerra ricercati dalla Corte Penale Internazionale (CPI). L’esercito ruandese interviene direttamente sul territorio congolese in appoggio dell’M23.

Attraverso il suo atteggiamento, la CIRGL incoraggia l’aggressore nei suoi crimini, perché non lo cita espressamente e non gli chiede nemmeno di cessare le violenze che, da anni, commette sul popolo congolese. I continui movimenti di guerra hanno accentuato il disastro iniziato già nel 1994, in occasione del massiccio afflusso dei rifugiati ruandesi in territorio congolese. Aggredendo la RDCongo, il Rwanda, membro della CIRGL, viola il protocollo di non aggressione e di reciproca difesa stipulato dagli Stati membri della CIRGL stessa.

Non si possono certo ignorare le ambigue soluzioni adottate nel passato dal governo congolese, che ha accettato di integrare i membri e i militari dei gruppi ribelli nelle istituzioni del paese, nell’esercito nazionale e nella polizia. Secondo questa logica, in seguito agli accordi del 23 marzo 2009 tra il Governo congolese e il CNDP, tutti i posti strategici dell’esercito (con gradi e funzioni) sono stati affidati, nella provincia del Nord Kivu, ai membri del RCD / CNDP. Ad esempio, su 13 reggimenti, 11 sono sotto il comando di ufficiali del CNDP. Ancora oggi, a capo delle varie unità dell’esercito ci sono membri del RCD/CNDP. Una simile struttura di comando facilita la rapida defezione dei militari provenienti dal RCD/CNDP, diventato oggi M23. Alla luce di questi fatti, le associazioni femminili del Nord Kivu si oppongono a tutte le manovre della CIRGL che vorrebbe portare il governo congolese a negoziare con l’M23.

In effetti, una negoziazione tra il governo congolese e l’M23 darebbe all’M23, e al Ruanda che lo appoggia, un riconoscimento e un potere che calpesterebbero la sovranità nazionale della RDCongo. Attraverso la negoziazione, si concederebbero, ancora una volta, altri posti di responsabilità nel governo, nell’esercito e nella polizia nazionale della RDCongo ai membri dell’M23 e ad altri cittadini ruandesi. La negoziazione favorirebbe la nascita di nuovi gruppi armati e rafforzerebbe quelli già esistenti, perché verrebbe a confermare che l’unico modo per ottenere il potere nella RDCongo sia la ribellione. La negoziazione servirebbe, inoltre, a dare nuovi posti di responsabilità a individui criminali, garantendo ancora una volta la loro impunità e violando i principi della democrazia e della giustizia.

Gli sforzi diplomatici intrapresi dalla CIRGL con le parti in conflitto nell’Est della RDCongo, il governo congolese e l’M23 sostenuto dal Ruanda, non sono che un passo verso negoziati che potrebbero facilitare il processo di balcanizzazione della RDCongo a vantaggio del Ruanda, ciò che la popolazione congolese non vuole affatto. La CIRGL dovrebbe piuttosto chiedere al Ruanda di cessare immediatamente il suo appoggio all’M23 e di ordinare ai suoi cittadini inviati nelle file del’M23 di ritirarsi immediatamente dal territorio congolese che occupano.[15]

Il 19 settembre, una delegazione della Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici del Congo (Cenco) si è recata alla parrocchia di Rutchuru, nel Nord Kivu. Il messaggio della Cenco al popolo di Rutshuru è stato letto pubblicamente dal vescovo Valentin Masengo, Vescovo di Kabinda e capo della delegazione. Fonti prossime alla delegazione hanno sintetizzato il massaggio in questi termini: «La guerra dell’M23 è ingiusta e ingiustificabile. La RDCongo è indivisibile. Le risorse minerarie della RDCongo non devono essere sfruttate illegalmente da nessun gruppo armato». La Cenco ha anche lanciato un appello al popolo congolese, affinché denunci ogni tentativo di balcanizzare il paese. Secondo le stesse fonti, dopo la Messa i vescovi hanno incontrato i dirigenti dell’M23, guidati dal colonnello Sultani Makenga. Dopo l’incontro, i vescovi non hanno rilasciato alcun commento. Hanno appena affermato che avrebbero riferito all’Assemblea Generale della Cenco che li ha inviati per questa missione. In totale, quattro parrocchie cattoliche del territorio di Rutshuru sono sotto il controllo dell’M23: Karambi, Jomba, Rugari e Rutshuru.[16]

4. LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

L’11 settembre, il ministro degli Esteri belga Didier Reynders si è detto “convinto” dell’implicazione, diretta o indiretta, del Ruanda in ciò che sta accadendo nella parte orientale della RDCongo. Didier Reynders ha chiesto a Kigali di lavorare insieme per mettere fine alla ribellione del Movimento del 23 marzo (M23). «Il Ruanda dovrebbe condannare la ribellione (l’M23) in modo esplicito e contribuire a mettervi fine, cessando di fornirgli ogni tipo di appoggio», ha dichiarato alle commissioni delle Relazioni Estere del Senato e della Camera a Bruxelles. Reynders ha affermato di avere, ancora una volta, ripetuto questo messaggio al suo omologo ruandese, Louise Mushikiwabo, che ha incontrato di nuovo il 10 e l’11 settembre a Bruxelles (Belgio).[17]

Il 18 settembre, il vice Segretario generale delle Nazioni Unite, Hervé Ladsous, responsabile per le operazioni di peacekeeping, ha qualificato come “inaccettabile” l’amministrazione parallela che i ribelli dell’M23 hanno instaurato nel Nord Kivu, sotto loro controllo. L’ha affermato a New York, alla fine di una riunione del Consiglio di Sicurezza, in cui ha riferito sulla sua recente visita nella RDCongo, Ruanda e Uganda. Parlando alla stampa, Hervé Ladsous ha descritto la situazione di Rutshuru, l’area occupata dall’M23. «I militari dell’M23 si sono concentrati a Rutshuru, nella parte orientale del Kivu, vicino al confine con il Ruanda e l’Uganda. È in questa zona che hanno istituito un’amministrazione de facto che controlla la popolazione, preleva imposte e tasse sulla circolazione, ciò che è inaccettabile», ha affermato, facendo però notare che, «nel corso delle ultime cinque o sei settimane, non ci sono stati grandi offensive militari». Tuttavia, egli ha ritenuto necessario aumentare gli sforzi per consolidare il cessate il fuoco finora osservato sul posto delle operazioni: «È evidente che [la situazione] può cambiare molto rapidamente e in diverse direzioni. Essi [i ribelli dell’M23] potrebbero decidere di tornare alle loro posizioni precedenti, nel Masisi o di dirigersi verso Goma, nel sud. È per questo che si deve lavorare per consolidare il cessate il fuoco. È la priorità».[18]

Lo stesso giorno, a proposito del mini-vertice sulla RDCongo che il Segretario generale dell’ONU ha convocato per il 27 settembre a New York, Hervé Ladsous ha dichiarato che tre questioni sarebbero state al centro della riunione alla quale sono invitati i leader dei paesi dei Grandi Laghi.

«La prima [preoccupazione] è che cessi la violenza nel Kivu, nell’Est della RDCongo. La seconda preoccupazione è che sia rispettata la sovranità della RDCongo. In terzo luogo, si deve chiaramente ricostruire la fiducia tra i due Paesi vicini, la RDCongo e il Ruanda», ha dichiarato.

Da parte sua, l’ambasciatore tedesco presso l’Onu, Peter Wittig, attuale presidente del Consiglio di Sicurezza, ha dichiarato che «i membri del Consiglio di Sicurezza stimano che una soluzione politica alla crisi sia una priorità assoluta». «Noto la volontà di rafforzare il dialogo politico e di non concentrarsi ora sulle sanzioni», ha affermato aggiungendo che, «il dialogo, la fiducia e la cooperazione tra Kigali e Kinshasa sono delle necessità urgenti, per affrontare le radici del conflitto».[19]

Il 26 settembre, il portavoce del servizio diplomatico europeo, Michael Mann, ha annunciato che l’Unione Europea ha deciso di sospendere ogni altro progetto di aiuto al governo ruandese, in attesa di ulteriori chiarimenti sulla questione del suo appoggio ai ribelli dell’M23. L’importo dell’aiuto sospeso ammonta a diverse decine di milioni di euro. La sospensione non toccherà gli aiuti destinati alla lotta contro la povertà, ma il bilancio destinato al governo ruandese, compresi gli aiuti allo sviluppo.

L’ambasciatore dell’UE presso la RDCongo, Jean-Michel Dumond, ha dichiarato che «si tratta di dire chiaramente agli amici ruandesi che devono esplicitamente condannare l’M23, che devono collaborare con il gruppo degli esperti delle Nazioni Unite e che devono cessare qualsiasi interferenza e ingerenza negli affari congolesi». Jean-Michel Dumond ha invitato i presidenti della RDCongo e del Ruanda a dialogare in uno spirito di cooperazione, per trovare soluzioni definitive al problema della ribellione nell’Est della RDCongo.

Secondo l’opinione pubblica congolese, tutte queste decisioni sono benvenute, ma si deve superare la fase degli annunci dato che, molto spesso, dopo tali decisioni annunciate con enfasi, si assiste alla ripresa, in sordina, di quegli aiuti che servono a rafforzare il regime di Kigali nelle sue mire egemoniche nei confronti della RDCongo. È il caso del Regno Unito che ha interrotto le sanzioni annunciate contro il Ruanda, per ragioni che non hanno convinto l’opinione congolese. Da parte sua, il popolo congolese si aspetta che la Comunità Internazionale e le Nazioni Unite, in particolare, decidano sanzioni chiare e ferme nei confronti del regime di Kigali. Due sono le priorità attuali: il rispetto della sovranità nazionale della RDCongo e la fine dell’M23.[20]

5. IL MINI VERTICE DI NEW YORK

Il 24 settembre, prima della 67ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha incontrato i presidenti Joseph Kabila e Paul Kagame per convincerli a «negoziare per porre fine al conflitto provocato dalla ribellione in corso nell’Est della RDCongo». Il ministro ha sottolineato «la necessità di un dialogo onesto e franco tra i due paesi, al fine di raggiungere una soluzione politica». Ha inoltre sottolineato che la soluzione sarebbe quella di «consegnare alla giustizia i capi dell’M23 e che i due paesi si impegnino a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro».[21]

Il 25 settembre, parlando alle Nazioni Unite, il presidente francese François Hollande ha apertamente e fermamente condannato il Ruanda sulla situazione di guerra che prevale all’Est della RDCongo. Naturalmente, si è basato su tutti i rapporti in circolazione, tra cui quello del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite, che denunciano la partecipazione del regime di Kigali nella situazione di insicurezza creata dall’M23.[22]

Il 25 settembre, in occasione della 67ª sessione ordinaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i presidenti del Ruanda, Paul Kagame, e della RDCongo, Joseph Kabila, sono intervenuti presso le Nazioni Unite, ma hanno evitato di parlare dell’attuale conflitto che li divide. Ci si aspettava una schermaglia tra i due presidenti sulla questione del Kivu, ma l’hanno accuratamente evitata.

Il Presidente ruandese Paul Kagame ha pronunciato un discorso molto in generale sulla risoluzione dei conflitti, senza accennare alla situazione della RDCongo o ai tesi rapporti con le Nazioni Unite dopo il rapporto che accusa Kigali di sostenere i ribelli dell’M23.

Il Presidente congolese Joseph Kabila ha parlato di “nemici della pace” che agiscono nel Kivu e di loro “appoggi esterni”, ma non ha pronunciato il nome del Ruanda.

In primo luogo ha osservato che «la storia universale dimostra la validità del principio della soluzione pacifica dei conflitti internazionali. Essa ci insegna che, per essere credibili come mezzi di risoluzione dei conflitti, il dialogo e il negoziato devono svolgersi nella verità e il rispetto della legge, dei valori e dei principi universalmente accettati».

Ha poi fatto riferimento alla situazione della RDCongo, dove «migliaia di bambini, donne e uomini vengono privati della pace da una forza negativa sostenuta dall’esterno. I bambini sono privati della scuola e costretti a trasportare e usare armi da fuoco per uccidere i loro simili, addirittura i loro fratelli e le loro sorelle. Questa situazione è inaccettabile. Deve essere oggetto di condanna e di sanzioni. Ci aspettiamo che la Comunità delle Nazioni assuma le sue responsabilità e che il Consiglio di Sicurezza faccia rispettare le sue risoluzioni. Ne va della loro efficacia e della loro credibilità».

Ha infine ammesso che «spetta a noi Congolesi difendere la nostra patria e garantire l’ordine pubblico e la sicurezza in tutto il territorio nazionale. Ci impegniamo ad assumere questa responsabilità e intendiamo dedicarvi tutte le nostre risorse, materiali e finanziarie, sacrificando le nostre legittime ambizioni per un Congo emergente. Ci impegniamo a garantire la coesione nazionale e la protezione di tutti i cittadini congolesi».[23]

Il 26 settembre, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il primo ministro belga Elio Di Rupo ha chiesto una maggiore attenzione al conflitto in corso nell’Est della RDCongo. «La recrudescenza della violenza negli ultimi mesi a causa della ribellione dell’M23, è fonte di grande preoccupazione per il governo belga, in particolare per il grave impatto sulla popolazione locale», ha affermato Di Rupo. Facendo riferimento alla lunga serie di massacri, stupri, saccheggi …, ha ribadito che «è assolutamente insopportabile». Secondo lui, i paesi della regione dovrebbero intensificare gli sforzi per porre fine alla ribellione e, nello stesso tempo, affrontare alla radice le cause di instabilità nella regione dei Grandi Laghi. Di Rupo si è rivolto direttamente anche alla RDCongo e al Ruanda, anche se quest’ultimo non è stato direttamente citato per nome: «Deve essere rispettata l’integrità territoriale della RDCongo e deve cessare ogni tipo di appoggio esterno a movimenti ribelli». Egli ha esortato le autorità congolesi ad attuare le necessarie riforme, in particolare quella dell’esercito e della polizia, per potere ripristinare lo stato di diritto su tutto il territorio nazionale, compreso l’est del paese.[24]

Il 27 settembre, i presidenti della RDCongo, Joseph Kabila e del Ruanda, Paul Kagame hanno partecipato al mini-vertice convocato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite a New York, per affrontare la crisi dell’insicurezza nell’Est della RDCongo.

Nel suo discorso di apertura del mini-vertice, Ban Ki-Moon, Segretario generale dell’ONU, ha affermato: «Sono molto preoccupato per le accuse concernenti l’appoggio esterno alla ribellione dell’M23. Invito tutti i responsabili a cessare tale sostegno. La sovranità nazionale e l’integrità territoriale della RDCongo sono inviolabili e devono essere rispettate da tutti i Paesi vicini». Ricordando il caro prezzo che le popolazioni civili continuano a pagare a causa del conflitto innescato dall’M23, Ban Ki-Moon si è detto «profondamente preoccupato per le recenti informazioni sulle violazioni dei diritti umani da parte dell’M23». Ricordando il significato da attribuire a quell’importante riunione, egli ha detto di aspettarsene una soluzione politica precisa.

Nei loro interventi alla riunione, che si è svolta a porte chiuse, i due presidenti non hanno cambiato le loro posizioni. Kabila ha ribadito che il suo paese è vittima di ingerenze esterne e chiesto il dispiegamento di una forza internazionale neutra, un progetto ancora in fase di studio. Kagame ha chiesto di non prendere il Ruanda come capro espiatorio. Kinshasa accusa Kigali di sostenere l’M23, ma Kigali continua a negare ogni sua implicazione nella ribellione.[25]

Su circa tre ore che è durata la riunione, Paul Kagame è rimasto poco più di 45 minuti. È uscito dalla sala durante l’intervento del ministro belga Didier Reynders, quando questi gli ha chiesto di condannare pubblicamente la ribellione dell’M23. Il mini vertice di New-York si è concluso, quindi, senza un comunicato finale congiunto da parte dei partecipanti. La delegazione ruandese l’ha bloccato, perché vi si menzionava la condanna di un “appoggio esterno” all’M23 e di cinque ufficiali della ribellione. Invece di un comunicato comune, è stato reso pubblico un resoconto finale dei vari interventi:[26]

«I partecipanti hanno fermamente condannato l’M23 e gli attacchi da esso compiuti contro la popolazione civile, i caschi blu delle Nazioni Unite e gli agenti umanitari. I partecipanti hanno chiesto all’M23 e alle altre forze negative di cessare immediatamente ogni forma di violenza, compresa la violenza sessuale, il reclutamento e l’utilizzo di bambini soldato e la creazione di amministrazioni parallele.

– La maggior parte dei partecipanti hanno condannato tutte le forme di appoggio esterno all’M23 e alle altre forze negative che operano in RDCongo e hanno esigito di porre immediatamente e definitivamente fine a ogni tipo di sostegno. Hanno chiesto che i capi dell’M23 siano ritenuti responsabili di violazioni del diritto internazionale umanitario, in particolare i comandanti militari implicati nella commissione di atrocità commesse nel passato.

– I partecipanti hanno unanimemente affermato che il rispetto per l’integrità territoriale e la sovranità nazionale della RDCongo è un principio sacro e fondamentale per la pace e la sicurezza regionale e internazionale.

– I partecipanti hanno sottolineato la necessità di perseguire un cammino politico per arrivare ad una soluzione duratura, in particolare attraverso il rafforzamento del dialogo e hanno accolto con favore ulteriori sforzi, se necessario, di mediazione a livello regionale e internazionale. In particolare, hanno sottolineato l’urgenza di un impegno e di un dialogo costruttivo tra la RDCongo e il Ruanda.

– I partecipanti hanno inoltre preso atto, con interesse, della decisione del CIRGL e dell’UA sulla creazione di una “forza internazionale neutra”. Essi attendono il rapporto del Gruppo di Valutazione militare istituito dalla CIRGL e dall’UA per valutare le capacità militari delle forze negative che operano nel Nord Kivu, tra cui l’M23 e le FDLR.

– I partecipanti hanno sottolineato la responsabilità, in primo luogo, del governo congolese per quanto riguarda il rafforzamento dell’autorità dello Stato nell’Est del paese, soprattutto attraverso una riforma efficace del settore della sicurezza, dell’esercito in particolare, la fine dell’impunità dei responsabili di violazioni dei diritti umani e la lotta contro lo sfruttamento illegale delle risorse naturali»[27]

Da parte del Belgio, ci si interroga sulle reali intenzioni di Kigali. «Se le donne dell’est della RDCongo parlano di stupri, mutilazioni e stermino di intere famiglie, è chiaro che la priorità è disarmare la ribellione. Ma Kigali vuole risolvere prima, le “grandi questioni” della regione, senza veramente spiegare di che cosa si tratti realmente», ha dichiarato Reynders alla stampa. «Quello che chiaramente manca da parte del Ruanda è la volontà politica», ha aggiunto.

L’ONG internazionale per la difesa dei diritti umani Human Right Watch stima che «il vertice non è riuscito a riconoscere chiaramente che il problema principale è il continuo appoggio militare del Rwanda all’M23. Finché il Ruanda continuerà ad appoggiare la ribellione, la popolazione civile congolese dovrà subire le conseguenze dei combattimenti, qualunque sia il numero dei vertici che le Nazioni Unite terranno», ha dichiarato Human Rights Watch.[28]

INIZIATIVE DELLA SOCIETÀ CIVILE INTERNAZIONALE

 

Il 22 settembre, è finalmente giunto a Bruxelles John Mpaliza con i suoi compagni di viaggio, dopo un percorso a piedi di circa 1600 chilometri iniziato a Reggio Emilia, per denunciare i milioni di morti di questi anni nella Repubblica Democratica del Congo. Lungo il viaggio hanno incontrato cittadini dei diversi paesi attraversati, amministratori locali e parlamentari e Congolesi della diaspora.[29]

 

Il collettivo “Tutti insieme per la pace nella RDCongo”, la piattaforma Africa Centrale del CNCD-11.11.11 e diversi altri settori della società civile si stanno mobilitando, affinché il Belgio, l’Unione Europea e la comunità internazionale si impegnino maggiormente per la pace in RDCongo. In un loro comunicato, le organizzazioni hanno annunciato una grande marcia silenziosa prevista per il sabato 6 ottobre 2012, a Bruxelles, in solidarietà con tutte le vittime della guerra in RDCongo.

 


[4] Cf Radio Okapi, 16.09.’12

[5] Cf Radio Okapi, 14.09.’12

[6] Cf Radio Okapi, 16.09.’12

[7] Cf Christophe Rigaud – Afrikarabia, 18.09.’12

 

[8] Cf Radio Okapi, 20.09.’12

[11] Cf Alain Diasso – Les Dépêches de Brazzaville – Kinshasa, 24.09.’12

[12] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 24.09.’12

[14] Cf Radio Okapi, 26.09.’12

[15] Corrispondenza particolare

[16] Cf Radio Okapi, 20.09.’12

[17] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 13.09.’12

[18] Cf Radio Okapi, 20.09.’12

[19] Cf Radio Okapi, 20.09.’12

[20] Cf Deutsche Welle – Bruxelles, 26/09/2012 (via mediacongo.net); Radio Okapi, 26.09.’12

[21] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 27.09.’12

[22] Cf Le Potentiel – Kinshasa, 26.09.’12

[23] Cf Digitalcongo, 26.09.’12 http://www.digitalcongo.net/article/86854; Karim Lebhour – RFI – New York, 26.09.’12

[24] Cf Belga – New-York, 27.09.’12 / via mediacongo.net

[25] Cf Radio Okapi, 27.09.’12

[26] Cf Karim Lebhour – RFI, 27.09.’12 ; Radio Okapi, 28.09.’12

[28] Cf Karim Lebhour – RFI, 27.09.’12 ; Radio Okapi, 28.09.’12