Set 18 2012

Congo Attualità n. 161

INDICE:

EDITORIALE: Teatro amaro

1. IL RUANDA ANNUNCIA IL RITIRO DI 280 MILITARI DALL’EST DELLA RDCONGO

a. I fatti

b. Una prima analisi

c. Una vera “falsa partenza”

2. L’OPPOSIZIONE POLITICA ACCUSA IL PRESIDENTE KABILA DI «ALTO     TRADIMENTO»

3. UNA DELEGAZIONE DEI RAPPRESENTANTI DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE     CONGOLESI IN VISITA PRESSO L’ONU

4. LE PROPOSTE DELLA SOCIETÀ CIVILE

5. IL SECONDO VERTICE DELLA CIRGL A KAMPALA

6. LA CPI RECLAMA ANCORA UNA VOLTA L’ARRESTO DI BOSCO NTAGANDA

7. LE SANZIONI CONTRO IL RUANDA: UN BUCO NELL’ACQUA?

EDITORIALE: TEATRO AMARO

1. IL RUANDA ANNUNCIA IL RITIRO DI 280 MILITARI DALL’EST DELLA RDCONGO

a. I fatti

Il 31 agosto, secondo fonti locali, alcune centinaia di militari appartenenti a forze speciali del Ruanda e della RDCongo, dispiegate dal febbraio 2011 per operazioni militari contro le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) si sono ritirate dai villaggi di Katwiguru, Kiseguro e Kaunga, nel territorio di Rutshuru (Nord Kivu). Secondo alcuni testimoni, si tratta di due compagnie delle forze speciali dell’esercito ruandese e altre due dell’esercito congolese dispiegate nella zona di Binza. Le prime si sono ritirate a bordo di veicoli militari e civili, le altre a piedi portando gli zaini a spalla.[1]

Nello stesso giorno, attraverso un comunicato del ministero ruandese della Difesa, il Ruanda ha annunciato il ritiro di due compagnie delle sue forze speciali dall’Est della RDCongo. Il Ruanda non specifica il numero esatto dei soldati ritirati, ma si sa che una compagnia è composta, normalmente, da circa 140 militari. Secondo il comunicato, si tratterebbe di soldati che combattevano, a fianco delle FARDC (l’esercito congolese), in un battaglione operativo congiunto, dispiegato nel territorio di Rutshuru (Nord Kivu), contro i ribelli hutu ruandesi delle FDLR. Sempre secondo il comunicato ruandese, il battaglione paritetico era composto da due compagnie ruandesi e due congolesi ed era operativo dal marzo 2011.

A proposito della presenza di militari ruandesi in territorio congolese, il ministero ruandese della Difesa afferma che il Ruanda e la RDCongo hanno condotto operazioni militari congiunte anche dopo l’operazione congiunta “Umoja Wetu” di gennaio – febbraio 2009.

Questa presenza è diventata problematica nel momento in cui il Ruanda è ora accusato di sostenere il gruppo armato del Movimento del 23 marzo (M23) che combatte contro l’esercito congolese. È difficile immaginare che, in tale situazione, truppe ruandesi potessero continuare a combattere a fianco di truppe congolesi. È ciò che fa notare il Ruanda nel comunicato del Ministero della Difesa: «dal momento che la situazione è cambiata, abbiamo negoziato questo ritiro con la RDCongo e la Missione dell’Onu in RDCongo (MONUSCO)». Da parte sua, il generale Joseph Nzabamwita, portavoce dell’esercito ruandese, ha precisato: «In seguito agli scontri tra le FARDC e il (movimento ribelle) M23, il contesto operativo è cambiato e, quindi, abbiamo pianificato e negoziato il nostro ritiro già da qualche tempo». L’esercito ruandese era già intervenuto, all’inizio del 2009, in RDCongo e a fianco delle FARDC, nel quadro dell’operazione militare Umoja Wetu contro le FDLR.[2]

Secondo il ministro della Difesa congolese, Alexandre Luba Ntambo, il battaglione dispiegato nel territorio di Rutshuru per combattere i ribelli hutu delle FDLR era “pubblico” e “ufficiale”. Secondo il ministro, questo battaglione congiunto era “succeduto” alle operazioni militari congolo-ruandesi di gennaio-febbraio 2009 condotte contro le FDLR e le truppe ruandesi di questo battaglione avevano un semplice mandato di “osservazione” dei movimenti e delle attività dei ribelli hutu.[3]

Sempre secondo il Ministro della Difesa Alexandre Luba Ntambo, Kinshasa aveva già comunicato alle autorità ruandesi il suo desiderio circa il ritiro di questi militari ruandesi, la cui presenza non era più giustificabile nel quadro del nuovo meccanismo che si sta proponendo per combattere le forze negative attive nella regione. Il ministro si riferisce ai recenti orientamenti della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) sul dispiegamento di una forza internazionale neutra, con l’obiettivo di porre fine alle numerose milizie armate ancora attive nell’Est della RDCongo.[4]

Il ministro ha aggiunto che il ritiro di queste truppe ruandesi era diventato auspicabile anche per evitare le tentazioni di alleanza tra le forze speciali e l’M23 e spiega: «Dal momento che queste forze si sono trovate in una zona controllata dall’M23, noi non potevamo più controllare correttamente le loro attività di collaborazione».[5]

Lambert Mende, ministro dei mezzi di comunicazione e portavoce del Governo, ha qualificato di nuova menzogna l’informazione secondo cui il Ruanda ha ritirato, da Rutshuru, dei militari che si trovavano in territorio congolese dal gennaio 2009 con l’accordo del governo congolese. Secondo il ministro, l’operazione militare congiunta “Umoja Wetu” tra Ruanda e RDCongo, condotta insieme contro le FDLR, era finita il 25 febbraio 2009. Secondo Lambert Mende, dopo la fine dell’operazione “Umoja Wetu”, i governi congolese e ruandese avevano concordato il dispiegamento, nell’Est della RDCongo, di ufficiali dei servizi segreti – 100 per paese – e non di militari, per monitorare le attività delle forze negative e porre fine alle reciproche accuse di destabilizzazione della regione. Il portavoce del Governo afferma ancora una volta che «ci si era accordati solo per una missione paritetica di osservatori militari. Tuttavia, oggi si assiste al ritiro di militari, e non di osservatori, e tre volte superiori a quelli che erano previsti».[6]

Secondo Lambert Mende, «è chiaro che l’esercito ruandese ha approfittato del ritiro di questi membri dei servizi segreti dal meccanismo comune di verifica, per fare uscire anche altri suoi elementi infiltrati sul territorio congolese per combattere contro le FARDC a fianco dell’M23».[7]

b. Una prima analisi

Secondo Thierry Vircoulon, direttore del dipartimento Africa centrale presso il Centro di ricerca International Crisis Group (ICG), Kigali ha voluto dimostrare che aveva avuto, nel passato, l’autorizzazione da Kinshasa di posizionare sue truppe nel Nord Kivu per combattere contro le FDLR, senza che l’opinione pubblica congolese ne fosse informata.[8]

Secondo alcuni osservatori, affermando che le truppe ruandesi ritirate si trovavano in territorio congolese in modo ufficiale, Kigali sta cercando di occultare la sua implicazione a fianco del M-23 e di cancellare le tracce delle sue responsabilità. L’obiettivo sarebbe quello di far credere che esisterebbe un accordo di cooperazione militare, tra la RDCongo e il Ruanda, che legittimava la presenza di truppe ruandesi in territorio congolese. Attraverso questo ritiro di truppe, Kigali spera infine che il Consiglio di sicurezza riconsideri la sua posizione ed eviti eventuali sanzioni. È la logica ruandese di continuare a negare. Ma, come nel 1996 e nel 1998, alla fine, sarà costretto a riconoscere la sua diretta implicazione nella destabilizzazione dell’Est della RDCongo.[9]

Secondo Jason Luneno, deputato nazionale eletto a Goma, capoluogo del Nord Kivu, “molti militari dell’esercito ruandese (che avevano partecipato alle operazioni militari congiunte dei primi mesi del 2009, ndr) erano rimasti nel Kivu, si erano uniti ai militari del CNDP, quindi erano stati integrati nelle FARDC e, infine, sono entrati a far parte dell’M23“. Thomas d’Aquin Muiti, presidente della Società civile del Nord Kivu, afferma invece che “secondo la popolazione, questi battaglioni (ruandesi) non hanno mai collaborato con l’M23” e che “i soldati che operano con l’M23 provengono direttamente dal territorio ruandese“.[10]

Di fronte a questa nuova zona d’ombra che caratterizza la situazione d’insicurezza nel Nord Kivu, i Congolesi vogliono solo una cosa da chi li governa: la verità. Da che parte sta? Difficile da sapere. La cosa più inquietante è il fatto che praticamente i Congolesi vengono a sapere tutto ciò che riguarda la situazione militare e l’insicurezza di questa provincia congolese dalle autorità ruandesi. Anche se è vero che il regime di Kigali è diventato esperto nell’arte di mentire, resta il fatto che le “verità” che rivela, specialmente quelle che, nella RDCongo, sembrano coperte dal “segreto militare” o “segreto di stato”, creano scompiglio. Mentre a Kigali si comunica costantemente e abbondantemente, Kinshasa dà l’impressione di aver scelto la strategia dello smentire a posteriori, lasciando così l’iniziativa alla parte ruandese, con tutte le conseguenze che si ripercuotono nell’opinione popolare congolese. Volontaria o involontaria, la ritenzione di informazioni sulla situazione del Nord Kivu lascia via libera a una moltitudine di dubbi nei confronti di politici e militari congolesi, sospettati di essere complici nel perdurare dell’insicurezza in questa parte della Repubblica.[11]

Secondo vari osservatori, le autorità congolesi hanno una sola alternativa, la trasparenza e la declassificazione di tutti gli accordi segreti stipulati con Kigali. La storia insegna che le varie negoziazioni sono sempre state soggette a condizionamenti sin dall’inizio. Con le spalle al muro, Kinshasa si reca spesso al tavolo delle negoziazioni in posizione di debolezza. Si fanno tutte le concessioni possibili e impossibili, anche quelle che intaccano gli interessi della Repubblica, affinché il problema congiunturale di un dato momento abbia una soluzione. Soccombere a questo tipo di pressione non può che produrre soluzioni a breve termine ed effimere. Di fronte a partner in mala fede e maestri di manipolazione, com’è Kigali, Kinshasa deve necessariamente fare tabula rasa del passato e denunciare tutti gli accordi conclusi con Kigali. In tal modo, si potrebbe avviare un dibattito pubblico, al fine di far chiarezza su tutte le disposizioni prese a danno degli interessi della nazione, in seguito a negoziati condotti in situazioni di debolezza, e di ricreare, infine, la fiducia perduta. Anche se il governo nega l’esistenza di accordi segreti di qualsiasi tipo, tuttavia, se tali accordi esistono, è il momento di denunciarli tutti, nell’interesse della Repubblica.[12]

c. Una vera “falsa partenza”

Dal 3 settembre, i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23) occupano le posizioni militari abbandonate, il 31 agosto, dalle forze speciali ruandesi a Kiseguro, una ventina di chilometri a nord-est del capoluogo del territorio di Rutshuru, nella provincia del Nord Kivu. Fonti sicure informano che l’M23 controlla un territorio compreso tra Rutshuru e Kiseguro, le FDLR controllano la parte settentrionale di Kiseguro, da Katwiguru fino a Buramba e, più a nord, da Nyamilima a Ishasha. Le milizie dei Mai Mai occupano ancora Nyamilima.[13]

Il 6 settembre, basandosi su prove raccolte sul posto, il vice presidente della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, ha affermato che vari militari delle forze speciali ruandesi, che si erano ritirati dal territorio di Rutshuru, si sarebbero semplicemente trasferiti in altri villaggi congolesi, fra cui Bunagana e Ishasa, e si sarebbero uniti ai ribelli del Movimento del 23 marzo (M23). Omar Kavota si dice preoccupato anche per le nuove alleanze strette dall’M23 con alcuni combattenti locali di Rutshuru, tra cui un gruppo armato chiamato Mai-Mai M23, localizzato tra Kiwanja e Ishasha, e per l’aumento dei militari ruandesi a sostegno dell’M23, constatato in più località. Il Vice-Presidente della Società Civile chiede all’UE e agli Stati Uniti di «imporre sanzioni contro il Ruanda, al fine di costringerlo a cessare il suo appoggio all’M23».[14]

2. L’OPPOSIZIONE POLITICA ACCUSA IL PRESIDENTE KABILA DI «ALTO TRADIMENTO»

Il 3 settembre, in una dichiarazione, un gruppo di una ventina di partiti dell’opposizione politica congolese ha denunciato l’esistenza di accordi deliberatamente mantenuti occulti alle Istituzioni dello Stato e al popolo congolese. Secondo l’opposizione, tali accordi segreti hanno permesso il dispiegamento, sul territorio nazionale, di forze militari ruandesi e ugandesi. I partiti dell’opposizione denunciano la nomina di ufficiali complici con il Ruanda nella catena di comando dell’esercito, della polizia e dei servizi di sicurezza, con l’obiettivo di facilitare la balcanizzazione della parte orientale del Paese;

Pertanto, l’opposizione politica congolese:

a) constata che, nella situazione di guerra che continuamente caratterizza la parte orientale della Repubblica, la complicità del potere con gli aggressori è pienamente confermata e che qualsiasi approccio di tipo militare, diplomatico e politico intrapreso su iniziativa esclusiva del regime non può avere alcun successo; è dunque necessario che il governo accetti un dialogo nazionale franco e sincero con tutte le forze politiche e sociali del paese;

b) ritiene inopportuno il dispiegamento di una forza internazionale neutra, perché potrebbe accelerare la balcanizzazione del paese; propone, invece, la riqualificazione del mandato della MONUSCO, tenendo conto delle disposizioni del capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite;

c) raccomanda al Parlamento della Repubblica, in occasione della prossima sessione parlamentare di settembre, di attivare il meccanismo che permette di mettere sotto accusa il Presidente della Repubblica, Joseph Kabila Kabange, per alto tradimento, come previsto dalle disposizioni dell’articolo 165 della Costituzione.[15]

 

Il 6 settembre, l’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS) ha accusato il presidente Kabila di “alto tradimento” e ha chiesto l’avvio di procedure giudiziarie contro di lui. L’UDPS accusa Kabila di aver “firmato degli accordi segreti con il presidente Paul Kagame” del Ruanda.

Riferendosi al ritiro, il 31 agosto, delle forze speciali ruandesi dispiegate a Rutshuru dal 2011, il partito ha denunciato «l’esistenza di accordi segreti tra Kabila e Kagame, accuratamente sigillati e mantenuti nascosti al popolo congolese». Secondo l’UDPS, Kinshasa ha nascosto al popolo congolese le informazioni sulla presenza di truppe ruandesi in territorio congolese, facendo credere che si erano ritirate. Bruno Mavungu, segretario generale a.i. del partito, ha dichiarato che «l’UDPS constata che il paese è stato semplicemente tradito. La permanenza di un esercito straniero sul territorio nazionale, senza che il popolo congolese ne sia a conoscenza, è un fatto costitutivo di alto tradimento e di complicità di Kabila. Da qui, la necessità urgente di arrestarlo immediatamente».

Bruno Mavungu ha, inoltre, precisato: «Oggi, è constatato che tali accordi segreti gestiti nella totale opacità compromettono pericolosamente l’unità nazionale, l’integrità nazionale e la sovranità nazionale. Le voci che, a suo tempo, l’avevano denunciato, erano state stroncate sul nascere». Considerandosi come Maggioranza Presidenziale Popolare (MPP), l’UDPS non si unisce agli altri partiti di opposizione, in quanto questi ultimi riconoscerebbero il potere di Kabila. Quindi, per l’UDPS, non si tratta di ricorrere a una procedura parlamentare. Da parte sua, Lambert Mende, portavoce del governo, ha smentito l’esistenza di qualsiasi tipo di accordi segreti tra i presidenti Kabila e Kagame.[16]

3. UNA DELEGAZIONE DEI RAPPRESENTANTI DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE CONGOLESI IN VISITA PRESSO L’ONU

Il 3 settembre, i responsabili delle confessioni religiose della RDCongo, membri di una delegazione che includeva anche altri rappresentanti della Società civile, sono giunti a New York, per consegnare al Segretario Generale dell’Onu e al Consiglio di Sicurezza una petizione, per dire NO alla guerra nel Kivu e NO alla balcanizzazione del Paese. In un comunicato stampa, hanno confermato le informazioni contenute nel rapporto intermedio del gruppo degli esperti dell’Onu per la RDCongo (S/2012/348, 21 giugno 2012) e nell’annesso al rapporto stesso sull’appoggio del Ruanda a gruppi armati operanti nella RDCongo e hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza di adottare, nei confronti del Ruanda, i provvedimenti necessari. Attualmente, secondo la delegazione, il governo ruandese sta cercando di screditare il gruppo degli esperti dell’Onu e di mettere in questione le informazioni contenute nel loro rapporto e cerca di personalizzare il dibattito, attaccando direttamente alcuni membri del gruppo. I responsabili delle confessioni religiose chiedono al Consiglio di Sicurezza di non lasciarsi distrarre da tale manovra e affermano di essere in possesso di ulteriori prove che dimostrano che alcuni ufficiali ruandesi si sono effettivamente implicati nella creazione dell’M23 e nella coordinazione del comando militare.

Secondo loro, le prove presentate dal gruppo degli esperti non sono che una minima parte in relazione alla massa di informazioni di cui dispongono i fedeli cristiani e musulmani. Inoltre, il ruolo attivo svolto dal Ruanda nei conflitti armati nella RDCongo dal 1996 in avanti è cosa risaputa. Diversi ex leader dei successivi movimenti ribelli creati dal Ruanda sono disposti a presentare la loro testimonianza su questa pratica recidiva del Ruanda.

Altri rapporti delle Nazioni Unite, tra cui il Rapporto Mapping, pubblicato nel 2010, sui crimini internazionali commessi nella RDCongo dal 1993 al 2003, offrono molti dettagli e citano i nomi degli ufficiali che sono ancora attualmente messi in causa. Per questo i responsabili delle confessioni religiose chiedono a Kigali di cambiare politica e di lavorare per la pace e la convivenza pacifica tra i popoli della regione dei Grandi Laghi e chiedono al Consiglio di Sicurezza di adottare le misure necessarie per porre fine all’M23 e alle altre forze negative. Infine, chiedono che tutti gli interventi negativi del Ruanda sul territorio congolese siano documentati e che i loro autori siano condotti davanti alla giustizia internazionale.[17]

Il 5 settembre, nel corso di una conferenza stampa presso la sede delle Nazioni Unite a New York, il vescovo Dieudonné Mbaya Tshiakany, moderatore nazionale della “Chiesa di Cristo in Congo”, uno dei 32 membri della delegazione delle confessioni religiose della RDCongo, ha affermato che, “con sei milioni di morti, un milione di donne stuprate dal 1999 e una nuova guerra nell’Est della RDCongo, le confessioni religiose della RDCongo hanno deciso di farsi eco della voce e del dolore del popolo congolese“. Ha precisato che la petizione contiene la richiesta di un’azione forte da parte della comunità internazionale, compresa una condanna esplicita nei confronti delle autorità ruandesi, per la loro ingerenza negli affari della RDCongo e il loro appoggio al Movimento del 23 marzo (M23) e ad altre milizie responsabili di violenze perpetrate contro la popolazione nella parte orientale della RDCongo. «Non stiamo incitando all’odio contro il Ruanda. Vogliamo solo che il nostro confine comune diventi una frontiera di amore e di pace», hanno sottolineato i rappresentanti delle confessioni religiose della RDCongo. Secondo il comunicato, nella petizione consegnata all’Onu si chiede che tutte le persone indicate nei rapporti delle Nazioni Unite e riconosciute responsabili di saccheggi e di violenze perpetrate nella RDCongo, siano deferite davanti alla giustizia.

Nella petizione si chiede, infine, che si faccia di tutto per impedire al Ruanda di essere, il prossimo anno, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza. Mons. Mbaya ha dichiarato inaccettabile che un paese che non rispetta la Carta delle Nazioni Unite e minaccia l’integrità territoriale e la vita dei cittadini di un paese vicino sotto gli occhi di tutta la comunità internazionale, possa diventare membro del Consiglio di Sicurezza.

Egli ha affermato che, quando il rapporto S/2012/343 degli esperti delle Nazioni Unite riconosce chiaramente l’implicazione del Ruanda nella creazione dell’M23 e il suo appoggio logistico e militare a questo gruppo, sarebbe inaccettabile e impensabile che l’Onu non impedisse l’ingresso del Ruanda nel Consiglio di Sicurezza. Rivolgendosi all’Unione Africana, la delegazione chiede dunque alla Comunità degli Stati dell’Africa orientale di designare un altro candidato al seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza.

Mons. Mbaya ha chiesto alla comunità internazionale di non rimanere in una posizione di semplice osservazione e di non limitarsi a contare i morti. “È urgente, ha insistito, passare all’azione per proteggere le popolazioni congolesi dalle violenze perpetrate dai gruppi armati sostenuti dal Ruanda“.

Rispondendo alla domanda di un giornalista, egli ha ribadito che la cosiddetta porosità della frontiera congolese e le esigenze di sicurezza invocate dalle autorità ruandesi sono state un falso alibi utilizzato dal governo ruandese per interferire negli affari della RDCongo. Ha ricordato che la RDCongo ha frontiere comuni con nove paesi e che solo la frontiera comune con il Ruanda è continuamente oggetto di gravi contenziosi. Ha infine stimato che l’instabilità provocata dal Ruanda e dai gruppi armati alleati, con la conseguenza di due milioni di sfollati congolesi nelle province del Kivu, serve gli interessi economici del Ruanda e permette il saccheggio delle risorse naturali della RDCongo, tra cui il colombo tantalio (coltan) e i diamanti.[18]

4. LE PROPOSTE DELLA SOCIETÀ CIVILE

Il 3 settembre, alla vigilia del vertice dei Capi di Stato e di governo della Conferenza Internazionale sulla Regione Grandi Laghi (CIRGL) a Kampala, per stabilire le modalità dell’invio di una forza internazionale neutra all’Est della RDCongo, trentadue organizzazioni della società civile congolese hanno inviato al Presidente della Repubblica, Joseph Kabila, una lettera aperta dal titolo “La Repubblica è aggredita: non si può essere ‘neutrali’ per difendere la sua sovranità e integrità“. Nella lettera esprimono la loro ferma opposizione al dispiegamento di una nuova forza internazionale “neutrale” nell’Est del Paese, come previsto dalla CIRGL e propongono al Presidente della Repubblica di rinunciare a tale schema.

Come alternative, la società civile gli suggerisce di:

– Mettere insieme tutte le unità militari formate dai diversi partner internazionali e fornire loro mezzi materiali e risorse finanziarie sufficienti, affinché, con la partecipazione di altri militari ben selezionati e un eventuale supporto tecnico e logistico internazionale, possano preparare e condurre l’offensiva, dapprima contro l’M23 e, successivamente, contro gli altri gruppi armati, locali o stranieri, che non accettino un ultimo appello a deporre le armi e arrendersi;

– Continuare a chiedere il rafforzamento del mandato della MONUSCO e la sua effettiva attuazione. La società civile congolese esorta inoltre il Presidente della Repubblica a:

– Evitare ogni ricerca di una soluzione concertata con il Ruanda, finché esso non dia prova di sincerità e buona fede;

– Rinnovare, a tutti i livelli, il comando dell’esercito, del corpo di polizia e dei servizi dell’intelligence, sospendendo, almeno in via precauzionale, tutti gli ufficiali e gli agenti che hanno commesso atti compromettenti o contro cui esistano gravi indizi di implicazione in attività tali da compromettere gli interessi della nazione; iniziare procedure giudiziarie contro coloro per i quali ci sono prove di colpevolezza;

– Adottare sanzioni economiche contro tutte le persone, militari o civili, direttamente o indirettamente legati all’M23 e a tutti gli altri gruppi armati attivi nell’Est del Paese, congelando i loro beni (mobili e immobili, e conti bancari) che si trovano sul territorio della RDCongo e invitando gli altri Stati dove essi possiedono beni a fare altrettanto;

– Iniziare un’inchiesta sulla possibile violazione della Costituzione e della legge sui partiti politici da parte del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), in quanto partito politico, e in caso di accertata violazione, ordinare la sua dissoluzione;

– Attivare la giustizia civile e militare per emettere mandati di cattura nazionali e internazionali contro tutte le persone, militari o civili, che sono in relazione, più o meno stretta, con la ribellione dell’M23, tenendo conto che la maggior parte di loro risiedono tranquillamente in paesi limitrofi, compreso il Ruanda, e reclamare la loro estradizione;

– Esigere, con l’aiuto della comunità internazionale, che il Ruanda, l’Uganda e altri paesi confinanti con la RDCongo, controllino attentamente le loro frontiere, in modo che il loro territorio non serva come base, luogo di transito o luogo di rifugio per coloro che dirigono la guerra nell’Est della RDCongo o vi partecipano;

– Mobilitare tutte le risorse necessarie per assistere gli sfollati che si trovano attualmente in una situazione precaria, senza attendere passivamente l’intervento “umanitario”.[19]

Secondo due ONG belghe, Medicina per il Terzo Mondo e l’associazione Amuka, già da 14 anni la RDCongo è oggetto di numerose e ripetitive guerre di aggressione condotte dai governi ruandese e ugandese. Attualmente sta subendo una nuova guerra di aggressione da parte del governo ruandese sotto copertura del movimento del 23 marzo (M23). «È in totale violazione del diritto internazionale che il Ruanda aggredisce impunemente la RDCongo, utilizzando lo stupro come arma di guerra. Non si può restare indifferenti di fronte a questa aggressione le cui prime vittime sono le persone che soffrono terribilmente sotto gli occhi di una MONUSCO inefficace», si legge in una loro dichiarazione.

Secondo le due ONG, l’obiettivo delle numerose guerre di aggressione è chiaramente economico:  «Sia il Ruanda che i Paesi occidentali e le loro multinazionali – scrivono – vogliono le ricchezze del Kivu. Con queste guerre, che causano uno spostamento generalizzato della popolazione, stanno espropriando, a loro vantaggio, la RDCongo di una parte del suo territorio, per prenderne il controllo e sfruttare le sue risorse naturali».

Le due associazioni chiedono all’Unione Europea e al Belgio di:

– Riconoscere e condannare l’aggressione della RDCongo dal 1996 da parte del governo ruandese sotto la copertura dei vari movimenti “ribelli”, tra cui l’AFDL, il RCD, il CNDP e, attualmente, l’M23, come evidenziato dai molti rapporti del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite.

– Chiedere all’ONU l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che condanni l’aggressione della RDCongo, sin dal 1996, da parte del governo ruandese

– Chiedere il ritiro immediato e definitivo del movimento denominato M23 e di tutti i militari ruandesi attualmente presenti nella RDCongo;

– Decretare il congelamento dei beni delle personalità ruandesi citate nei rapporti delle Nazioni Unite;

– Interrompere immediatamente e completamente la cooperazione militare con il Ruanda;

– Richiamare a Bruxelles, per consultazione, l’ambasciatore belga a Kigali in attesa della completa cessazione dell’aggressione;

– Convocare l’ambasciatore ruandese a Bruxelles, per comunicargli che il Belgio condanna l’aggressione in corso.[20]

5. IL SECONDO VERTICE DELLA CIRGL A KAMPALA

L’8 settembre, si è tenuto a Kampala un nuovo vertice dei Capi di Stato dei paesi dei Grandi Laghi. Obiettivo dell’incontro era ancora una volta di trovare una soluzione alla crisi nella parte orientale della RDCongo e per far avanzare la proposta del dispiegamento di una forza internazionale neutra nella regione, per porre fine alle attività belliche dei gruppi armati. Al vertice erano presenti i presidenti di Uganda, RDCongo, Tanzania e Sud Sudan, ma non Paul Kagame, presidente del Ruanda. Secondo il comunicato finale diffuso al termine della riunione, “i ministri della difesa dovranno incontrarsi a breve, affinché la forza internazionale neutra possa essere operativa entro tre mesi“. Essa agirà su mandato dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite. Ma i problemi del finanziamento e della composizione di tale forza rimangono ancora senza risposta. Solo la Tanzania si è impegnata a contribuirvi con i suoi militari.

A proposito del finanziamento di questa forza, Abou Moussa, rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per l’Africa centrale, ha affermato che i governi della sub-regione saranno certamente disposti a contribuire, anche se “è evidente che ci si rivolgerà anche all’Unione Africana e all’Onu per un appoggio finanziario“.

Circa le misure approvate, il meccanismo congiunto di verifica sarà rafforzato con un centro regionale dei servizi segreti per lo scambio delle informazioni. Il vertice ha inoltre deciso di continuare a tentare una soluzione diplomatica e pacifica, prima di passare all’uso della forza. In tal senso, al presidente ugandese Yoweri Museveni è stato chiesto di proseguire le discussioni con i ribelli dell’M23.

Un nuovo vertice dei Capi di Stato dei Grandi Laghi è stato programmato tra un mese. Nel frattempo, i Capi di Stato della regione dovrebbero riunirsi il 27 settembre a New York, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, per un incontro con i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.[21]

Il 9 settembre, in una dichiarazione rilasciata a proposito del vertice di Kampala, la società civile del Nord Kivu parla di un fallimento della diplomazia congolese. Secondo l’organizzazione, un trimestre è stato sufficiente affinché la ribellione dell’M23 consolidi le sue posizioni in tutta la provincia del Nord Kivu. Thomas d’Aquin Muiti, presidente della Società Civile e Omar Kavota, coordinatore provinciale della società civile del Nord Kivu, accusano la Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) di voler favorire la balcanizzazione della RDCongo.[22]

Il 10 settembre, il portavoce del movimento ribelle dell’M23, il tenente colonnello Vianney Kazarama, ha chiesto di incontrare, a nome del suo movimento, il presidente ugandese Yoweri Museveni, che è anche presidente della CIRGL. L’obiettivo: presentare al presidente Museveni le richieste dell’M23 e ottenere un contatto con il presidente Joseph Kabila, per trovare una soluzione politica alla guerra. «Vogliamo che ci sia anche il Capo dello Stato Joseph Kabila. Deve esserci, è necessario discutere con lui», ha dichiarato. L’M23 ha chiesto che anche la società civile e l’opposizione partecipino al dialogo, per potere “risolvere il problema della crisi in modo completo“. Ma sia la società civile che l’opposizione non nascondono la loro ostilità nei confronti del movimento ribelle, che hanno accusato di molte atrocità (omicidi, saccheggi, racket …). Circa la necessità o meno di includere nel dialogo anche il presidente ruandese Paul Kagame – assente al vertice di Kampala a differenza di Joseph Kabila – l’M23 la considera inutile. «La presenza di Kagame non è necessaria. Dipende dalla volontà di Kinshasa e del mediatore ugandese. Noi non abbiamo nessun problema con il Ruanda. L’essenziale è che il presidente Kabila ci sia (…) perché il problema è prettamente congolese», ha detto Kazarama.

Per Kinshasa, invece, si tratta di non commettere un altro errore accettando di negoziare con l’M23, perché “il Ruanda creerebbe in seguito un altro gruppo M24, M25, ecc.”, ha dichiarato il portavoce del governo congolese, Lambert Mende. «Per mettere fine a un’aggressione, è il contatto con l’aggressore che conta. E noi siamo in contatto con il Ruanda per risolvere questo problema», ha aggiunto Lambert Mende. Basandosi sull’ultimo vertice della CIRGL a Kampala, il portavoce del governo congolese ha dichiarato che la decisione presa dai capi di Stato è piuttosto quella di dispiegare una forza internazionale neutra, capace di disarmare tutte le forze negative. «Non c’è nessuna negoziazione prevista e nemmeno richiesta da parte degli Stati della CIRGL. Al presidente ugandese Museveni, presidente anche della CIRGL, è stato chiesto solo di cercare di far tornare alla ragione l’M23, per evitare che il sangue africano continui a scorrere ancora», ha concluso Lambert Mende.[23]

6. LA CPI RECLAMA ANCORA UNA VOLTA L’ARRESTO DI BOSCO NTAGANDA

Il 4 settembre, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha, ancora una volta, chiesto alla RDCongo di arrestare Bosco Ntaganda affinché sia processato per i crimini che ha commesso. In un comunicato, il capo dell’Unità di sensibilizzazione della Corte in Ituri (Provincia Orientale), Nicolas Kuyaku, si dice disposto ad aiutare il governo congolese per consegnare Ntaganda alla Corte. L’ex capo di stato maggiore del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), Bosco Ntaganda, è accusato di reclutamento di bambini soldato, stupri, omicidi e persecuzioni commessi tra il 2002 e il 2003 in Ituri (Provincia Orientale). Nella richiesta indirizzata alla RDCongo, Bosco Ntaganda è presentato come un cittadino “ruandese” e presunto capo del gruppo armato denominato Movimento del 23 marzo (M23). La CPI non menziona affatto la nazionalità congolese dell’ex generale delle FARDC e quindi non lo riconosce come cittadino congolese. Secondo diversi osservatori, con Ntaganda a capo dell’M23, come confermato dalla CPI, il sostegno di Kigali a favore di questo gruppo ribelle è ormai chiaro e dimostrato. Le ultime informazioni emanate dalla CPI imbarazzano molte alte autorità della RDCongo, che hanno sempre presentato Bosco Ntaganda come un “membro delle FARDC ed elemento fondamentale per il mantenimento della pace nella parte orientale del paese“, considerandolo sottilmente come cittadino congolese a cui è stato conferito il grado di ufficiale generale, con un’influenza preponderante nel Nord Kivu.[24]

Secondo alcuni osservatori, molti non hanno ancora capito il significato di questa rinnovata richiesta che può essere una nuova strategia della comunità internazionale per debellare l’M23.

Il documento inviato a Kinshasa chiede alla RDCongo di «comunicare tempestivamente alla Corte eventuali difficoltà che potrebbero intralciare o impedirne l’esecuzione di questa richiesta (l’arresto immediato di Bosco Ntaganda, ndr), in conformità con l’articolo 97 dello Statuto o, se necessario, avviare immediatamente le consultazioni previste all’articolo 89-4 dello Statuto».

Il fatto di chiedere alla RDCongo di segnalare eventuali difficoltà che potrebbero intralciare o impedire l’arresto di “Terminator”, induce a pensare che la comunità internazionale, sotto copertura della CPI, è pronta a volare in soccorso di Kinshasa.

Se la RDCongo si dichiarasse totalmente incapace di eseguire l’arresto di Ntaganda, vista l’occupazione della parte del territorio in cui si dovrebbe svolgere l’operazione, la CPI non esiterebbe a chiedere l’intervento delle truppe delle Nazioni Unite già sul posto attraverso la MONUSCO. Basterebbe semplicemente che il Consiglio di Sicurezza modificasse il loro mandato: pur mantenendo la sua attuale missione, la MONUSCO potrebbe essere trasformata in una forza internazionale per catturare Bosco Ntaganda.

Tuttavia, per arrestare Ntaganda, occorrerà combattere anche l’M23, disarmarlo completamente per accedere al suo capo, Ntaganda stesso. Kinshasa deve prendere la palla al balzo e segnalare immediatamente la sua incapacità di eseguire la richiesta emessa dalla CPI. La comunità internazionale non può affrontare l’M23 senza un valido pretesto. Questo potrebbe essere proprio l’arresto di Bosco Ntaganda. Il fatto che la CPI abbia designato Bosco Ntaganda come capo dell’M23 indica che la comunità internazionale sta ora prendendo di mira l’uomo e la sua organizzazione.[25]

7. LE SANZIONI CONTRO IL RUANDA: UN BUCO NELL’ACQUA?

Il 4 settembre, il governo britannico ha annunciato che sbloccherà circa la metà dei suoi aiuti (9,5 dei 20 milioni di euro previsti) a favore del Ruanda. Andrew Mitchell, ministro uscente per lo sviluppo internazionale, ha preso questa decisione dopo avere constatato, secondo lui, un miglioramento della situazione sul posto e ritenendo “costruttivi” gli sforzi fatti dal Ruanda per risolvere la crisi nel Nord Kivu. Andrew Mitchell ha affermato che la Gran Bretagna ha deciso di sbloccare solo la metà del suo aiuto, perché ci sono ancora delle perplessità circa il suo appoggio ai ribelli dell’M23. Lambert Mende, portavoce del governo congolese, ha criticato tale decisione definendola “totalmente disastrosa”, affermando che «la gente sta morendo, ci sono centinaia di migliaia di sfollati e non si sa da dove o da chi la Gran Bretagna ha avuto le informazioni secondo cui il Ruanda sta lavorando nella giusta direzione».[26]

Secondo alcuni osservatori, le sanzioni economiche prese finora contro il Ruanda sono state un vero buco nell’acqua. Non sono state che finte sanzioni con l’obiettivo di richiamare semplicemente alla “disciplina” un “figlio viziato” che era andato troppo oltre la missione a lui assegnata. Riducendo la sanzione, i partner occidentali cercano di ricuperare il figlio prediletto, per continuare a realizzare il loro piano di frammentazione della RDCongo e di sfruttamento delle sue risorse naturali, un piano portato avanti già da diversi anni.

Il Governo della Corona sta dimostrando chiaramente che, per lui, contano solo gli interessi delle multinazionali britanniche, senza alcuna compassione per i Congolesi che muoiono a causa dei conflitti armati che esse, direttamente o indirettamente, favoriscono nell’Est del Paese. La posizione della Gran Bretagna è già un presagio delle prossime deliberazioni del Comitato delle sanzioni delle Nazioni Unite. Senza essere disfattisti, è quasi scontato che almeno due membri del Consiglio di Sicurezza, in particolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, difenderanno Kigali, condizionando così il corso degli eventi. Gli Anglo-Sassoni hanno preso una posizione chiara a favore del loro “figlio prediletto”. Niente giustifica la fretta del ministro Andrew Mitchell di abolire le sanzioni, prima che la procedura avviata presso le Nazioni Unite fosse conclusa. Tutto sommato, Londra ha cortocircuitato il comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite, con il rischio di condizionare gli altri membri.[27]


[1] Cf Radio Okapi, 31.08.’12

[2] Cf RFI/AFP/MCN – Kigali, 01.09.’12 via mediacongo.net    http://www.mediacongo.net/show.asp?doc=23512

[3] Cf AFP – Kinshasa, 01.09.’12 – MCN, via mediacongo.net    http://www.mediacongo.net/show.asp?doc=23519

[4] Cf RFI /AFP/MCN – Kigali, 1/09/2012 via mediacongo.net    http://www.mediacongo.net/show.asp?doc=23512

[5] Cf AFP – Kinshasa, 01.09.’12 – MCN, via mediacongo.net    http://www.mediacongo.net/show.asp?doc=23519

[8] Cf RFI, 01.09.’12

[9] Cf PD Mpoko – Kongo Time, 02.09.’12

[10] Cf AFP – Kinshasa, 01.09.’12 – MCN, via mediacongo.net    http://www.mediacongo.net/show.asp?doc=23519

[13] Cf Radio Okapi, 04.09.’12

[14] Cf Radio Okapi, 07.09.’12

[16] Cf Radio Okapi, 06.09.’12

[19] Corrispondenza particolare

[21] Cf Radio Okapi, 09.09.’12 ; RFI, 09.09.’12

[22] Cf Radio Okapi, 10.09.’12

[23] Cf AFP – Kinshasa, 10.09.’12; Radio Okapi, 11.09.’12

[26] Cf Jeune Afrique, 06.09.’12