«

»

Ago 14 2012

Stampa Articolo

LETTERA PARLAMENTARI: ALLEGATI

LETTERA AI PARLAMENTARI ITALIANI SULLA SITUAZIONE ATTUALE DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

 – ALLEGATI –  

INDICE:

ALLEGATO 1. CHE COS’È IL MOVIMENTO DEL 23 MARZO (M23)

ALLEGATO 2. RAPPORTO S/2012/348 E ANNESSI DEL GRUPPO DEGLI ESPERTI DELL’ONU

ALLEGATO 3. IL MESSAGGIO DEI VESCOVI DELLA PROVINCIA ECCLESIASTICA DI BUKAVU SULLA SITUAZIONE DEL NORD E SUD KIVU

ALLEGATO 4. IL COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE NAZIONALE DEL CONGO (CENCO)

ALLEGATO 5. IL COMUNICATO DI EURAC (Europa-Africa Centrale)

ALLEGATO 6. LA LETTERA DELLA SOCIETÀ CIVILE DEL NORD E SUD KIVU AL RAPPRESENTANTE DEL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU IN RDCONGO

ALLEGATO 7. LA PETIZIONE DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE NELLA RDCONGO

ALLEGATO 8. LE RICHIESTE DEI PARLAMENTARI DEL NORD KIVU

ALLEGATO 9. LA PROPOSTA DI UNA «FORZA INTERNAZIONALE NEUTRALE»

ALLEGATO 10. RAPPORTO MAPPING SULLE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI COMMESSE IN RDCONGO DAL 1993 AL 2003

ALLEGATO 11. PER MAGGIORI INFORMAZIONI

 

ALLEGATO 1. CHE COS’È IL MOVIMENTO DEL 23 MARZO (M23)

Il luogotenente Vianney Kazarama, portavoce del M23, elenca le principali richieste del suo movimento: «Chiediamo al governo della RDCongo di fornire tutti i mezzi necessari per sradicare le forze negative, comprese le FDLR. Chiediamo il ritorno di tutti i rifugiati congolesi che vivono in esilio fuori del paese, il riconoscimento formale dei gradi degli ufficiali dei gruppi armati e di quelli del CNDP in particolare, l’integrazione politica dei membri del CNDP nel governo centrale». A questa lista di richieste, il portavoce del M23 aggiunge il miglioramento delle condizioni sociali delle popolazioni. «I Congolesi vivono in condizioni disumane, i medici e gli insegnanti sono nella miseria, per non parlare delle condizioni dei militari e dei loro figli che non possono studiare. L’esercito si ritrova senza risorse adeguate e i militari non sono pagati», ha affermato il tenente colonnello Vianney Kazarama. «Rivendichiamo anche il buon governo e il rispetto per la verità delle urne. È necessario che la RDCongo arrivi a una democrazia libera e credibile. Un Paese non può svilupparsi senza democrazia», ha conclude il portavoce del M23.

Ma si assiste a un paradosso. Come le precedenti ribellioni, sia che si tratti del FPR nel 1990, del RCD-Goma, del CNDP, anche il M23 fa ricorso all’arte d’impressionare la pubblica opinione, nazionale e internazionale, presentandosi come “combattenti per la libertà” che difendono nobili cause, quali i diritti umani e la democrazia … Ma, in fin dei conti, per legittimare la loro lotta armata.

– Ai sensi dell’art. 1,1 degli accordi del 23 marzo 2009, «il CNDP conferma il carattere irreversibile della sua decisione di porre fine alla sua esistenza come movimento politico-militare, si impegna a trasformarsi in partito politico e di continuare la ricerca delle soluzioni alle sue preoccupazioni mediante vie strettamente politiche e nel rispetto dell’ordine istituzionale e delle leggi della Repubblica». Ma vari suoi membri hanno deciso di abbandonare la coalizione politica della Maggioranza Presidenziale, di cui facevano parte, o di dimettersi dai loro incarichi all’interno del governo provinciale del Nord Kivu, per aderire al M23 e innescare una nuova guerra.

– Mentre il M23 dice di lottare per il ritorno dei rifugiati nella RDCongo, ha iniziato una nuova guerra contro l’esercito congolese, gettando un maggior numero di persone sulle strade, in fuga dai combattimenti.

– È assurdo esigere di porre fine al fenomeno delle FDLR, mentre è proprio Kigali che le mantiene artificialmente in vita. Centinaia di combattenti hutu delle FDLR, che la Monusco e le Fardc rimpatriano ogni mese in Ruanda, vengono poi immediatamente rinviati nella RDCongo per combattere sotto altri nomi. Il mantenimento del “mito FDLR” nel Kivu serve per difendere gli interessi del Ruanda e gli serve come pretesto per intervenire nel Congo quando, come e dove vuole. È per questo motivo che i militari dell’AFDL, del RCD, del CNDP, e ora quelli del M 23, non hanno mai voluto allontanarsi dal confine tra la RDCongo e il Ruanda.

– «Quando il M23 parla di militari non retribuiti, dimentica che sono proprio loro che erano i comandanti delle unità più importanti della regione. Sono loro che si occupavano del pagamento dei militari. Sono loro che hanno intascato gli stipendi e dirottato le forniture di armi e munizioni. Le vere ragioni del loro ammutinamento sono altrove», afferma il colonnello Olivier Hamuli, portavoce delle FARDC a Goma.

– Il M23 «non è un nuovo gruppo armato. È formato da ex militari del CNDP. In realtà, è un’emanazione del CNDP», ha dichiarato Ashraf Sebbahi, responsabile del programma Africa di Amnesty International per la RDCongo. Va notato che Bosco Ntaganda «controllava diverse unità nella regione orientale del Congo. Egli è riuscito anche a fare in modo che i militari del CNDP abbiano avuto accesso a cariche decisive nel l’esercito congolese nelle due province del Nord e Sud Kivu. L’annuncio della creazione del M23, nuovo gruppo armato, facendo riferimento agli accordi del 23 marzo 2009, è in realtà un modo per nascondere la reale esistenza di un braccio armato del CNDP, che era rimasto intatto, nonostante l’integrazione del CNDP nell’esercito nazionale», rivela Ashraf Sebbahi. Una fonte locale ha, addirittura, dichiarato che «in realtà, il M23 non esiste. Il M23 è formato da militari che, venuti dal Ruanda e stabilitisi in Congo già da tempo, sono stati integrati nelle FARDC. Essi non lavorano per la RDCongo».

– Fine marzo e inizio aprile, sotto la pressione della comunità internazionale e delle ONG, internazionali per i diritti umani (Human Rights Watch, Amnesty International, ecc.), il governo congolese ha manifestato la sua disponibilità ad arrestare il generale Bosco Ntaganda, ricercato dalla CPI.Tuttavia, l’accordo del 23 marzo 2009, all’art. 3.1, il governo congolese e il CNDP avevano acconsentito a una legge sull’amnistia che coprisse il periodo compreso da giugno 2003 fino alla data di entrata in vigore della legge. Veniva, in tal modo, esclusa un’eventuale azione penale. Una volta iniziata questa operazione contro il generale Bosco Ntaganda, il timore si è diffuso anche tra altri elementi dell’ex CNDP che hanno finora beneficiato della legge sull’amnistia. «Molti elementi del CNDP non solo hanno avuto paura di perdere i loro privilegi (relativi al commercio e allo sfruttamento illegale delle risorse naturali del Congo orientale) assicurati dai posti di responsabilità occupati, ma anche di essere denunciati per il loro passato criminale, tra cui molte violazioni dei diritti umani», afferma Ashraf Sebbahi. È ormai chiaro che il M23 cerca di afferrarsi a tutti i costi all’accordo sull’amnistia, per continuare a garantirsi l’impunità.

– Inoltre, secondo Kris Berwouts, ex direttore di Eurac (rete europea per l’Africa Centrale), nel tentativo di smantellare la catena di comando parallela, che era incarnata dal CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) e che era rimasta intatta, nel mese di aprile 2012, il Governo aveva iniziato a mutare in altre province, tra cui il Katanga, alcuni militari tutsi che fino ad allora avevano rifiutato di allontanarsi dal Kivu. Il problema è che, nel tentativo di ridurre “un esercito dentro l’esercito”, Kinshasa ha oltrepassato la linea rossa. La volontà manifestata dal governo di volere smantellare le strutture militari del CNDP parallele a quelle dell’esercito nazionale ha fatto scattare la nuova guerra del M23.[1]

ALLEGATO 2. RAPPORTO S/2012/348 E ANNESSI DEL GRUPPO DEGLI ESPERTI DELL’ONU

Rapport d’étape du Groupe d’experts sur la République démocratique du Congo, conformément au paragraphe 4 de la résolution 2021 (2011)

Additif au rapport d’étape du Groupe d’experts sur la République démocratique du Congo, conformément au paragraphe 4 de la résolution 2021 (2011)

ALLEGATO 3. IL MESSAGGIO DEI VESCOVI DELLA PROVINCIA ECCLESIASTICA DI BUKAVU SULLA SITUAZIONE DEL NORD E SUD KIVU

Dal 28 maggio al 2 giugno, i vescovi della provincia ecclesiastica di Bukavu, si sono riuniti in sessione ordinaria al termine della quale hanno pubblicato un messaggio dal titolo “Quando verrà la pace all’Est della Repubblica Democratica del Congo?”.

Così scrivono i Vescovi:

«Tra gli obiettivi delle nostre preoccupazioni, abbiamo trovato una convergenza di indizi che sollevano lo spettro di una guerra caratterizzata da contenuti e moventi ancora nascosti. In passato, i segni precursori erano inizialmente apparentemente semplici. Ma sono degenerati poi in un conflitto generalizzato. Occorre, quindi, anticipare e prevenire.

In effetti, nel Nord e Sud Kivu, sono nuovamente apparsi, sotto vari nomi, altri conflitti armati strutturati. Va notata anche la ripresa delle violenze da parte di gruppi armati nel Nord Kivu, in seguito al mandato d’arresto del generale Bosco Ntaganda, emesso dal Corte Penale Internazionale (CPI). Tali ostilità stanno causando massicci spostamenti di popolazione all’interno e all’esterno del paese. A queste peripezie, si aggiunge un aumento senza precedenti del banditismo armato lungo le vie di comunicazione stradali, fluviali e lacustri.

1. Diversi moventi come cause remote della guerra.

La guerra ha le sue radici in problemi dimenticati o non risolti adeguatamente, come quello, ad esempio, dei rifugiati ruandesi.

Le guerre sono causate anche da disfunzioni sociali interne che generano ingiustizie, disuguaglianze e risentimenti e innescano il circolo vizioso della vendetta. Le guerre sono mantenute anche da ogni sorta di bramosie che usufruiscono di complicità sia all’interno che all’esterno del Paese.

Nella Repubblica Democratica del Congo, in effetti, le guerre sono state, e lo sono ancora spesso, guerre di predazione interna ed esterna, i cui contorni sono stati approfonditamente studiati da vari gruppi che hanno infine denunciato un macabro bilancio di milioni di congolesi sacrificati. Le guerre affondano ancor di più le popolazioni nella miseria. Ma nessun rimedio è stato applicato.

2. Le cause immediate della ripresa delle ostilità: interessi particolari e saccheggio.

Quando si prendono in esame certi moventi avanzati per riprendere le ostilità, ci si rende conto che sono più dei semplici pretesti che veri motivi che, invece, ci sembrano essere:

Sfuggire alla giustizia per reati individuali commessi in passato;

Evitare l’integrazione nelle forze armate;

Mantenere lo statu quo che favorisce il saccheggio.

Nel frattempo, il paese continua a funzionare come una sorta di riserva, una terra di nessuno, una giungla in cui intere zone sono abbandonate nelle mani di gruppi di interessi, a scapito delle popolazioni locali che hanno già troppo sofferto troppo per la mancanza dello Stato, o almeno per la sua evidente debolezza.

3. La calamitosa gestione dei rifugiati ruandesi da parte della comunità internazionale.

Nel 1994, dopo il genocidio ruandese, sotto mandato delle Nazioni Unite e mediante l’Opération Turquoise, la Francia, ha introdotto nel Kivu milioni di rifugiati, compresi dei militari e dei miliziani armati; l’UNHCR li ha assistiti per due anni, poi li ha abbandonati nelle nostre foreste, senza alcuna identificazione amministrativa, né da parte del loro Paese, né del Congo, né delle Nazioni Unite.

Ci fu un tempo in cui si era addirittura detto che in Congo non c’era più alcun rifugiato ruandese. Ma i fatti sono testardi, i rifugiati ci sono ancora! Ma senza alcun statuto amministrativo. Da questo punto di vista, essi non sono né cittadini del loro paese, né rifugiati delle Nazioni Unite, né rifugiati accolti in quanto tali dalla RDCongo. Nessun servizio amministrativo ufficiale sa dare un nome a un volto. E ci si meraviglia che siano diventati incontrollabili.

Per questo motivo, occorre pensare di chiarire lo status amministrativo di questo gruppo umano. È necessario che, su questo argomento specifico, lo Stato congolese assuma le sue responsabilità ed esiga una soluzione, affinché siano sotto controllo, come in tutti gli altri paesi del mondo.

Per quanto riguarda lo statuto penale di quelli fra loro sospettati di genocidio, è necessario che sia conforme al principio generale del diritto, secondo cui il reato è personale, individuale e legato ad un’età legale. Pertanto, i giovani compresi tra i 18 ei 25 anni non potranno subire le conseguenze delle responsabilità dei loro padri. D’altra parte, se questi giovani commettono crimini sul territorio congolese, come spesso purtroppo accade, i tribunali della RDCongo hanno il potere e il dovere di processarli, conformemente al codice penale congolese.

4. Una moltitudine di gruppi armati nella parte orientale della RD Congo.

Le violenze di ex signori della guerra cambiano costantemente la loro denominazione, ma le motivazioni e gli autori rimangono, in sostanza, sempre gli stessi. Hanno fatto di tutto per sfuggire ai tentativi di ristrutturazione dell’esercito nazionale che si sono intrapresi dopo le ultime guerre del 1996 e 1998. Questi tentativi di riforma sono stati fatti sulla base di compromessi politici mal negoziati.

In effetti, quando in un paese multiculturale come la RDCongo, l’autorità tollera per troppo tempo che grandi unità militari siano formate principalmente sulla base dell’appartenenza tribale, ne consegue che altri gruppi umani tendano, anch’essi, a costituirsi in una moltitudine di piccoli Stati. È importante ricordare che la Repubblica Democratica del Congo ha circa 400 gruppi linguistici. Così, il nostro paese si vede infestato da una moltitudine di signori della guerra. Di queste milizie attive nel 2009, la Conferenza di Goma ne ha fatto un inventario abbastanza ampio. E attualmente, molti altri gruppi armati continuano a nascere …

In tutti i casi, in questa crisi, è urgente porre fine a questo stato di cose che riguarda tutti i gruppi armati, siano essi di origine nazionale o straniera, altrimenti si assisterà all’installazione dell’instabilità.

La missione delle forze dell’ordine, della polizia e dell’esercito è quella di proteggere la nazione intera e tutti i cittadini e non un gruppo particolare. Le forze dell’ordine o sono repubblicane o non lo sono. Non è accettabile alcun compromesso tra le varie forme di integrazione. È un errore del passato che va corretto il più rapidamente possibile. In breve, per la vita di una nazione è essenziale poter disporre di un esercito repubblicano e unificato.

5. Credibilità dello Stato.

Ci sono certamente dei progressi visibili in vari settori del buon governo: la moneta è stabile, si comincia a pagare i salari, la polizia e l’esercito sono gradualmente equipaggiati, alcune infrastrutture sono state riabilitate o costruite, si comincia timidamente a lottare contro la corruzione.

Il punto debole, tuttavia, rimane la sicurezza delle persone e dei beni. Di fronte alla frequenza di omicidi, massacri, stupri, furti, arresti arbitrari e illegali, malfunzionamento del sistema giudiziario, la popolazione si attende che lo Stato riprenda in mano la sua missione e le sue principali responsabilità.

Molti congolesi, infatti, si interrogano sulla credibilità del loro Stato e sulla sua capacità di adempiere la sua missione sovrana in materia di protezione civile. Esitazioni e fallimenti sono ancora troppi, perché certe iniziative ancora relativamente limitate siano convincenti.

Per farvi fronte, è urgente che i servizi pubblici ritornino ad essere efficaci.

Lo Stato deve condannare severamente autore, co-autore e complice di ogni infrazione contro la Società. Ma per ottenere migliori risultati, si richiede una profonda riforma dell’amministrazione: è indispensabile che nei testi e nella prassi amministrativa, gli agenti dello Stato che ledono lo Stato o il privato siano tenuti a rispondere delle loro azioni sia in materia civile che penale.

6. Motivi di speranza.

Abbiamo appena vissuto un periodo difficile, quello delle elezioni del 2011. Molti osservatori avevano previsto l’implosione del paese. Ma abbiamo conservato l’unità. Ci congratuliamo con il nostro popolo per questo senso di patriottismo. È stato formato un nuovo governo che è stato oggetto di un certo consenso nazionale. Possiamo concedergli una possibilità di poter riuscire e far avanzare il paese. È auspicabile che, a sua volta, esso si metta in ascolto della popolazione e avvii le riforme auspicate nei vari settori dell’amministrazione, della sicurezza, della politica estera e dello sviluppo sostenibile del paese.

Conclusione.

Al termine di questa rapida lettura degli eventi attuali, esprimiamo ancora una volta il nostro attaccamento all’unità, l’integrità e la sovranità del nostro paese e invitiamo i politici e la popolazione a perseverare in questa direzione. Abbiamo bisogno di lavorare insieme per non permettere che il nostro paese si disintegri sotto l’influenza di forze centrifughe che dispongono di molti predatori, all’interno come all’esterno. Esortiamo i dirigenti politici del nostro paese a rimanere vigili nei confronti delle forze centrifughe, interne o esterne, che vogliono balcanizzare il nostro paese, la Repubblica Democratica del Congo».[2]

ALLEGATO 4. IL COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE NAZIONALE DEL CONGO (CENCO)

Riuniti in assemblea plenaria dal 2 al 6 luglio a Kinshasa, i vescovi membri della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO)

1. Hanno espresso la loro profonda costernazione per la guerra che ancora imperversa nel Nord Kivu e Sud Kivu e che è “l’illustrazione del piano di balcanizzazione più volte denunciato nelle loro precedenti dichiarazioni e messaggi”.

No alla balcanizzazione della RDCongo“. Questa è l’essenza della dichiarazione letta da Padre Leonard Santedi, segretario generale della CENCO.

2. Secondo la CENCO, questo piano ordito contro la RDCongo è in esecuzione sotto diverse forme. Sul piano economico, i vescovi parlano della presenza di reti di sfruttamento illegale delle risorse naturali. Sul piano militare, essi citano l’intensificazione dell’inaccettabile presenza di milizie e gruppi armati stranieri che uccidono, stuprano e saccheggiano, costringendo il popolo congolese a fuggire dai villaggi. Ma citano anche una “occupazione irregolare del territorio nazionale“. I vescovi esprimono la loro solidarietà alle popolazioni vittime degli orrori di una guerra ingiusta e ingiustificabile.

3. Sommamente attaccati all’unità della nazione congolese sempre minacciata da successive guerre e periodiche ribellioni, i vescovi riaffermano “l’unità e l’indivisibilità della RDCongo nelle sue frontiere ereditate dal periodo coloniale e riconosciute dalla comunità internazionale il 30 giugno 1960″. Secondo la CENCO, “l’integrità del territorio nazionale della RDCongo non è negoziabile“.

4. I Vescovi denunciano con forza questo piano di balcanizzazione. Ne condannano pubblicamente i promotori. Condannano con energia la ripresa della guerra nel Kivu. Esprimono il loro appoggio ai sacrifici dei militari congolesi e agli sforzi della diplomazia intrapresi per difendere l’integrità territoriale della RDCongo.

5. I vescovi invitano i parlamentari e il popolo congolese a “un risveglio patriottico, per non essere complici di questo macabro piano di disintegrazione e di occupazione del territorio nazionale”. Essi chiedono di denunciare tutte le strategie che hanno come obiettivi “l’indebolimento dell’unità nazionale, lo sfruttamento anarchico e illegale delle risorse naturali e l’incitamento alla divisione tra i diversi gruppi etnici o le varie province”. I vescovi sottolineano che le risorse naturali del Congo appartengono al popolo congolese e devono, prima di tutto, essere utilizzate in vista del suo sviluppo e del benessere della sua popolazione.

6. La CENCO chiede a tutti i Congolesi residenti in RDCongo e a quelli della diaspora di mobilitarsi, per far fallire questo piano nemico e distruttore. A questo scopo, in tutte le parrocchie delle diocesi congolesi e nelle comunità dei Congolesi residenti all’estero, saranno organizzate una serie di azioni per esprimere un categorico rifiuto del piano di destabilizzazione in corso.

7. Nello stesso tempo, la CENCO chiede ai paesi limitrofi alla RDCongo di “mettere fine a qualsiasi forma di ingerenza e di aggressione e di favorire il cammino della pace e della coesistenza pacifica, per consentire lo sviluppo sostenibile della regione dei Grandi Laghi”.

8. I vescovi tirano il campanello d’allarme e si rivolgono anche alle Nazioni Unite e a tutti i paesi amanti della pace, affinché pongano fine alla guerra e al piano di balcanizzazione della RDCongo.

Chiedono loro, infine, di appoggiare la RDCongo per la salvaguardia della sua unità nazionale, in vista di una pace vera e duratura[3]

ALLEGATO 5. IL COMUNICATO DI EURAC (Europa-Africa Centrale)

Il 10 luglio, Eurac chiede all’Unione Europea di esigere dal Ruanda di mettere immediatamente fine alla sua implicazione nel conflitto nella parte orientale della RDCongo

La Rete europea per l’Africa Centrale (EURAC) e le ONG membri hanno ripetutamente denunciato l’implicazione del Ruanda nella fomentazione e mantenimento dell’insicurezza nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), appoggiando certi gruppi armati. Queste denunce sono ancora una volta confermate dal rapporto annuale del Comitato delle sanzioni delle Nazioni Unite per la RDCongo. Il gruppo degli esperti dell’ONU afferma che il governo ruandese ha fornito “assistenza diretta alla creazione del M23, facilitando il trasporto di armi e di truppe attraverso il territorio ruandese”, sostiene e protegge il generale Bosco Ntaganda, attualmente ricercato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini di guerra. Non solo il Ruanda recluta militari smobilitati delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) rimpatriati in Ruanda, ma il suo sostegno al M23 dà la possibilità a questi ribelli ruandesi di riorganizzarsi, quando erano già stati indeboliti attraverso le operazioni militari dell’esercito regolare (FARDC) e della missione delle Nazioni Unite (MONUSCO). Questi atti del Ruanda sono contrari al diritto internazionale e sono alla base di numerosi crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in territorio congolese e contribuiscono alla destabilizzazione della regione dei Grandi Laghi.

Finora, la comunità internazionale in generale e l’Unione Europea in particolare, hanno sempre basato le loro strategie per la stabilizzazione dell’est della RDCongo su un postulato volontaristico, secondo cui la RDCongo e il Ruanda vorrebbero la pace e, di conseguenza, dovrebbero lavorare insieme per questo fine. Il problema non è la mancanza di dialogo tra la RDCongo e il Ruanda, ma piuttosto la mancanza di volontà politica. Il gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha dimostrato l’esistenza di un programma segreto da parte di Kigali che, dopo la firma di determinati accordi, fa sempre ricadere l’est della RDCongo nella guerra. Tale comportamento del Ruanda dovrebbe mettere in discussione la sua credibilità nelle sue relazioni con l’UE, la cui reazione al rapporto del gruppo degli esperti delle Nazioni Unite rimane, finora, alquanto debole. Eurac ritiene che ogni forma di dialogo o qualsiasi nuova azione militare congiunta tra il Ruanda e la RDCongo resteranno sempre improduttive, dal momento in cui non esiste una reale volontà politica da parte del Ruanda, che non può essere ottenuta se non attraverso una decisa presa di posizione da parte della comunità internazionale in generale e dell’Unione Europea in particolare.

Per queste ragioni, Eurac chiede all’Unione Europea e ai suoi Stati membri di:

1. Prendere una posizione forte, denunciando l’appoggio del Ruanda ai ribelli del M 23 e la sua protezione al generale Bosco Ntaganda;

2. Esigere che il governo ruandese metta fine immediatamente e senza condizioni al suo appoggio al M23 e ad altri gruppi armati nell’est della RDCongo;

3. Rivedere la propria strategia sulla sicurezza all’est della RDCongo. In tale strategia il Ruanda non dovrebbe più essere considerato un agente pacifista che vuole promuovere la pace nell’est della RDCongo e si dovrebbe fare ricorso ad ogni tipo di pressioni e di sanzioni per costringerlo al rispetto del diritto internazionale;

4. Decretare delle sanzioni contro gli ufficiali ruandesi citati nel rapporto delle Nazioni Unite, tra cui: il ministro della Difesa, Gen. James Kabarebe, il Capo di Stato Maggiore, il generale Charles Kayonga, e i generali Jack Nziza, Emmanuel Ruvusha e Alexis Kagame;

5. Mettere in atto dei meccanismi per assicurarsi che l’aiuto finanziario e militare concesso al governo ruandese non sia utilizzato per sostenere gruppi ribelli e  per la destabilizzazione della regione dei Grandi Laghi;

6. Sostenere efficacemente la RDCongo nel ripristino dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale, in particolare all’est del Paese, soprattutto nel contesto della riforma del settore della sicurezza (esercito, polizia, giustizia);

7. Opporsi alla candidatura del Ruanda ad un seggio non permanente presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, seggio che rischierebbe di aumentare la sua influenza che, finora, non è certo stata positiva per gli sforzi di pacificazione dell’est della RDCongo.[4]

ALLEGATO 6. LA LETTERA DELLA SOCIETÀ CIVILE DEL NORD E SUD KIVU AL RAPPRESENTANTE DEL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU IN RDCONGO

Il 9 Luglio, le organizzazioni della società civile del Nord Kivu e Sud Kivu hanno inviato al rappresentante speciale del Segretario Generale dell’ONU nella RDCongo (MONUSCO), Roger Meece, una lettera aperta in cui esprimono la loro frustrazione e quella della popolazione locale per questa nuova guerra ingiusta e inutile loro imposta dal Ruanda.

«Vorremmo prima di tutto ringraziare la Monusco per aver avuto, per la prima volta dal suo arrivo nella RDCongo, il coraggio di denunciare, nonostante la pressione subita, la diretta implicazione del Ruanda nella guerra attuale. Occorre ora tirarne, in termini di diritto internazionale, tutte le conseguenze e, in particolare, esigere il ritiro immediato e senza condizioni delle truppe ruandesi e imporre al Ruanda delle sanzioni appropriate.

La guerra attuale è ancora una volta il risultato di una cospirazione del Ruanda contro la RDCongo. L’invasione della RDCongo da parte del Ruanda, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e dei popoli, merita un’attenzione particolare. Tuttavia, la nostra frustrazione e quella della nostra gente è causata da come si comporta la missione delle Nazioni Unite, già da anni, ogni volta che si sorge una crisi del genere.

La Monusco esita ad utilizzare le sue prerogative iscritte nel capitolo VII. Da oltre 14 anni, si nota una sproporzione ingiustificabile e inaccettabile tra il numero delle truppe delle Nazioni Unite in RDCongo e la sua incapacità a proteggere le popolazioni civili che ancora oggi sono disperse a colpi di cannone, fuggono in tutte le direzioni e rimangono esposte alla pioggia e al freddo delle montagne del Kivu.

La prassi del Ruanda di invadere, direttamente o indirettamente attraverso la creazione di gruppi armati, l’Est della RDCongo è diventata ormai comune. Questa non è la prima volta. E ogni volta, la missione delle Nazioni Unite si comporta allo stesso modo, limitandosi a delle operazioni simboliche, prive di impatto reale sugli eventi. Noi, organizzazioni della società civile, non riusciamo a comprendere e ad accettare che, con oltre 17.000 caschi blu, l’ONU non riesca ad appoggiare efficacemente le FARDC contro l’aggressione del Ruanda. Non riusciamo a capire come con unità speciali nepalesi e pakistani, con elicotteri e carri armati … non riuscite ad apportare un aiuto sufficiente alle FARDC.

Se la situazione continua così, il nostro popolo sarà obbligato a prendersi in carico. Prendete dunque le vostre responsabilità. Fermate l’invasione delle truppe ruandesi, perché la pazienza del nostro popolo ha raggiunto i suoi limiti. Rimaniamo fiduciosi delle Nazioni Unite. Manteniamo ancora fiducia nella MONUSCO, perché sappiamo che può fare molto di più di quanto non faccia oggi. Ci aspettiamo una sua azione rapida e coerente.[5]

ALLEGATO 7. LA PETIZIONE DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE NELLA RDCONGO

Il 12 luglio, a Kinshasa, i responsabili delle confessioni religiose nella RDCongo hanno presentato e firmato una petizione dal titolo: «Il popolo congolese esige la punizione dei crimini commessi dal Ruanda nella RDCongo».

Firmata da tutti i rappresentanti delle principali religioni della RDCongo, come le chiese cattolica, ortodossa, protestante, islamica e kimbanguista, la petizione è indirizzata al segretario generale dell’Onu, al Consiglio di Sicurezza e ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nella petizione, le confessioni religiose fanno notare che nel corso degli ultimi due decenni, ci sono state numerose violazioni dei diritti umani, migliaia di donne violentate e più di sei milioni di Congolesi che hanno perso la vita, lasciando dietro di loro migliaia di vedove e orfani. Questi crimini, si legge nella petizione, continuano ad essere perpetrati ancora oggi dopo l’attuale invasione confermata anche dal rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite, che cita il Ruanda come paese che appoggia i ribelli del M23 rendendolo, di fatto, secondo i responsabili delle confessioni religiose, responsabile dell’attuale situazione dell’Est della RDCongo.

Nella petizione, i leader religiosi della RDCongo si dicono «contrari ad ogni forma di negoziati con gli eterni criminali e a qualsiasi tentativo di balcanizzare il territorio nazionale della RDCongo».  Tra altre cose, essi chiedono, la «mobilitazione delle forze della MONUSCO per appoggiare le FARDC, al fine di mettere fine, una volta per tutte, all’invasione della RDCongo, al saccheggio delle sue ricchezze e allo stupro delle donne congolesi».

Parlando in nome del popolo congolese, essi esigono la «repressione dei crimini commessi dal Ruanda nella RDCongo e l’arresto di tutti i criminali citati nei vari rapporti delle Nazioni Unite e ricercati dalla giustizia internazionale».

Essi esigono «una risposta negativa alla candidatura del Ruanda come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per conto dell’Africa, a causa delle ricorrenti violazioni della Carta delle Nazioni Unite». I leader religiosi respingono, infine, ogni proposta di negoziare con il Ruanda, la cui aggressione contro la RDCongo è stata chiaramente confermata.[6]

ALLEGATO 8. LE RICHIESTE DEI PARLAMENTARI DEL NORD KIVU

Il 13 luglio, i deputati del Nord Kivu, dopo aver constatato che la situazione di insicurezza nella loro provincia è «preoccupante, critica, drammatica» e che si sta deteriorando di giorno in giorno, chiedono al presidente Joseph Kabila di «cambiare tutta la catena di comando dell’esercito, della polizia e dei servizi di sicurezza, responsabili dell’attuale sbandamento» che si nota nella loro provincia e di «rivedere la politica di destinazione dei militari sull’insieme del territorio nazionale, indipendentemente dall’appartenenza etnica».

Avendo il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite sulla situazione dell’insicurezza del Kivu dimostrato l’implicazione dell’esercito ruandese a lato del M23, i deputati del Nord Kivu hanno raccomandato al governo congolese di «presentare una denuncia contro il Ruanda presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», affinché «il Ruanda cessi di servire come luogo di progettazione, finanziamento, reclutamento e base logistica del movimento del M23 e di tutti gli altri gruppi di destabilizzazione della RDCongo».

I parlamentari chiedono al governo di «non accettare negoziazioni né con il M23, né con gli altri gruppi armati responsabili del deterioramento della sicurezza nel Nord Kivu e in tutto l’Est del paese».

Alla giustizia congolese, i deputati del Nord Kivu hanno raccomandato di «arrestare, processare e sanzionare i militari presunti colpevoli di tradimento, di contrabbando di minerali, di appropriazione indebita della retribuzione dei militari e di arricchimento illecito a spese dei loro subordinati». Raccomandano inoltre «un’azione giudiziaria contro i leader politici e altre personalità presunte colpevoli di tradimento e di complicità con il nemico».

I deputati chiedono, infine, alla MONUSCO di «applicare il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite per quanto riguarda la protezione delle popolazioni civili».[7]

ALLEGATO 9. LA PROPOSTA DI UNA «FORZA INTERNAZIONALE NEUTRALE»

L’11 luglio, a Addis Abeba (Etiopia), si è tenuta una sessione speciale del Comitato interministeriale Regionale (RIMC) della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) sulla situazione di insicurezza nel Nord Kivu. Un comunicato finale riporta le decisioni prese, tra cui:

«1. Gli Stati membri della CIRGL hanno fermamente condannato le azioni del M23 e delle altre forze negative ancora attive nella regione e appoggiano gli sforzi fatti dal governo della RDCongo per ripristinare la pace e la sicurezza nella Provincia del Nord – Kivu.

2. Hanno fermamente condannato le continue attività non ancora controllate delle FDLR e richiedono un’immediata azione militare per eliminare questa minaccia.

3. La CIRGL dovrebbe collaborare con l’Unione Africana e le Nazioni Unite per istituire immediatamente una forza internazionale neutrale per sradicare il M23, le FDLR e tutte le altre forze negative che operano all’Est della RDCongo e per garantire il controllo e la sicurezza delle zone frontaliere.

4. Tutte le forze negative, in particolare il M 23, dovrebbero cessare immediatamente le loro attività armate e nessun appoggio dovrebbe essere loro dato per destabilizzare la regione e, più in particolare, l’Est della RDCongo.

5. Agli Stati membri della CIRGL, si chiede di attuare pienamente il Patto per la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo e, più in particolare, il Protocollo sulla non – aggressione e la difesa reciproca. 6. Gli Stati membri della CIRGL incitano i governi della RDCongo e del Ruanda a valorizzare pienamente gli strumenti bilaterali in materia di lotta contro l’insicurezza nell’Est della RDCongo e, in particolare, il meccanismo globale congiunto di verifica, aprendolo anche ad altri Stati membri della CIRGL.

7. Essi chiedono alla comunità internazionale di apportare urgentemente un’assistenza umanitaria adeguata alle vittime delle violenze nell’Est della RDCongo, in particolare nella provincia del Nord Kivu e ad estendere l’aiuto a tutte le vittime delle zone colpite.

8. Essi chiedono, inoltre, di istituire immediatamente un meccanismo di controllo attraverso la riattivazione del gruppo di inviati speciali, S.E. Benjamin Mkapa e S.E. Olusegun Obasanjo, per trovare le cause profonde dei conflitti nella parte orientale della RDCongo e per offrire, quindi, una soluzione durevole. Si chiede al Segretario Generale delle Nazioni Unite di sostenere questa iniziativa.

9. Istituire un gruppo ad hoc di sei esperti indipendenti, in conformità con l’articolo 25 del Patto, che dovrebbero preparare e presentare un rapporto sulla situazione nella RDCongo orientale nel corso della prossima riunione del RIMC».[8]

Il 15 luglio, in occasione del vertice di Addis Abeba, l’Unione Africana (UA) ha espresso la sua disponibilità per contribuire alla creazione di una forza regionale, per porre fine alle attività dei gruppi armati nella RDCongo. Anche i presidenti della RDCongo, Joseph Kabila e del Ruanda, Paul Kagame, che hanno partecipato alla riunione, hanno accettato “il principio” della creazione di una forza internazionale neutra.[9]

Non è ancora stato possibile stabilire quali truppe potrebbero far parte di questa “forza internazionale neutra”, incaricata di combattere i vari gruppi armati. Il congolese Ntumba Luaba, segretario esecutivo della CIRGL, ha dichiarato che i ministri della difesa dei paesi membri si riuniranno presto per decidere sulle modalità pratiche per la costituzione di questa forza. Ha tuttavia affermato che la costituzione di questa forza è «aperta a tutti i partner della comunità internazionale».[10]

La lettura del comunicato finale della riunione della CIRGL ad Addis Abeba lascia un sapore amaro che non offre garanzie circa la reale volontà dei partecipanti a fornire una soluzione duratura. Nessuna menzione è stata fatta al sostegno del Ruanda al M23, avendo la riunione semplicemente fatto notare che “nessun sostegno dovrebbe essere dato al M23, alle FDLR e alle altre forze negative”. Quando si tratta del M23, gli Stati membri della CIRGL si sono limitati ad una semplice condanna. Per quanto riguarda le FLDR, la CIRGL chiede invece “un’immediata azione militare per eliminare questa minaccia”. Si tratta di un impegno a due velocità e Kigali ne beneficia. Si è fatto della sua preoccupazione un’urgenza, a scapito di Kinshasa. L’incertezza che circonda la composizione e la tabella di marcia di questa forza sono tutti segni che alimentano la preoccupazione del popolo congolese. In fatti, esprime già seri dubbi sulla composizione della forza internazionale da inviare nella RDCongo. Essa potrebbe essere formata da militari del Ruanda, Uganda, Burundi e, addirittura, del M23. Ciò che, secondo vari osservatori, alla fine, potrebbe rivelarsi come un complotto per ufficializzare l’occupazione straniera del territorio congolese e, a sua volta, garantire la continuità dello sfruttamento illegale dei minerali della RDCongo.

Secondo alcuni osservatori, le istituzioni congolesi, in particolare l’Assemblea Nazionale, il Senato e il Governo, dovrebbero pronunciarsi ufficialmente su questa questione, perché la protezione delle frontiere nazionali e la sicurezza delle popolazioni civili spettano in primo luogo alle FARDC. È dunque necessario che le istituzioni congolesi definiscano con chiarezza le prerogative di questa “forza”: la composizione, il comando, gli obiettivi, le strategie, il finanziamento e la durata precisa. Per altri analisti, alcuni paesi della regione dei Grandi Laghi, come Ruanda, Uganda e Burundi, dovrebbero essere esclusi da questa forza, perché considerati come parti del conflitto. Infatti, è difficile capire come il Ruanda potrebbe essere parte di una forza “neutrale” per combattere il M23 che egli stesso ha fomentato e sostenuto.[11]

Per quanto riguarda questa “forza africana neutra”, la popolazione congolese teme che si tratti di una ripetizione di operazioni anteriori. L’accettazione di una “forza regionale” o una “forza comune” con il Ruanda sarebbe, per la RDCongo, un fallimento militare intollerabile. Un’eventuale forza congiunta tra RDCongo e Ruanda sarebbe la ripetizione dell’operazione militare congiunta “Umoja Wetu” condotta all’inizio del 2009 contro le FDLR, con risultati del tutto negativi, tanto che dovette essere sospesa. Ovviamente, nessuno vuole un’operazione militare congiunta bis, ma una forza neutra capace di contribuire al consolidamento della fiducia tra gli Stati confinanti. In ogni caso, che si tratti di una “forza neutra” o di una “forza comune” con il Ruanda, la soluzione della problematica dell’Est della RDCongo dipende dall’atteggiamento del Ruanda per mettere fine alla sua implicazione nello sfruttamento illegale delle risorse naturali congolesi, vera fonte di conflitto. Fino a quando il Paese di Kagame continuerà a giocare a nascondino, aiutato dai suoi complici congolesi che tramano all’interno,la situazione continuerà a deteriorarsi, indipendentemente dal tipo di forza che si dispiegherà in questa parte del territorio.[12]

La delegazione congolese presente ad Addis Abeba è probabilmente caduta in una grande trappola. Aderendo alla proposta del dispiegamento di una forza africana neutra nel Nord Kivu, mette la MONUSCO in difficoltà, perché sarà sempre più difficile per lei monitorare le attività del CNDP, del M23, delle FDLR e delle altre forze negative che, manipolate dal regime di Kigali, saranno oggetto di operazioni militari da parte della nuova forza. Paul Kagame, che non gradisce più la presenza della Monusco sul territorio congolese, soprattutto dopo le rivelazioni fatte dal gruppo degli esperti delle Nazioni Unite sulla presenza di truppe ruandesi nelle file del M23, ha raggiunto i suoi obiettivi. E ancora di più quando la risoluzione dell’UA concerne anche, e forse soprattutto, le FDLR, inducendo a pensare che sia piuttosto il Ruanda la vittima della presenza dei ribelli Hutu sul territorio congolese. È ciò che Kigali voleva ottenere e l’ha ottenuto. Nella parte orientale della RDCongo, contrariamente alla retorica di Kigali, è il Ruanda che gestisce le cosiddette forze negative, tra cui le FDLR. Il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite è molto esplicito su questo punto, quando rivela il “riciclaggio” dei miliziani delle FDLR in Ruanda, dove sono formati per essere rinviati nel Kivu, per crearvi caos e insicurezza. Lo stesso rapporto denuncia le operazioni di scambio tra “armi e minerali” organizzato dai militari al soldo del Ruanda. Se i Congolesi non stanno attenti, la famosa forza internazionale neutra dell’UA potrebbe ostacolare il lavoro della MONUSCO, impedendole il monitoraggio delle minacce ruandesi controla pace e la stabilità della RDCongo.[13]

Il 19 luglio, a proposito del dispiegamento di una forza internazionale neutrale per neutralizzare il M23, le FDLR e gli altri gruppi armati attivi nell’Est della RDCongo e per monitorare la frontiera con il Ruanda, il ministro congolese degli Affari Esteri, Raymond Tshibanda, ha dichiarato che è necessario istituire questa forza il più rapidamente possibile.

«Questa forza internazionale neutrale è una via che potrebbe portare a una soluzione definitiva e duratura. Si tratta di una forza internazionale aperta a tutto il continente africano e al mondo. Non è una forza regionale. La RDCongo e il Ruanda non vi parteciperanno», ha aggiunto. «Se si avverasse che per accelerare i tempi, si dovesse ricorrere alla MONUSCO, già presente sul posto, saremmo pronti a manifestare il nostro accordo, (…) a condizione che il mandato (della Monusco ) sia rivisto», ha affermato. «È necessario che le regole d’ingaggio della MONUSCO (…) possano permettere di dare alla forza la reattività necessaria per far fronte alla minaccia come si presenta oggi (…). È necessario disporre di truppe che corrispondano alle dimensioni attuali della minaccia (…), al compito specifico assegnato a questa forza neutrale, da cui saranno esclusi militari congolesi e ruandesi», ha ribadito il ministro.

La missione delle Nazioni Unite potrebbe quindi essere trasformata in una forza di intervento e di imposizione della pace o, se non fosse possibile, dovrebbe almeno assumere il comando di questa forza internazionale neutrale proposta dai capi di Stato al vertice di Addis Abeba. Secondo il ministro Tshibanda, potrebbe trattarsi di un meccanismo speciale all’interno della MONUSCO, una sottocomponente, ma qualcosa di autonomo, incaricato di questa duplice missione di neutralizzare i gruppi armati nella parte orientale della RDCongo e di monitorare e proteggere la frontiera con il Ruanda.

Il ministro ha anche rivelato che «i meccanismi bilaterali (RDCongo – Ruanda) impegnati nella lotta contro l’insicurezza nella parte orientale della RDCongo, hanno dimostrato i loro limiti». Egli ha poi aggiunto che «il centro congiunto di scambio delle informazioni è già in funzione, ma è necessario rafforzare il meccanismo congiunto di verifica che sarà ampliato anche ad altri stati, come il Kenya e l’Egitto».Un nuovo vertice della CIRGL è già convocato per il 6 e il 7 agosto, a Kampala, per definire la composizione e le modalità di dispiegamento di questa forza.[14]

ALLEGATO 10. RAPPORTO MAPPING SULLE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI COMMESSE IN RDCONGO DAL 1993 AL 2003

http://www.ohchr.org/Documents/Countries/ZR/DRC_MAPPING_REPORT_FINAL_FR.pdf

ALLEGATO 11. PER MAGGIORI INFORMAZIONI

Per una documentazione più ampia e per un’analisi della realtà del Kivu, si può consultare il Bollettino informativo “Congo Attualità”, redatto da Rete Pace per il Congo e disponibile sul sito web: http://www.paceperilcongo.it/


[6] Cf Marthe Bosuandole – D.I.A. – Kinshasa, 12.07.’12; Radio Okapi, 13.07.’12; Dom – Le Phare – Kinshasa, 13.07.’12; John Tshingombe – Congo News, 13.07.’12

[7] Cf Angelo Mobateli – Le Potentiel – Kinshasa, 14.07.’12

http://www.lepotentiel.com/afficher_article.php?id_article=124771&id_edition=100164

[9] Cf AFP – Addis Abeba, 15.07.’12

[10] Cf Radio Okapi, 13.07.’12. La Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi è una struttura regionale per promuovere la stabilità, la prevenzione e la gestione dei conflitti, la cooperazione e lo sviluppo. 11 sono i paesi membri della CIRGL: Angola, Burundi, Centrafrica, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Uganda, Ruanda, Sudan, Tanzania e Zambia.

[12] Cf Rich Ngapi – Le Potentiel – Kinshasa, 17.07.’12

[13] Cf Kimp – Le Phare – Kinshasa, 17.07.’12

[14] Cf AFP – Kinshasa, 19.07.’12; Le Potentiel – Kinshasa, 20.07.’12; La Prospérité – Kinshasa, 20.07.’12