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Ago 13 2012

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Lettera ai Parlamentari Italiani dalla Rete Pace per il Congo

Parma, 31 luglio 2012

 

Onorevole PIETRO MARCENARO,

Presidente della Commissione straordinaria per la tutela

e la promozione dei Diritti umani presso il Senato,

–  Onorevoli: Senatori, Deputati,

 Europarlamentari dello Stato Italiano

 

Oggetto: La situazione nell’est della Repubblica Democratica del Congo: fatti e proposte.

 

Onorevoli,

da alcuni mesi, soprattutto a partire dall’inizio del maggio scorso, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo) è ripresa la guerra: il Nord-Kivu è, infatti, diventato teatro di violenti scontri tra l’esercito nazionale e un nuovo gruppo armato, il Movimento del 23 marzo (M23).

Con questa lettera, Rete Pace per il Congo intende porre alla vostra attenzione la gravità di questa situazione e l’apporto che il nostro Paese, anche nel quadro della Comunità internazionale, può offrire, affinché le radici profonde di questa guerra latente e costantemente riaccesa possano essere definitivamente estirpate.

Il fenomeno M23

Presentato, all’inizio, come un fenomeno interno di diserzioni di alcuni militari indisciplinati, poi come un movimento di ammutinamento in vista di alcune rivendicazioni (retribuzione degli stipendi dei militari e riconoscimento dei gradi militari, …) e successivamente come ribellione, il M23 si è rivelato, infine, come un movimento di occupazione militare del Kivu. (Cfr. Allegato n. 1). Il M23 usufruisce di un vasto appoggio militare, logistico e finanziario da parte del regime ruandese, come documentato, in modo esaustivo, dall’ultimo rapporto del gruppo degli esperti dell’Onu per la RDCongo. Il rapporto ha, inoltre, rivelato il preciso obiettivo del M23, espresso chiaramente dal capitano Célestin Senkoko, assistente personale di James Kabarebe, ministro ruandese della difesa, nell’incontro del 23 maggio, a Gisenyi (Ruanda): provocare «una nuova guerra per la secessione dei due Kivu». (Cfr. Allegato n. 2).

Avendo l’esercito congolese concentrato le sue forze nella lotta contro questo nuovo gruppo armato, il M23, le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), oppositori armati ruandesi essenzialmente Hutu presenti sul territorio est-congolese fin dagli anni dell’esodo postbellico del 1994, come altri gruppi armati Maï-Maï congolesi, hanno ricuperato località anteriormente perdute e hanno intensificato la loro aggressività contro la popolazione civile. Inoltre, vari ex-FDLR, anteriormente disarmati e rimpatriati dalla Monusco (Missione dell’Onu in RDCongo), sono stati rinviati in RDCongo e infiltrati fra i militari immessi dal Ruanda in appoggio al M23. Tale constatazione fa sorgere, in molti osservatori, seri dubbi sulla reale natura del fenomeno FDLR e sulla validità degli strumenti messi in atto per risolverlo.

 

Posta in gioco e suoi effetti

La Sovranità Nazionale e l’integrità territoriale della RDCongo sono in pericolo. Le cause di questa nuova ondata di violenza, come delle precedenti, sono soprattutto di ordine economico, relative alla volontà di una vasta rete mafiosa internazionale, identificata nei vari rapporti del gruppo degli esperti dell’Onu, di controllare il commercio illegale e il contrabbando delle risorse minerarie del Kivu.

E ciò, con un nuovo altissimo prezzo di sofferenze e morte per la popolazione. Il Comitato di coordinamento delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato che, solo tra il 1° aprile e il 31 maggio 2012, sono stati registrati, circa 220.000 nuovi sfollati, in seguito al deterioramento della situazione del Nord Kivu. Si aggiungono all’1,1 milioni di sfollati precedenti. Nella RDCongo, gli sfollati sono ormai oltre due milioni.

Prese di posizione

La drammaticità della situazione e l’urgenza di affrontarla sono ben espresse nel messaggio dei vescovi del Kivu del 2 giugno 2012 (Cfr. allegato n. 3), nell’ultimo comunicato della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO) del 6 luglio 2012 (Cfr. Allegato n. 4), nel comunicato della Rete Europea per l’Africa Centrale (EURAC) del 10 luglio 2012 (Cfr. Allegato n. 5), nella lettera della Società civile del Nord e Sud Kivu al Rappresentante del Segretario Generale dell’ONU in RDCongo del 9 luglio 2012 (Cfr. Allegato n. 6), nella petizione delle Confessioni religiose del 12 luglio 2012 indirizzata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Cfr. Allegato n. 7), nelle richieste dei Deputati del Nord Kivu espresse il 13 luglio 2012 (Cfr. Allegato n. 8).

Molte sono state le reazioni di condanna da parte dell’Onu, della Comunità Internazionale, della Società Civile e degli Organismi per la difesa dei Diritti Umani. Occorre però prendere provvedimenti concreti e immediati.

Proposte per una pace nella giustizia

In questo contesto, la Conferenza Internazionale Regionale dei Grandi Laghi (CIRGL) ha proposto la creazione di una “forza internazionale neutrale” accettata e approvata dall’Unione Africana al vertice di Addis Abeba il 15 luglio, per risolvere definitivamente la questione dei gruppi armati attivi nell’Est della RDCongo. Si tratta di un progetto ancora allo stadio embrionale e molti aspetti, tra cui la composizione, il comando, la logistica, la durata e il finanziamento non sono ancora affatto chiari (Cfr. Allegato n. 9).

Molte sono anche le proposte avanzate da politici congolesi, società civile e confessioni religiose, per risolvere la crisi, prima che sia troppo tardi.

Rete Pace per il Congo condivide e appoggia le seguenti proposte:

1. Prendere una posizione forte, denunciando e condannando l’appoggio del regime ruandese ai ribelli del M23 e la sua protezione nei confronti dell’ex generale Bosco Ntaganda, esigendo che il governo ruandese metta fine immediatamente e senza condizioni al suo appoggio al M23 e ad altri gruppi armati nell’est della RDCongo e ritiri immediatamente e senza condizioni le sue truppe dal Kivu.

2. Decretare delle sanzioni contro gli ufficiali ruandesi citati nel rapporto delle Nazioni Unite, tra cui: il ministro della Difesa, Gen. James Kabarebe, il Capo di Stato Maggiore, il generale Charles Kayonga, e i generali Jack Nziza, Emmanuel Ruvusha e Alexis Kagame;

3. Rivedere la propria strategia sulla sicurezza all’est della RDCongo. In tale strategia, il Ruanda non dovrebbe più essere considerato come un agente pacificatore che vuole promuovere la pace nell’est della RDCongo. Si dovrebbe, invece, fare ricorso a ogni tipo di pressioni e di sanzioni per costringerlo al rispetto del diritto internazionale;

4. Assicurarsi che l’aiuto finanziario e militare concesso al governo ruandese non sia utilizzato per sostenere gruppi armati, in vista della destabilizzazione della RDCongo. Se necessario, sarebbe addirittura auspicabile una sospensione temporanea. Stati Uniti, Olanda, Gran Bretagna e Germania hanno già annunciato alcune loro decisioni in tal senso.

5. Prendere anche altre misure complementari nei confronti dell’attuale regime ruandese, tra cui l’embargo sulle armi, il blocco di conti bancari, l’interdizione di viaggiare all’estero, e l’emissione di mandati di cattura internazionali nei confronti delle persone implicate in crimini di guerra e crimini contro l’umanità, il richiamo in patria, per consultazioni, degli ambasciatori accreditati a Kigali e la sospensione temporanea degli investimenti stranieri nel Paese.

6. Opporsi alla candidatura del Ruanda a un seggio non permanente presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, seggio che rischierebbe di aumentare la sua influenza che, finora, non è certo stata positiva per gli sforzi di pacificazione dell’est della RDCongo.

7. Esigere un dialogo inter-ruandese, con la partecipazione del Governo e dell’opposizione, interna ed esterna, in vista di accordi che permettano non solo il ritorno in Ruanda dei rifugiati ruandesi ancora residenti nel Kivu, ma anche dei membri delle FDLR, usate finora come pretesto per invadere ripetutamente il Kivu.

8. Sostenere efficacemente la RDCongo nel ripristino dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale, in particolare all’est del Paese, soprattutto nel contesto della riforma del settore della sicurezza (esercito, polizia, giustizia);

9. Chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di rivedere il mandato della Monusco, affidando ad alcune sue unità militari un mandato più forte, in virtù dell’art. VII della Carta delle Nazioni Unite, che amplia la possibilità di ricorrere alla forza, per appoggiare più efficacemente le FARDC, al fine di mettere fine, una volta per tutte, all’invasione della RDCongo, al saccheggio delle sue ricchezze, all’insicurezza della popolazione civile e allo stupro delle donne congolesi.

10. Nel caso di ricorso alla “forza internazionale” proposta al vertice di Addis Abeba, vegliare a che sia davvero “neutrale”, senza cioè la partecipazione di Paesi implicati nella destabilizzazione della RDCongo. La partecipazione di Ruanda e Uganda in tale missione rischierebbe di sancire, di fatto, una loro occupazione dell’Est della RDCongo già in corso.

11. Di fronte alla lunga serie di crimini di cui è stata teatro la RDCongo in questo ventennio, documentati dal Rapporto Mapping dell’ONU del 1° ottobre 2010 (Cfr. Allegato n. 10), e che continuano a prodursi con varia intensità, creare un Tribunale Internazionale speciale per la RDCongo o la creazione di “giurisdizioni specializzate miste” (con partecipazione temporanea di personale internazionale), inserite nel sistema giudiziario congolese.

12. Promuovere in sede Europea l’applicazione, da parte degli Stati membri, delle direttive emanate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) sulla “diligenza ragionevole” (processo attraverso cui le società minerarie stesse si assicurano di non importare minerali provenienti da zone di conflitto) e sulla “tracciabilità e certificazione di origine” dei minerali importati.

In particolare, Rete Pace per il Congo ritiene nodale:

– Un cambiamento effettivo di atteggiamento nei confronti del regime ruandese, un regime autoritario che da oltre quindici anni destabilizza la RDCongo e insanguina soprattutto la regione congolese confinante. Esso conta per oltre la metà del suo budget sull’aiuto internazionale. Un intervento su questo aspetto, unito alle sanzioni diplomatiche sopra evocate, potrebbe costituire un’efficace pressione perché il regime rinunci alle sue ambizioni egemoniche in RDCongo e apra a un vero dialogo con la sua opposizione interna ed esterna.

– Una verifica in sede UE e nell’ambito italiano:

degli investimenti nella RDCongo e delle importazioni da questo Paese, affinché, nella logica di un rapporto paritario, la popolazione ne tragga il dovuto profitto e l’integrità territoriale della RDCongo sia rispettata;

del commercio internazionale delle armi, affinché esse non giungano nelle mani di gruppi e regimi che destabilizzano il Paese.

– Un uso della solidarietà internazionale attenta ai comportamenti dei Paesi destinatari. Nella concessione degli aiuti, è indispensabile applicare il principio della “responsabilità condivisa” tra Paese donatore e Paese ricevente, affinché siano rispettate le finalità concordate.

Rete Pace per il Congo propone dunque:

Agli On. Senatori e Senatrici membri della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani presso il Senato, di dare continuità all’audizione dei rappresentanti della Comunità congolese in Italia, svoltasi il 16 maggio 2012, tenendo conto, in modo particolare, dell’attuale situazione del Kivu.

Agli On. Deputati, di continuare a lavorare per la pace nella RDCongo, in sinergia con la Commissione per i Diritti Umani del Senato e in continuità con il lavoro già svolto in occasione della presentazione delle mozioni Leoluca Orlando n. 1-00327, Casini n. 1-00056, Fava n. 1-00059 e Touadi n. 1-00328, del 16 febbraio 2010, iniziative volte a favorire il processo di pace nella RDCongo e a fronteggiare l’emergenza umanitaria in atto.

Agli On. Europarlamentari, di portare l’attuale problematica della RDCongo e, soprattutto, del Kivu, al centro del dibattito europeo, in occasione delle prossime sessioni della Delegazione all’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE e del Consiglio dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza.

Rete Pace per il Congo ringrazia per l’attenzione prestata e rimane a disposizione.

Per la Rete Pace per il Congo:   

       

P. Silvio Turazzi

Teresina Caffi

P. Loris Cattani

Pierre Kabeza

Jean Bosco Kalisa

ALLEGATI AL DOCUMENTO