Lug 19

Congo Attualità n. 156

SOMMARIO

EDITORIALE: Una nuova trappola per la RDCongo? Massima allerta!

1. NOTIZIE DAL FRONTE

2. IL M23, VERA RIBELLIONE O POLVERE NEGLI OCCHI?

3. LE DICHIARAZIONI DEI PARLAMENTARI DEL NORD KIVU

4. LE DICHIARAZIONI E PROPOSTE DELLA SOCIETÀ CIVILE

5. LE REAZIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

6. LA PROPOSTA DI UNA NUOVA «FORZA INTERNAZIONALE NEUTRA»

 

EDITORIALE: UNA NUOVA TRAPPOLA PER LA RDCONGO? MASSIMA ALLERTA!

1. NOTIZIE DAL FRONTE

L’11 luglio, il M23 ha annunciato in un comunicato la creazione di un suo ramo politico. In questa occasione, Jean-Marie Rugenera ne è stato nominato coordinatore. L’ala politica di cui si è dotato il M23 gli darebbe un carattere politico-militare in qualche modo simile a quello di tutte le altre ribellioni filo ruandesi precedenti ruandese (AFDL, RCD, CNDP). Jean-Marie Rugenera era appartenuto a queste ribellioni.

Il generale di brigata Lucien Bahuma è stato nominato nuovo comandante della 8ª regione militare del Nord Kivu, in sostituzione del Generale Vainqueur Mayala, ora assegnato alla 2ª Regione militare nel Bas Congo. In precedenza, Lucien Bahuma era comandante della 5ª Regione Militare, nel Kasaï orientale.

Il 12 luglio, elicotteri della MONUSCO e delle FARDC hanno sparato contro posizioni degli ammutinati del M23 situate nella zona di Nkokwe e Bukima, circa 50 km a nord di Goma, capoluogo del Nord Kivu perché, secondo il portavoce delle Nazioni Unite, Martin Nesirky, stavano avanzando in direzione sud, verso Goma. Gli elicotteri della Monusco hanno «sparato razzi e missili, per impedire loro di progredire ulteriormente e proteggere la popolazione», ha aggiunto Nesirky.

Il 13 luglio, i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23) ha qualificato come “inaccettabile” il ritorno dell’esercito congolese nelle cittadine che avevano dapprima conquistato e da cui si erano poi ritirati. Il M23 «si rammarica per il ritorno» delle FARDC a Kiwandja e a Rusthsuru, «dopo che le nostre forze abbiano lasciato queste località nelle mani della Polizia Nazionale e del contingente della MONUSCO», scrivono i ribelli in un comunicato. «Questa è una sfida provocatoria contro le nostre truppe», hanno aggiunto. Il M23 considera questo atto come un’offensiva militare commessa (…) contro le sue posizioni. Gli ammutinati chiedono alle FARDC di lasciare “immediatamente” queste città, «altrimenti dovranno assumersi la responsabilità di tutte le conseguenze relative alla loro presenza in queste entità». «Se le FARDC rimarranno, noi riprenderemo queste città», ha detto il portavoce del M23, il tenente colonnello Vianney Kazarama.

Il 13 luglio, il portavoce militare del Nord Kivu, Olivier Famuli, ha dichiarato che oltre cinquecento militari delle FARDC e della polizia nazionale congolese (PNC), che erano fuggiti in Uganda dopo gli scontri con il M23 a Bunagana, sono rientrati nella RDCongo l’11 luglio, attraverso la frontiera di Kasindi, tra la RDCongo e Uganda, in territorio di Beni. Le autorità ugandesi hanno restituito tutto l’equipaggiamento militare in possesso al loro arrivo in Uganda.

Il 14 luglio, nel quadro del programma del DDRRR (disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reinserimento e reintegrazione), la Monusco ha accompagnato alla frontiera ruandese 29 combattenti di nazionalità ruandese che hanno combattuto nelle file del M23 contro le FARDC.

Gli agenti della polizia di frontiera ruandese hanno accettato solo il rimpatrio di sette combattenti FDLR e non hanno lasciato passare gli altri 22. La polizia ruandese ha chiesto che coloro che hanno combattuto nel M23 siano consegnati al governo congolese, perché «il M23 non esiste in Ruanda».

Il 15 luglio, il M23 ha circondato il villaggio di Kabaya (Nord Kivu) per reclutarvi dei giovani in grado di combattere. Fonti locali indicano che sono stati arruolati circa 50 giovani. I capi di diversi villaggi delle zone di Jomba e Busanza hanno affermato che i ribelli del M23 stanno procedendo ad un reclutamento coatto dei giovani che vivono nei villaggi sotto loro controllo.

2. IL M23, VERA RIBELLIONE O POLVERE NEGLI OCCHI?

 

Il luogotenente Vianney Kazarama, portavoce del M23, elenca le principali richieste del suo movimento: «Chiediamo al governo della RDCongo di fornire tutti i mezzi necessari per sradicare le forze negative, comprese le FDLR. Chiediamo il ritorno di tutti i rifugiati congolesi che vivono in esilio fuori del paese, il riconoscimento formale dei gradi degli ufficiali dei gruppi armati e di quelli del CNDP in particolare, l’integrazione politica dei membri del CNDP nel governo centrale». A questa lista di richieste, il portavoce del M23 aggiunge il miglioramento delle condizioni sociali delle popolazioni. «I Congolesi vivono in condizioni disumane, i medici e gli insegnanti sono nella miseria, per non parlare delle condizioni dei militari e dei loro figli che non possono studiare. L’esercito si ritrova senza risorse adeguate e i militari non sono pagati», ha affermato il tenente colonnello Vianney Kazarama. «Rivendichiamo anche il buon governo e il rispetto per la verità delle urne. È necessario che la RDCongo arrivi a una democrazia libera e credibile. Un Paese non può svilupparsi senza democrazia», ha conclude il portavoce del M23.

Ma si assiste a un paradosso. Come le precedenti ribellioni, sia che si tratti del FPR nel 1990, del RCD-Goma, del CNDP, anche il M23 fa ricorso all’arte d’impressionare la pubblica opinione, nazionale e internazionale, presentandosi come “combattenti per la libertà” che difendono nobili cause, quali i diritti umani e la democrazia … Ma, in fin dei conti, per legittimare la loro lotta armata.

– Ai sensi dell’art. 1,1 degli accordi del 23 marzo 2009, «il CNDP conferma il carattere irreversibile della sua decisione di porre fine alla sua esistenza come movimento politico-militare, si impegna a trasformarsi in partito politico e di continuare la ricerca delle soluzioni alle sue preoccupazioni mediante vie strettamente politiche e nel rispetto dell’ordine istituzionale e delle leggi della Repubblica». Ma vari suoi membri hanno deciso di abbandonare la coalizione politica della Maggioranza Presidenziale, di cui facevano parte, o di dimettersi dai loro incarichi all’interno del governo provinciale del Nord Kivu, per aderire al M23 e innescare una nuova guerra.

– Mentre il M23 dice di lottare per il ritorno dei rifugiati nella RDCongo, ha iniziato una nuova guerra contro l’esercito congolese, gettando un maggior numero di persone sulle strade, in fuga dai combattimenti.

– È assurdo esigere di porre fine al fenomeno delle FDLR, mentre è proprio Kigali che le mantiene artificialmente in vita. Centinaia di combattenti hutu delle FDLR, che la Monusco e le Fardc rimpatriano ogni mese in Ruanda, vengono poi immediatamente rinviati nella RDCongo per combattere sotto altri nomi. Il mantenimento del “mito FDLR” nel Kivu serve per difendere gli interessi del Ruanda e gli serve come pretesto per intervenire nel Congo quando, come e dove vuole. È per questo motivo che i militari dell’AFDL, del RCD, del CNDP, e ora quelli del M 23, non hanno mai voluto allontanarsi dal confine tra la RDCongo e il Ruanda.

– «Quando il M23 parla di militari non retribuiti, dimentica che sono proprio loro che erano i comandanti delle unità più importanti della regione. Sono loro che si occupavano del pagamento dei militari. Sono loro che hanno intascato gli stipendi e dirottato le forniture di armi e munizioni. Le vere ragioni del loro ammutinamento sono altrove», afferma il colonnello Olivier Hamuli, portavoce delle FARDC a Goma.

– Il M23 «non è un nuovo gruppo armato. È formato da ex militari del CNDP. In realtà, è un’emanazione del CNDP», ha dichiarato Ashraf Sebbahi, responsabile del programma Africa di Amnesty International per la RDCongo. Va notato che Bosco Ntaganda «controllava diverse unità nella regione orientale del Congo. Egli è riuscito anche a fare in modo che i militari del CNDP abbiano avuto accesso a cariche decisive nel l’esercito congolese nelle due province del Nord e Sud Kivu. L’annuncio della creazione del M23, nuovo gruppo armato, facendo riferimento agli accordi del 23 marzo 2009, è in realtà un modo per nascondere la reale esistenza di un braccio armato del CNDP, che era rimasto intatto, nonostante l’integrazione del CNDP nell’esercito nazionale», rivela Ashraf Sebbahi. Una fonte locale ha, addirittura, dichiarato che «in realtà, il M23 non esiste. Il M23 è formato da militari che, venuti dal Ruanda e stabilitisi in Congo già da tempo, sono stati integrati nelle FARDC. Essi non lavorano per la RDCongo».

– Fine marzo e inizio aprile, sotto la pressione della comunità internazionale e delle ONG, internazionali per i diritti umani (Human Rights Watch, Amnesty International, ecc.), il governo congolese ha manifestato la sua disponibilità ad arrestare il generale Bosco Ntaganda, ricercato dalla CPI.Tuttavia, l’accordo del 23 marzo 2009, all’art. 3.1, il governo congolese e il CNDP avevano acconsentito a una legge sull’amnistia che coprisse il periodo compreso da giugno 2003 fino alla data di entrata in vigore della legge. Veniva, in tal modo, esclusa un’eventuale azione penale. Una volta iniziata questa operazione contro il generale Bosco Ntaganda, il timore si è diffuso anche tra altri elementi dell’ex CNDP che hanno finora beneficiato della legge sull’amnistia. «Molti elementi del CNDP non solo hanno avuto paura di perdere i loro privilegi (relativi al commercio e allo sfruttamento illegale delle risorse naturali del Congo orientale) assicurati dai posti di responsabilità occupati, ma anche di essere denunciati per il loro passato criminale, tra cui molte violazioni dei diritti umani», afferma Ashraf Sebbahi. È ormai chiaro che il M23 cerca di afferrarsi a tutti i costi all’accordo sull’amnistia, per continuare a garantirsi l’impunità.

– Inoltre, secondo Kris Berwouts, ex direttore di Eurac (rete europea per l’Africa Centrale), nel tentativo di smantellare la catena di comando parallela, che era incarnata dal CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) e che era rimasta intatta, nel mese di aprile 2012, il Governo aveva iniziato a mutare in altre province, tra cui il Katanga, alcuni militari tutsi che fino ad allora avevano rifiutato di allontanarsi dal Kivu. Il problema è che, nel tentativo di ridurre “un esercito dentro l’esercito”, Kinshasa ha oltrepassato la linea rossa. La volontà manifestata dal governo di volere smantellare le strutture militari del CNDP parallele a quelle dell’esercito nazionale ha fatto scattare la nuova guerra del M23.

3. LE DICHIARAZIONI DEI PARLAMENTARI DEL NORD KIVU

Il 13 luglio, i deputati del Nord Kivu, dopo aver constatato che la situazione di insicurezza nella loro provincia è «preoccupante, critica, drammatica» e che si sta deteriorando di giorno in giorno, specialmente dopo l’occupazione di tre località (Jomba, Bunagana e Rutshuru ) da parte degli ammutinati del M23, chiedono al presidente Joseph Kabila di «cambiare tutta la catena di comando dell’esercito, della polizia e dei servizi di sicurezza, responsabili dell’attuale sbandamento» che si nota nella loro provincia e di «rivedere la politica di distribuzione dei militari sull’insieme del territorio nazionale, indipendentemente dall’appartenenza etnica».

Avendo il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite sulla situazione dell’insicurezza del Kivu dimostrato l’implicazione dell’esercito ruandese a lato del M23, i deputati del Nord Kivu hanno raccomandato al governo congolese di «presentare una denuncia contro il Ruanda presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», affinché «il Ruanda cessi di servire come luogo di progettazione, finanziamento, reclutamento e base logistica del movimento del M23 e di tutti gli altri gruppi di destabilizzazione della RDCongo».

I parlamentari chiedono al governo di «non accettare negoziazioni né con il M23, né con gli altri gruppi armati responsabili del deterioramento della sicurezza nel Nord Kivu e in tutto l’Est del paese».

Alla giustizia congolese, i deputati del Nord Kivu hanno raccomandato di «arrestare, processare e sanzionare i militari presunti colpevoli di tradimento, di contrabbando di minerali, di appropriazione indebita della retribuzione dei militari e di arricchimento illecito a spese dei loro subordinati».

Raccomandano inoltre «un’azione giudiziaria contro i leader politici e altre personalità presunte colpevoli di tradimento e di complicità con il nemico».

Alla popolazione del Nord Kivu, essi chiedono di «restare vigilanti, uniti e sereni, continuare a sostenere le FARDC e non cedere a discorsi di odio e di divisionismo».

A tutti i Congolesi, essi chiedono di «essere solidali con i loro compatrioti del Nord Kivu e dell’Est della RDCongo» e ai giovani di «non lasciarsi reclutare o manipolare da personalità politiche mal intenzionate».

I deputati chiedono, infine, alla MONUSCO di «applicare il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite per quanto riguarda la protezione delle popolazioni civili».

4. LE DICHIARAZIONI E PROPOSTE DELLA SOCIETÀ CIVILE

Il 9 Luglio, le organizzazioni della società civile del Nord Kivu e Sud Kivu hanno inviato al rappresentante speciale del Segretario Generale dell’ONU nella RDCongo (MONUSCO), Roger Meece, una lettera aperta in cui esprimono la loro frustrazione e quella della popolazione locale per questa nuova guerra ingiusta e inutile loro imposta dal Ruanda.

«Vorremmo prima di tutto congratularci con la Monusco per aver avuto, per la prima volta dal suo arrivo nella RDCongo, il coraggio di denunciare, nonostante la pressione, la diretta implicazione del Ruanda nella guerra attuale. Occorre ora tirarne, in termini di diritto internazionale, tutte le conseguenze e, in particolare, esigere il ritiro immediato e senza condizioni delle truppe ruandesi e imporre al Ruanda delle sanzioni appropriate.

La guerra attuale è ancora una volta il risultato di una cospirazione del Ruanda contro la RDCongo. L’invasione della RDCongo da parte del Ruanda, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e dei popoli, merita un’attenzione particolare. Tuttavia, la nostra frustrazione e quella della nostra gente è causata da come si comporta la missione delle Nazioni Unite, già da anni, ogni volta che si sorge una crisi del genere.

La Monusco esita ad utilizzare le sue prerogative iscritte nel capitolo VII. Da oltre 14 anni, si nota una sproporzione ingiustificabile e inaccettabile tra il numero delle truppe delle Nazioni Unite in RDCongo e la sua incapacità a proteggere le popolazioni civili che ancora oggi sono disperse a colpi di cannone, fuggono in tutte le direzioni e rimangono esposte alla pioggia e al freddo delle montagne del Kivu.

La prassi del Ruanda di invadere, direttamente o per delega, l’Est della RDCongo è diventata ormai comune. Questa non è la prima volta. E ogni volta, la missione delle Nazioni Unite si comporta allo stesso modo, limitandosi a delle operazioni simboliche, prive di impatto reale sugli eventi. Noi, organizzazioni della società civile, non riusciamo a comprendere e ad accettare che, con più di 17.000 caschi blu, l’ONU non riesca ad appoggiare efficacemente le FARDC contro l’aggressione del Ruanda. Non riusciamo a capire come con unità speciali nepalesi e pakistani, con elicotteri e carri armati … non riuscite ad apportare un aiuto sufficiente alle FARDC.

Se la situazione continua così, il nostro popolo sarà obbligato a prendersi in carico. Prendete dunque le vostre responsabilità. Fermate l’invasione delle truppe ruandesi, perché la pazienza del nostro popolo ha raggiunto i suoi limiti. Rimaniamo fiduciosi delle Nazioni Unite. Manteniamo ancora fiducia nella MONUSCO, perché sappiamo che può fare molto di più di quanto non faccia oggi. Ci aspettiamo una sua azione rapida e coerente.

Il 12 luglio, a Kinshasa, i responsabili delle confessioni religiose nella RDCongo hanno presentato e firmato una petizione dal titolo: «Il popolo congolese esige la punizione dei crimini commessi dal Ruanda nella RDCongo».

Firmata da tutti i rappresentanti delle principali religioni della RDCongo, come le chiese cattolica, ortodossa, protestante, islamica e kimbanguista, la petizione è indirizzata al segretario generale dell’Onu, al Consiglio di Sicurezza e ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nella petizione, le confessioni religiose fanno notare che nel corso degli ultimi due decenni, ci sono state numerose violazioni dei diritti umani, migliaia di donne violentate e più di sei milioni di Congolesi che hanno perso la vita, lasciando dietro di loro migliaia di vedove e orfani. Questi crimini, si legge nella petizione, continuano ad essere perpetrati ancora oggi dopo l’attuale invasione confermata anche dal rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite, che cita il Ruanda come paese che appoggia i ribelli del M23 rendendolo, di fatto, secondo i responsabili delle confessioni religiose, responsabile dell’attuale situazione dell’Est della RDCongo.

Nella petizione, i leader religiosi della RDCongo si dicono «contrari ad ogni forma di negoziati con gli eterni criminali e a qualsiasi tentativo di balcanizzare il territorio nazionale della RDCongo». Tra altre cose, essi chiedono, la «mobilitazione delle forze della MONUSCO per appoggiare le FARDC, al fine di mettere fine, una volta per tutte, all’invasione della RDCongo, al saccheggio delle sue ricchezze e allo stupro delle donne congolesi».

Parlando in nome del popolo congolese, essi esigono la «repressione dei crimini commessi dal Ruanda nella RDCongo e l’arresto di tutti i criminali citati nei vari rapporti delle Nazioni Unite e ricercati dalla giustizia internazionale».

Essi esigono «il diniego alla candidatura del Ruanda come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per conto dell’Africa, a causa delle ricorrenti violazioni della Carta delle Nazioni Unite». Infine, i leader religiosi respingono ogni proposta di negoziare con il Ruanda, la cui aggressione contro la RDCongo è stata chiaramente confermata.

5. LE REAZIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Il 9 luglio, in visita a Kinshasa, l’ambasciatore Barrie Walkley, Consigliere Speciale del Dipartimento di Stato Americano per i Grandi Laghi, con sede a Kigali (Ruanda), ha affermato che «il governo degli Stati Uniti è molto preoccupato per gli ultimi eventi del Kivu» e che «qualsiasi appoggio del Ruanda al M23 e a tutti gli altri gruppi armati deve cessare». Secondo l’inviato degli Stati Uniti, se in territorio congolese ci sono dei militari ruandesi, dovrebbero partire subito. «È chiaro, questo è il messaggio che abbiamo inviato al governo ruandese», ha affermato. Lo statista americano ha ribadito che il suo governo riconosce che si tratta di una questione urgente. «Stiamo discutendo all’interno del governo degli Stati Uniti su ciò che si potrebbe fare per esercitare una pressione sul Ruanda. Inoltre, discuteremo con i nostri alleati della comunità internazionale sulle misure che, insieme, si potranno prendere nei confronti del Ruanda», ha precisato.

Secondo molti analisti politici, il miglior modo cui Washington può far ricorso per esercitare una pressione su Paul Kagame è quello di sospendere gli aiuti. Il Ruanda riceve, infatti, milioni di dollari come aiuto allo sviluppo. Riducendo la busta o semplicemente eliminandola, Kagame potrebbe rinunciare alla sua pretesa egemonica sulla RDCongo.

Il 10 luglio, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Congo (MONUSCO), Roger Meece, ha dichiarato alla stampa a Kinshasa che «ci sono molte informazioni sull’appoggio e l’implicazione del Ruanda [nella questione dell’ammutinamento del M23]. Si tratta di una situazione inaccettabile che deve cessare immediatamente». Senza citare con chiarezza l’appoggio del Ruanda al movimento ribelle del M23, Roger Meece ha detto di fare riferimento al rapporto degli esperti delle Nazioni Unite e ad alcuni indizi che confermano l’appoggio esterno ai ribelli del M23. Egli cita:

Le uniformi militari dei ribelli del M23 che sono diverse da quelle delle FARDC,

La presenza di ex militari del CNDP nelle file del M23,

I ribelli del M23 sono molto ben attrezzati e equipaggiati,

Le tattiche di combattimento, come gli attacchi notturni, sono diverse da quelle delle FARDC. Roger Meece ha aggiunto che la MONUSCO ha ascoltato alcuni ex-combattenti del M23 che hanno confermato l’appoggio del Ruanda ai ribelli e la presenza di militari delle RDF (le Forze di Difesa del Ruanda).

Con tono fermo, Roger Meece ha condannato tutte le azioni militari dei ribelli del M23 e ha chiesto loro di «cessare immediatamente» ogni forma di violenza nel Nord Kivu. Rispondendo a una domanda della stampa sul piano di balcanizzazione della RDCongo, Roger Meece ha detto: «La sensibilità dei Congolesi contro ogni tentativo di divisione del Paese è molto importante. La comunità internazionale e MONUSCO sono contro ogni tentativo di dividere la RDCongo. Qualsiasi tentativo di dividere il territorio congolese nazionale è qualcosa di inaccettabile».

L’11 luglio il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto ai presidenti del Ruanda e della RDCongo di tentare a «trovare le misure possibili per risolvere la crisi» provocata dalla ribellione nella RDCongo. Ban Ki-moon ha chiesto a Paul Kagame e a Joseph Kabila di «continuare il dialogo per ridurre le tensioni e porre fine alla crisi», ha dichiarato il portavoce delle Nazioni Unite, Martin Nesirky. Ban Ki-moon ha espresso ai due presidenti «la sua grande preoccupazione per le informazioni secondo cui i ribelli del M23 ricevono aiuto esterno e sono ben armati, addestrati ed equipaggiati», ha detto Nesirky. Il Segretario Generale ha anche sottolineato la «necessità di fare tutto il possibile per impedire al M23 di guadagnare terreno e per fermare immediatamente i combattimenti».

L’11 luglio, in una dichiarazione dell’Alto Rappresentante Catherine Ashton, l’Unione Europea si dice molto preoccupata per il rapido deterioramento della situazione nell’Est della RDCongo, in seguito al movimento di dissidenza del M23.

L’UE è profondamente preoccupata per le conclusioni, ora rese pubbliche, del rapporto del gruppo di esperti del comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, secondo cui un certo numero di alti funzionari ruandesi sono implicati nel sostegno a gruppi ribelli congolesi, tra cui gli ammutinati del movimento del M23.

L’UE accoglie con favore la richiesta avanzata dal Ruanda al gruppo di esperti delle Nazioni Unite al fine di procedere a un esame approfondito delle informazioni contenute nel rapporto delle Nazioni Unite.

L’UE chiede al Ruanda di cessare di sostenere i gruppi armati nell’Est della RDCongo, e di indagare a fondo sulle questioni sollevate dal rapporto del comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dai suoi allegati e di apportarvi una risposta costruttiva.

L’UE sostiene il dialogo in corso tra la RDCongo e il Ruanda, che mira a porre fine all’ammutinamento del M23 e a continuare la lotta contro le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR). Inoltre incoraggia misure di rafforzamento della fiducia tra la RDCongo e il Ruanda, come i meccanismi congiunti di verifica. Considerando che è importante anche un approccio regionale, è favorevole alla riunione ministeriale della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (ICGLR) che si terrà l’11 luglio ad Addis Abeba.

Una stabilità duratura nell’Est della RDCongo non può basarsi esclusivamente su azioni militari. L’UE chiede pertanto a Kinshasa e a Kigali di contribuire a una soluzione politica e di risolvere le cause regionali e locali dell’instabilità.

Pur sostenendo la sovranità della RDCongo sul suo territorio, l’UE chiede alla RDCongo di assumersi una maggiore responsabilità per ristabilire pienamente l’autorità dello Stato nelle province del Kivu. A questo proposito, la riforma del settore della sicurezza, in particolare dell’esercito congolese, non dovrebbe essere ritardata più a lungo.

L’attuale situazione non beneficia a nessuno dei due paesi, tanto meno alle loro popolazioni. Spetta alla RDCongo e al Ruanda garantire una pace duratura nella regione.

Dall’inizio delle ostilità da parte del M23, tutto sembra indicare che la RDCongo sia stata lasciata sola, dal momento in cui nessuna sanzione è stata ancora decisa nei confronti del Ruanda che, come constatato, è all’origine della violenza. Come prova, le dichiarazioni di condanna fatte in sede ONU da alcune potenze mondiali sono solo verbali. Ci si limita semplicemente a denunciare il sostegno di Kigali al gruppo di Sultani Makenga, senza andare a fondo della questione. Non si è ancora approvata alcuna risoluzione concreta per comminare alcun tipo di sanzione nei confronti del Ruanda per il suo ruolo negativo e per porre fine a questa guerra ignobile. Ma se non si affrontano le vere ragioni del conflitto, il resto è solo distrazione. Riguardo a ciò che sta succedendo nell’Est della RDCongo, finché Paul Kagame resterà al potere in Ruanda e se continua a fare delle FDLR un pretesto per difendere i propri interessi nel Kivu, creerà sempre problemi nelle regioni frontaliere tra la RDCongo e il suo paese. Occorre che ci siano dei dirigenti coraggiosi per dissuaderlo dalla sua follia omicida e imporgli il cammino della pace. Se non si arriva a quel punto, l’uomo “forte” di Kigali sarà sempre un problema per la RDCongo.

Il 13 luglio, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto contro i due principali responsabili delle violenze che si registrano nel Kivu, l’ex generale delle FARDC, Bosco Ntaganda e il comandante supremo delle FDLR, Sylvestre Mudacumura. I giudici della CPI hanno emesso un mandato d’arresto contro Bosco Ntaganda, 41 anni, per tre accuse di crimini contro l’umanità, tra cui massacri e stupri e per quattro accuse di crimini di guerra commessi nel 2002-2003. Era già oggetto, di un mandato d’arresto emesso nel 2006 per reclutamento di bambini soldato. Il portavoce della CPI ha voluto ricordare che «l’iniziativa di arrestare un sospetto non spetta alla CPI ma allo Stato interessato».

I giudici hanno inoltre emesso un mandato d’arresto per nove imputazioni d’accusa per crimini di guerra, tra cui massacri, attacchi contro la popolazione civile e saccheggi commessi nel 2009 e nel 2010, contro il ruandese Silvestre Mudacumura, 58 anni, comandante supremo delle FDLR.

6. LA PROPOSTA DI UNA NUOVA «FORZA INTERNAZIONALE NEUTRA»

L’11 luglio, a Addis Abeba (Etiopia), si è tenuta una sessione speciale del Comitato interministeriale Regionale (RIMC) della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) sulla situazione di insicurezza nel Nord Kivu. Un comunicato finale riporta le decisioni prese, tra cui:

«1. Gli Stati membri della CIRGL hanno fermamente condannato le azioni del M23 e delle altre forze negative ancora attive nella regione e appoggiano gli sforzi fatti dal governo della RDCongo per ripristinare la pace e la sicurezza nella Provincia del Nord – Kivu.

2. Hanno fermamente condannato le continue attività non ancora controllate delle FDLR e richiedono un’immediata azione militare per eliminare questa minaccia.

3. La CIRGL dovrebbe collaborare con l’Unione Africana e le Nazioni Unite per istituire immediatamente una forza internazionale neutrale per sradicare il M23, le FDLR e tutte le altre forze negative che operano all’Est della RDCongo e per garantire il controllo e la sicurezza delle zone di frontiera.

4. Tutte le forze negative, in particolare il M 23, dovrebbero cessare immediatamente le loro attività armate e nessun appoggio dovrebbe essere loro dato per destabilizzare la regione e, più in particolare, l’Est della RDCongo.

5. Agli Stati membri della CIRGL, si chiede di attuare pienamente il Patto per la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo e, più in particolare, il Protocollo sulla non – aggressione e la difesa reciproca. 6. Gli Stati membri della CIRGL incitano i governi della RDCongo e del Ruanda a valorizzare pienamente gli strumenti bilaterali in materia di lotta contro l’insicurezza nell’Est della RDCongo e, in particolare, il meccanismo globale congiunto di verifica, aprendolo anche ad altri Stati membri della CIRGL.

7. Essi chiedono alla comunità internazionale di apportare urgentemente un’assistenza umanitaria adeguata alle vittime delle violenze nell’Est della RDCongo, in particolare nella provincia del Nord Kivu e ad estendere l’aiuto a tutte le vittime delle zone colpite.

8. Essi chiedono, inoltre, di istituire immediatamente un meccanismo di controllo attraverso la riattivazione del gruppo di inviati speciali, S.E. Benjamin Mkapa e S.E. Olusegun Obasanjo, per trovare le cause profonde dei conflitti nella parte orientale della RDCongo e per offrire, quindi, una soluzione durevole. Si chiede al Segretario Generale delle Nazioni Unite di sostenere questa iniziativa.

9. Istituire un gruppo ad hoc di sei esperti indipendenti, in conformità con l’articolo 25 del Patto, che dovrebbero preparare e presentare un rapporto sulla situazione nella RDCongo orientale nel corso della prossima riunione del RIMC».

Il 15 luglio, in occasione del vertice di Addis Abeba, l’Unione Africana (UA) ha espresso la sua disponibilità per contribuire alla creazione di una forza regionale, per porre fine alle attività dei gruppi armati nella RDCongo. Anche i presidenti della RDCongo, Joseph Kabila e del Ruanda, Paul Kagame, che hanno partecipato alla riunione, hanno accettato “il principio” della creazione di una forza internazionale neutra.

Non è ancora stato possibile stabilire quali truppe potrebbero far parte di questa “forza internazionale neutra”, incaricata di combattere i vari gruppi armati. Il congolese Ntumba Luaba, segretario esecutivo della CIRGL, ha dichiarato che i ministri della difesa dei paesi membri si riuniranno presto per decidere sulle modalità pratiche per la costituzione di questa forza. Ha tuttavia affermato che la costituzione di questa forza è «aperta a tutti i partner della comunità internazionale».

La lettura del comunicato finale della riunione della CIRGL ad Addis Abeba lascia un sapore amaro che non offre garanzie circa la reale volontà dei partecipanti di arrivare a una soluzione durevole. Nessuna menzione è stata fatta al sostegno del Ruanda al M23, avendo la riunione semplicemente fatto notare che “nessun sostegno dovrebbe essere dato al M23, alle FDLR e alle altre forze negative”. Quando si tratta del M23, gli Stati membri della CIRGL si sono limitati ad una semplice condanna. Per quanto riguarda le FLDR, la CIRGL chiede invece “un’immediata azione militare per eliminare questa minaccia”. Si tratta di un impegno a due velocità e Kigali ne beneficia. Si è fatto della sua preoccupazione un’urgenza, a scapito di Kinshasa. L’incertezza che circonda la composizione e la tabella di marcia di questa forza sono tutti segni che alimentano la preoccupazione del popolo congolese. Infatti, esprime già seri dubbi sulla composizione della forza internazionale da inviare nella RDCongo. Essa potrebbe essere formata da militari del Ruanda, Uganda, Burundi e, addirittura, del M23. Ciò che, secondo vari osservatori, alla fine, potrebbe rivelarsi come un complotto per ufficializzare l’occupazione straniera del territorio congolese e, a sua volta, garantire la continuità dello sfruttamento illegale dei minerali della RDCongo.

Secondo alcuni osservatori, le istituzioni congolesi, in particolare l’Assemblea Nazionale, il Senato e il Governo, dovrebbero pronunciarsi ufficialmente su questa questione, perché la protezione delle frontiere nazionali e la sicurezza delle popolazioni civili spettano in primo luogo allo Stato congolese e alle FARDC. È dunque necessario che le istituzioni congolesi definiscano con chiarezza le prerogative di questa “forza”: la composizione, il comando, gli obiettivi, le strategie, il finanziamento e la durata precisa. Per altri analisti, alcuni paesi della regione dei Grandi Laghi, come Ruanda, Uganda e Burundi, dovrebbero essere esclusi da questa forza, perché considerati come parti del conflitto. Infatti, è difficile capire come il Ruanda potrebbe essere parte di una forza “neutrale” per combattere il M23 che egli stesso ha fomentato e sostenuto.

Per quanto riguarda questa “forza africana neutra”, la popolazione congolese teme che si tratti di una ripetizione di operazioni anteriori. L’accettazione di una “forza regionale” o una “forza comune” con il Ruanda sarebbe, per la RDCongo, un fallimento militare intollerabile. Un’eventuale forza congiunta tra RDCongo e Ruanda sarebbe la ripetizione dell’operazione militare congiunta “Umoja Wetu” condotta all’inizio del 2009 contro le FDLR, con risultati del tutto negativi, tanto che dovette essere sospesa. Ovviamente, nessuno vuole un’operazione militare congiunta bis, ma una forza neutra capace di contribuire al consolidamento della fiducia tra gli Stati confinanti. In ogni caso, che si tratti di una “forza neutra” o di una “forza comune” con il Ruanda, la soluzione della problematica dell’Est della RDCongo dipende dall’atteggiamento del Ruanda per mettere fine alla sua implicazione nello sfruttamento illegale delle risorse naturali congolesi, vera fonte di conflitto. Fino a quando il Paese di Kagame continuerà a giocare a nascondino, aiutato dai suoi complici congolesi che tramano all’interno,la situazione continuerà a deteriorarsi, indipendentemente dal tipo di forza che si dispiegherà in questa parte del territorio.

La delegazione congolese presente ad Addis Abeba è probabilmente caduta in una grande trappola. Aderendo alla proposta del dispiegamento di una forza africana neutra nel Nord Kivu, mette la MONUSCO in difficoltà, perché sarà sempre più difficile per lei monitorare le attività del CNDP, del M23, delle FDLR e delle altre forze negative che, manipolate dal regime di Kigali, saranno oggetto di operazioni militari da parte della nuova forza. Paul Kagame, che non gradisce più la presenza della Monusco sul territorio congolese, soprattutto dopo le rivelazioni fatte dal gruppo degli esperti delle Nazioni Unite sulla presenza di truppe ruandesi nelle file del M23, ha raggiunto i suoi obiettivi. E ancora di più quando la risoluzione dell’UA concerne anche, e forse soprattutto, le FDLR, inducendo a pensare che sia piuttosto il Ruanda la vittima della presenza dei ribelli Hutu sul territorio congolese. È ciò che Kigali voleva ottenere e l’ha ottenuto. Nella parte orientale della RDCongo, contrariamente alla retorica di Kigali, è il Ruanda che gestisce le cosiddette forze negative, tra cui le FDLR. Il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite è molto esplicito su questo punto, quando rivela il “riciclaggio” dei miliziani delle FDLR in Ruanda, dove sono formati per essere rinviati nel Kivu, per crearvi caos e insicurezza. Lo stesso rapporto denuncia le operazioni di scambio tra “armi e minerali” organizzato dai militari al soldo del Ruanda. Se i Congolesi non stanno attenti, la famosa forza internazionale neutra dell’UA potrebbe ostacolare il lavoro della MONUSCO, impedendole il monitoraggio delle minacce ruandesi controla pace e la stabilità della RDCongo.