Giu 13

Congo Attualità n. 151 – Kivu

SOMMARIO

EDITORIALE: Osare in nome del popolo

1. IL MOVIMENTO RIBELLE DEL 23 MARZO (M23)

2. L’APPOGGIO DEL RUANDA AI RIBELLI DEL M23

a. L’inizio delle inchieste da parte del Governo congolese

b. Il comunicato di Human Right Watch

c. La dichiarazione del Governo congolese

3. IL MESSAGGIO DEI VESCOVI DELLA PROVINCIA ECCLESIASTICA DI BUKAVU SULLA SITUAZIONE DEL NORD E SUD KIVU

4. L’OLOCAUSTO

 

EDITORIALE: OSARE IN NOME DEL POPOLO

1. IL MOVIMENTO RIBELLE DEL 23 MARZO (M23)

Le ragioni addotte dal M23 per giustificare il suo ammutinamento sono, per lo meno, alquanto inconsistenti. In primo luogo, pretendendo di essere gli unici in grado di proteggere i Tutsi congolesi, i ribelli del M23 vogliono far credere che i Tutsi sono una comunità particolare che dovrebbe godere di uno status speciale. Inoltre, chiedendo il riconoscimento dei loro gradi militari, questi ammutinati di origine ruandese cercano di infiltrarsi nei servizi di sicurezza, compreso l’esercito nazionale (FARDC) e la Polizia Nazionale, per occuparvi le funzioni più importanti, lasciando ai veri Congolesi degli incarichi secondari. Il rischio maggiore è che prendano il controllo dei servizi più sensibili, per potere prendere, poi, il potere reale, riducendo i Congolesi in schiavitù nel proprio paese. È persistere nell’errore, se non si vuole mettere fine a questo ammutinamento sostenuto da Kigali.

Il 3 giugno, il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) ha annunciato di aver lasciato la maggioranza presidenziale (MP). In seguito a questa decisione, François Ruchogoza, ministro provinciale della Giustizia e del reinserimento sociale in seno al governo provinciale del Nord Kivu, ha rassegnato le dimissioni insieme ai suoi collaboratori. Il ministro è membro del CNDP. Pur negando che il CNDP abbia lasciato la maggioranza presidenziale (MP) per aderire al Movimento del 23 marzo (M23), Francois Ruchogoza ha affermato che il suo partito esige dal governo congolese il rispetto degli accordi del 23 marzo 2009 che prevedevano, tra l’altro, l’integrazione della polizia dell’ex gruppo armato CNDP, l’integrazione politica dei suoi dirigenti civili e il ritorno dei rifugiati congolesi che vivono in Ruanda e Uganda.

Tuttavia, il presidente nazionale del CNDP, il senatore Mwangachuchu, ha dichiarato di non essere a conoscenza di tale decisione. Il governatore del Nord Kivu, Julien Paluku indica, da parte sua, che non è ancora stato ufficialmente informato di questa dimissione.

Gli ammutinati che sono riusciti a fuggire e disertare il M23 hanno riferito a Human Rights Watch che i disertori militari fedeli a Bosco Ntaganda e quelli del Movimento del 23 marzo-M23 non sono due ribellioni separate e che Ntaganda e Makenga agiscono insieme nella zona di Runyoni. Questi testimoni ha affermato a Human Rights Watch che Ntaganda ha mantenuto il comando generale delle forze.

Il 30 maggio, il Tribunale Militare di Uvira (Sud Kivu) ha condannato, per contumacia, due ufficiali ammutinati alla pena di morte, altri undici sono stati condannati a pene che vanno dai due anni di reclusione fino alla carcerazione a vita e i rimanenti cinque sono stati assolti. Questi ufficiali delle Forze Armate della RDCongo sono stati condannati per diserzione dall’esercito e partecipazione a un movimento insurrezionale, infrazioni commesse a Uvira e Fizi, all’inizio di aprile. La reclusione perpetua è stata richiesta per otto di loro, tra cui il colonnello Bernard Byamungu e il colonnello Samuel Sabimana. I due colonnelli assenti, Eric Ngabo, soprannominato “Zairese”, e Saddam Ringo, sono stati condannati in contumacia alla pena di morte e espulsi dall’esercito. Secondo la giustizia militare, essi hanno ammesso di aver partecipato ad un progetto diretto dal generale Bosco Ntaganda, anch’egli ammutinato. Essi avrebbero partecipato ad un incontro con lui, a Goma, nel mese di marzo. Il piano che hanno attuato è stato quello di ritardare il pagamento delle truppe, per creare malcontento e incoraggiarli ad ammutinarsi. La loro ribellione è ora conosciuta con il nome di M23.

2. L’APPOGGIO DEL RUANDA AI RIBELLI DEL M23

a. L’inizio delle inchieste da parte del Governo congolese

 

Il 29 maggio, i servizi di investigazione militare ruandesi e congolesi hanno iniziato, a Goma (Nord Kivu), un controllo sull’identità di undici cittadini presumibilmente ruandesi che si sono arresi, la settimana precedente, alla Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Congo (Monusco), nel territorio di Rutshuru (Nord Kivu). Entrambe le parti li interrogano alternativamente, alla presenza della Monusco.

Questi combattenti erano stati identificati come cittadini ruandesi reclutati nelle file del Movimento del 23 marzo (M23). Affermano di essere stati reclutati a Mundende, un villaggio ruandese e di aver dovuto lasciare i loro documenti di identità nelle mani dei loro reclutatori. Dichiarano di volere ritornare in patria. Agli inquirenti, hanno riferito che vorrebbero che le autorità li proteggano contro le rappresaglie di coloro che, in Ruanda, li hanno reclutati, dicono, con la forza. Il governo congolese ha dichiarato di aspettare i risultati di questa indagine, prima di confermare o smentire il presunto appoggio del Ruanda al M23.

Secondo un’inchiesta condotta dalle autorità congolesi e dalle Nazioni Unite, l’ammutinamento in corso di una parte dell’esercito nazionale sarebbe attivamente sostenuto dal Ruanda. Tale appoggio consisterebbe nell’invio di materiale bellico e, addirittura, di uomini armati. Fino ad oggi, almeno 51 combattenti di nazionalità ruandese si sarebbero arresi alle autorità militari congolesi o dell’Onu. Ventiquattro di loro si trovano attualmente presso il campo della forza di peacekeeping delle Nazioni Unite (Monusco), a Goma, capitale del Nord Kivu, tredici sono nelle mani dell’esercito regolare (FARDC) e, infine, altri quattordici che il 17 maggio si erano arresi alla Monusco sono scomparsi, probabilmente rimandati con discrezione in Ruanda. I primi undici che si sono arresi alla MONUSCO sono stati interrogati il 29 e 30 maggio da ufficiali congolesi e ruandesi a Goma, in presenza di testimoni della forza delle Nazioni Unite. I risultati di queste audizioni non permettono alcun dubbio sulla natura sistematica di reclutamento e di invio di cittadini ruandesi nella RDCongo, dove combattono a fianco degli ammutinati del M23 contro l’esercito regolare.

Questi Ruandesi non sono militari professionisti. Sono giovani di appena circa 20 anni, provenienti da ambienti rurali svantaggiati, per lo più reclutati nei dintorni delle colline di Mudende, a pochi chilometri dal confine congolese. Le diverse testimonianze di questi giovani ruandesi fanno riferimento a un personaggio: un mandriano – un pastore – che agisce come agente di reclutamento nella zona di Mudende. Si avvicina ai giovani disoccupati dei villaggi e dice loro che «c’è un’opportunità di arruolarsi nell’esercito ruandese». Quando ha raggiunto un numero sufficiente di volontari, organizza lui stesso il trasporto, in autobus, verso Kinigi. I loro effetti personali, carte d’identità, telefoni cellulari e denaro contante sono subito confiscati. Da Kinigi, partono a piedi e in colonna, per Runyioni, roccaforte degli ammutinati del M23 in territorio congolese. Durante il viaggio, ricevono una rapida formazione militare.

Uno di coloro che è riuscito a fuggire, ha dichiarato: «All’inizio dovevamo andare ad attingere acqua o a raccogliere legna da ardere, trasportare casse di munizioni o fissare i teloni delle tende, ma quando sono iniziati i bombardamenti, siamo dovuti andare a recuperare i feriti nelle trincee». Interrogati sulle ragioni della guerra, queste giovani reclute non hanno saputo rispondere. «Ci hanno detto che dovevano difendere coloro che parlano la nostra lingua, che il governo congolese sta combattendo la popolazione di lingua ruandese e che dovevamo quindi combattere per proteggerla». Tutti hanno sentito dire che il loro “grande capo” era il generale Bosco Ntaganda e che avrebbero potuto incontrarlo al termine della loro formazione, ma dicono che non l’hanno mai visto.

Cosa succederà a queste decine di giovani reclutati contro loro volontà per una guerra che non li riguarda? Logicamente, dovrebbero essere rimpatriati. Inoltre, è proprio il loro desiderio. «Ma abbiamo paura», hanno dichiarato. «Quelli che ci hanno reclutati e che hanno confiscato i nostri documenti di identità potrebbero vendicarsi, dopo tutto quello che abbiamo rivelato». Il bovaro-reclutatore di Mudende ha arruolato centinaia di giovani. Secondo le testimonianze, il proprietario della fattoria è un ufficiale dell’esercito ruandese.

Le prime diserzioni dei militari fedeli a Bosco Ntaganda datano del 9 aprile. Tuttavia, varie reclute ruandesi affermano di essere state inviate in RD Congo già nel mese di febbraio. «Questa è la prova di un piano minuziosamente preparato da lunga data, un’infiltrazione in vista di un’aggressione premeditata», afferma un funzionario che vuole rimanere anonimo.

Inoltre, le FARDC affermano di detenere, a Goma, nove ex miliziani delle FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda) che avrebbero aderito al M23, dopo essere stati disarmati e rimpatriati in Ruanda dalla Monusco. Il governo congolese riuscirà ad alzare la voce contro il regime ruandese? «È molto difficile», dice un consigliere ministeriale, ammettendo che «per fare questo, bisognerebbe essere appoggiati dalla comunità internazionale che, però, sostiene piuttosto il Ruanda stesso». La MONUSCO riuscirà a prendere l’iniziativa per bloccare questa interferenza che mette in pericolo la pace? L’opinione pubblica congolese ne dubita molto.

Il 30 maggio, la questione del rapporto confidenziale della Monusco sul presunto appoggio del Ruanda agli ammutinati del M 23 è stata al centro della conferenza stampa settimanale della Monusco, a Kinshasa. Il portavoce, Acting, Penangnini Touré, ha affermato di non avere ancora visto il citato rapporto. Secondo lui, «la Monusco ha solo riportando le dichiarazioni di 11 combattenti che sono fuggiti dai combattimenti e che si sono arresi alla Monusco, nel quadro del programma di disarmo e reinserimento (DDRRR)». Egli ha precisato che «questi 11 combattenti hanno dichiarato che sono stati reclutati in Ruanda e che, dopo una formazione di tipo militare, credevano di entrare nell’esercito ruandese, ma si sono poi ritrovati dall’altra parte della frontiera». Penangnini Toure è formale: «la Monusco ha solo riferito ciò che le è stato detto da coloro che si sono recati alla loro base». Il portavoce Toure Penangnini riporta la questione a un problema di interpretazione. Rispondendo ad una domanda, egli ha affermato: «Non abbiamo alcuna prova che il Ruanda abbia un ruolo in ciò che sta accadendo all’est della RDCongo». E ha concluso: «Come si può dire che la MONUSCO accusa il Ruanda, se non ha fatto che riportare ciò che le è stato riferito?».

Il 30 maggio, i ministri della Difesa e degli Interni sono stati chiamati in Assemblea Nazionale per rispondere a due interrogazioni orali con dibattito. Al Vice Primo Ministro e Ministro della Difesa è stato chiesto di rispondere all’interrogazione orale presentata da Martin Fayulu Madidi sul nuovo accordo firmato tra la RDCongo e il Ruanda. Al secondo è stata rivolta una seconda interrogazione orale, presentata da Jemis Mulengwa e relativa all’insicurezza di cui è vittima la popolazione dell’Est del Paese. Il Presidente dell’Assemblea Nazionale ha deciso di tenere la plenaria a porte chiuse apportando, come motivazione, la delicatezza dei problemi trattati e le disposizioni normative vigenti. Infuriati, alcuni deputati dell’opposizione sono usciti dall’aula, per dimostrare la loro disapprovazione.

b. Il comunicato di Human Right Watch

Il 4 giugno, in un comunicato reso pubblico, Human Rights Watch ha dichiarato che alcuni responsabili militari ruandesi hanno armato e sostenuto, nell’Est della RD Congo, i militari ammutinati guidati dal generale Bosco Ntaganda, ricercato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale. Alcune autorità militari ruandesi hanno autorizzato Bosco Ntaganda ad entrare in Ruanda e gli hanno fornito nuove reclute, armi e munizioni.

Delle indagini condotte sul campo, nel mese di maggio, da Human Rights Watch hanno rivelato che autorità militari ruandesi hanno fornito armi, munizioni e circa 200-300 reclute per sostenere i militari ammutinati fedeli a Ntaganda, stanziate nel territorio di Rutshuru. Secondo HRW, varie persone sono state reclutate, con la forza, nei distretti di Musanze e Rubavu, in Ruanda. Tra i civili costretti ad arruolarsi ci sono anche dei minori con età inferiore ai 18 anni.

Secondo alcuni testimoni, vari reclutati sono stati sommariamente giustiziati su ordine degli uomini di Ntaganda, mentre cercavano di scappare. Altri testimoni hanno riferito a Human Rights Watch che tra le armi fornite alle forze di Ntaganda, da responsabili militari ruandesi, c’erano fucili d’assalto tipo Kalashnikov, granate, mitragliatrici e artiglieria antiaerea. Le nuove reclute hanno trasportato queste armi fino a Runyoni, base principale della ribellione di Ntaganda, in RD Congo.

Secondo Human Rights Watch, le nuove reclute, le armi e le munizioni provenienti dal Ruanda sono state un importante appoggio per Ntaganda e i suoi militari. Tale sostegno ha permesso loro di mantenere le loro posizioni militari sulle colline di Runyoni, Tshanzu, Mbuzi e nei villaggi circostanti, nonostante l’offensiva militare dell’esercito congolese contro di loro.

Anche ultimamente, alcune autorità militari ruandesi hanno autorizzato Ntaganda e vari membri delle sue forze ad entrare in Ruanda, in diverse occasioni, per evitare il loro arresto, o per fuggire dagli attacchi delle forze armate congolesi o per ricevere un sostegno militare. Dei testimoni affermano di aver visto Ntaganda, il 26 maggio, a Kinigi, in Ruanda, dove ha incontrato un ufficiale dell’esercito ruandese presso il bar Bushokoro. Kinigi è il luogo di nascita di Ntaganda, dove mantiene ancora dei legami familiari.

Oltre ad essere oggetto di un mandato di arresto emesso dalla CPI, il nome di Ntaganda si trova anche su una lista di persone oggetto di sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tra le sanzioni, figura anche il divieto di viaggiare all’estero, fuori della Repubblica Democratica del Congo. Quindi, secondo le sanzioni decretate dalle Nazioni Unite, anche il Ruanda, come altri paesi, ha l’obbligo di “prendere le misure necessarie per impedire l’ingresso o il transito attraverso il suo territorio di tutte le persone” riprese nella lista delle sanzioni.

Oltre a Ntaganda, altri ex ufficiali dell’esercito congolese ora ammutinati, come il colonnello Makenga, si sono recati in Ruanda anche durante la loro rivolta. Alcuni testimoni intervistati da Human Rights Watch li hanno visti attraversare la frontiera per incontrare ufficiali militari ruandesi e parlare con loro.

Reclutamento in Ruanda.

Human Rights Watch ha intervistato 23 persone che sono fuggite o che hanno disertato le file dei militari ammutinati di Ntaganda, dopo il loro arrivo nel territorio di Rutshuru all’inizio di maggio. Tra questi testimoni, c’erano nove persone reclutate in Ruanda, sette in RD Congo e una in Uganda, tutti civili ruandesi; due ragazzi congolesi in RD Congo, e quattro Congolesi che avevano disertato l’esercito regolare per aderire al movimento di ammutinamento che, alla fine, hanno poi abbandonato. Intervistati separatamente, i testimoni hanno dichiarato che tra i militari di Ntaganda ci sono centinaia di persone reclutate in Ruanda.

Sono state reclutate con la forza o con la promessa che avrebbero guadagnato molti soldi o che sarebbero stati arruolati nell’esercito ruandese. Alcuni erano dei veterani smobilitati delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR), un gruppo ribelle composto principalmente di Ruandesi hutu ancora attivo in Congo. Altri erano civili senza una preparazione militare. Secondo alcuni racconti, diverse persone reclutate con la forza erano minori con età inferiore ai 18 anni.

Molte delle persone reclutate in Ruanda hanno affermato di essere state prelevate con la forza lungo la strada o al mercato nei pressi di Musanze (ex Ruhengeri) e Kinigi (distretto di Musanze), nel nord-ovest del Ruanda e di essere state portate al campo militare di Kinigi. Altri sono stati reclutati nel settore di Mudende (distretto di Rubavu). Due civili ruandesi del distretto di Musanze, di età compresa tra i 19 e i 22 anni, hanno riferito a Human Rights Watch che, intorno al 19 maggio, mentre stavano guardando un film all’aperto in un tardo pomeriggio, i soldati ruandesi li hanno obbligati a salire su un camion con altri 30 ragazzi circa. Degli ex combattenti delle FDLR hanno dichiarato che alcuni “coordinatori del programma di disarmo e reinserimento ” e altri ex combattenti li hanno invitati a partecipare a delle riunioni per combattenti smobilitati e che avevano accettato nella speranza di ricevere un aiuti finanziario o di trovare un lavoro.

Nel campo militare di Kinigi, i soldati ruandesi fornivano armi e munizioni alle nuove reclute, poi, dopo averle divise in gruppi di 40 a 75 persone, le obbligavano, scortate da soldati ruandesi, a trasportare le armi e le munizioni attraverso il parco nazionale fino al confine congolese. Alla frontiera, le scorte militari ruandesi consegnavano le nuove reclute ai militari di Ntaganda che le aspettavano, per condurle, infine a Runyoni, in Congo.

Quando le nuove reclute arrivavano a Runyoni, quelle che avevano ricevuto un addestramento militare erano subito mandate in prima linea per combattere contro l’esercito congolese. Alcune reclute civili hanno ricevuto un rapido addestramento militare di base, ad esempio come usare una pistola, e sono state poi mandate in prima linea. Altre avevano l’incarico di costruire capanne, preparare il cibo, attingere l’acqua o cercare (= rubare) cibo e altri beni nelle case e nei campi abbandonati intorno a Runyoni. Nella maggior parte degli esempi descritti a Human Rights Watch, dopo aver consegnato le nuove reclute ai militari di Ntaganda, i militari ruandesi ritornavano al campo militare di Kinigi. In diverse occasioni, tuttavia, i militari ruandesi li hanno accompagnati fino a Runyoni e hanno partecipato ai combattimenti a fianco delle forze di Ntaganda indossando, a volte, uniformi dell’esercito congolese.

Esecuzioni sommarie di reclute.

Coloro che hanno tentato di sfuggire alle forze di Ntaganda o hanno rifiutato di lavorare o di combattere perché erano stanchi, hanno dovuto subire severe sanzioni. Secondo testimonianze raccolte da Human Rights Watch, alcuni di loro sono stati immediatamente giustiziati. Un testimone ha riferito a Human Rights Watch che il colonnello Makenga gli ha ordinato di uccidere tre persone che erano state catturate mentre cercavano di scappare. «Li abbiamo uccisi con un agapfuni, una specie di martello. Prima di ucciderli, li abbiamo legati. Uno aveva circa 25 anni, un altro 18 e il terzo 20 anni. Quattro di noi abbiamo ricevuto l’ordine di ucciderli. Poi li abbiamo sepolti là, a Runyoni».

Vari ufficiali che hanno aderito all’ammutinamento di Ntaganda, tra cui il colonnello Makenga, il colonnello Ngaruye, il colonnello Innocent Zimurinda e il colonnello Kayna, hanno una storia di gravi violazioni dei diritti umani nell’Est della RD Congo. Human Rights Watch, organizzazioni delle Nazioni Unite e Ong locali per i diritti umani hanno documentato massacri di carattere etnico, torture, sequestri, violenze sessuali e arruolamento forzato di bambini commessi mentre erano comandanti di gruppi ribelli o ufficiali dell’esercito congolese.

c. La dichiarazione del Governo congolese

Il 9 giugno, nel corso di una conferenza stampa a Goma, al termine di una missione governativa guidata dal primo ministro Matata Ponyo, il portavoce del governo, Lambert Mende, ha letto una dichiarazione del governo sulla situazione relativa all’insicurezza del Kivu, di cui presentiamo alcuni estratti:

«In un vano tentativo di dare un carattere politico (alla nuova ribellione) che, in realtà, si è rivelata essere una fuga in avanti dinanzi alle esigenze della giustizia nei confronti di Ntaganda, ricercato per i crimini che aveva commesso come membro dell’UPC in Ituri, un gruppo di ufficiali membri del nuovo M23 hanno cominciato a fare affermazioni vuote e insensate. Le cause di questa loro agitazione non hanno nulla a che fare con gli impegni assunti nel 2009 dal governo congolese e che non avrebbe onorato.

Inoltre, informazioni provenienti da varie fonti ma concordanti, rivelano il tipo di appoggio di cui gode la banda di Ntaganda a partire dal Ruanda e l’esistenza di una catena di reclutamento di combattenti per Ntaganda, attiva in tale paese limitrofo, membro, come la RDC, dell’Unione africana (UA), della Comunità Economica dei Paesi dei Grandi Laghi (CEPGL) e della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL).

Il governo della Repubblica, tenendo conto della gravità dei fatti, ha voluto darsi il tempo necessario per confrontarli con fonti proprie. Oggi, sulla base dei risultati delle inchieste dei nostri servizi, siamo in grado di dichiarare quanto segue:

1) Tra i miliziani del gruppo di Ntaganda e Makenga, si sono trovati circa 200-300 elementi reclutati sul territorio del Ruanda, per opera di una rete attiva nel paese vicino;

2) Diversi combattenti così reclutati sono di nazionalità ruandese. Infiltrati nella RDC, sono stati sottoposti a un breve periodo di addestramento e poi mandati al fronte contro le FARDC;

3) Tra i combattenti, ci sono anche dei minori e dei giovani;

4) Durante la loro fuga, gli ammutinati avevano abbandonato il loro arsenale bellico e 38 tonnellate d’armi sono state recuperate dalle FARDC. Tuttavia, si è notato che la quantità delle armi in possesso della banda di Ntaganda e Makenga è decuplicata dal suo arrivo nella zona triangolare di Runyonyi-Tshianzu-Mbuzi, localizzata presso la frontiera tra la RDC e il Ruanda;

5) Sono sorte alleanze contro natura tra il gruppo di Ntaganda e Makenga da un lato e i militari disertori dall’altro, con l’obiettivo di spartirsi il bottino dei loro saccheggi;

6) La stessa cosa si è verificata con le FDLR che le FARDC stavano combattendo e che sono paradossalmente diventate alleate del gruppo di Ntaganda e Makenga, il M23, come dimostrato dalla presenza, a loro fianco, a Runyonyi, del colonnello Mandevu, delle FDLR e di combattenti delle FDLR, in passato rimpatriati in Ruanda dalla MONUSCO.

Queste informazioni precise, dettagliate, verificate e confermate provengono da fonti del Governo stesso che si è implicato in una raccolta paziente dei fatti. Esse rivelano un problema da risolvere con urgenza nella sinergia tra gli Stati della regione dei Grandi Laghi, nella loro lotta contro le forze negative.

Una cosa è innegabile: il territorio ruandese è servito per la preparazione e l’attuazione di una cospirazione che, dopo essere iniziata come un semplice ammutinamento, evolve pericolosamente verso uno schema di violazione della pace tra i due paesi nella regione dei Grandi Laghi.

Questo sfortunata vicenda è stata al centro di tutti gli incontri bilaterali che si sono tenuti ultimamente tra gli esperti congolesi e ruandesi.

Il governo congolese denuncia la passività, o qualcosa di più, delle autorità ruandesi di fronte a queste gravi violazioni della pace e della sicurezza nella RDCongo, organizzate a partire dal loro territorio.

Il Governo riafferma che è determinato a proteggere la vita dei Congolesi e che sono state prese tutte le misure possibili per liberare le due province dei Kivu dal cancro della sistemica violenza che mette in pericolo il loro decollo economico.

Il governo non intende negoziare con i gruppi armati, il CNDP, il M23 o le FDLR che sono invitati ad arrendersi alle autorità congolesi o alla MONUSCO, depositando le armi, prima di essere sconfitte dalle FARDC. Il Governo riafferma, inoltre, che essendo un esercito nazionale e repubblicano, le FARDC non saranno mai organizzate su base tribale.

Il governo congolese intende avvalersi di tutti i canali diplomatici, per denunciare e sconfiggere questa nuova avventura che minaccia la pace e la sicurezza nel nostro paese.

Convinto che ci sia un nesso causale tra l’insicurezza nella parte orientale della RDCongo e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali, il Governo avvierà il processo di certificazione e di tracciabilità dei minerali, come raccomandato dalla CIRGL e ha deciso di punire severamente tutti i banchi di esportazione, le imprese di trasformazione e i commercianti che continuano a comprare minerali nei siti non certificati e non convalidati. Inoltre, si procederà al ritiro e alla cancellazione di tutti i diritti e titoli minerari in stato di congelamento nel Nord Kivu. D’ora in poi, sarà necessario che i titolari di permessi di ricerca minerari validi li trasformino rapidamente in permessi di estrazione per costruire impianti di trasformazione dei minerali nel nostro paese».

3. IL MESSAGGIO DEI VESCOVI DELLA PROVINCIA ECCLESIASTICA DI BUKAVU SULLA SITUAZIONE DEL NORD E SUD KIVU

Dal 28 maggio al 2 giugno, i vescovi della provincia ecclesiastica di Bukavu, si sono riuniti in sessione ordinaria al termine della quale hanno pubblicato un messaggio dal titolo “Quando verrà la pace all’Est della Repubblica Democratica del Congo?”.

Così scrivono i Vescovi:

«Tra gli obiettivi delle nostre preoccupazioni, abbiamo trovato una convergenza di indizi che sollevano lo spettro di una guerra caratterizzata da contenuti e moventi ancora nascosti. In passato, i segni precursori erano inizialmente apparentemente semplici. Ma sono degenerati poi in un conflitto generalizzato. Occorre, quindi, anticipare e prevenire.

In effetti, nel Nord e Sud Kivu, sono nuovamente apparsi, sotto vari nomi, altri conflitti armati strutturati. Va notata anche la ripresa delle violenze da parte di gruppi armati nel Nord Kivu, in seguito al mandato d’arresto del generale Bosco Ntaganda, emesso dal Corte Penale Internazionale (CPI). Tali ostilità stanno causando massicci spostamenti di popolazione all’interno e all’esterno del paese. A queste peripezie, si aggiunge un aumento senza precedenti del banditismo armato lungo le vie di comunicazione stradali, fluviali e lacustri.

1. Diversi moventi come cause remote della guerra.

La guerra ha le sue radici in problemi dimenticati o non risolti adeguatamente, come quello, ad esempio, dei rifugiati ruandesi.

Le guerre sono causate anche da disfunzioni sociali interne che generano ingiustizie, disuguaglianze e risentimenti e innescano il circolo vizioso della vendetta. Le guerre sono mantenute anche da ogni sorta di bramosie che usufruiscono di complicità sia all’interno che all’esterno del Paese.

Nella Repubblica Democratica del Congo, in effetti, le guerre sono state, e lo sono ancora spesso, guerre di predazione interna ed esterna, i cui contorni sono stati approfonditamente studiati da vari gruppi che hanno infine denunciato un macabro bilancio di milioni di congolesi sacrificati. Le guerre affondano ancor di più le popolazioni nella miseria. Ma nessun rimedio è stato applicato.

2. Le cause immediate della ripresa delle ostilità: interessi particolari e predazione.

Quando si prendono in esame certi moventi avanzati per riprendere le ostilità, ci si rende conto che sono più dei semplici pretesti che veri motivi che, invece, ci sembrano essere:

  • Sfuggire alla giustizia per reati individuali commessi in passato;
  • Evitare l’integrazione nelle forze armate;
  • Mantenere lo statu quo che favorisce la predazione.

Nel frattempo, il paese continua a funzionare come una sorta di riserva, una terra di nessuno, una giungla in cui intere zone sono abbandonate nelle mani di gruppi di interessi, a scapito delle popolazioni locali che hanno già troppo sofferto troppo per la mancanza dello Stato, o almeno per la sua evidente debolezza.

3. La calamitosa gestione dei rifugiati ruandesi da parte della comunità internazionale.

Nel 1994, dopo il genocidio ruandese, sotto mandato delle Nazioni Unite e mediante l’Opération Turquoise, la Francia, ha introdotto nel Kivu milioni di rifugiati, compresi dei militari e dei miliziani armati; l’UNHCR li ha assistiti per due anni, poi li ha abbandonati nelle nostre foreste, senza alcuna identificazione amministrativa, né da parte del loro Paese, né del Congo, né delle Nazioni Unite.

Ci fu un tempo in cui si è addirittura detto che in Congo non c’era più alcun rifugiato ruandese. Ma i fatti sono testardi, i rifugiati ci sono ancora! Ma senza alcun statuto amministrativo. Da questo punto di vista, essi non sono né cittadini del loro paese, né rifugiati delle Nazioni Unite, né rifugiati accolti in quanto tali dalla RDCongo. Nessuna amministrazione ufficiale sa dare un nome a un volto. E ci si meraviglia che siano diventati incontrollabili.

Per questo motivo, occorre pensare di chiarire lo status amministrativo di questo gruppo umano. È necessario che, su questo argomento specifico, lo Stato congolese assuma le sue responsabilità ed esiga una soluzione, affinché siano sotto controllo, come in tutti gli altri paesi del mondo.

Per quanto riguarda lo statuto penale di quelli fra loro sospettati di genocidio, è necessario che sia conforme con il principio generale del diritto, secondo cui il reato è personale, individuale e legato ad una età legale. Pertanto, i giovani compresi tra i 18 ei 25 anni non potranno subire le conseguenze delle responsabilità dei loro padri. D’altra parte, se questi giovani commettono crimini sul territorio congolese, come spesso purtroppo accade, i tribunali della RDCongo hanno il potere e il dovere di processarli, conformemente al codice penale congolese.

4. Una moltitudine di gruppi armati nella parte orientale della RD Congo.

Le violenze di ex signori della guerra cambiano costantemente la loro denominazione, ma le motivazioni e gli autori rimangono, in sostanza, sempre gli stessi. Hanno fatto di tutto per sfuggire ai tentativi di ristrutturazione dell’esercito nazionale che si sono intrapresi dopo le ultime guerre del 1996 e 1998. Questi tentativi di riforma sono stati fatti sulla base di compromessi politici mal negoziati.

In effetti, quando in un paese multiculturale come la RDCongo, l’autorità tollera per troppo tempo che grandi unità militari siano formate principalmente sulla base dell’appartenenza tribale, ne consegue che altri gruppi umani tendano, anch’essi, a costituirsi in una moltitudine di piccoli Stati. È importante ricordare che la Repubblica Democratica del Congo ha circa 400 gruppi linguistici. Così, il nostro paese si vede infestato da una moltitudine di signori della guerra. Di queste milizie attive nel 2009, la Conferenza di Goma ne ha fatto un inventario abbastanza ampio. E attualmente, molti altri gruppi armati continuano a nascere …

In tutti i casi, in questa crisi, è urgente porre fine a questo stato di cose che riguarda tutti i gruppi armati, siano essi di origine nazionale o straniera, altrimenti si assisterà all’installazione dell’instabilità.

La missione delle forze dell’ordine, della polizia e dell’esercito è quella di proteggere la nazione intera e tutti i cittadini e non un gruppo particolare. Le forze dell’ordine o sono repubblicane o non lo sono. Non è accettabile alcun compromesso tra le varie forme di integrazione. È un errore del passato che va corretto il più rapidamente possibile. In breve, per la vita di una nazione è essenziale poter disporre di un esercito repubblicano e unificato.

5. Credibilità dello Stato.

Ci sono certamente dei progressi visibili in vari settori del buon governo: la moneta è stabile, si comincia a pagare i salari, la polizia e l’esercito sono gradualmente equipaggiati, alcune infrastrutture sono state riabilitate o costruite, si comincia timidamente a lottare contro la corruzione.

Il punto debole, tuttavia, rimane la sicurezza delle persone e dei beni. Di fronte alla frequenza di omicidi, massacri, stupri, furti, arresti arbitrari e illegali, malfunzionamento del sistema giudiziario, la popolazione si attende che lo Stato riprenda in mano la sua missione e le sue principali responsabilità.

Molti congolesi, infatti, si interrogano sulla credibilità del loro Stato e sulla sua capacità di adempiere la sua missione sovrana in materia di protezione civile. Esitazioni e fallimenti sono ancora troppi, perché certe iniziative ancora relativamente limitate siano convincenti.

Per farvi fronte, è urgente che i servizi pubblici ritornino ad essere efficaci.

Lo Stato deve condannare severamente autore, co-autore e complice di ogni infrazione contro la Società. Ma per ottenere migliori risultati, si richiede una profonda riforma dell’amministrazione: è indispensabile che nei testi e nella prassi amministrativa, gli agenti dello Stato che ledono lo Stato o il privato siano tenuti a rispondere delle loro azioni sia in materia civile che penale.

6. Motivi di speranza.

Abbiamo appena vissuto un periodo difficile, quello delle elezioni del 2011. Molti osservatori avevano previsto l’implosione del paese. Ma abbiamo conservato l’unità. Ci congratuliamo con il nostro popolo per questo senso di patriottismo. È stato formato un nuovo governo che è stato oggetto di un certo consenso nazionale. Possiamo concedergli una possibilità di poter riuscire e far avanzare il paese. È auspicabile che, a sua volta, esso si metta in ascolto della popolazione e avvii le riforme auspicate nei vari settori dell’amministrazione, della sicurezza, della politica estera e dello sviluppo sostenibile del paese.

Conclusione.

Al termine di questa rapida lettura degli eventi attuali, esprimiamo ancora una volta il nostro attaccamento all’unità, l’integrità e la sovranità del nostro paese e invitiamo i politici e la popolazione a perseverare in questa direzione. Abbiamo bisogno di lavorare insieme per non permettere che il nostro paese si disintegri sotto l’influenza di forze centrifughe che dispongono di molti predatori, all’interno come all’esterno. Esortiamo i dirigenti politici del nostro paese a rimanere vigili nei confronti delle forze centrifughe, interne o esterne, che vogliono balcanizzare il nostro paese, la Repubblica Democratica del Congo».

4. L’OLOCAUSTO CONTINUA

Il 28 maggio, il capo del posto amministrativo di Kalonge, nel territorio di Kalehe (Sud Kivu), ha rivelato che cinque persone sarebbero state uccise nel corso di un attacco perpetrato presumibilmente, la settimana precedente, dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) contro il villaggio di Chaminunu. Tra le vittime, una donna e un bambino. Diverse anche le mucche rubate dagli aggressori. Altre fonti hanno rivelato che pochi giorni prima dell’attacco, le FARDC si sarebbero scontrate con i ribelli delle FDLR che sono ritornati il giorno dopo, quando i militari dell’esercito regolare era già andati via.

Il 30 maggio, il vice presidente della società civile del Nord Kivu, Omar Kavota, ha affermato che la comunità tutsi di Kitshanga, in territorio di Masisi (Nord Kivu), sta fuggendo in massa verso Goma, il capoluogo. Gli sfollati, egli ha detto, sarebbero fuggiti per paura di un possibile attacco sul loro villaggio da parte dei ribelli del Movimento del 23 marzo. Secondo Omar Kavota, «in seguito agli attacchi dell’esercito regolare a Jomba e a Bueza, nel territorio di Rutshuru, i ribelli del M23 stanno prendendo in considerazione la possibilità di ritornare a Kitshanga». Sempre secondo il vice presidente della società civile, «i ribelli del M23 starebbero uccidendo molte persone per giustificare, poi, un eventuale genocidio che sarebbe allora attribuito all’esercito regolare».

Il 30 maggio, il portavoce militare della Monusco (Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in RD Congo), il colonnello Mactar Diop, ha dichiarato alla stampa che, secondo le testimonianze raccolte, tra il 9 e il 25 maggio 2012, in undici villaggi di Ufamandu I e II (territorio di Masisi), sarebbero stati uccisi 98 civili. Autori dei massacri sarebbero miliziani di vari gruppi armati Mayi Mayi, come i Rahiya Mutomboki, i Kifuafua e quelli delle Forze Difensive Congolesi (FDC) e miliziani delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). I massacri sono stati consecutivi agli attacchi condotti dai Mayi-Mayi Rahyia Mutomboki contro le FDLR il 14 maggio 2012. Secondo i testimoni intervistati dalla missione delle Nazioni Unite, la maggior parte degli omicidi sono stati commessi da uomini armati di machete, lance e coltelli e appartenenti alla milizia Raia Mutomboki, gruppo di autodifesa che combatte i ribelli ruandesi delle FDLR. La maggior parte delle vittime appartengono alla comunità Hutu. Secondo i testimoni, gli assalitori scandivano messaggi rivolti alle vittime, affinché ritornassero nella loro patria, il Ruanda.

Secondo le ultime stime disponibili, tra il 1° aprile e il 18 maggio, oltre 100.000 persone sono sfollate, fra cui quasi 74.000 nei territori di Lubero, Masisi e Rutshuru.