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Dic 16 2011

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Congo Attualità n. 135

SOMMARIO

EDITORIALE: COL FIATO SOSPESO

1. ALLA VIGILIA DELLA PUBBLICAZIONE DEI RISULTATI PROVVISORI

– L’attività della Commissione Elettorale
– L’opposizione contesta i risultati parziali
– I comunicati di International Crisis Group e della Conferenza Episcopale

2. LA PUBBLICAZIONE DEI RISULTATI PROVVISORI

3. DOPO LA PUBBLICAZIONE DEI RISULTATI

– Le reazioni dei partiti politici di opposizione
– Le reazioni della comunità internazionale
– Incidenti a Kinshasa, Mbuji-Mayi e Kamina
– Le dichiarazioni del Centro Carter, del cardinale Laurent Monsengwo e della missione di osservazione elettorale dell’UE

 

EDITORIALE: COL FIATO SOSPESO

I giorni scorrono sotto il segno della preoccupazione verso il 17 dicembre 2011, giorno previsto per il verdetto finale della Corte suprema di giustizia della Repubblica Democratica del Congo (RD Congo) riguardo all’esito delle elezioni presidenziali.

Manifestazioni di protesta dell’opposizione, la mano pesante delle forze militari dello Stato nel reprimere gli oppositori, morti fra i civili, risorgere di antiche tensioni tra province sostenitrici dell’uno o dell’altro candidato (Katanga e Kasai), dichiarazioni di associazioni e istituzioni nazionali e internazionali riguardo alle modalità del voto e del conteggio, prese di posizioni di singoli… il tempo scorre, mentre l’animo della popolazione è inquieto.

Non è solo né tanto l’esito del voto, la vittoria dell’uno o dell’altro candidato che tiene gli animi sospesi, ma l’uso della violenza da parte dell’uno e dell’altro contendente. Del vincitore, per domare ogni tentativo o desiderio di ribellione, del perdente per rivendicare i suoi pretesi diritti.

La carenza di fiducia da parte dei partiti d’opposizione nella Corte Suprema di Giustizia, che considerano fedele al campo del presidente uscente Joseph Kabila, è un elemento di minaccia. Si può sperare che seguano il consiglio del cardinale arcivescovo di Kinshasa, Laurent Monsengwo Pasinya che, nel dichiarare i risultati pubblicati dalla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) non conformi alla verità e alla giustizia, ha esortato a prendere la via del ricorso alla Corte Suprema. Quale via prenderanno, dunque?

In questi giorni, sembra dominare soprattutto la mano pesante del potere in carica, con una polizia che in non pochi casi ha agito brutalmente, fino all’assassinio di civili. Rischio crescente dell’installarsi di una dittatura dai metodi violenti, sotto le spoglie di una democrazia?

La forza della RD Congo in questo momento è il suo popolo, sono le tante persone che non vogliono più che sia imboccata la strada della violenza. La forza della RD Congo è anche la Comunità internazionale, se accetta di giocare tutto il suo peso perché sia rispettato il risultato delle urne, nonostante le molteplici sbavature di tutto il processo elettorale.

È importante, più che mai in questo tempo, tenere gli occhi aperti sulla RD Congo, ce lo chiede la società civile, l’intera popolazione. Portare questo popolo nel nostro interesse, nella nostra solidarietà, e, per chi crede, nella nostra preghiera.

 

1. ALLA VIGILIA DELLA PUBBLICAZIONE DEI RISULTATI PROVVISORI

L’attività della Commissione Elettorale

Il 7 dicembre, la Ceni-Katanga ha pubblicato il suo rapporto finale di compilazione dei risultati delle elezioni presidenziali. Secondo il rapporto, la percentuale di compilazione per l’intera provincia è del 99%. Tuttavia, nel Centro Locale di Compilazione dei Risultati (CLCR) non sono ancora stati trovati i risultati di 51 dei 1442 seggi elettorali che compongono la città di Lubumbashi. La Ceni / Katanga ha fornito la lista e i codici di questi 51 seggi localizzati in diversi comuni di Lubumbashi e di cui il CLCR non riesce ancora a trovare i risultati. Si tratta di oltre 20.000 voti scomparsi. Il segretario esecutivo provinciale della Ceni / Katanga, Eddy MUTOMB, conferma che, il 28 novembre, questi seggi erano aperti e stima che questa perdita potrebbe essere dovuta, in parte, ai disordini registrati, in quella data, a Lubumbashi. Per esempio, il centro della scuola Ndandja, nel comune di Kampemba, con venti seggi elettorali, era stato attaccato da uomini armati che avevano bruciato urne e cabine elettorali. La Ceni / Katanga termina il rapporto generale sulla situazione per inviarlo a Kinshasa, segnalando la perdita dei risultati di 51 seggi.

Il 7 dicembre, durante la conferenza stampa settimanale, il portavoce della Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della RDCongo (MONUSCO), Madnodje Mounoubai, ha riaffermato che la missione «non è stata incaricata di certificare i risultati delle elezioni del 28 novembre». Madnodje Mounoubai ha dichiarato che la MONUSCO non ha alcun ruolo nel calcolo dei risultati delle elezioni nella RDC e ha concluso: «Non abbiamo questo mandato».

L’8 dicembre, la Ceni ha annunciato lo spostamento, per la seconda volta consecutiva, della pubblicazione dei risultati provvisori delle presidenziali al 9 dicembre. Il presidente della Ceni, Daniel Ngoy Mulunda, ha dichiarato che il comitato dovrebbe avere un tempo necessario per controllare tutti i verbali della compilazione dei risultati eseguita nei seggi elettorali. «Dobbiamo confrontare se i risultati ricevuti attraverso i verbali corrispondono a quelli ricevuti via satellite. Si tratta di un lavoro enorme che dobbiamo fare, per assicurare la credibilità e la conformità delle cifre che comunicheremo, CLCR per CLCR [Centro locale compilazione dei risultati], provincia per provincia», ha spiegato ai giornalisti il presidente della CENI, Daniel Ngoy Mulunda. Altre fonti evocano un altro motivo del ritardo. Secondo loro, il comitato stesso della CENI sarebbe, in realtà, diviso per discordie interne e due membri dell’opposizione avrebbero rifiutato, per il momento, di pubblicare dei risultati che considerano infondati.

 

L’opposizione contesta i risultati parziali

Il 7 dicembre, in una conferenza stampa tenuta a Kinshasa, Jacquemain Shabani, Segretario Generale dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), ha affermato che il suo partito, rifiuta apertamente i risultati parziali rilasciati dalla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) e chiede che tale commissione fornisca la tracciabilità dei risultati finali provvisori la cui pubblicazione è stata rinviata all’8 dicembre.

Egli ha sottolineato che «la pubblicazione dei risultati deve essere fatta seggio per seggio e centro per centro, per consentire il confronto delle cifre. Le pubblicazioni parziali della CENI sono opache, di parte e senza alcun riferimento. Questi risultati parziali sollevano solo dubbi. Ecco perché l’UDPS non ne tiene conto».

Considerando fin dall’inizio come “nulli” i risultati parziali pubblicati dalla CENI, sostenendo che essi non riflettono “la verità delle urne” e denunciando le irregolarità e frodi constatate durante le elezioni, Jacquemain Shabani ha ribadito che «il popolo congolese si è chiaramente espresso per l’alternanza, come confermato dai risultati esposti pubblicamente in tutti i seggi elettorali» e che «l’opposizione non permetterà nessun tentativo di colpo di stato elettorale.

La CENI dovrà esibire i 169 verbali originali emessi dai 169 centri locali per la compilazione dei risultati». Per il Segretario Generale dell’UDPS, il rinvio della pubblicazione dei risultati provvisori è inteso dal suo partito come un mezzo cui ha fatto ricorso la CENI per correggere gli errori e assumere un atteggiamento responsabile a favore di ciò che egli chiama verità delle urne.

Secondo Tharcisse Nembalemba Loseke, co-fondatore dell’ECIDe e membro della “Dynamique Tshisekedi Président”, una coalizione di partiti che appogiano Etienne Tshisekedi wa Mulumba, i membri dell’opposizione (MLC e ODR) che fanno parte del comitato di presidenza della Ceni potranno ratificare i “risultati provvisori” delle elezioni presidenziali solo se i “dati” forniti saranno accompagnati da verbali elettorali correttamente compilati nelle diverse circoscrizioni elettorali. «Si dovrebbero controllare tutte le buste provenienti dalle varie circoscrizioni per assicurarsi dell’autenticità delle firme delle persone autorizzate presso i centri locali di compilazione dei risultati», ha affermato, aggiungendo: «Qualsiasi azione contraria equivarrebbe a un colpo di stato elettorale».

L’8 dicembre, nel pomeriggio, a Kinshasa, tre militanti dell’UDPS sono stati uccisi durante degli scontri con la polizia a Limete, nei pressi della residenza di Etienne Tshisekedi. Un militante è stato ucciso, altri due sono stati schiacciati da una jeep della polizia, ha annunciato in serata un portavoce del partito, Alberto Moleka. Già in tarda mattinata, la polizia aveva disperso un raggruppamento di poche decine di giovani attivisti dell’opposizione.

La contestazione dell’eventuale vittoria di Joseph Kabila per un secondo mandato di cinque anni fa temere disordini, in particolare a Kinshasa, sotto alta sorveglianza della polizia già da diversi giorni. I raggruppamenti dei sostenitori dell’opposizione sono sistematicamente dispersi. La polizia usa gas lacrimogeni, ma spesso ricorre anche alle armi. Ci sono stati alcuni arresti. La città di Kinshasa, di circa dieci milioni di abitanti, vive al rallentatore: le scuole e gli uffici amministrativi sono chiusi, i taxi scarseggiano, le persone sono riluttanti a uscire di casa e di notte le strade sono deserte. Giorno dopo giorno, riferisce un giornalista congolese, l’uso di bombe molotov si sta diffondendo sempre più tra gli indignati di Kinshasa. Ma lui non può scriverlo, perché «i giornali e le radio che hanno il coraggio di fare un discorso contrario al sistema o di criticare la Commissione elettorale sono immediatamente chiusi». Ci sono anche timori di violenza nella provincia del Katanga (sud-est), roccaforte di Kabila e in quelle del Kasai occidentale e orientale, regione d’origine di Tshisekedi.

 

I comunicati di International Crisis Group e della Conferenza Episcopale

L’8 dicembre, in un comunicato stampa, International Crisis Group (ICG) afferma che “una settimana dopo le elezioni presidenziali e legislative, la Repubblica Democratica del Congo è di fronte ad una crisi politica che potrebbe nuovamente gettare il paese in un drammatico ciclo di violenza. I risultati (elettorali pubblicati dalla Ceni, ndr) possono provocare le proteste dell’opposizione, un’esagerata risposta delle forze di sicurezza e, quindi, un disordine maggiore”.

ICG ricorda tutti gli ingredienti che rendono possibile la contestazione dei risultati elettorali:

– lo squilibrio politico a favore di Joseph Kabila,

– la modifica della Costituzione in materia di elezioni presidenziali, introducendo un turno unico (invece di due), molto più favorevole al presidente uscente, a causa di una maggiore dispersione dei voti di un’opposizione priva di un candidato unico

– la nomina di persone fedeli al potere all’interno della Commissione elettorale (CENI) e della Corte suprema di giustizia

– l’interdizione di accesso alle liste elettorali da parte dell’opposizione e degli osservatori elettorali

– i mezzi di comunicazione controllati dallo Stato e messi a disposizione del presidente uscente

– una gestione caotica delle operazioni di voto (mancanza di liste, schede e urne), episodi di violenza e frodi (intimidazione degli elettori, brogli elettorali …)

– un conteggio caotico dei voti e pericolosamente opaco.

Per trovare una soluzione, ICG chiede “un’azione internazionale e regionale urgente per salvare le elezioni e convincere i leader congolesi ad astenersi dalla violenza”. Due compiti non facili.

ICG propone diverse misure per cercare di porre fine alla crisi:

– “La commissione elettorale deve contare le schede in modo trasparente (…). Essa deve pubblicare i risultati di ciascun seggio elettorale per consentire una valutazione indipendente”

– “Le autorità devono spiegare chiaramente le modalità secondo cui i partiti politici e gli osservatori hanno la possibilità di contestare i risultati di ciascun seggio (…),

– “Tutti i responsabili politici devono evitare discorsi di incitamento all’odio. Dato che le manifestazioni potrebbero diventare violente, i responsabili dei partiti politici non devono permettere manifestazioni dopo l’annuncio dei risultati”

“nel caso di manifestazioni, le forze di sicurezza devono astenersi dall’uso eccessivo della forza Ogni atto di violenza deve essere oggetto di indagini da parte delle organizzazioni dei diritti umani congolesi e internazionali e, se è il caso, della CPI “

– “L’ONU, l’UA e l’UE devono immediatamente inviare una missione di mediazione tra le parti per trovare una soluzione alternativa alla crisi. Non essendo auspicabile un accordo di condivisione del potere, i mediatori devono esplorare delle opzioni per un meccanismo alternativo di regolamentazione dei contenziosi elettorali o per una supervisione indipendente dei meccanismi esistenti (possibilmente sotto l’egida dell’Unione Africana e con il sostegno internazionale). Essi devono trovare anche un modo per evitare una crisi costituzionale, in quanto il mandato di Kabila sta giungendo a termine”.

L’8 dicembre, mediante una dichiarazione firmata dal P. Donatien Nshole, vice segretario generale della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (Cenco), i vescovi della RDCongo reagiscono energicamente ad un articolo pubblicato il 7 dicembre sul sito dell’Ambasciata della RDCongo in Belgio, denunciando la strumentalizzazione delle loro osservazioni sullo svolgimento delle elezioni presidenziali del 28 novembre. Intitolato “La Chiesa cattolica d’accordo con i risultati della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) e il buon svolgimento delle elezioni”, l’articolo in questione afferma che “gli osservatori della Chiesa cattolica sono al 97,6% d’accordo con i risultati pubblicati finora dalla Ceni”. Indignati per ciò che considerano una “estrapolazione” e desiderosi di chiarire ogni “equivoco”, i vescovi sottolineano che i dati su cui si basa l’autore dell’articolo riguardano il 47% dei 3000 seggi elettorali coperti da 6000 osservatori della Cenco, ossia 1.410 seggi sui 63.865 previsti dalla Ceni, cioè il 2,2% del totale dei seggi. “La cosa più deplorevole, insiste il comunicato, è che l’autore si limita ad un numero molto limitato di seggi e scelti in un modo molto parziale, fino ad arrivare a distorcere la verità”.

La Cenco fornisce una serie di chiarimenti. Se, come indica l’articolo in questione, quasi tutti gli osservatori della Cenco (il 94%) hanno potuto accedere liberamente ai seggi elettorali e se il 97,6% dei risultati affissi al pubblico subito dopo lo spoglio dei voti sono conformi con quelli osservati, “deve essere ben chiaro che non si tratta dei risultati parziali pubblicati dalla Ceni, ma di quelli affissi davanti ai seggi elettorali”, si afferma nel comunicato. Tra le irregolarità, la Cenco osserva che nel 27% dei casi, il numero delle schede elettorali era inferiore al numero degli elettori, nel 27,8% dei casi, le procedure di voto sono state sospese, nell’11,1% dei casi, si sono rilevate vessazioni e intimidazioni nei confronti di elettori, nel 22,2% dei casi, corruzione o acquisto di voti, e nel 38,9% dei casi, atti di violenza. La conclusione della dichiarazione dei vescovi è chiara: “Da quanto precede, è evidente che con un campione del 2,2% della totalità dei seggi elettorali, la Cenco non è in grado di pronunciarsi sulle tendenze dei risultati delle elezioni presidenziali. Non è dunque giusto affermare che la Chiesa cattolica è d’accordo con i risultati della Ceni”.

La Chiesa aveva già chiesto di rispettare la verità delle urne. Il 5 dicembre, il vescovo Nicolas Djomo, presidente della Cenco, aveva già affermato che: «La Cenco esorta il popolo congolese, i politici e la Ceni ad attenersi assolutamente alla verità delle urne, come espressa e resa pubblica a livello dei seggi elettorali. Per garantire la serenità e la credibilità dei risultati, come previsto nella legge elettorale, articolo 63, la pubblicazione parziale dovrebbe includere il numero degli elettori iscritti, dei votanti, delle schede nulle e dei voti ottenuti da ciascun candidato».

 

2. LA PUBBLICAZIONE DEI RISULTATI PROVVISORI

Il 9 dicembre, la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (Ceni) della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo) ha pubblicato i risultati provvisori completi delle elezioni presidenziali del 28 novembre.

Il presidente uscente, Joseph Kabila, ha ottenuto 8.880.944 voti, il 48,95% dei voti. Il candidato dell’opposizione, Etienne Tshisekedi wa Mulumba, leader dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS) è arrivato secondo con 5.864.795 voti, il 32,33% dei voti. Nella città-provincia di Kinshasa, Etienne Tshisekedi ha ottenuto oltre il 64% dei voti e Joseph Kabila il 30% circa. L’ex presidente dell’Assemblea Nazionale dei Deputati, Vital Kamerhe, si classifica al 3 ° posto con il 7,74% dei voti, davanti al presidente del Senato, Leon Kengo wa Dondo (4,45%). Gli altri sette candidati raggiungono punteggi inferiori al 2%.

Dei 32.024.640 elettori registrati, hanno votato 18.911.752, con un totale di 18.143.104 voti validi. Il tasso di partecipazione è dunque del 58,81%. La CENI ha pubblicato sul suo sito web i risultati delle presidenziali, anche se spesso incompleti. Per quanto riguarda i risultati dei singoli seggi elettorali, infatti, la Ceni non menziona mai il numero degli elettori iscritti.

Gli 11 candidati hanno 48 ore per presentare eventuali ricorsi alla Corte Suprema di Giustizia (CSJ) che annuncerà ufficialmente i risultati definitivi il 17 dicembre. La CSJ era già stata criticata, alla fine di novembre, quando le missioni dell’Unione Europea (UE) e del Centro Carter avevano denunciato la sua “mancanza di trasparenza” in materia di risoluzione dei contenziosi elettorali. Fino al 28 ottobre, la Corte Suprema era, infatti, composta di sette giudici, ma il presidente Kabila ne ha nominati altri venti per arrivare a un totale di 27. Il nuovo presidente, eletto per cinque anni, dovrà prestare giuramento il 20 dicembre.

 

3. DOPO LA PUBBLICAZIONE DEI RISULTATI ELETTORALI PROVVISORI

Le reazioni dei partiti politici di opposizione

Il 9 dicembre, il candidato dell’opposizione, Etienne Tshisekedi, ha contestato i risultati pubblicati dalla CENI e si è rapidamente dichiarato vincitore delle elezioni e “presidente eletto della Repubblica Democratica del Congo”. «Ritengo la pubblicazione di questi risultati come una provocazione nei confronti del popolo congolese», ha dichiarato Etienne Tshisekedi, insistendo: «Non ci sono due presidenti. Abbiamo dei verbali elettorali in cui risulta che ho vinto io e di gran lunga». Tshisekedi ha quindi fornito i suoi risultati: «Ho ottenuto il 54% dei voti contro il 26% di Kabila». Rivolgendosi ai suoi seguaci, ha poi continuato: «Perciò mi considero ormai come un presidente eletto della Repubblica Democratica del Congo. Vi ringrazio per la fiducia che mi avete sempre dimostrato e vi chiedo di mantenere la calma, per affrontare i futuri avvenimenti, quando vi darò la parola d’ordine che sarà necessaria». Etienne Tshisekedi ha, infine, concluso: «Chiedo alla Comunità Internazionale di prendere le misure necessarie, non solo per trovare la soluzione a questo problema, ma anche per evitare che il sangue scorra di nuovo in Congo». Tshisekedi ha, inoltre, rifiutato di contestare la vittoria di Joseph Kabila presso la Corte Suprema di Giustizia (CSJ): «Non c’è giustizia nel regime di Kabila. Questa Corte è un’istituzione privata di Kabila. Non possiamo darle l’onore di ricorrere ad essa. Sarebbe concederle una certa legittimità. Non lo farò mai», ha dichiarato.

Arrivato al 3 ° posto (7,74%), anche Vital Kamerhe ha respinto “categoricamente” i risultati pubblicati dalla Ceni e ha riconosciuto la vittoria di Tshisekedi. Il presidente dell’Unione per la Nazione Congolese (UNC) ha dichiarato che i risultati forniti dalla Ceni e che affidano la vittoria a Joseph Kabila non riflettono la volontà del popolo congolese. Secondo Vital Kamerhe, i veri risultati esposti nei seggi elettorali dopo il conteggio dei voti la sera del 28 novembre sono totalmente diversi da quelli pubblicati dalla Ceni.

Il 10 dicembre, presso la sede di Etienne Tshisekedi, la resistenza si organizza. Attivisti dell’UDPS raccolgono i verbali provenienti dai seggi elettorali per confrontarli con quelli pubblicati dalla CENI. Il loro obiettivo è quello di dimostrare che la vittoria di Joseph Kabila è fondata sulla frode elettorale. Avrebbero recuperato più della metà dei 64.000 verbali emessi dai seggi elettorali «Fondamentalmente, Etienne Tshisekedi avrebbe ottenuto il 56% e Joseph Kabila il 37%», spiega Jean-Marie Beya, un membro del gruppo di compilazione creato dall’opposizione. Cifre radicalmente diverse da quelle fornite dalla Ceni.

Il 12 dicembre, l’opposizione congolese ha dichiarato che, a proposito delle irregolarità constatate nelle elezioni presidenziali del 28 novembre, non farà ricorso alla Corte Suprema di Giustizia (CSJ), affermando che “tale corte non ispira fiducia”, perché “asservita al candidato numero 3, Joseph Kabila”. Tuttavia, la legge elettorale autorizza la Corte Suprema a pubblicare i risultati finali delle elezioni presidenziali, anche nel caso in cui non ricevesse alcun ricorso, entro le 48 ore seguenti alla pubblicazione dei risultati provvisori da parte della Ceni. A causa della caotica organizzazione delle elezioni, risulta molto difficile, per l’opposizione che contesta i risultati elettorali, fare ricorso alla Corte Suprema, per due motivi: le irregolarità sono così numerose e la logistica talmente caotica che è molto difficile riuscire a presentare qualcosa di valido alla Corte Suprema (mancanza di dati affidabili, seggi elettorali chiusi, schede elettorali perse, doppioni nelle liste elettorali. ..). Seconda difficoltà per ottenere il riconoscimento ufficiale dell’esistenza della frode: qualche mese fa, il presidente uscente, Joseph Kabila, ha sostituito la maggior parte dei membri della Corte Suprema di Giustizia. Sembra che i nuovi membri siano molto “vicini” al partito presidenziale. In questo contesto, il margine di manovra per l’opposizione congolese è molto ristretto: contestare ciò che è “incontestabile” di fronte a una Corte Suprema “infiltrata” dal presidente uscente o ricorrere alla “strada”, alla “piazza”, con il rischio di condurre il paese verso una spirale di violenza.

Il 12 dicembre, alle 16h00 GMT, si è concluso il tempo per la presentazione dei ricorsi alla Corte Suprema di Giustizia per eventuali contenziosi circa le elezioni presidenziali. Solo il candidato Vital Kamerhe, presidente dell’UNC, ha presentando il suo ricorso, affermando di averlo presentato in nome dell’opposizione politica che afferma di aver ascoltato l’urgente appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e specialmente quello del Cardinal Monsengwo che, pur condannando l’esito delle elezioni, ha incoraggiato l’opposizione ad utilizzare tutte le vie di ricorso.

Vital Kamerhe era, infatti, accompagnato da altre personalità dell’opposizione, tra cui Jacques Pierre Chalupa e Felix Tshisekedi, figlio di Etienne Tshisekedi.

Ha sottolineato di avere così “adempiuto le nostre formalità“. Ma ha detto: “Sarà un areopago di avvocati. Ci sarà tutto il popolo congolese, la Chiesa cattolica, il Centro Carter e la Comunità Internazionale. Tutti verranno ad assisterci. Penso che ci sarà una pressione molto forte”. Inoltre, il presidente dell’UNC continua a mettere in discussione l’indipendenza dei magistrati: “Si è proceduto alla nomina di alcuni giudici proprio all’inizio e durante la campagna elettorale. Quindi possiamo farci un’idea di ciò che può essere la loro missione”. Per Vital Kamerhe, il verdetto della CSJ è già chiaro: sarà “a favore del Presidente uscente”. Ma egli richiama l’attenzione dei giudici di questa giurisdizione: “Il popolo congolese ha gli occhi fissi sulla CSJ. Essi [i giudici] hanno la possibilità di entrare nella storia del nostro paese positivamente o negativamente“.

La Corte Superiore dovrà dapprima determinare se Vital Kamerhe agisce come individuo, in nome del suo partito, l’UNC, o in nome dell’opposizione. Ai sensi dell’art 73 della legge elettorale, ci sono due possibilità per contestare i risultati delle elezioni presidenziali. Nel primo caso, si tratta di un partito o di una coalizione politica che ha presentato un candidato (o un suo delegato). Nel secondo caso, si tratta di un candidato che si è presentato. Ma l’opposizione non è riconosciuta dalla legge elettorale come coalizione politica, perché non è organizzata e strutturata con uno statuto, un regolamento interno e un portavoce. Inoltre, Vital Kamerhe non ha alcun statuto di portavoce dell’opposizione e, quindi, non ha diritto di presentarsi davanti alla Corte in nome dell’opposizione.

Nel caso Vital Kamerhe avesse introdotto il ricorso in nome del suo partito, l’UNC, esso potrebbe essere dichiarato ricevibile. Ma questo non basta. Esso dovrà fornire gli elementi che hanno pregiudicato la sua elezione alla Presidenza della Repubblica. In conclusione, il ricorso presentato da Vital Kamerhe o dall’opposizione (dipende), potrebbe essere dichiarato nullo.

 

Le reazioni della comunità internazionale

Il 9 dicembre, il Belgio ha preso atto dei risultati e ha chiesto di evitare la violenza, mentre Parigi ha esortato le autorità congolesi a “mantenere l’ordine pubblico nel rispetto dello stato di diritto”.

Il Regno Unito si è detto “preoccupato” per i sospetti di “irregolarità” e ha chiesto alla CSJ di esaminare tutti i ricorsi “in modo rapido e trasparente”.

L’Unione europea ha invitato alla calma e a un’eventuale contestazione dei risultati “attraverso vie legali”.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha fatto appello alla calma, invitando “tutti i candidati alla moderazione e ad astenersi da qualsiasi atto di violenza, di provocazione e di incitamento alla violenza“.

 

Incidenti a Kinshasa, Mbuji-Mayi e Kamina

Il 9 dicembre, a Kinshasa, l’annuncio dei risultati ha innescato un’esplosione di gioia e di suoni di claxon nella zona residenziale di Gombe, fino a quel momento silenziosa e deserta, nei pressi della residenza del presidente Kabila. In altre parti della capitale, Kinshasa, dei sostenitori di Tshisekedi hanno, invece, cominciato a protestare.

 «Abbiamo perso la battaglia. Ma non abbiamo perso la guerra», dice un giovane attivista del partito di opposizione, l’UDPS, davanti alla sede di questo partito, in un quartiere della capitale. Nel pomeriggio, poco dopo l’annuncio dei risultati elettorali, in alcuni quartieri di Kinshasa, sotto alta sorveglianza della polizia e dei militari già da alcuni giorni, sono iniziati alcuni scontri e si sono uditi degli spari. Si sono registrati anche alcuni saccheggi. Nessun incidente di rilievo è stato segnalato finora nel resto del paese.

Il 9 dicembre, a Kinshasa, nei quartieri di Matonge e Kauka, dopo l’annuncio dei risultati provvisori la popolazione era rimasta in casa lasciando, in un primo momento, le strade alle forze dell’ordine. Dopo qualche ora, gli abitanti di questi quartieri sono usciti in strada e hanno cominciato a lanciare pietre contro la polizia anti-sommossa, di pattuglia in questi quartieri.

Altri giovani ostili al presidente Kabila hanno bruciato pneumatici lungo i viali Victoire, Université e Bongolo. Nel comune di Ngiri-Ngiri, sui viali Elengesa e Kasavubu, sono state erette delle barricate. Un vasto dispositivo di polizia era stazionato alla rotonda di Moulaert, nel comune di Bandalungwa. Tafferugli sono scoppiati tra le forze dell’ordine e i giovani di Ngiri-Ngiri e di Bandalungwa. Nel comune di Ngaliema, ci sono stati casi di saccheggio di negozi gestiti da cinesi, soprattutto in via Matadi e via Lalou. Scene di violenza sono state segnalate anche in diverse altre zone della città di Kinshasa, roccaforte dell’opposizione. Nella zona molto popolare di Bandali (centro), dei giovani hanno bruciato pneumatici e hanno lanciato pietre contro gli agenti della polizia. Si sono sentiti degli spari anche nel quartiere di Limete (est), presso la sede di Etienne Tshisekedi. La polizia ha disperso i gruppi di attivisti dell’opposizione, lanciando gas lacrimogeni.

Il 10 dicembre, Kinshasa era completamente sorvegliata da polizia, militari e Guardia Repubblicana. Il traffico era molto ridotto, per strada non si vedeva quasi nessun taxi o veicolo, i distributori di benzina e molti negozi erano chiusi. Gli abitanti accusano la polizia di avere rubato telefonini e denaro. A metà giornata, si sentiva ancora qualche colpo sporadico. A Limete, dove Etienne Tshisekedi ha il suo quartier generale, un testimone ha affermato che i “combattenti” (militanti) dell’UDPS erano armati di kalashnikov.

Nel quartiere di Bumbu (centro), dei civili armati di mazze da baseball collaboravano con gli agenti della polizia che effettuavano molti arresti. A corto di manette, alcuni poliziotti hanno legato tre giovani con corde tanto sottili che provocano ferite sulle braccia. “Siete degli istigatori e sollevate il popolo”, sta gridando un poliziotto, mentre un altro prende a schiaffi uno dei sospetti, che non reagisce. Un altro giovane, accusato di aver incendiato un pneumatico, grida la sua innocenza e chiedere a Dio di aiutarlo. Altri tre giovani, in civile, accompagnano la polizia. “Ci aiutano a trovare certi disoccupati che vogliono seminare confusione. Con la nostra divisa, quando ci vedono scappano e si nascondono”, ha affermato un poliziotto, mentre uno degli “aiutanti” ha in mano un bastone come arma. Secondo alcuni testimoni, alcuni membri delle forze di sicurezza agivano in tenuta civile. Stesse scene a Mombele. Gli agenti di polizia entrano nelle case e portano via alcuni giovani. Gli arrestati sono caricati a forza su camionette. Un padre si avvicina per riprendere suo figlio, gli altri suoi figli più giovani urlano e piangono per la paura. “Lui non ha fatto nulla!”, grida. “Ti uccideremo!”, minaccia un ufficiale di polizia per farlo allontanare. Un altro giovane è stato arrestato: “Che brutalità!”, mormora un anziano che ha assistito alla scena. Nei comuni di Bandal, Limete, Kitambo, Ngiri Ngiri o Kasavubu, dei giovani bloccato le strade con barricate improvvisate. Alcuni avevano in mano una pietra, un bastone o un machete e sul suolo si potevano vedere ancora molte tracce di pneumatici bruciati.

Secondo alcune fonti, sei persone, tra cui due donne, sono rimaste uccise il sabato 10 dicembre nella città di Kinshasa. Tra le vittime, tre persone sono state uccise a Kimbanseke, vicino al vecchio municipio di Ndjili. Un giovane del quartiere 8 è stato ucciso nel quartiere 7, mentre stava saccheggiando la scuola Mwapi. A Ngiringiri, una giovane di 19 anni è stata colpita alla testa da un proiettile, mentre andava a comprare il pane. Un altro giovane è stato ucciso nel quartiere dietro la prigione di Makala.

L’11 dicembre, a Kinshasa, è timidamente tornata la calma. I trasporti pubblici hanno ripreso a circolare, i distributori di benzina hanno riaperto, dopo essere rimasti chiusi durante vari giorni, per evitare che i giovani potessero procurarsi il carburante per fabbricare bombe Molotov. Alcuni piccoli commercianti hanno ripreso la loro attività e alcune persone hanno potuto partecipare al culto domenicale.

Il 12 dicembre, a Kinshasa, si sono riprese le attività e quasi tutti i servizi funzionano normalmente: le botteghe, i mercati, servizi pubblici, le banche e gli ospedali. Tuttavia, la maggior parte delle scuole primarie e secondarie sono rimasti chiusi. Ai pochi studenti che si erano presentati è stato chiesto di tornare a casa.

Il 10 dicembre, la città di Mbuji-Mayi era deserta. Nei mercati, i venditori sono stati dispersi dalla polizia. Le strade vuote sono occupate da uomini armati. Non ci sono mezzi pubblici. Sono visibili solo pochi taxi-moto. Sulle strade sono state erette delle barricate. In alcuni luoghi, è possibile vedere i resti dei pneumatici bruciati dai giovani. Nei luoghi strategici della città sono stati dispiegati uomini armati. La notte seguente alla pubblicazione dei risultati da parte Ceni è stata molto tesa. In tutta la città si sono sentite forti detonazioni di armi pesanti e leggere e sono stati segnalati episodi di aggressioni da parte di uomini armati. Una persona è stata uccisa nel comune di Bipemba. Secondo alcune testimonianze, uomini armati hanno preso di mira le case di alcuni dirigenti dell’opposizione. Il sabato mattina, si sentivano ancora degli spari presso la sede dell’UDPS. Gli spari erano iniziati il giorno prima, verso le 20h00, dopo che in città si era diffusa la voce che il candidato dell’UDPS si era dichiarato presidente. La gente era uscita in strada per mostrare la sua gioia con urla, fischi e suoni di trombe. La polizia era poi intervenuta per disperdere la folla con gas lacrimogeni.

Il 10 dicembre, diverse fonti concordanti hanno segnalato atti di xenofobia da parte di originari del Katanga nei confronti dei non originari, a Kamina e in alcune altre città della provincia del Katanga. Nel quartiere 82 di Kamina sono stati registrati degli attacchi ed estorsioni contro dei non originari, tra cui delle famiglie provenienti dal Kasai. Le famiglie a rischio (non meno di 300 persone e per lo più donne e bambini) si sono radunate presso la stazione ferroviaria di Kamina. Secondo un testimone, esse “sono circondate da giovani appartenenti a un partito della Maggioranza Presidenziale, l’UNAFEC”, l’Unione Nazionale dei Federalisti del Congo, il partito di Kyungu wa Kumwanza, presidente dell’Assemblea Provinciale. Secondo le testimonianze raccolte sul posto, a metà giornata, un gruppo di persone originarie del Kasai sono partite da Kamina per Mwene-Ditu (Kasai Orientale) con il treno. Altri testimoni parlano di atti di xenofobia anche a Kambove, Kolwezi e Likasi. Da diversi giorni, si constatavano minacce dei Katanghesi nei confronti dei non originari della provincia, per motivi politici in relazione con le elezioni.

 

Le dichiarazioni del Centro Carter, del cardinale Laurent Monsengwo e della missione di osservazione elettorale dell’UE

Il 10 dicembre, gli osservatori internazionali del Centro Carter hanno affermato, in un comunicato stampa, che l’operazione di compilazione dei risultati delle elezioni presidenziali “non è credibile“. I risultati delle elezioni presidenziali sono caratterizzati da irregolarità tali da renderli “poco credibili”.

In molti seggi del Katanga, Kabila ottiene il 100% dei voti, con tassi di partecipazione molto alti. “In varie zone (…) si sono registrati tassi di partecipazione che vanno dal 99 al 100%, cosa impossibile e tutti i voti, o quasi tutti, sono andati a Kabila“, afferma il Centro Carter. L’ONG cita, ad esempio, il caso della circoscrizione di Malemba Nkulu in cui, con 493 seggi e un tasso di partecipazione del 99,46%, Kabila ha ottenuto il 100% dei voti (266.886).

Ma in altre zone, “dove Etienne Tshisekedi ha ottenuto percentuali elevate di voti, la percentuale dei seggi contabilizzati e i tassi di partecipazione sono relativamente meno elevati”, nota l’Ong. Nella provincia del Kasai occidentale (centro), dove Tshisekedi ha spesso ricevuto punteggi molto buoni, “in 11 dei 12 CLCR l’affluenza è stata inferiore alla media nazionale”, che è stata del 58,81%. Nella circoscrizione di Mbuji-Mayi (Kasai Orientale, al centro), roccaforte di Tshisekedi, egli ottiene il 97,29% dei voti, ma il tasso di partecipazione è stato del 51,47% e i risultati riguardano solo l’86,03% dei seggi. Anche a Kinshasa, il tasso di compilazione e la partecipazione sono spesso più bassi. Così, nella circoscrizione di Lukunga, sono stati presi in considerazione solo 1.709 seggi (su 2593), con 386.288 votanti su registrati 833.513 elettori iscritti.

Il Centro Carter nota un’organizzazione caotica nell’operazione di conteggio – con schede elettorali accatastate sul suolo e calpestate, o fogli dei risultati inzuppati dalla pioggia e poi stesi su dei bastoni per farli asciugare. Secondo il Centro Carter, a Kinshasa, “sono stati persi quasi 2.000 pacchetti contenenti i risultati provenienti dai seggi elettorali (pari a circa 350.000 elettori) e che non saranno mai contati” e altri 1.000 pacchetti persi nel resto del paese (equivalenti a circa 500.000 elettori). Secondo l’Ong, “queste constatazioni e altre indicano un’insufficiente gestione del trattamento dei risultati e compromettono l’integrità delle elezioni presidenziali”. Tuttavia, queste constatazioni non significano che “l’ordine finale dei candidati (Kabila primo e Tshisekedi secondo) sia necessariamente diverso” da quello annunciato dalla CENI, ma solo che “l’operazione di trattamento dei risultati non è credibile”, ha concluso l’Ong.

Il 12 dicembre, in una dichiarazione rilasciata alla stampa, l’arcivescovo di Kinshasa, il cardinale Laurent Monsengwo, ha affermato che i risultati delle elezioni presidenziali pubblicati dalla Ceni «non sono conformi né alla verità, né alla giustizia».

Egli, infatti, si chiede: «Com’è possibile, per esempio, che il 6 dicembre, Tshisekedi abbia avuto 5.927.728 voti su 17.329.137 di voti espressi e il 9 dicembre ne abbia avuti 5.863.745 su un totale di 18.144.154 voti? Tshisekedi avrebbe quindi perso circa 64.000 voti». Tuttavia, circa la contestazione dei risultati elettorali come pubblicati dalla Ceni, il cardinale ha chiesto ai candidati dell’opposizione di ricorrere alle vie legali e di non ricorrere alla violenza, affermando che i risultati sono provvisori e che, in quanto tali, devono essere confermati dalla Corte Suprema di Giustizia. «In questo contesto, la Chiesa è moralmente obbligata a offrire la sua collaborazione alla giustizia, per stabilire la verità uscita dalle urne, almeno là dove erano presenti i suoi osservatori elettorali», ha concluso l’arcivescovo.

Il 13 dicembre, in un comunicato, la missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea (UE) ha deplorato la mancanza di trasparenza e le irregolarità constatate nelle procedure di raccolta, compilazione e pubblicazione dei risultati delle elezioni presidenziali.

Gli osservatori dell’UE indicano che è stato impedito a diversi testimoni dei candidati e dei partiti politici di osservare tutte le fasi della compilazione dei risultati, soprattutto nel Katanga, Kinshasa, Sud Kivu e Provincia Orientale. La mancanza di osservatori nella compilazione dei risultati presso il Centro nazionale di trattamento dei dati della Commissione elettorale a Kinshasa “non può che incidere sulla fiducia nei risultati annunciati e sulla loro credibilità”, ha dichiarato la missione di osservazione elettorale della UE.

Essa ha inoltre individuato una serie di centri locali di compilazione dei risultati (CLCR) che non hanno affisso i risultati delle elezioni immediatamente dopo la compilazione. “L’immediata affissione dei risultati al pubblico era un segno di trasparenza che i cittadini congolesi aspettavano e che continuano ad attendere, per garantire che questi risultati riflettano la volontà del loro voto”, ha affermato la direttrice della missione, Mariya Nedelcheva. “In contraddizione con la legge elettorale, il comitato della CENI ha chiesto a diversi CLCR di non rendere immediatamente pubblici i risultati della compilazione, ma di inviarli dapprima alla sede della CENI, per un controllo di coerenza“, ha dichiarato la missione dell’UE, che cita i casi di Kinshasa, Lubumbashi, Kisangani e Goma.

Inoltre, la trasmissione dei pacchetti dei risultati destinati alla CENI, alla Segreteria Esecutiva Provinciale (SEP) e alla Corte Suprema di Giustizia (CSJ) non è stato sistematica e immediata. Infine, il sistema di trasmissione satellitare dei risultati, chiamato “V-sat”, non era disponibile ovunque. La dichiarazione della missione indica che un numero significativo di seggi elettorali non è stato preso in considerazione e cita la Ceni che ha ammesso di non avere potuto contabilizzare i risultati di 4.875 seggi elettorali, tra cui 2020 a Kinshasa. Questi seggi rappresentano 1,6 milioni di elettori e il 7,63% del totale dei 64.000 seggi a livello nazionale.

Lo stesso documento indica che la pubblicazione dei risultati provvisori è caratterizzata da una mancanza di trasparenza: “Se la Ceni ha finalmente pubblicato i risultati dettagliati di ogni seggio elettorale, non ha tuttavia pubblicato gli originali dei verbali elettorali redatti in ciascun seggio immediatamente dopo lo spoglio dei voti. I risultati pubblicati non riprendono che la trascrizione al computer dei verbali elettorali, effettuata dai CLCR, a volte in assenza dei testimoni. I risultati di diversi seggi, tra cui quelli di Lubumbashi, esposti immediatamente dopo lo spoglio dei voti, non corrispondono a quelli pubblicati dalla Ceni“.

Inoltre, la missione di osservazione dell’UE rileva che “quasi 3,2 milioni di elettori sono stati ricuperati sulle liste di derogazione o degli omessi, cioè oltre il 17% del totale degli elettori, perché nelle liste degli elettori a disposizione dei seggi mancava il loro nome”. Le province più colpite da questo fenomeno sono Kinshasa (27,77%), Nord Kivu (24,5%), Equateur (20,29%), Sud-Kivu (19,02%) e Bandundu (18,54%).

Infine, la responsabile della missione di osservazione elettorale dell’UE, Mariya Nedelcheva, afferma: «Spetta ora alla responsabilità dei partiti politici e delle istituzioni congolesi esaminare i risultati elettorali e individuare soluzioni alla situazione attuale».