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Nov 18 2011

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Congo Attualità n. 131 – supplemento

ALCUNE OSSERVAZIONI SUL PROCESSO ELETTORALE IN CORSO

– Frammentazione e dispersione delle forze politiche

– Elezioni a un solo turno e opposizione divisa

– Una campagna elettorale senza consistenza

– La protesta come preludio alla contestazione dei risultati elettorali

– L’unità del Congo, sfida per le elezioni del 28 novembre 2011

Frammentazione e dispersione delle forze politiche

Secondo Jean-Claude Willame, dalle prime informazioni apparse sul sito della CENI e dalle recenti vicende politiche, si possono già trarre alcune lezioni che, ovviamente, non pregiudicano il risultato finale delle elezioni.

1. Come nel 2006, sono la frammentazione e la dispersione delle forze politiche che sembrano prevalere. Per le elezioni legislative, si sono registrati oltre 18.000 candidati contro i circa 10.000 delle precedenti elezioni. Questi candidati appartengono a 417 partiti politici, riconosciuti dal Ministero dell’Interno il mese di agosto 2011, contro 203 partiti nel 2006. Tra le prime dieci formazioni, sono i candidati indipendenti che sono i più numerosi (541). Nel 2006, i candidati indipendenti erano 702. La persistenza della frammentazione del panorama politico e la molteplicità delle candidature fa pensare che ciascuno abbia adottato un atteggiamento di attesa, in vista di una futura negoziazione con i(l) vincitori(e).

2. I candidati per la Camera dei Deputati presentati dal partito che appoggia la candidatura di Joseph Kabila che, tuttavia, si presenta come “candidato indipendente”, sono i più numerosi e si presentano in tutto il paese (494). A queste candidature, si devono aggiungere quelle presentate dalle formazioni politiche che hanno pubblicamente dichiarato il loro sostegno all’attuale Presidente (PALU, con 466 candidati e AFDC, il partito creato da Modeste Bahati, dopo essere stato costretto a dimettersi dal Comitato centrale del Senato, con 383 candidati). Si potranno aggiungere anche le candidature del MSR di Pierre Lumbi, consigliere speciale del capo dello Stato dal 2010, del partito ECT di Felix Kabange Numbi, ministro katanghese e prossimo al presidente Kabila e, infine, quelle del misterioso partito PPPD, il cui responsabile titolare è il professor Ngoma Binda e cui appartiene anche il candidato Leonard She Okitundu, membro co-fondatore del PPRD, ex ministro ed ex capo di gabinetto del presidente Kabila. Non bisogna escludere che la strategia della cerchia presidenziale sia quella di incoraggiare la molteplicità di liste di formazioni politiche che potrebbero garantire al presidente una larga maggioranza in Parlamento.

3. Il numero dei candidati di un’opposizione che si presenta, ricordiamolo, in ordine disperso, è quasi due volte inferiore a quello delle formazioni che, in linea di principio, sostengono il presidente Kabila (1169 contro 2507): l’UNC di Vital Kamerhe, che è al quarto posto, presenta 445 candidati in tutto il paese; l’UDPS di Etienne Tshisekedi e l’UFC di Kengo wa Dondo presentano un totale di 724 candidati. In termini di numero di candidati, il MLC di Jean-Pierre Bemba non figura tra le prime dieci formazioni.

4. Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, ci sono solo 11 candidati contro 33 nel 2006. Un motivo potrebbe essere il fatto che la cauzione elettorale per i candidati alle presidenziali è aumentata da 50.000 a 100.000 $ (non rimborsabili). Quattro degli undici candidati sono nuovi: Adam Bambole, ex membro del MLC, che non ha presentato alcun candidato, Jean Andeka, un avvocato di Kinshasa, François Nicéphore Kakese, un veterinario di Lubumbashi che lavora come consulente in Sud Africa e Josué Alex Mukendi, un ex amministratore delegato della Compagnia Marittima congolese. Oltre al Presidente Kabila, tre candidati si erano già presentati nel 2006, fra cui Oscar Kashala che, dal momento della sua sconfitta, era scomparso dal circuito politico, Mbusa Nyamwisi, un Nande del Nord Kivu, recentemente dimesso dalla sua funzione di Ministro del decentramento, e Nzanga Mobutu, figlio dell’ex presidente Mobutu, anch’egli dimesso (marzo 2011) dalla carica di Vice Primo Ministro nel governo Muzito.

Sulla base dei risultati apparsi sul sito della CENI, gli unici candidati alla presidenza che potrebbero ostacolare J. Kabila sono Vital Kamerhe e Etienne Tshisekedi. Il primo, ex sostenitore del presidente Kabila, separatosi da lui nel dicembre 2010, presenta un gran numero di candidati per la Camera dei Deputati in tutte le regioni del Congo e non solo nel Kivu, dove gode di una vasta popolarità. Per quanto riguarda Etienne Tshisekedi, figura di spicco della vecchia opposizione in Congo-Zaire, ma che non si era presentato alle elezioni del 2006, ha scelto, come Jean-Pierre Bemba di cui ha cercato invano un appoggio, la strategia della tensione e dell’ambivalenza. Il suo mitico nome mobilita le folle, ma anche i ragazzi di strada conosciuti come “pomba” (i giovani che praticano arti marziali) o “Kuluna” (giovani sbandati armati spesso di coltelli e machete). Anche se ha criticato duramente il lavoro svolto dalla CENI per quanto riguarda la registrazione degli elettori e l’accettazione delle candidature, strumentalizzando anche l’idea di una “primavera araba” nella RDCongo, tuttavia ha presentato suoi candidati in tutto il Paese, pur se un po’ meno di Vital Kamerhe.

 

Elezioni a un solo turno e opposizione divisa

Secondo alcuni osservatori, la preferenza di Kabila per elezioni presidenziali a un solo turno parte da una semplice convinzione: “Loro (l’opposizione) saranno d’accordo sul farmi partire, ma non su chi dovrà sostituirmi”. È ormai opinione comune in Africa che “il presidente uscente non perde le elezioni, perché l’opposizione è divisa”. In realtà, ci si sbaglia. Il risultato finale è che la famosa “divisione dell’opposizione” serve, in definitiva, a fare accettare l’inaccettabile. Perché tale divisione, descritta come un errore tattico commesso dalle parti interessate, è presentata come un fatto interno all’opposizione stessa, imputabile solo ad essa. Infatti, spesso si dire: “hanno cercato la propria sconfitta…” e ciò permette di far dimenticare facilmente ciò che è stato fatto per contribuirvi. L’opinione secondo cui “la vittoria del Presidente X è dovuta al fatto che l’opposizione è divisa” impedisce che si parli di alcuni altri dettagli.

Infatti, non si dirà, a proposito della RDCongo, che il presidente Kabila ha fatto emendare la Costituzione per favorire la propria vittoria, ha istituito una commissione elettorale totalmente politicizzata, in cui i suoi sostenitori rappresentano la maggioranza e che le liste degli elettori, a causa della mancanza di un censimento vero e proprio, non hanno né capo né coda, ecc…”. L’enfasi posta su una “opposizione divisa” o sulla “impossibilità di un accordo per un candidato comune” comporta un presupposto sottinteso, inespresso e soprattutto non dimostrato: l’affermazione che l’opposizione dovrebbe essere unita, che ciò sarebbe possibile, che solo ragioni sbagliate impediscono il raggiungimento di questo obiettivo che, in realtà, sarebbe facile da conseguire, se non fosse per l’egoismo dei candidati.

Di per sé, l’idea di un’unica candidatura presidenziale dell’opposizione è perfettamente valida. Ma può essere viabile solo se basata su un’ideologia e un programma alternativo di governo. Senza un programma alternativo, non c’è nulla da discutere, se non la suddivisione delle funzioni una volta conquistato il potere. In altre parole, se non c’è un’ideologia da cui si potrebbe attingere l’unità, non resta che l’interesse individuale, ricco soprattutto di differenze che separano. Troppe differenze, precisamente, oppongono Kamerhe, Tshisekedi e Kengo: l’età, il percorso politico, il tessuto delle relazioni, la diaspora, le varie guerre, l’influenza dei paesi vicini … È quindi difficile mettersi d’accordo in queste condizioni. L’unico che può essere soddisfatto della situazione è Joseph Kabila. Il presidente uscente è sicuro della sua rielezione, grazie ad una risorsa importante: il voto a un solo turno, che non consente più all’opposizione di aspettare il secondo turno per formare una coalizione sulla base dei risultati ottenuti nel primo turno. L’enfasi posta sulla divisione dell’opposizione serve solo a preparare l’opinione pubblica a non sorprendersi della rielezione di Joseph Kabila. Tuttavia, non si può mai dare nulla per scontato in un’elezione. In primo luogo, l’elezione a turno unico potrebbe essere una lama a doppio taglio. Perché lo scenario “Kabila da un lato e gli altri dieci candidati dall’altro” si basa su un’erronea convinzione che da un lato ci sarebbero i sostenitori della maggioranza, da sempre decisi a votare per Kabila e, dall’altro, l’elettorato di un’opposizione frammentata che disperderebbe i suoi voti con gli altri dieci candidati. Tuttavia, questi dieci candidati dell’opposizione otterranno dei voti ovunque, anche in quelle regioni che, nel 2006, hanno votato per Kabila.

Il prossimo 28 novembre, ci saranno tre candidati “pesi massimi” dell’opposizione che contenderanno il posto al presidente Kabila: Etienne Tshisekedi, che gode della mobilitazione popolare, Vital Kamerhe, che ha saputo imporsi nel panorama politico dell’opposizione in pochi mesi e Leon Kengo, che è venuto a giocare il ruolo del guastafeste proprio all’ultimo minuto.

La speranza di Kamerhe si basa principalmente sull’idea di ottenere voti dagli elettori delle popolate regioni dell’Est, deluse di aver votato per il “candidato della pace” nel 2006 e di essere state poi ricompensate con la continuazione della guerra e, soprattutto, con un’alleanza con il Ruanda che, a loro parere, è una mostruosità che rasenta l’alto tradimento.

Tshisekedi è conosciuto da molto tempo e con il trionfo dei suoi comizi ha dimostrato di riscuotere successo anche fuori di Kinshasa e del Kasai. È un successo di tipo folclorico o di tipo politico? Lo si saprà al momento delle elezioni. Tuttavia, l’attende una sfida all’Est della RDCongo: mobilitare la popolazione di una zona non sostenitrice dell’UDPS. Originario del Kasai, Etienne Tshisekedi non è “un uomo dell’Est” e deve competere con Vital Kamerhe, molto ben consolidato nel Nord e Sud Kivu. Ha, tuttavia, due possibilità per attirare le folle dell’Est. Dapprima, potrebbe “cavalcare” l’ondata di malcontento diffuso nella regione dal 2008. Per molti abitanti, il bilancio di Kabila a proposito della sicurezza è, in gran parte, negativo e Tshisekedi spera di capitalizzare questo malcontento della popolazione. Con una riserva, però: ha sulla coscienza delle dichiarazioni (e degli incontri) favorevoli al Ruanda e alle “ribellioni” filo-ruandesi.

Kengo wa Dondo, come un ex dell’amministrazione di Mobutu, potrebbe avere un consenso presso coloro che hanno conservato una certa nostalgia per quel tempo. Per esempio, nella provincia dell’Equateur, dove non dovrà affrontare la concorrenza di Bemba.

Si ritorna, così, all’ipotesi detta del “triangolo nucleare” o del “quadrato magico” (se si aggiunge un quarto candidato), secondo cui questi tre (o quattro) candidati potrebbero togliere troppi voti a Kabila che potrebbe, in tal modo, arrivare inevitabilmente secondo … e, quindi, perdente.

 

Una campagna elettorale senza consistenza

Facendo una prima valutazione della campagna elettorale in corso, si vede chiaramente che i politici stanno conducendo una campagna senza consistenza. È un fatto innegabile che questa campagna elettorale è iniziata in un clima di alta tensione e di intolleranza politica. Si sta assistendo a provocazioni, invettive contro l’uno o l’altro candidato, sterili polemiche e inutili slogan, come se si trattasse di “uomini capaci di fare miracoli”, “personalità messianiche”, “programmi preconfezionati” e “annunci per la consumazione esterna”. Tutti i bla-bla attuali sembrano, in realtà, conchiglie vuote. Ciò che è tragico è che, attualmente, non si sa andare all’essenziale, evitando le reali sfide delle elezioni del 2011, per rendere la RDCongo uno Stato unito, forte e prospero.

La prima vera sfida di queste elezioni è quella di costruire un vero e proprio Stato di diritto. Uno stato in cui si riconoscano e si rispettino le libertà individuali e di associazione e si accetti il diritto alla diversità. Lo stato di diritto non è altro che poter disporre di istituzioni nazionali, repubblicane e non vincolate alle persone. Si può gridare di essere democratici, ma finché non ci saranno “istituzioni non dipendenti dalle persone” è pura demagogia. Da ciò dipende la lotta contro l’impunità e la corruzione.

La seconda sfida è quella di sapere come valorizzare l’economia congolese che dispone di tutte le risorse necessarie per fare di questo paese un paese emergente. Va bene annunciare teorie, ma occorre entrare nei dettagli per sapere a quali risorse si allude per fare “miracoli”. Il contrabbando dei minerali è un elemento del tutto negativo per l’economia nazionale, ma è una realtà. Come fermare l’emorragia finanziaria nel settore minerario? Che dire dell’agricoltura, base di ogni economia? Un settore ormai ridotto ad una “dimensione filantropica”, per la quale si crede di rivoluzionare le cose attraverso mere donazioni, un approccio che disincentiva e non dà speranza. Sì, i Congolesi sono seduti su un “tesoro”. Ma nessuna volontà politica li stimola a scavare la terra per vedere quale tesoro vi è nascosto. È necessario che tale questione sia discussa durante questa campagna elettorale, per spingere il popolo congolese ad uscire dal mondo delle illusioni per entrare in quello della realtà. Ahimè! I cortei, la distribuzione di magliette, di sacchi di riso e fagioli, le canzoni elettorali e le danze, prendono il sopravvento sulle importanti questioni della gestione di un Paese moderno. Si ignorano superbamente le ragioni fondamentali che hanno provocato le “guerre di aggressione” di cui la RDCongo è stata vittima, anche se il loro primo obiettivo era quello di controllare il commercio delle ricchezze naturali del Congo. A causa delle insufficienze e complicità della classe politica, il paese è stato trasformato in un vero eldorado per multinazionali e individui senza scrupoli. L’economia sfugge al controllo di Kinshasa.

La terza sfida è che la “legittimità” di ogni potere emana dal “sovrano primario”, vale a dire dal popolo, mettendo le persone al centro di tutte le azioni dello Stato, perché meritano considerazione, rispetto e dignità. Non si può non sentirsi interpellati, soprattutto se si è candidati per le elezioni del 2011, da quel quadro pietoso dell’IDH (Indice di Sviluppo Umano) che classifica la RDCongo al 187° posto su 187 paesi. Qual è la politica sociale del paese? Qual è la politica salariale della RDCongo? Quale “Assistenza sanitaria”?

Questioni fondamentali che devono incitare ad un proficuo dibattito durante questa campagna elettorale. Il problema non è quello di farsi assolutamente eleggere, ma di sapere “mantenere la corona con dignità”. Per raggiungere questo obiettivo, occorre conoscere le vere sfide delle elezioni del 2011. Il contrario condurrebbe il popolo congolese verso la catastrofe.

 

La protesta come preludio alla contestazione dei risultati elettorali

Il clima in cui la RDCongo si sta muovendo verso le elezioni previste il 28 novembre fa temere il peggio. La campagna elettorale è già stata segnata da numerose violazioni dei diritti umani: manifestazioni dell’opposizione duramente represse, incitamento alla violenza, arresti di oppositori, giornalisti sotto pressione, apparizione di gruppi militanti simili a milizie formate da giovani neo reclutati. Il tutto, in un clima di impunità. C’è veramente motivo per allarmarsi. Appena uscita da due guerre (1996-1997, 1998-2003) che hanno fatto da 2.5 a 5.4 milioni di morti, la RDCongo potrebbe scivolare, immediatamente dopo queste elezioni presidenziali e legislative, in un nuovo ciclo di violenza. “Uno scenario simile a quello della Costa d’Avorio non è affatto inverosimile”, avverte Pascal Kambale, un membro della Ong Open Society Iniziative for Southern Africa (OSISA). Tra gli 11 candidati alle presidenziali, due di loro monopolizzano la campagna elettorale, iniziata ufficialmente il 28 ottobre, a tal punto che è essa si sta trasformando in un duello tra il presidente uscente, Joseph Kabila, 40 anni, e lo storico avversario, Etienne Tshisekedi, 78 anni, dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS).

Entrambi sembrano convinti della loro vittoria. A Etienne Tshisekedi, che aveva dichiarato di essere “sicuro di vincere le elezioni al 100%”, Joseph Kabila ha risposto: “Qualcuno è sicuro di vincere le elezioni al 100%? Non so, ma io sono sicuro che non le perderò”. Un botta e risposta che rischia di accrescere la paura. “Se si continua così, i risultati delle elezioni saranno probabilmente contestati e il confronto politico assumerà forme violente, con manifestazioni di forza per le strade, come in Costa d’Avorio”, afferma Pascal Kambale.

L’opinione africana in generale e congolese, in particolare, sa che, di solito, i presidenti in carica riescono sempre a manipolare le elezioni e a farsi rieleggere. Per esperienza, sono pochi i presidenti africani che organizzano elezioni trasparenti capaci di far loro perdere il potere. Inoltre, molti Congolesi sanno che non si può governare un Paese senza la “approvazione della comunità internazionale”, che impone spesso i “suoi uomini” alla testa dei paesi africani. Pertanto, se le elezioni presidenziali riconfermassero Kabila per un ulteriore mandato, quasi nessuno crederebbe che ciò sarebbe il risultato di elezioni “libere, trasparenti e democratiche”. Il problema non è lo scetticismo in sé, ma come si manifesterà. Si temono, infatti, violente manifestazioni e una repressione altrettanto violenta.

Infine, c’è ciò di cui si parla solo raramente: le elezioni legislative, che non saranno necessariamente una copia esatta delle elezioni presidenziali. In particolare, una vittoria di Kabila alle elezioni presidenziali potrebbe essere accompagnata da una sconfitta del suo partito nelle elezioni legislative. Si troverebbe di fronte a una maggioranza parlamentare, e ad un governo, che gli sarebbe ostile. In questo caso, ci si troverebbe di fronte al rischio di ripetute crisi che potrebbero portare a gravi disordini. Cosciente di questa situazione, l’opposizione congolese si starebbe preparando ad una contestazione dei risultati elettorali. E la strategia è semplice: denunciare tutti i tentativi di frode e rendere pubblici tutti gli errori commessi dal potere e dalla CENI. Si moltiplicano le proteste di piazza, per costringere il potere ad intervenire con la forza e poter, quindi, screditarlo davanti all’opinione pubblica, sia interna che esterna. Finora, questa strategia ha favorito l’opposizione congolese che moltiplica le azioni di strada, particolarmente a Kinshasa, preparando così gli animi alla contestazione.

All’opposizione interessa presentarsi al popolo congolese come vittima del potere e della CENI, spesso addirittura come martire: l’enfasi è spesso posta sul “versamento di sangue”. L’opposizione sta facendo un discorso emotivo, capace di incitare la rivolta del popolo contro il potere, ma non sa presentare un programma politico alternativo di governo. La situazione può diventare molto più complicata dopo le prossime elezioni presidenziali. Un’eventuale vittoria di Joseph Kabila potrebbe lasciare il posto ad un’ondata di proteste difficili da contenere. L’opposizione congolese ha già dimostrato la sua capacità di mobilitare la popolazione, in particolare nelle città di Kinshasa e Lubumbashi. Goma, Bukavu, Mbuji-Mayi e Kananga non mancheranno di appoggiare qualsiasi sollevamento politico dell’opposizione. Sarebbe sufficiente una parola d’ordine dell’opposizione per gettare molti Congolesi sulla strada e paralizzare l’azione di governo. Questo spingerà il potere ad interventi repressivi più energici e si potrebbe arrivare a scontri politici con conseguenze molto pericolose. Se al centro del paese, all’ovest e a Kinshasa la resistenza potrà essere politica, non lo sarà necessariamente all’Est, dove ancora persistono gruppi armati e milizie. Da questo punto di vista, corrono già voci secondo cui il potere starebbe già organizzandosi per soffocare sul nascere qualsiasi tentativo di resistenza armata all’Est. La presenza, nella regione del Nord Kivu, del colonnello Kakolele, alla guida di un nucleo di militari dell’ex CNDP, potrebbe avere il ruolo di gendarme, per prevenire qualsiasi sollevamento militare nella zona.

 

L’unità del Congo, sfida per le elezioni del 28 novembre 2011

Secondo Alain Bischoff, il bilancio del presidente uscente, Joseph Kabila, non è certamente soddisfacente. La realizzazione dei cinque grandi progetti (infrastrutture, occupazione, accesso all’acqua potabile e all’elettricità, istruzione e sanità) contenuti nel suo programma elettorale del 2006, è ben lontana dall’essere completa. La democrazia congolese è ancora ai suoi inizi e, durante questi ultimi cinque anni – per limitarsi a questo periodo della vita pubblica – ci sono state molte restrizioni alla libertà e gravi violazioni dei diritti umani. Numerosi, infatti, sono stati gli omicidi di giornalisti e di membri delle ONG per la difesa dei diritti umani (l’omicidio di Felix Chebeya rimane ancora impunito). Il commercio, spesso abusivo e illegale, delle risorse minerarie del Congo, svendute a basso prezzo, è ancora nelle mani delle multinazionali o riservato ad una ristretta cerchia di complici approfittatori e non contribuisce che molto imperfettamente al miglioramento delle finanze dello Stato. Una vera agricoltura alimentare a livello nazionale è inesistente, la tutela della foresta del bacino del Congo non è presa sul serio e la pace nel Kivu è ancora ben lontana, a causa della notevole debolezza dello Stato congolese. In breve, è molto difficile rispondere alla domanda se, dal 2006, la vita quotidiana dei Congolesi è migliorata.

La situazione del Kivu è ancora motivo di grande preoccupazione. Ai problemi ricorrenti (sovrappopolazione, contese per la terra, assenza dell’autorità dello Stato) si aggiungono quelli causati dal presidente ruandese, Paul Kagame, che ha annunciato di non volere riconoscere come cittadini ruandesi quei rifugiati ruandesi che non saranno rientrati in patria entro la fine del 2011. Tra loro, ci sono anche dei miliziani delle FDLR e dei militari dell’ex CNDP di Nkunda che l’esercito congolese non riesce a disarmare e a rimpatriare.

Inoltre, dopo la modifica costituzionale del gennaio 2011, che permette di eleggere il presidente della Repubblica a maggioranza semplice e con elezioni a un solo turno, ci sono tutte le ragioni per credere che Joseph Kabila, beneficiando del supporto dell’amministrazione, dell’appoggio degli undici governatori provinciali, tutti del PPRD e del sostegno, discreto, della “comunità internazionale” e, infine, della frammentazione di un’opposizione che presenta dieci candidati, potrebbe essere rieletto, anche se non si può essere sicuri che le province che avevano contribuito alla sua elezione nel 2006 (Katanga, Maniema, il Kivu), gli rinnovino ancora una volta il loro sostegno. All’opposizione, Tshisekedi, vecchio cavallo di ritorno, non ha alcun futuro, né per sé né per il suo paese. Per quanto riguarda Vital Kamerhe, anche se onesto e competente, e Kengo wa Dondo, Presidente rispettabile del Senato, nessuno dei due ha una base popolare sufficiente per influenzare il risultato delle elezioni presidenziali.

Se rieletto, Kabila lo sarà – come lo sarebbe ciascuno dei suoi concorrenti – con meno del 50% dei voti. Si porrà quindi la questione della sua legittimità, che egli dovrà cercare in una maggioranza parlamentare che sarà difficile trovare. La cosa peggiore sarebbe che tutta l’opposizione si coalizzasse contro di lui, soprattutto dopo elezioni organizzate in un sistema proporzionale, potenziale fonte di conflitto permanente tra il potere legislativo ed esecutivo. In questo caso, si potrebbe temere la paralisi del normale funzionamento delle istituzioni, alla quale si potrebbe aggiungere il rischio che l’opposizione non accetti i risultati elettorali. Qualunque cosa succeda, i già formulati dubbi dell’opposizione circa la regolarità delle operazioni elettorali e un senso di frustrazione derivante naturalmente dalla sconfitta, possono essere un pericoloso detonatore. Se i partiti non esortano i loro simpatizzanti alla calma prima delle elezioni e mantengono una linea violenta, come si è visto finora, dopo l’annuncio dei risultati elettorali gli scontri si intensificheranno e il rischio di disordini generalizzati è reale.

C’è un grande rischio che, dopo le elezioni, scoppiano disordini non solo a Kinshasa, ma anche in altre province, tra cui il Kasai, roccaforte dell’UDPS, il Kivu, sempre tormentato, o il Katanga, secessionista per tradizione, nonostante gli sforzi dell’apprezzato ed efficace governatore, Moïse Katumbi Chapwe. Sarebbe una grave irresponsabilità dell’opposizione se decidesse di fomentare l’odio con l’unico scopo di screditare Joseph Kabila agli occhi della popolazione e dell’estero. In quel tipo di gioco, è il Congo che ci perderebbe, perché in preda alla rivolta, si troverebbe con un presidente incapace di costituire un governo efficace, impossibilitato di continuare la ricostruzione del paese, già molto lenta, e incapace di conservare la sua unità, per non poter disporre di forze di sicurezza affidabili, perché composte, soprattutto nel Kivu, di ex ribelli del CNDP mal integrati. Non è da escludersi, per il dopo elezioni, che un tale scenario catastrofico possa diventare realtà.