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Giu 09 2011

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Rwanda Attualità – edizione maggio 2011

SOMMARIO:

EDITORIALE

1. VICTOIRE INGABIRE IN ISOLAMENTO

2. IL “MODELLO RUANDESE”: UNA ILLUSIONE
– In che cosa il Ruanda potrebbe servire da modello agli altri paesi africani?
– “Bye bye nyakatsi”: un disastro umanitario
– 200 milioni di euro al Ruanda per rinforzare la dittatura

3. LA LUGUBRE OFFENSIVA DI UN REGIME IN DECLINO
– Un’assillante campagna di minacce contro la diaspora ruandese nel Regno Unito
– Londra: incontro con una Ruandese scomoda
– Due preti ruandesi denunciano il terrorismo intellettuale praticato dal regime di Kigali
– Il Ruanda recluterebbe degli hackers per piratare dei siti dell’opposizione

 

EDITORIALE:

Numerose voci, fra cui quelle di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, ben note per la loro oggettività, di ricercatori indipendenti, di giornalisti e di Ruandesi di diverse origini etniche e condizioni sociali non cessano di denunciare il totalitarismo e la criminalità statale eretta in metodo di governo dal regime ruandese del presidente Paul Kagame.

Se è vero che in Ruanda c’è un certo ordine e che i Ruandesi dell’interno sono piuttosto “disciplinati” e sembrano camminare tutti allo stesso passo, si tratta però di una visione strabica, perché, in realtà, si tratta di un ordine solo apparente, imposto con la baionetta e la forza, un ordine in cui la violenza e il terrore costituiscono il mezzo normale del potere, un ordine in cui ciascuno deve scegliere tra la vita (rinunciando ai suoi diritti) e la morte (rifiutando la sottomissione), un ordine in cui si nega l’esistenza dell’avversario politico, percepito come un nemico da combattere con le armi della guerra: ucciderlo, gettarlo in prigione o “suicidarlo”.

Questa situazione necessita di misure urgenti da parte della Comunità Internazionale che dovrebbe intraprendere e incoraggiare delle iniziative per fare rispettare i diritti della persona umana riconosciuti dall’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della sua persona” e dall’articolo 6 del Patto Internazionale relativo ai diritti civili e politici.

È tempo che la Comunità Internazionale venga in aiuto di un popolo oppresso, ridotto al silenzio da un regime totalitario che, dopo 17 anni di potere assoluto, sta oggi accentuando la sua tirannide. La Comunità Internazionale deve oggi far pressione su Kigali, per mettere fine all’attuale regime di terrore e promuovere lo stato di diritto, la giustizia e la democrazia. La Comunità Internazionale deve prendere le decisioni necessarie per migliorare la sorte delle popolazioni rurali attualmente emarginate e soprattutto per organizzare un dialogo inter-ruandese che includa ogni componente della società ruandese, sia dell’interno che della diaspora, unico quadro indispensabile alla riconciliazione effettiva del popolo ruandese e alla promozione della pace e della sicurezza nella regione dei Grandi Laghi.

 

1. VICTOIRE INGABIRE IN ISOLAMENTO

Il 20 maggio, in un comunicato stampa, le FDU-Inkingi affermano che da 9 settimane Victoire Ingabire, Presidente delle FDU-Inkingi e incarcerata nella prigione centrale di Kigali dal 14 ottobre 2010, non può più ricevere visite. Le guardie carcerarie hanno affermato di avere registrato già 3 nomi di persone, non membri del partito, che andavano a renderle visita.

Il processo di Victoire Ingabire, aperto il 16 maggio 2011, è stato spostato al 20 Giugno 2011 a causa di numerose contraddizioni e incoerenze del Procuratore sollevate dagli avvocati della difesa che hanno scritto all’Alta Corte su queste questioni e sui rischi di mancanza di equità nel processo.

L’Alta Corte è stata informata anche sulle minacce e sorveglianze di cui è oggetto la difesa nelle sue conversazioni con la cliente, da parte degli agenti dei servizi segreti. La difesa ha qualificato queste interferenze di inaccettabili. La questione è stata varie volte sottomessa direttamente a Kamugisha, Direttore della prigione centrale di Kigali. Nonostante le promesse fatte per mettere fine a tale ingerenza, essa si è intensificata. La difesa si è detta molto preoccupata. “La continua sorveglianza e l’ascolto delle nostre conversazioni con la cliente da parte degli agenti dei servizi segreti sono ingerenze illegali e non possono garantire alla nostra cliente un processo equo”, hanno detto gli avvocati di Victoire Ingabire.

Inoltre, nelle ultime udienze il procuratore ha presentato dei nuovi co-accusati che si dichiarano colpevoli. Gli avvocati della difesa non avevano mai ricevuto prima alcuna documentazione su questi “sedicenti terroristi” utilizzati come testimoni chiave. Sembra dunque che tutte le speranze per un processo giusto stiano svanendo.

In un suo messaggio inviato al popolo ruandese il 3 maggio 2010, Victoire Ingabire scriveva:

“La ragione principale del mio arresto consiste nel privarmi dei miei diritti politici, aprire un’inchiesta giudiziaria contro di me per impedire la registrazione del mio partito politico, le FDU INKINGI e, infine, impedire me stessa di presentarmi alle elezioni presidenziali.

Per bloccare le nostre attività politiche e annichilare ogni velleità democratica, il governo ha deciso di arrestarmi, ma inutilmente, perché la mia determinazione resta intatta. Anche se in ogni dittatura, ogni persona che milita pacificamente per la democrazia è sempre pronta ad essere incarcerata, è sempre tragico essere privati della propria libertà.

Questo processo che si vuole fare contro di me è un pretesto, un falso processo, perché anche i miei accusatori sanno che non ci sono prove contro di me e che io sono innocente.

I capi di accusa contro di me sono i seguenti:
1. divisionismo,
2. propagazione dell’ideologia del genocidio e
3. collaborazione con i ribelli delle FDLR.

1. Divisionismo.

a. Siamo un partito di opposizione.

Non accetteremo mai di sottometterci a quel partito-stato che è il FPR. Sappiamo che, per il regime, il fatto di non avere la stessa visione del FPR è assimilato al divisionismo. La Costituzione del nostro paese, che il regime stesso del FPR ha approvato, riconosce il pluralismo politico. Ciò vuol dire che riconosce il diritto ai cittadini e alle altre formazioni di avere delle idee politiche diverse da quelle del partito al potere. Non abbiamo paura di dire al mondo intero che i Ruandesi sono sotto il giogo della paura e dell’oscurantismo e che, nelle campagne ruandesi, c’è la fame.

Siamo contro le decisioni che obbligano i contadini a distruggere i loro bananeti, quando essi costituiscono la loro fonte principale di reddito, almeno per la maggior parte di essi. Denunciamo pubblicamente la gestione del sistema della sanità perché, nel mondo rurale, c’è una mancanza palese di medicinali. I rari medicinali disponibili costano troppo e i malati devono acquistarli con i propri soldi, senza alcun tipo di rimborso, anche se ogni Ruandese deve obbligatoriamente pagare una quota per l’assistenza sanitaria.

La riforma scolastica e l’imposizione dell’inglese si scontrano con la mancanza di infrastrutture di base, l’inadeguatezza della formazione degli insegnanti e l’assenza di materiale scolastico in inglese. Come può un insegnante insegnare in una lingua che non parla e senza materiale pedagogico? È veramente triste per la qualità dell’insegnamento in Ruanda. Nelle scuole i professori di storia sono totalmente confusi: la versione ufficiale della storia nazionale imposta dal regime è in contraddizione coi fatti storici.

Siamo contro il fatto che i Tribunali Gacaca che, nella tradizione ruandese, dovevano pronunciarsi su contenziosi interpersonali e sociali, giudicano ora dei casi che richiedono delle conoscenze in materia penale che i giudici di questi tribunali non possiedono. Ciò è ancor più grave in quanto si tratta di crimini così gravi come il genocidio. Ci opponiamo al fatto che gli accusati di questi tribunali non dispongono di nessun diritto ad essere assistiti da un avvocato.

Non siamo d’accordo col regime nemmeno sulla sorte riservata ai nostri fratelli del Congo, uccisi dal 1996 e il cui numero di morti supera i 5 milioni, secondo i rapporti del gruppo degli esperti dell’ONU e di altre organizzazioni indipendenti. Sono, tra altri, tutti questi punti di disaccordo col regime che sono alla base delle accuse di divisionismo mosse contro di noi.

Il potere sospende dei giornali indipendenti, crea delle divisioni nei partiti politici che non gli sono ligi, impedisce ad altri di organizzare le loro assemblee costituenti, incarcera degli oppositori politici e degli ufficiali militari. E si vorrebbe farci tacere per evitare di essere etichettati di divisionisti.

b. La questione etnica non dovrebbe più essere un tabù.

Il problema etnico è diventato tabù, nessuno ne osa parlare apertamente. E, tuttavia, affermare che il popolo ruandese è composto di tre etnie non è un reato e non costituisce un problema in sé. Diventa un problema quando si è discriminati a causa della propria appartenenza etnica tutsi, hutu o twa. Come si può affermare che in Ruanda non esistono etnie, quando è risaputo da tutti che il genocidio e i massacri commessi in Ruanda, lo sono stati su base etnica? Affermiamo che un genocidio ha colpito i Tutsi, sono stati cacciati e uccisi perché erano Tutsi. Vogliamo intraprendere una politica che abbia il coraggio di esaminare a fondo questo problema, per evitare che un tale dramma non si ripeta nel futuro e che nessuno venga discriminato a causa della sua origine etnica. La vita di ciascuno è sacra e deve essere tutelata e protetta dalla legge e dalle istituzioni. Se osiamo affermarlo, ci si accusa di divisionismo.

2. Propagazione dell’ideologia genocidaria.

a. Riconosciamo il genocidio.

La mia formazione politica, le FDU-Inkingi, fondata nel 2006 e io stessa, riconosciamo che nel 1994 c’è stato in Ruanda un genocidio contro i Tutsi. Riconosciamo anche che prima, durante e dopo il 1994, ci sono stati in Ruanda dei crimini contro l’umanità che hanno colpito altre componenti della popolazione ruandese. Sono dei fatti documentati a cui alcuni di noi hanno assistito e che sono stati riconosciuti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nella sua Risoluzione 955/1994. Affermiamo, senza alcun indugio, che ogni persona che abbia avuto una responsabilità in questi crimini deve rispondere dei suoi atti davanti alla giustizia. Per il regime attuale, questo linguaggio costituisce una negazione del genocidio dei Tutsi e rivela l’ideologia del genocidio.

b. La nostra visione della riconciliazione.

Vogliamo la riconciliazione dal popolo ruandese e sappiamo che nessuna riconciliazione sarà possibile fino a quando non verrà riconosciuta la sofferenza di tutte le vittime. Incoraggiamo i Ruandesi a discutere insieme, senza tabù, di questa tragedia. Dovranno sedersi insieme per creare una base solida in vista di una soluzione duratura. La giustizia deve essere equa e non selettiva.

3. Collaborazione con le FDLR.

Presenteranno decine di ex FDLR per accusarmi di collaborazione. La nostra risposta sarà sempre la stessa: la guerra non è una soluzione. Abbiamo scelto la via pacifica per evitare un nuovo spargimento di sangue e per preservare la ricomposizione, ancora possibile, del tessuto sociale ruandese. Le FDLR sono dei ruandesi. Hanno bisogno di garanzie per rientrare senza armi nel loro paese. Quelli che sono stati implicati in crimini di genocidio ed altri crimini contro l’umanità dovranno comparire davanti ad una giustizia che, per la gravità dei fatti, deve essere imparziale ed equa. Gli altri meritano un reinserimento socio professionale. Ma se si incarcera una persona sospettata di parlare con membri della ribellione, come si potrà convincerli a ritornare, senza incorrere nel rischio di ammuffire in prigione?

4. Conclusione.

Vogliamo costruire uno Stato di diritto, rispettoso delle libertà fondamentali della persona umana. Non c’è, infatti, alcun sviluppo duraturo senza libertà e ogni visione di stabilità politica mediante la dittatura è la negazione stessa della stabilità. Alcuni segni incoraggianti di sviluppo resteranno fragili, se il paese continua ad essere gestito da una dittatura di un uomo. Non ci sarà mai una vera soluzione, né uno sviluppo reale se non hanno un fondamento solido basato sulla democrazia, lo stato di diritto e una seria politica di riconciliazione nazionale.

 

2. IL “MODELLO RUANDESE”: UNA ILLUSIONE

In che cosa il Ruanda potrebbe servire da modello agli altri paesi africani?

L’11 maggio 2011, il giornalista François Soudan, del settimanale francese Jeune Afrique, ha pubblicato un’intervista al presidente ruandese Paul Kagame. Nell’introduzione, il giornalista presenta il Ruanda come “un’altra Africa”, “un’Africa in cui non ci sono più capanne con tetti di paglia, né sacchetti di plastica, né mendicanti, né persone con ciabatte ai piedi”. Il Ruanda sarebbe quindi un “un modello” da imitare.

Reagendo all’intervista, Gaspard Musabyimana si chiede in che cosa il Ruanda potrebbe servire da modello per gli altri paesi africani.

Il Ruanda è quel paese africano che ha pianificato, su vasta scala, la sterilizzazione degli uomini per, così dire, limitare la crescita della popolazione.

Il Ruanda è quel paese africano che impedisce a molti suoi abitanti che non hanno la possibilità di comprarsi le scarpe di spostarsi liberamente, anche se, come in vari altri paesi africani, la popolazione contadina è abituata a camminare a piedi nudi. In Ruanda, i poveri che non possono permettersi di avere scarpe non possono ormai andare né al mercato, né a scuola, né all’ospedale, né presso gli uffici comunali. Dovrebbe essere una sensibilizzazione popolare che, a lungo andare, dovrebbe fare prendere coscienza dell’utilità di usare le scarpe. Ma imporlo per legge è un contro senso.

Il Ruanda è gestito come una proprietà privata del presidente Kagame e di un ristretto gruppo militaro-civile a lui ciecamente sottomesso. E’ tale gruppo che improvvisamente ha bandito il francese dalle scuole. E’ sempre lo stesso gruppo che, dopo ambigue trattative con i giganti dell’industria farmaceutica, ha decretato che centinaia di adolescenti ruandesi si sottomettano ad una vaccinazione contro il tumore del collo uterino. Ciò che suscita dubbi e perplessità è che non si chiede l’assenso delle adolescenti stesse e che non si dia loro alcun tipo di spiegazioni. Mentre si trovavano nel cortile della scuola per la ricreazione, le adolescenti vengono chiamate, messe in fila e immediatamente vaccinate. Alcuni osservatori pensano che queste adolescenti possano servire come cavie per studi clinici del vaccino.

Il Ruanda, una Africa “senza capanne con tetti di paglia”. Questa politica si è tradotta in un’assurda distruzione delle case dei più poveri. Si è fatto ricorso ai militari per radere al suolo tutte le capanne coperte di paglia. Sono state abbattute oltre 100.000 case. I danni sono considerevoli. Attualmente la popolazione sinistrata dorme sotto le stelle. Le immagini messe in line su http://www.igitondo.com/spip.php?article1600, un sito web degli studenti dell’università nazionale del Ruanda, fanno rabbrividire: una donna con il suo bambino, che si è costruito un tugurio sotto un albero che le serve da sostegno principale per pezzi di teloni di plastica ricuperati nelle discariche.

Il Ruanda è il solo paese africano in cui, in tempo di pace, più di 100 ministri e capi militari sono stati costretti a intraprendere il cammino dell’esilio.

Secondo il The Independent, il MI5, i servizi segreti britannici hanno avvertito l’ambasciatore del Ruanda in Grande Bretagna che Londra potrebbe ritirare il suo aiuto allo sviluppo destinato al Ruanda, se l’assillante campagna contro la diaspora ruandese nel Regno Unito non viene bloccata.

Il Ruanda è un paese in cui si vede un presidente che, in tutti i suoi discorsi, insulta gli oppositori politici e i membri della comunità internazionale che osano ricordargli le sue derive. Gli oppositori politici e i giornalisti critici verso il regime sono nelle carceri e la giustizia, sottomessa al presidente, infligge loro pesanti pene, solo per il fatto di avere esercitato i loro diritti politici e di opinione.

Il Ruanda è un paese il cui presidente, Paul Kagame, è oggetto di investigazioni da parte della giustizia internazionale: la giustizia francese gli attribuisce la responsabilità dell’attentato contro l’aereo del suo predecessore Juvénal Habyarimana, in cui è perì l’intero equipaggio francese, mentre la giustizia spagnola gli addossa l’assassinio di nove suoi concittadini, membri di ONG attive in Ruanda.

Il Ruanda non ha né risorse minerarie, né industrie di trasformazione. Le esportazioni del tè e del caffè sono minime. La crescita economica del Ruanda è un miraggio. Dal 1996 in poi, essa è alimentata dal bottino di guerra prelevato sulla Repubblica Democratica del Congo, mediante un saccheggio sistematico delle risorse naturali di questo paese. L’economia del Ruanda è viziata dagli effetti del contrabbando e del saccheggio.

Il rapporto del PNUD del 2007 faceva notare che il 62% della popolazione rurale viveva nella miseria più abietta, quando nel 1990 era solo il 50,3% . Il rapporto, inoltre, colloca il Ruanda tra il 15% dei paesi in cui ci sono più disuguaglianze. I prezzi, fra cui quelli dei prodotti alimentari e petroliferi, aumentano con indici esponenziali.

Kigali, la capitale, è una delle città più pulite, ma a quale prezzo? L’accesso vi è regolamentato e tende ad essere riservato ai più benestanti che portano le scarpe. I bambini della strada della capitale sono stati ammucchiati in alcuni campi (di concentramento) allestiti nell’isola Iwawa del Lago Kivu. I quartieri poveri di Kigali sono stati completamente rasi al suolo dai bulldozer, lasciando migliaia di famiglie senza casa, a causa di espropriazioni selvagge che non hanno permesso loro di trovare alloggio in quartieri meno cari.

No, gli Africani non dovrebbero lasciarsi influenzare dalla propaganda del regime. Il Ruanda non può servire da modello, né democratico, né economico, né sociale. È solo una squallida dittatura.

 

“Bye bye nyakatsi”: un disastro umanitario

La Politica di distruzione delle case con tetto di paglia lanciata dal 2007 dal governo ruandese per migliorare le condizioni di salute e il benessere della popolazione, si sta trasformando sempre più in un incubo per molti abitanti che si ritrovano sulla strada e senza tetto, anche nel periodo delle forti piogge.

Migliaia di case con tetto di paglia, dette “Nyakatsi”, in lingua kinyarwanda, sono state distrutte, senza che ai proprietari sia stata fatta una proposta di un alloggio alternativo. Peggio ancora: alcune case sono distrutte senza informare prima i loro proprietari.

Secondo le autorità ruandesi, “questo tipo di case sono oggetto di molti incidenti a causa del fuoco o della pioggia”.

Molte famiglie vivono in queste case a causa dell’estrema povertà.

In realtà, questa visione del regime è totalmente insensata. Sebbene alcuni contadini, soprattutto i pigmei, manifestano una preferenza per le case con tetto di paglia, molte famiglie vivono in questo tipo di case a causa dell’estrema povertà in cui sono sommerse.

Le belle cifre della crescita ruandese, che il regime non cessa di vantare, nascondono in realtà il livello di povertà in cui vive la maggior parte della popolazione. Anche il rapporto 2007 sullo sviluppo umano in Ruanda rivela che “l’elevato tasso di crescita nasconde, in realtà, considerevoli disuguaglianze, sempre più marcate, tra classi sociali, regioni e sessi”. “Le disuguaglianze, sempre più palesi, sono una vera minaccia sulla riduzione della povertà e sulla crescita economica”, precisa il rapporto. La crescita avviene a scapito dell’immensa maggioranza degli otto milioni di Ruandesi che vivono nelle zone rurali. Ciò significa che la ricchezza non è ben distribuita e che è essenzialmente concentrata nelle mani della popolazione urbana.

Gli orientamenti economici proposti dal regime sono apprezzati da molte istituzioni finanziarie internazionali e altri finanziatori. È vero che certi progressi registrati possono indurre ad essere ottimisti: tasso di crescita dell’8% per la capitale, progresso nella lotta contro la malaria, intensa campagna di alfabetizzazione, progressi nell’educazione, la scuola elementare è gratuita e obbligatorio per tutti, ecc. Ma l’intenzione del regime è proprio quella di presentare all’opinione pubblica e, soprattutto internazionale, i buoni risultati ottenuti per dissimulare e nascondere ciò che può ostacolare questa buona immagine. Le capanne con tetto di paglia smentirebbero i vantati progressi compiuti dal regime. Per questo, il regime ha deciso di farle abbattere.

Non sopportando di essere contraddetto, il regime di Kigali ha compreso che queste case con tetto di paglia avrebbero vanificato la sua propaganda nel fare credere che il Ruanda è un paese dove scorrono latte e miele.

Il regime di Kigali cura attentamente l’immagine che vuole mostrare del Ruanda, a tal punto che, in occasione dei grandi avvenimenti a cui sono invitate anche personalità straniere, il regime obbliga gli abitanti della capitale, soprattutto quelli che abitano nei dintorni delle strade su cui transiteranno queste personalità, a dipingere a nuovo la loro casa e a pulire i marciapiedi, affinché tutto sembri ben in ordine. Guai ai ricalcitranti, perché potrebbero vedere la loro casa semplicemente rasa al suolo.

Difficoltà nel costruire, soprattutto in campagna.

Quelli che vivono in queste capanne accusano le autorità di essere responsabili di questa situazione. Dal 2005, on il pretesto di voler proteggere l’ambiente, le autorità ruandesi vietano, infatti, alle famiglie l’uso dell’argilla e del legname e autorizzano la fabbricazione delle tegole solo alle cooperative. Secondo le autorità, le tegole devono essere fabbricate solo dalle cooperative, per evitare lo spreco del legno e dell’argilla. Tuttavia, ciò che è deplorevole, è che queste cooperative non sono, in realtà, che delle imprese i cui principali proprietari sono proprio quelli che sono incaricati di mettere in esecuzione il programma di eliminare le case con tetto di paglia.

Il colmo è che le associazioni che tentano di aiutare gli abitanti a ricostruire le loro case, esse sono obbligate ad acquistare i materiali necessari a dei prezzi esorbitanti, proprio presso queste cooperative.

Come si esegue in questo programma?

Militari, polizia e autorità locali arrivano in un comune senza avvertire, localizzano le case con tetto di paglia e chiedono se non c’è nessuno dentro. Quando la casa è vuota, la incendiano e abbattono poi i muri. La presenza dei militari serve a terrificare quei proprietari che tentano di opporsi alla distruzione della loro casa. Tutto ciò che si chiede agli occupanti di una casa che deve essere distrutta è di uscirne rapidamente, senza lasciare loro nemmeno il tempo per ricuperare le poche cose che possiedono.

 

200 milioni di euro per rinforzare la dittatura

Secondo un articolo di François Janne d’Othée pubblicato dal settimanale belga Le Vif n° 17 del 29 aprile 2011, il ministro della cooperazione belga, Olivier Chastel, sta negoziando con il Ruanda un nuovo Programma Indicativo di Cooperazione (PIC) per il prossimo periodo 2011-2014, Si tratterrebbe di un pacchetto di 200 milioni di euro: 160 milioni da investire soprattutto in tre settori: la sanità, l’energia e il decentramento e, dopo valutazione, un “bonus” di 40 milioni, in funzione del rispetto dei criteri internazionali in materia di governanza, di democrazia e di libertà individuali. Da notare che la parte che il Belgio assegnata direttamente al governo ruandese non supera il 40%, essendo il resto assegnato a dei progetti debitamente identificati, mentre il governo britannico versa più del 90% dell’aiuto direttamente nelle casse di Kigali.

Varie ONG si preoccupano e si chiedono: com’è possibile stanziare una tale somma a favore del Ruanda, senza prendere in conto il rispetto della democrazia e dei diritti dell’uomo? Le diverse elezioni sono completamente manipolate dal partito al potere e Paul Kagame stesso è stato rieletto, nel 2010, con un risultato di tipo stalinista. Victoire Ingabire, che ha osato sfidarlo, è in prigione da sette mesi ormai. Tutte le voci dissonanti della politica, della stampa e della società civile si trovano nello stesso dilemma: tacere o esiliarsi.

Secondo Emmanuel Neretse, il ministro belga avrebbe dichiarato che i primi 160 milioni sarebbero investiti nella giustizia, nell’educazione e nella sanità.

Di fronte a queste belle intenzioni, ciò che il contribuente belga non sa è che il regime dittatoriale del FPR di Paul Kagame è specialista nel manipolare e presentare le idee e che gli stranieri non possono, quindi, comprendere il vero discorso del regime.

La Giustizia.

Quando il Belgio accetta di dare un suo aiuto per il settore della giustizia, crede, in buona fede, che questo denaro sia destinato a migliorare il sistema giudiziario ruandese e a fare di questo paese uno Stato di diritto. Non è così. L’aiuto del Belgio per il settore della giustizia sarà utilizzato per ricercare gli oppositori che vivono all’estero, finanziare le azioni destinate a redigere, sulla base di false accuse, dei rapporti contro di loro o, addirittura, per assassinarli.

L’educazione.

Il governo belga crede che i milioni che versati al Ruanda contribuiranno a sostenere il sistema educativo del paese e a migliorare la qualità dell’insegnamento e la vita degli studenti. Non è così. L’aiuto ricevuto servirà a finanziare le borse di studio dei figli delle famiglie ricche che, al contrario delle famiglie più povere, possono sopportare le spese di scolarità dei loro figli. Questo aiuto servirà, quindi, ad aumentare il fossato che esiste tra una piccola élite minoritaria e la grande maggioranza della popolazione povera.

La sanità.

Invece di servire a migliorare il sistema della sanità per tutti, l’aiuto belga in questo settore servirà a finanziare il controverso programma di sterilizzazione di 700.000 uomini in due anni e la sperimentazione di vaccini, peraltro non ancora convalidati, contro il tumore del collo uterino, intrapresa su delle adolescenti degli ambienti più modesti. E’ un vero progetto genocidario che il Belgio rischia di finanziare.

La somma destinata al buon governo sarà, in realtà, destinata a rinforzare la sorveglianza del paese da parte della milizia del FPR, il partito al potere, denominata “Intore”. Questo denaro servirà a finanziare la propaganda del regime all’interno del paese, fino alla più piccola entità amministrativa, anche a costo di imbavagliare e reprimere ogni voce discordante. L’aiuto destinato alla cooperazione regionale servirà a finanziare delle azioni di destabilizzazione in RDCongo e in Burundi, ma soprattutto per mantenere una presenza nell’est della RDCongo attraverso ribellioni teleguidate di Kigali e al servizio delle grandi multinazionali.

Il 27 maggio, il colonnello Luc Marchal, già comandante dei Caschi Blu nel settore Kigali in Ruanda nel 1994 e Jean Verstappen, già senatore e Segretario di Incontri per la Pace, hanno inviato una lettera ad Olivier Chastel, ministro belga della cooperazione. Qui di seguito alcuni estratti della lettera:

“Diversi paesi europei hanno ridotto il livello della loro cooperazione col governo ruandese in seguito alla pubblicazione, il 1° ottobre 2010, del Rapporto Mapping dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Diritti dell’uomo. Il rapporto contiene terribili affermazioni di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità (addirittura di genocidio) perpetrati dagli attuali dirigenti del Ruanda. Le ripetute aggressioni dell’Esercito Patriottico Ruandese (APR) e delle sue milizie politico-militari sono responsabili, solo sul territorio del Congo, della morte di circa 4 milioni di persone. Precisamente, a proposito dell’APR, i suoi effettivi superano attualmente i 70.000 uomini. A titolo di paragone, quando il regime detto “dittatoriale” del presidente Habyarimana fu attaccato dal FPR nell’ottobre 1990, l’effettivo totale delle Forze Armate Ruandesi era di 6.000 militari e 2.000 gendarmi. Non ci si può dunque spiegare il fatto che si possa decidere di sostenere finanziariamente un paese che intrattiene delle forze armate pletoriche, in totale inadeguatezza coi suoi bisogni reali in materia di difesa. Se il governo ruandese dedicasse meno mezzi finanziari al mantenimento di una “forza di difesa” monoetnica e sproporzionata, potrebbe sicuramente far fronte alle sue necessità in materia di sanità, di energia e di decentramento.

È paradossale che una parte del denaro dei contribuenti sia assegnata, anche sotto condizioni, ad un governo che, quotidianamente, dimostra la sua profonda avversione per i valori della democrazia.
Non è necessario ritornare sui metodi utilizzati da Kigali per:
– imbavagliare ogni opposizione democratica in Ruanda;
– eliminare fisicamente gli oppositori che si trovano all’estero;
– escludere una percentuale importante della sua gioventù dall’accesso all’insegnamento;
– costringere i contadini a coltivare prodotti per l’esportazione, piuttosto che quelli indispensabili per la loro propria sopravvivenza;
– frenare il tasso di crescita degli Hutu applicando un vasto programma di sterilizzazione;
– impedire i rappresentanti di questa stessa comunità ad accedere a posti di responsabilità in seno alle strutture dello stato.

Si teme dunque che le condizioni (rispetto per i valori democratici) che si potrebbero stabilire per una cooperazione efficace non siano effettivamente rispettate. La storia recente dell’Africa dei Grandi Laghi dimostra che non si detta al presidente Kagame la condotta da seguire. Egli ha sempre definito i suoi propri obiettivi e trovato i mezzi necessari per raggiungerli. Lo dimostra il fatto che, malgrado due rapporti dell’ONU relativi al saccheggio delle ricchezze minerarie del Congo, il Ruanda non ha ancora messo fine al saccheggio delle province orientali congolesi.

E’ per questo che, se si vuole realmente privilegiare veri progressi in materia di democrazia e di rispetto dei diritti dell’uomo, si dovrebbe piuttosto sostenere concretamente il dialogo inter-ruandese che, per il momento, solo la Spagna sta sostenendo. Infatti, grazie all’appoggio spagnolo, diverse associazioni rappresentative della società civile ruandese, usufruiscono di un foro di dialogo, in cui i loro rappresentanti riflettono sul passato agitato e doloroso del loro paese e tentano di progettare un futuro comune a tutti i Ruandesi, qualunque sia la loro classe sociale o la loro appartenenza etnica. I progressi già realizzati, in seguito a questa riflessione, meritano che anche altri paesi sostengano, in modo attivo e concreto, questa iniziativa intrinsecamente pluralistica e democratica. In mancanza di ciò, il totalitarismo avrà ancora vita lunga in Ruanda.

Infine, se si sostiene senza riserve l’aspirazione a una maggiore libertà delle popolazioni dell’Africa settentrionale e del Prossimo-Oriente, risulta contraddittorio offrire, nello stesso tempo, un sostegno al regime liberticida di Paul Kagame”.

 

3. LA LUGUBRE OFFENSIVA DI UN REGIME IN DECLINO

Una assillante campagna di minacce contro la diaspora ruandese nel Regno Unito

I servizi segreti britannici (M15) hanno avvertito l’ambasciatore ruandese in Gran Bretagna che Londra potrebbe sospendere il suo aiuto al Ruanda, di circa 83 milioni di sterline per lo sviluppo, qualora non sia fermata la attuale campagna di assillo contro la diaspora ruandese nel Regno.

Secondo il quotidiano inglese “The Independent” che ha riportato la notizia, vari immigrati ruandesi hanno dichiarato di essere stati minacciati e intimiditi da diplomatici ruandesi residenti in Gran Bretagna. Jeanne Umulisa, 46 anni, già militare del Fronte Patriottico Ruandese, sarebbe stata minacciata da autorità ruandesi, per aver fondato “Wariyo Baka”, un’associazione creata per aiutare i veterani del FPR ad uscire da problemi di alcol e droga.

Il 20 maggio, un ruandese esiliato a Londra, René Mugenzi, 35 anni, ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters di essere stato avvertito dalla polizia britannica di essere oggetto di minacce di morte da parte del governo ruandese. Mugenzi che dirige un think tank di opposizione al governo ruandese a Londra, non è il solo esiliato ruandese vittima di minacce di morte. Anche Jonathan Musonera, 47 anni, è stato messo in guardia dalla polizia britannica che ha raccomandato ai due di prendere qualche misura di sicurezza, come l’installazione di un allarme nel loro appartamento, lasciare temporaneamente il loro domicilio o cambiare percorsi e orari. Un portavoce della polizia londinese ha confermato che sono state prese misure adeguate per garantire la loro sicurezza. Il quotidiano The Time ha inoltre affermato che un ruandese sospettato di complottare contro questi due esiliati è stato arrestato per essere poi espulso dall’Inghilterra, dopo essere stato interrogato dalla polizia. L’ambasciata ruandese in Gran Bretagna ha respinto in blocco tutte queste affermazioni.

 

Londra: incontro con una Ruandese scomoda

Chi sono questi Ruandesi che disturbano Kigali, qual’è il loro percorso, perché disturbano e che cosa vogliono?

Un giovane rifugiato Hutu fuggito dalle atrocità del FPR, una donna Tutsi scampata al genocidio del 1994, uomini e donne che hanno combattuto nelle file del FPR: i loro profili sono diversi, ma hanno in comune il fatto di partecipare regolarmente alle attività di un’associazione denominata “PAX”, di cui l’ultima è stata una commemorazione organizzata il 19 aprile 2011 e che ha particolarmente infastidito il regime ruandese.

Prudentienne Seward è la presidente e co-fondatrice dell’associazione.

Prudentienne è nata in Ruanda all’inizio degli anni 60 da padre Tutsi e madre metà Hutu, metà Tutsi, ciò che, nella tradizione ruandese, ne fa una Tutsi a pieno titolo, giacché l’appartenenza etnica è trasmessa dal padre.

Prudentienne racconta come la popolazione viveva in simbiosi e dà l’esempio della tradizione annua di settembre, l”Ubudehe”, che consisteva nel chiamare tutto il vicinato a venire in aiuto per raccogliere, “amasaka”, i prodotti dei campi. Alla fine dei lavori, “si condivideva insieme l'”Ikigaye”, offerto dal proprietario dei campi in segno di ringraziamento” e “Hutu o Tutsi, ciò non aveva nessuna importanza, tutto il vicinato condivideva insieme questo momento di gioia”.

Quando il FPR ha iniziato la guerra il 1° ottobre 1990, le relazioni con la popolazione non sono cambiate molto, anche se, “per la strada, si chiedeva più spesso la carta di identità”.

Il 06 aprile 1994, quando è stato abbattuto l’aereo del presidente Habyarimana, Prudentienne si trovava a Butare.

Ella racconta che, dal 06 al 21 aprile, a Butare le barriere erano state erette insieme daHutu e Tutsi che temevano che i membri del CDR venissero ad assassinare degli hutu del sud e dei membri del partito PSD”.

Racconta che è il 21 aprile che i massacri sistematici contro i Tutsi sono cominciati “in seguito a un discorso pronunciato dal presidente ad interim Théodore Sindikubwabo”. Ella afferma di avere dei dubbi sull’esistenza di una pianificazione, perché, dice, “è all’ultimo minuto, soprattutto a partire dal 21 aprile, che si è cominciato a sobillare la popolazione”.

Il 24 giugno 1994, è grazie ad Oxfam, all’associazione Terra degli uomini e soprattutto grazie a Chris, suo marito, britannico, che ha potuta essere evacuata verso il Burundi con un gruppo di stranieri. E’ in Burundi che apprende la notizia secondo la quale tutta la sua famiglia da parte di suo padre era stata massacrata dagli interahamwe.

Nell’agosto 1994, dopo la presa del potere da parte del FPR, Prudentienne decide di tornare in Ruanda per cercare sua madre e sua sorella. Un uomo l’ha informata che sua madre, sua sorella e sua zia erano state uccise alcuni giorni prima dal FPR, perché erano sospettate di essere “interahamwe”.

Prudentienne e Chris si sono poi stabiliti in Angola, dove Chris era stato nominato secondo rappresentante di Oxfam. Nel 1995, Prudentienne ha deciso di tornare in Ruanda per potere seppellire i suoi familiari nella dignità. Fin dall’aeroporto, cominciano le difficoltà, quando degli agenti le pongono aggressivamente ogni tipo di domande: “come sei sopravvissuta? La tua famiglia è ancora in vita?”. Vedendo che aveva un passaporto rilasciato nel giugno 1994, un funzionario esclama: “se sei sopravvissuta, è perché sei interahamwe”.

Il 3 aprile 1996 in Angola, suo marito viene ucciso, “preso in un’imboscata contro dei soldati dell’ONU con cui si trovava”.

È il 6 aprile 1996 che arriva in Inghilterra, dove vive oramai con la famiglia di suo marito che l’ha accolta.

Appena arrivata in Inghilterra, è stata avvicinata da un gruppo di Ruandesi che le ha chiesto di fare parte di un’associazione di superstiti Tutsi per potere dare testimonianza della sua storia.

“Volevano che andassi a testimoniare regolarmente e ho accettato, ma quando ho detto che mia madre era stata uccisa dal FPR, mi hanno risposto che non avevo il diritto di parlarne, perché era stato un incidente”, rivela Prudentienne che ha loro risposto che, in tal caso, non poteva più testimoniare, perché “nessuno può impedire ad un altro di poter parlare di tutti i familiari che ha perso”.

È in quel momento che Prudentienne ha preso coscienza della gravità del problema della memoria ruandese: “non volevo che il genocidio fosse utilizzato per dividere i Ruandesi, non volevo che la mia storia potesse servire ad opprimere altre vittime”. E’ in seguito a ciò che, nel 1998, ella si mette in contatto con René Claudel Mugenzi e insieme fondano il PAX, progetto che mira a promuovere la pace, la giustizia, il perdono e la riconciliazione tra i popoli dei Grandi Laghi. Il PAX organizza regolarmente delle conferenze sulla memoria o delle commemorazioni comuni di tutte le vittime.

Ella è convinta che il grosso problema in Ruanda è che non c’è giustizia: “nessuno parla delle persone morte in Ruanda e uccise dal FPR”. Ciò che la affligge è che “c’è una parte delle vittime che è costretta a tacere, che non ha il diritto di rievocare i propri familiari scomparsi, che non ha il diritto di commemorare i suoi morti e ciò deve cessare, perché è ciò che impedisce una riconciliazione effettiva”.

L’ultima commemorazione che si è svolta il 19 aprile ha particolarmente irritato il regime. Aveva come obiettivo quello di commemorare tutte le vittime, quelle del genocidio commesso in Ruanda nel 1994 e quelle di tutte le altre atrocità commesse in Ruanda sin dal 1959″.

Ciò che ha particolarmente irritato vari Ruandese pro-regime, è una frase apparsa nell’invito che diceva “i superstiti, Hutu e Tutsi, daranno le loro testimonianze e condivideranno la loro esperienza, affinché ciascuno comprenda il dolore dell’altro e si vada verso il perdono e la riconciliazione”. Sin dal momento dell’invio dell’invito, mandato anche all’ambasciata, vari Ruandesi l’hanno chiamata e le hanno detto che “era veramente scorretto e fuori luogo parlare dei “superstiti Hutu”. Da quella cerimonia, le minacce si sono intensificate. Prudentienne ha ricevuto molte telefonate da persone che la trattano come Interahamwe e che le dicono che, con qualunque mezzo, il FPR fermerà il loro progetto.

Il regime del FPR è un regime etnista e razzista, responsabile della morte di centinaia di migliaia di Hutu, ma anche di un numero indeterminato di Tutsi. Il movimento trae la sua legittimità internazionale dal genocidio perpetrato nel 1994 contro la minoranza Tutsi. Appena un partner internazionale rievoca la minima critica sulle violazioni dei diritti dell’uomo o i crimini perpetrati dal FPR, la risposta è subito pronta, come l’ha riconosciuto l’ex direttore di gabinetto di Paul Kagame, Théogène Rudasingwa: “Dove eravate durante il genocidio contro i Tutsi?”. Intimiditi e senza risposte, i partner internazionali tacciono subito e abbordano altri argomenti.

Da un punto di vista della società ruandese, l’attuale regime ruandese attacca con grande virulenza chiunque osi rievocare le sue vittime. “Genocidari, Interahamwe, negazionisti, sostenitori del genocidio, Ibigarasha”, questi sono gli insulti quotidiani che ogni cittadino, ruandese o straniero, deve sopportare,se osa rievocare i crimini del FPR.

Gli attacchi più cinici sono quelli rivolti agli scampati Tutsi, come Prudentienne, etichettata “Interahamwe”, o Déo Mushayidi, che ha perso quasi tutta la sua famiglia nel genocidio del 1994 e che è stato condannato per “negazionismo”.

I progetti che mettono insieme Hutu e Tutsi per una vera riconciliazione rappresentano, per l’attuale regime, una vera minaccia fatta alla versione della storia che esso ha imposto e sulla quale si è seduto. E’ dividendo la società ruandese in due campi e stigmatizzando come genocidari i suoi oppositori politici e, più generalmente, tutta la popolazione Hutu, che il regime riesce a imporre la sua versione della storia.

Tuttavia, una pace duratura in Ruanda non passa che attraverso la riconciliazione effettiva della società ruandese che, lei stessa, necessita il riconoscimento di tutte le vittime, la giustizia per tutti, ma anche e, soprattutto, tutta la verità sulle cause del dramma che ha funestato l’insieme della popolazione ruandese. Ma finora il regime non accetta questa cammino, perché teme che alti quadri del FR debbano rispondere dei loro atti.

 

Due preti ruandesi denunciano il terrorismo intellettuale praticato dal regime di Kigali

Secondo un dispaccio dell’AFP dell’8 maggio, “la chiesa cattolica ruandese ha preso pubblicamente le distanze da due preti cattolici hutu, esiliati in Europa e accusati in Ruanda di negare il genocidio dei Tutsi del 1994 e di criticare il presidente Paul Kagame sul loro sito internet, in violazione del loro obbligo di neutralità. L’abbé Thomas Nahimana è esiliato in Francia mentre l’abbé Fortunatus Rudakemwa vive in Italia. Provengono dalla diocesi di Cyangugu, nel sud-ovest del Ruanda. Hanno aperto un sito internet www.leprophete.fr su cui pubblicano regolarmente le loro posizioni molto critiche nei confronti del regime del presidente Kagame e invitano ad onorare la memoria anche degli Hutu uccisi dall’ex ribellione tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), oggi al potere.”

I due preti replicano così al dispaccio dell’AFP:

“1. dalla sua nascita nel 1987, il Fronte Patriottico ruandese (FPR) ha sempre praticato un principio caro a Joseph Paul Goebbels, ministro hitleriano della propaganda. Si tratta del principio che dice: “Ripetete una menzogna dieci, cento, mille volte e questa menzogna diventerà la verità”. E’ per questo che il FPR spende ancora oggi molto denaro per sovvenzionare giornali, agenzie, lobbies e individui a cui chiede di diffondere all’estero le menzogne che fabbrica sul posto in Ruanda. Queste persone fisiche e morali contattate si prestano volentieri al gioco, per motivi finanziari, ideologici, sentimentali e per altre “ragioni che la ragione non conosce”.

2. Dalla sua presa del potere a Kigali nel 1994, il FPR non pratica che del terrorismo intellettuale. Pretende avere il monopolio della verità. Ogni voce, non solo contraria ma anche discordante, è soffocata. Lo spaventapasseri è sempre pronto: il crimine di ” negazione del genocidio.”

3. Negli articoli pubblicati dal sito www.leprophete.fr, sin dalla sua nascita il 1° gennaio 2011, non c’è nessuna traccia, nessun passaggio che neghi il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. È piuttosto il FPR che rifiuta di onorare i milioni di Bahutu innocenti che ha massacrato durante questi ultimi anni.

4. L’unica affermazione vera del dispaccio di AFP è che siamo molto critici al riguardo del regime del generale Paul Kagame. Ma siamo animati solo da una volontà costruttiva. E non siamo i soli.

5. In quanto alla violazione del “obbligo di neutralità” che ci è rimproverata nel dispaccio dell’AFP, riconosciamo di non conoscere il contenuto esatto di questo “strano obbligo” che ci incombe e che finora ignoravamo. Per ciò che ci riguarda, siamo piuttosto convinti che non c’è neutralità possibile davanti al male. Non c’è equidistanza possibile tra il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, la libertà e l’oppressione. Un silenzio di questo genere non sarebbe che complicità, un grosso peccato da omissione. Pretendere una tale neutralità da parte di un(a), consacrato(a), proprio perché è consacrato, è come “annegare il pesce nell’acqua”. Nel nome di Yahvé, Mosé e suo fratello Aronne, (prete), dicevano al Faraone “Lascia andare il mio popolo” (Ex 5,1). E’ questo stesso appello che tutti i Ruandesi, uomini, donne, giovani, anziani, laici e consacrati, lanciano al regime del FPR. Ne hanno abbastanza dell’oppressione! Partecipare a questo canto corale o diffonderlo non significa assolutamente immischiarsi nella politica”.

 

Il Ruanda recluterebbe degli hackers per piratare dei siti web dell’opposizione

Secondo un post sul foro del sito di sicurezza informatico CIO est africa, agenti delle forze di sicurezza del Ruanda si sarebbero recate in Kenya per reclutare un hacker.
Scopo della missione: piratare dei siti web, ospitati in Europa, di oppositori politici al regime di Kagamé.
La maggior parte dei professionisti avvicinati dal governo ruandese sarebbero stati reticenti ad eseguire il lavoro, tuttavia un’agenzia avrebbe accettato.

Secondo le informazioni che circolano, si tratterebbe di piratare e oscurare i siti http://umuvugizi.com , http://www.victoire-ingabire.com, http://www.inyenyerinews.com, http://www.musabyimana.be,
http://rwandinfo.com, http://www.leprophete.fr, http://www.twagiramungu.net , http://www.newslineea.com e http://www.grandslacs.info