Giu 28

Congo Attualità n. 126

SOMMARIO:

EDITORIALE

1. POLITICA
   –
Processo elettorale
   – Ministero di Giustizia
2. KIVU
   – Ancora una volta, la questione dell’insicurezza
   – I militari del CNDP: un esercito nell’esercito
   – Negoziazioni in corso con le FDLR
   – Butembo: città della resistenza
3. TRE TESTIMONIANZE
   –
Parlamentari del Quartiere FURU di Butembo: un esempio di “democrazia partecipativa”
   – Il dottore Denis Mukwege di fronte alle violenze inflitte alle donne
   – Bukavu: ho un sogno

 

EDITORIALE:

Molti sono i problemi della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo). La preparazione delle prossime elezioni presidenziali e legislative risulta molto incerta: la registrazione degli elettori procede molto lentamente e con molte irregolarità, i partiti di opposizione non riescono a trovare un accordo su un candidato unico che possa essere un’alternativa credibile al presidente uscente.

L’insicurezza è in aumento, soprattutto nell’est del Paese: gruppi armati e, addirittura, militari dell’esercito nazionale continuano ad uccidere e a derubare una popolazione ormai allo stremo. Tale violenza, lo si è detto molte volte, è legata al controllo delle miniere di coltan, cassiterite e oro. Altre volte è legata ad un’immigrazione clandestina che, proveniente soprattutto dal Ruanda e facilitata dalle truppe del CNDP integrate nell’esercito, sembra una vera occupazione ruandese del territorio. Altre volte si tratta di atti di banditismo commessi da militari non pagati e abbandonati a se stessi.

Ma ci sono anche dei segni di speranza.

A Butembo (Nord Kivu), la popolazione si è organizzata in gruppi di quartiere concepiti come “luoghi di incontro, di concertazione e di scambio” per risolvere insieme i molti problemi di ogni giorno e per garantire la sicurezza dei loro quartieri. Si tratta di un’iniziativa che, partita dalla base, manifesta una grande volontà di partecipazione alla vita sociale e politica del territorio.

A Bukavu (Sud Kivu), all’ospedale di Panzi, il dottor Denis Mukwege cura le donne violentate e denuncia con veemenza le cause di questo tipo di violenza sessuale.

Sempre a Bukavu, i giovani compongono inni per esprimere il loro amore alla vita, al loro popolo e al loro paese, comunicare i loro sogni di pace, libertà, giustizia e fraternità e manifestare la loro speranza in un futuro migliore.

A Kinshasa, il ministro della giustizia ha presentato in Parlamento due progetti di legge: uno sulla creazione di camere specializzate in seno al sistema giudiziario congolese, per aprire inchieste, indagini e processi sui crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di genocidio commessi sul territorio congolese e un secondo, sulla protezione dei difensori dei diritti umani. Se si è arrivati a questo, è perché decine di Ong e migliaia di cittadini l’hanno chiesto con forza.

A proposito dello sfruttamento illegale delle risorse minerarie della RDCongo, si sta facendo pressione sulle multinazionali, affinché evitino di importare minerali che finanziano gruppi armati e conflitti. Si stanno precisando iniziative concrete, come la certificazione di origine dei minerali, la smilitarizzazione dei siti minerari, la pubblicazione delle transazioni finanziarie e la lotta contro l’impunità.

Questi piccoli segni rivelano che il popolo congolese sta prendendo coscienza di sé e della propria dignità e che vuole costruire un futuro migliore. Tuttavia, il cambiamento sarà possibile nella misura in cui le forze vive della società sapranno unire i loro sforzi, riuscendo così ad isolare le forze negative della società: i mandatari, gli autori e i complici di crimini, i corruttori, i cospiratori e gli approfittatori, siano essi politici, militari, giudici, funzionari o direttori di imprese.

La solidarietà degli oppressi è più forte della complicità degli oppressori.

 

1. POLITICA

Processo elettorale

L’11 maggio, il deputato nazionale Jean Bamanisa, eletto nella Provincia Orientale, ha rivelato che, secondo uno scambio di idee tra un’ONG internazionale e l’opposizione, le elezioni potrebbero essere rimandate di due anni a causa dei ritardi sinora accumulati. Jean Bamanisa stesso riconosce che ci sono grandi difficoltà nell’operazione di iscrizione degli elettori e circa il finanziamento del processo elettorale e che il calendario elettorale proposto dalla Ceni è troppo stretto da poter rispettare la scadenza del 06 dicembre come data per la pubblicazione dei risultati. Il deputato prevedere un probabile slittamento delle elezioni stesse e l’inizio di un breve periodo di transizione. Egli dichiara che l’essenziale è andare alle elezioni non nella precipitazione, ma piuttosto in un clima politico calmo e pacifico, affinché il capo dello stato che sarà eletto, non sia contestato. Egli fa notare che i deputati dell’assemblea nazionale dovrebbero già affrontare la questione dei testi costituzionali che dovrebbero regolamentare un’eventuale “transizione”.

Il 12 maggio, reagendo alla raccomandazione formulata dall’ONG International Crisis Group (ICG) di preparare un calendario elettorale alternativo e consensuale per evitare lo scoglio di incostituzionalità del potere al di là del 6 dicembre 2011, il portavoce del governo e ministro della Comunicazione, Lambert Mende Omalanga, ha dichiarato, nel corso di una conferenza stampa, che il governo non intende rimettere in causa il calendario elettorale pubblicato il 30 aprile dalla Ceni. Secondo il Governo, ha detto il ministro, la proposta di ICG appare come un eterno ritorno agli inizi del processo di democratizzazione della RDC attraverso la negoziazione. “Solo la Ceni può prendere l’iniziativa di una nuova modifica del calendario elettorale e, questo, nell’ipotesi imprevedibile di un caso di forza maggiore”, ha detto Mende. In questa ottica, ha sottolineato il ministro, si applicheranno le disposizioni degli articoli della Costituzione che prevedono che il presidente della Repubblica, i deputati e i senatori restino in funzione fino all’installazione effettiva del nuovo presidente eletto, della nuova Assemblea nazionale e del nuovo Senato.

Il ministro Mende si è detto soddisfatto nel constatare che vari partiti dell’opposizione, che si sono espressi su questa questione, hanno, al di là di alcune critiche sul calendario elettorale, preso atto delle scadenze rese pubbliche e riaffermato la loro irrevocabile decisione di partecipare alle elezioni. Difatti, sia al potere che nell’opposizione, si nota una chiara unanimità in favore della tenuta delle elezioni secondo le date fissate dalla CENI.

Il 21 maggio, nel corso di una conferenza stampa congiunta tenuta a Kinshasa, due organizzazioni della società civile, il G 1000 e l’associazione africana per i diritti dell’uomo (Ashado), hanno chiesto di rimandare a più tardi le elezioni previste per novembre 2011 e di iniziare delle concertazioni politiche per poter delineare un nuovo programma che possa permettere elezioni veramente libere, credibili, inclusive, trasparenti e tranquille. Le due organizzazioni si sono rese conto che il processo pre-elettorale è ancora lungo e che ci sono ancora molte cose da fare. Secondo loro, è impossibile realizzarle tutte prima del giorno del voto. “Crediamo che l’attuale calendario elettorale non sia realistico. Non bisogna fare finta”, ha spiegato Serge Gontcho, presidente di G 1000. In quanto al periodo di tempo necessario per preparare le elezioni, le due ONG hanno emesso dei punti di vista diversi: il G 1000 ha proposto da 18 a 24 mesi, mentre l’Asadho ha parlato di non più di un anno.

Il 25 maggio, l’Assemblea Nazionale ha approvato la nuova legge elettorale con 363 “sì” e 2 “astensioni” su 365 votanti. Per quanto riguarda i due articoli che causavano problema, il 115 e il 118, relativi rispettivamente all’erezione dei comuni di Kinshasa in circoscrizioni elettorali e al modo di scrutino per le elezioni dei deputati, la plenaria ha respinto le disposizioni proposte dal governo. Dunque, come nel 2006, la nuova legge elettorale mantiene le quattro circoscrizioni della capitale, che corrispondono ai quattro attuali distretti di Kinshasa. E’ stata ugualmente respinta la disposizione dell’articolo 118 che proponeva la proporzionale con una soglia del 10%. Come nel 2006, per le prossime legislative rimane in vigore la proporzionale al più forte resto di liste aperte.

Il progetto approvato di revisione della legge elettorale è stato quindi trasmesso al Senato.

Il 13 giugno, anche il Senato ha approvato la nuova legge elettorale. Su 81 senatori, 76 hanno votato sì e 5 si sono astenuti. Come i loro colleghi deputati, hanno adottato il sistema proporzionale già applicato in occasione delle elezioni del 2006. Come nelle legislative del 2006, non ci sarà la soglia del 10% dei voti per essere eletti nella propria circoscrizione, come lo prevedeva il progetto di legge elettorale proposto dal governo. E come nel 2006, l’attuale legge elettorale mantiene le quattro circoscrizioni di Kinshasa che corrispondono ai quattro distretti in cui è suddivisa la capitale. Da parte sua, il governo aveva proposto l’erezione dei 24 comuni della città-provincia di Kinshasa in altrettante circoscrizioni elettorali.

Per quanto riguarda la revisione delle liste elettorale, secondo il comitato della CENI, al 2 giugno si erano già iscritti 22.736.506 elettori. Secondo le statistiche fornite l’8 giugno dalla Missione dell’ONU per la stabilizzazione del Congo (MONUSCO), al 6 giugno si erano iscritti 23.256.811 elettori. Dopo la fine delle operazioni di iscrizione degli elettori, la Ceni dovrà verificare tutti i dati ed eliminare dalle liste tutti i casi irregolari: gli eventuali doppioni, i casi dei minori di età e quelli di nazionalità non congolese.

Qui di seguito, le statistiche fornite:

CENI: dati del 2 giugno MONUSCO: dati del  6 giugno
Provincia Elettori previsti   Elettori iscritti          % Elettori iscritti   
         
Kinshasa  3573399               1334000              37 1.480.351
Bas-Congo  1485850               1502939           101 1.502.939
Bandundu  3555702               2 262 264              64 2.318.446
Equateur  3584982               2601720              73 2.667.328
Prov. Orientale  3927123               2584671              66 2.636.042
Nord Kivu  2968297               1956477              66 2.031.214
Sud Kivu  2009336               1 343 931              67 1.378.106
Maniema   759427                 874009             115    874.809
Katanga  4 241 326  3948363               93 3.978.919
Kasaï Oriental          2 437 108                2437108              100 2.060.232
Kasaï Occidental     2457453               2292491                93 2.328.425
Total 31000003            22736506                73 23.256.811

In una “breve” della sua edizione n. 2631 del 12-18.06.2011, sulla base di un “documento di lavoro” interno della Ceni, datato fine maggio e intitolato “Cronologia elezioni presidenziali e legislative del 2011,” il settimanale parigino “Jeune Afrique” ha annunciato che la Ceni avrebbe previsto una nuova data per i due scrutini delle elezioni presidenziali e legislative: il 24 dicembre.

“Questa data, dice il giornale, potrebbe generare grandi polemiche”. “Già il 30 aprile, l’avere annunciato che la prestazione di giuramento da parte del presidente eletto sarebbe avvenuta dopo il 6 dicembre, vari avversari avevano denunciato un” vuoto costituzionale”. Nello stesso numero di” JA”, si apprende che Etienne Tshisekedi wa Mulumba, presidente dell’UDPS e candidato dichiarato alla presidenza, ha evocato con i suoi colleghi di Londra e Parigi l’ipotesi di un rinvio delle elezioni. “Se le elezioni di novembre fossero rinviate, scrive Jeune Afrique, Tshisekedi chiederebbe un periodo di transizione negoziato tra l’opposizione e il governo congolese.

 

Ministero di Giustizia

Il 13 giugno, il ministro della Giustizia e dei diritti umani, Luzolo Bambi Lésa, ha presentato all’assemblea nazionale dei Deputati due progetti di legge. Il primo riguarda la creazione di camere specializzate in seno alle giurisdizioni congolesi. Lo scopo: sancire le più gravi violazioni dei diritti dell’uomo. Il secondo, invece, riguarda la protezione dei difensori dei diritti dell’uomo.

Secondo Luzolo Bambi, l’obiettivo del primo progetto è quello di lottare contro l’impunità dei gravi crimini internazionali commessi in Repubblica Democratica del Congo (RDC). La creazione di queste camere era stata rievocata in occasione della pubblicazione, inizio ottobre 2010, del rapporto Mapping dell’Onu sulle più gravi violazioni dei diritti dell’uomo commesse in RDC tra il 1993 e il 2003. Il rapporto dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti dell’uomo, Navi Pilay, raccomandava la creazione di camere miste composte da giudici congolesi e stranieri, per giudicare tutti i crimini commessi nel periodo coperto dal rapporto. Il progetto di legge depositato all’Assemblea prevede la presenza temporanea di magistrati internazionali per appoggiare la riforma della giustizia in Congo e agire come consiglieri presso tali camere specializzate. Il rapporto Mapping accusava ufficiali e personalità dell’esercito congolese e di altri sette paesi implicati nei conflitti armati in RDC.

Per quanto riguarda il progetto di legge sulla protezione dei difensori dei diritti dell’uomo, Luzolo Bambi ha dichiarato che tutti coloro che osano denunciare casi di corruzione, malversazioni di denaro e altri gravi delitti meritano di essere protetti da un sistema giudiziario legale.

L’associazione africana per i diritti dell’uomo (Asadho) si è detta soddisfatta per questi due progetti di legge, ma si è detta preoccupata di certe loro disposizioni. Il vicepresidente dell’Asadho, Georges Kapiamba, ha affermato che l’articolo 16 del progetto di legge sulla creazione delle camere specializzate miste in seno alle giurisdizioni congolesi tende a sottrarre i responsabili dell’esercito e della polizia dalla competenza della corte specializzata mista.

Il dibattito generale sui due progetti di legge dovrebbe svolgersi il 15 giugno.

 

2. KIVU

 Ancora una volta, la questione dell’insicurezza

 Numerosi, troppi, sono ancora gli atti di violenza posti da membri delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda e dai militari delle Forze Armate della RDC… L’est della Repubblica Democratica del Congo è ancora in ebollizione, malgrado tutti i mezzi dispiegati sia dal governo che dalla comunità internazionale, per neutralizzare queste forze invisibili, dette “incontrollate”.

All’inizio delle operazioni di neutralizzazione delle FDLR, col concorso – tanto discusso – delle truppe dell’esercito ruandese, si pensava che le FDLR non fossero più una minaccia per la regione. Al contrario, le FDLR sono riuscite ad aumentare la loro capacità di nuocere. In ogni caso, sono più forti ora di quanto lo fossero prima. Sembra addirittura che le varie operazioni militari (Kimia, Umoja, Amani) non abbiano fatto che aiutare le FDLR a ripiegarsi per meglio ricostituirsi.

L’altra minaccia proviene dal fallimento delle varie operazioni di integrazione dei gruppi armati nell’esercito nazionale. Anche qui, si è proceduto senza prevedere le conseguenze. In tal modo, delle truppe del CNDP del generale dissidente Laurent Nkunda e di altre milizie sono state integrate nell’esercito regolare con una precipitazione indescrivibile. Oggi però, anche se portano le uniformi delle FARDC, i miltari provenienti dal CNDP sono diventati i nuovi padroni delle miniere dell’est e seminano terrore e desolazione sul loro passaggio.

È dunque la legge della giungla che si è installata nella parte orientale del paese. Lo stato congolese non vi esiste che di nome. Niente attesta una qualsiasi presenza dello Stato. Il potere pubblico è incarnato ormai dalle FDLR e da uomini armati incontrollati, ma riconosciuti come militari delle FARDC.

 

I militari del CNDP: un esercito nell’esercito

Attualmente, il comando militare di tutte le città e villaggi della regione è passato interamente tra le mani degli ufficiali provenienti dal CNDP (caso del Colonnello Bisamaza, Comandante del Settore 11 di Beni-Lubero; Colonnello Eric Ruhorimbere, Comandante del Settore Beni) o del PARECO (caso del Colonnello Mugabo, del 801 reggimento di Beni). Le dogane, il DGM, gli affari fondiari così e tutti i servizi di sicurezza sono progressivamente passati nelle mani degli ufficiali ruandesi del CNDP.

Due eserciti in un esercito: è il caso delle truppe del CNDP e di quelle dei combattenti Banyamulenge, operative le prime nel territorio di Masisi e Rutshuru, nel Nord Kivu e le seconde sugli altopiani di Minembwe, nel Sud Kivu. In entrambi i gruppi armati, ci sono dei combattenti che sono stati reclutati tra persone di lingua Kinyarwanda e che affermano di combattere i ribelli hutu ruandesi delle FDLR che minacciano l’incolumità fisica dei membri della loro etnia e impediscono a migliaia di rifugiati Tutsi di ritornare ai loro villaggi. Ogni giorno si annunciano massacri, omicidi, stupri, e saccheggi perpetrati dagli Interahamwe, ma spesso si dimenticano le numerose rappresaglie operate dai gruppi armati ruandofoni nel Sud e Nord Kivu. Nel Nord Kivu, sulla strada per Bunagana, città di confine, i camionisti si lamentano continuamente delle ingenti tasse illegali e altri tipi di imposte irregolari che i militari del CNDP riscuotono sia all’andata che al ritorno su questo tratto che conduce al porto di Mombasa in Kenya. Oltre alle tasse per i veicoli, il CNDP ne ha imposto delle altre, sia sulle merci e che sugli stessi passeggeri, anche se tali pratiche sono severamente vietate dalle autorità amministrative e politiche della provincia.

È stato riferito che i soldati del CNDP che erano stati integrati nelle FARDC nel gennaio 2009 nel corso di una cerimonia tenutasi a Bunagana, sono ritornati quasi subito nelle loro basi di origine. Alcuni politici affermano, infatti, che la maggior parte delle truppe del CNDP è costituita da riservisti dell’esercito regolare ruandese inviati in RDCongo per controllare il traffico illegale dei minerali.

 

Negoziazioni in corso con le FDLR

Secondo alcuni osservatori, il presidente Joseph Kabila avrebbe aperto dei negoziati – che sembrano già molto avanzati – per rilocalizzare, più a ovest della RDCongo e dopo previo disarmo, migliaia di ribelli hutu ruandese delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) disarmandoli,). Queste forze ribelli sono presenti nella provincia dell’attualmente Nord-Kivu.

Joseph Kabila avrebbe proposto alla direzione delle FDLR di trasportare il loro quartiere generale dalla regione di Walikale e Masisi, a nord di Goma, il capoluogo del Nord-Kivu, verso il Maniema, più a ovest – e dunque più lontano dalla frontiera ruandese – in cambio di denaro e altri vantaggi, ma con la condizione del loro disarmo. Circa 1500 uomini delle FDLR sarebbero così coinvolti “in una prima fase” che dovrebbe realizzarsi prima delle elezioni presidenziali e legislative del 28 novembre prossimo. Nelle due province del Kivu, rimarrebbero così circa 3000 miliziani delle FDLR disposti a rispettare una “tregua”.

Secondo il quotidiano fiammingo «Het Belang Van Limburg» (HBVL), dietro l’azione che Joseph Kabila sta cercando di fare, potrebbero esserci delle motivazioni elettorali a pochi mesi dalle elezioni presidenziali. Il presidente uscente vorrebbe dimostrare che sta agendo per il ritorno della pace nei due Kivu. “Nel Nord e Sud Kivu, la popolarità di Kabila è al livello più basso”, afferma il quotidiano fiammingo, aggiungendo che quella di Vital Kamerhe, invece, “ha raggiunto lo zenit”. Kabila starebbe quindi cercando di recuperare il terreno perso a favore di Kamerhe. Secondo il sito www.afroamerica.net, il trasferimento delle FDLR sarebbe stato richiesto dal regime di Kigali che teme un’eventuale alleanza dei miliziani hutu delle FDLR con i generali ruandesi dissidenti, Patrick Karegeya e Faustin Kayumba Nyamwasa. Secondo tale fonte, oltre alla “pace” nelle province del Kivu – in previsione delle elezioni presidenziali previste per il 28 novembre – il governo congolese vorrebbe “rilanciare” l’accordo di Roma, firmato nel 2005 tra RDCongo e le FDLR. L’accordo dava ai rifugiati hutu la scelta tra “un’installazione definitiva” in una delle regioni congolesi o il “rimpatrio volontario” in Ruanda. Le autorità di Kinshasa vorrebbero così ottenere la fine degli attacchi da parte delle FDLR e il disarmo di “coloro che accettano il trasferimento”.

Da parte loro, i leader delle Fdlr, porrebbero al governo congolese tre condizioni principali. Primo: effettuare il pagamento di un importo compreso tra 250.000 e un milione di dollari, promesso a Roma nel 2005. Secondo: convincere il regime di Kigali ad impegnarsi in “negoziati diretti” con la milizia hutu. Terzo: mettere fine alle operazioni militari contro le stesse FDLR. Secondo il sito www.afroamerica.net, gli osservatori sono scettici circa l’esito di questi negoziati tra governo congolese e FDLR, intrapresi su iniziativa del governo di Kigali, che teme l’eventuale alleanza tra le FDLR stesse con i generali dissidenti Kayumba Nyamwasa e Patrick Karegeya. Secondo questa fonte, il governo ruandese chiede al governo congolese non solo il trasferimento delle FDLR nel Maniera, lontano dalla frontiera, ma anche il loro disarmo. Dopo di cui, secondo la stessa fonte, il sogno segreto di Kigali potrebbe essere quello di attaccare, mediante le truppe ruandesi già presenti nel Kivu, una milizia già disarmata. Da parte sua, Kabila sarebbe disposto a pagare la somma richiesta dalle FDLR.

Dopo la “riconciliazione” tra Kinshasa e Kigali a fine dicembre 2008, il presidente “Joseph Kabila” sembra ormai teleguidato dal suo omologo ruandese, suo ex-sponsor e non gli resta che obbedire ciecamente. Molti si chiedono se “Kabila” non stia lavorando al servizio della sicurezza nazionale del Ruanda in Congo. Il presidente Kabila sembra sfidare l’opinione congolese gettando la “maschera” dietro cui, per un decennio, ha tenuto nascosto il suo passato di ex ufficiale dell’Esercito Patriottico Ruandese (APR).

 

Butembo: città della resistenza

L’occupazione ruandese del territorio di Lubero.

Nel corso degli ultimi mesi, la popolazione ha assistito all’arrivo dei “ritornati”, chiamati con diversi nomi, come “Hutu-Nande”, “ritornati dal Ruanda”, “rifugiati congolesi del Ruanda e dell’Uganda”, “ruandofoni” o, semplicemente, “ruandesi”. Arrivano di notte e di giorno, a volte in camion, altre volte in taxi pulmini, altre volte ancora a piedi. Tra i ritornati (caso di Luofu) si notano anche degli ex FDLR, già rimpatriati in Ruanda attraverso la famosa operazione DDRR e ci si chiede con quale magia questi ex FDLR sono diventati congolesi.

La proposta di affidare l’identificazione dei ritornati ai capi tradizionali, in collaborazione con i servizi pubblici, è percepita dalla popolazione locale come una legalizzazione pura e semplice della situazione irregolare dei ritornati, benché abbiano violato le leggi dell’immigrazione in Congo. La popolazione teme che, a causa della corruzione e sotto la pressione di intimidazioni, coloro che hanno il compito di identificare i ritornati firmino la legalizzazione di un’immigrazione illegale.

Affinché l’operazione di identificazione dei ritornati sia più credibile, sembrano necessarie alcune condizioni, fra cui la partecipazione della società civile, delle ONG per i diritti umani, delle chiese e di tutte le forze vive delle località interessate e il controllo delle frontiere con il Ruanda e l’Uganda da parte di forze non provenienti dal CNDP.

Il 21 maggio, la popolazione di Butembo ha organizzato una marcia contro l’occupazione ruandese del territorio di Lubero. Il dispiegamento di un migliaio di agenti di polizia da parte del Comune ha dimostrato che quando si tratta di denunciare l’occupazione ruandese del territorio di Lubero, il Comune non manca di poliziotti e di logistica. Ma quando si tratta di proteggere gli stessi abitanti e i centri di iscrizione elettorali contro gli attacchi di uomini armati, gli agenti di polizia non ci sono e quando ci sono, non sono ben equipaggiati. La conclusione è che il Comune di Butembo ha scelto il suo campo: difendere il potere e impedire la libera espressione della popolazione congolese. In termini tecnici, ciò si chiama dittatura e autoritarismo.

Inoltre, le associazioni organizzatrici della marcia avevano constatato che certi politici della Maggioranza Presidenziale (MP) si erano schierati dietro alcuni organizzatori della marcia stessa. Questa constatazione ha spinto varie associazioni a ritirare i loro manifestanti due ore prima dell’inizio della manifestazione. Sono già in corso alcune inchieste per individuare gli autori di questo tentativo di ricupero politico della marcia, tanto più che la MP è da molti ritenuta complice dell’occupazione ruandese del Kivu.

Omicidi in centri di iscrizione degli elettori.

L’ONG per la difesa dei diritti umani La Voce dei Senza Voce (VSV) ha denunciato il comportamento disumano di certi agenti della polizia locale addetti alla sicurezza dei centri di iscrizione degli elettori. Secondo questa ONG, in meno di due mesi, la polizia ha ucciso due persone in centri di iscrizione. Secondo l’ONG, l’omicidio più recente risale al 9 giugno. Kavugho Sifa, di 20 anni, è stato uccisa presso il centro di iscrizione di Burindi. Un agente di polizia addetto alla sicurezza del Centro di iscrizione di Vulindi, probabilmente ubriaco, ha voluto riprendersi i 400 franchi congolesi ($ 0,40) che aveva dato alla giovane per pagare una bibita che aveva acquistato. Di fronte al rifiuto della venditrice, l’agente di polizia le ha sparato un colpo di fucile. La vittima è deceduta sul colpo. Esasperato, dopo aver bruciato il posto di polizia del centro di iscrizione, il popolo ha organizzato una marcia di rabbia a partire da Vulindi. Con foglie verdi attorno al collo, sulla testa e sui fianchi, con bastoni e pietre, come un’intifada, la marcia della collera ha attraversato la città per arrivare al quartiere Vungi, dove c’è la sede della CENI.

Il secondo omicidio è stato commesso presso il centro di iscrizione di Butshindo, all’inizio di maggio. Si tratta di una donna che, verso le 16h00, era andata ad iscriversi per le prossime elezioni. Alle 20h00, i vicini hanno udito dei colpi di pistola, probabilmente sparati dai due agenti di polizia addetti al centro di iscrizione elettorale. Il giorno dopo, il corpo della vittima è stato ritrovato inerte, crivellato di colpi, ma i due agenti di polizia erano già fuggiti.

Di fronte a questa insicurezza, la VSV chiede al governo di prendere delle misure urgenti per la riforma e la professionalizzazione del corpo di polizia, oltre al pagamento regolare degli stipendi degli agenti di polizia e dei militari.

Droga in certi campi militari.

I soldati congolesi sono accusati non solo di rubare, violentare e uccidere i congolesi che dovrebbero proteggere, ma anche di fare commercio di droga, come dimostrato dal sequestro, effettuato il 17 maggio 2011 per ordine del procuratore militare di Butembo, di un grosso carico di canapa nel campo militare dell’aeroporto di Rughenda / Butembo. Durante la perquisizione, nelle case del campo militare Rughenda sono stati sequestrati circa 50 sacchi di cannabis compressa che sarebbero stati destinati ad alimentare una rete di trafficanti di droga attivi in varie città. I militari e le loro mogli, responsabili della commercializzazione di questa droga non sarebbero che gli intermediari di una rete più ampia. E’ possibile che l’abuso di droga sia spesso alla radice di molti angherie commesse dai militari.

Interrogata sul traffico di cannabis e di altre droghe, la moglie di un militare, che ha chiesto l’anonimato, ha confermato che tale pratica è un fatto comune in tutti campi militari in cui è passata. Ha aggiunto che è l’irregolarità dello stipendio dei loro mariti che li avrebbe spinti a cercare un altro lavoro più redditizio. Ha detto inoltre che, per nutrire le loro famiglie, molte mogli di militari lavorano nella importazione o nella vendita di canapa e superalcolici (Mbandule, Kintingi). Circa il luogo di approvvigionamento di canapa, ella ha parlato del Graben lungo il confine con l’Uganda e di zone più interne del territorio di Lubero, come Muhanga, Bunyatenge, Kasugho, ecc.

 

3. TRE TESTIMONIANZE

Parlamentari del Quartiere FURU/Butembo: un esempio di “democrazia partecipativa”

 

Nella loro ricerca di modelli efficaci in politica e in economia, vari “politici” congolesi sono tentati di andare a cercare altrove. La nostra eredità politica e certe esperienze politiche locali non sembrano attirare la loro attenzione. E tuttavia, il caso dei Parlamentari del Quartiere FURU della città di Butembo (Nord Kivu) è un esempio di creazione politica locale degna di questo nome.

La guerra di aggressione del 1996 ha spinto, paradossalmente, alcuni concittadini a creare “dei luoghi di incontro, di concertazione e di scambio” sulle questioni relative al vivere-insieme nella vita quotidiana. Questa invenzione politica nata alla base non sembra attirare sufficientemente l’attenzione dei “politici” congolesi alla ricerca di un modello di “democrazia” per un Congo libero e prospero. Alcuni di loro cercano di riprodurre dei modelli che hanno funzionato bene in altri paesi e non sembrano interessarsi a ciò che si inventa, localmente, all’est del nostro paese.

Il caso del Quartiere Furu/Città di Butembo merita un’attenzione particolare. Di fronte alla minaccia permanente di forze negative e alle “dimissioni” del potere di Kinshasa, le popolazioni di questo quartiere hanno creato dei luoghi di scambio e di dialogo che permettono loro di creare dei gruppi di auto-difesa. A partire dai Parlamenti, i giovani, gli anziani, gli studenti, i disoccupati, i commercianti, gli insegnanti si sono impegnati nella lotta contro gli antivalori e per i diritti umani. La legalità e la non violenza caratterizzano le azioni dei Parlamenti delle Popolazioni della città di Butembo, fanno notare alcuni parlamentari. I militari e gli agenti di polizia sorpresi in flagranti delitti (banditismo, furti, omicidi, stupri, …) sono arrestati dalla popolazione stessa e consegnati ai loro Quartieri Generali, affinché siano giudicati secondo la legge.

Nei confronti dei politici eletti nel 2006, i membri del Parlamento di FURU denunciano una sfasatura politica, la rottura cioè di contatto tra gli eletti e le loro basi e, fondamentalmente, pongono sul tappeto la questione della legittimazione politica. Secondo loro, essa non può ridursi alla legittimità sorta dalle urne. Espresso attraverso il voto, il consenso cittadino è un elemento insufficiente della legittimità politica. La legittimazione di un potere cittadino esige un dibattito permanente tra gli eletti e gli elettori in uno spazio pubblico in cui tutti godono di un’uguale libertà e dignità.

I parlamentari del Quartiere FURU puntano il dito contro un elemento importante che gioca in sfavore della legittimazione popolare dei politici eletti nel 2006: il loro appoggio alle multinazionali, quelle imprese private che non hanno nessuno conto da rendere alle popolazioni. Questo punto merita una grande attenzione, dal momento in cui la guerra di aggressione che imperversa all’est della RDCongo è una guerra di predazione nella quale sono implicate certe multinazionali.

Nel quadro di un’esperienza di “democrazia partecipativa”, ciò che i Parlamentari di FURU non comprendono è il rifiuto di iniziare l’eventuale ciclo elettorale di novembre 2011 proprio con le elezioni locali: questo rifiuto potrebbe simboleggiare il rifiuto, da del ceto dirigente, della riappropriazione del potere politico “da parte del popolo e per il popolo “.

In ogni modo, nell’esperienza dei Parlamenti di Furu-Beni è presente una creazione politica locale che interpella “i politici” congolesi che stanno cercando nuovi modelli di politica. I parlamentari di FURU definiscono, a loro modo, la politica come luogo “di incontro, di concertazione e di scambio affinché ogni quartiere prenda le sue responsabilità in materia di sicurezza, di lotta per i diritti umani e di lotta contro gli antivalori di ogni tipo”. Essi stanno comprovando che “fare questa politica” è accessibile a tutti, a partire da dove si vive, malgrado i venti contrari e le alte maree.

 

Il dottor Denis Mukwege di fronte alle violenze subite dalle donne

Medico all’ospedale di Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege lancia un vero grido di allarme e di collera, in un’intervista accordata al quotidiano “Le Soir” del 24 maggio, a Bruxelles, dove si è recato per ricevere il Premio Internazionale Roi Baudouin per lo Sviluppo 2010/2011. Il medico fustiga l’impotenza della stato di fronte alle violenze perpetrate contro le donne. “Tutti i giorni, ci sono degli stupri e dei massacri”, dice. Contrariamente a un’opinione molto diffusa, gli autori di questi stupri non si trovano solo tra i combattenti dei gruppi armati, ma anche tra i membri delle forze dell’ordine incaricate “di proteggere la popolazione”.

Denis Mukwege è molto critico nei confronti delle operazioni di integrazione degli ex combattenti dei gruppi armati nell’esercito regolare. Secondo lui, “l’integrazione dei gruppi armati nell’esercito e la smobilitazione dei combattenti sono state realizzate senza che tutti quei combattenti, abituati durante troppo tempo ad uccidere e a violentare, siano stati dapprima aiutati a superare il loro trauma”. Mukwege attacca direttamente i governanti congolesi, suggerendo implicitamente lo scioglimento dell’esercito nazionale e il reclutamento di nuovi militari – “uomini nuovi” – sulla base di una rigorosa selezione e non “riciclando dei ribelli”: “La riforma dell’esercito è stata un pasticcio, bisogna ripartire da zero. In nome della pace e della riconciliazione, non si è voluto operare una scelta tra i combattenti”. Il medico aggiunge una frase piena di senso: “L’impunità è stata il prezzo della pace, le donne sono state le vittime di queste scelte e la pace non c’è ancora”.

Parlando delle vittime di queste violenze, il medico descrive il dramma umano vissuto dalle donne violentate.

Grazie al sostegno di Echo, l’aiuto umanitario europeo, l’ospedale di Panzi cura da 3000 a 3600 donne ogni anno, assumendosi le spese del trasporto, delle cure e del cibo.

Spesso, prima di operare, bisogna trattare lo stato generale della paziente, perché queste donne sono sottoalimentate e devono essere aiutate anche sul piano psicologico. Quando, nella loro situazione posteriore allo stupro, perdono le urine e le materie fecali, quando nessuno vuole avvicinarsi ad esse, allora si sentono “fuori casta”. Malgrado tutte le cure, il 5% delle donne violentate non guariranno mai.

Inoltre, spesso la società crede che queste donne violentate siano ormai portatrici dell’AIDS, ciò che non è vero che per il 5 – 7% dei casi. Quando una donna è violentata, è tutta la comunità che è traumatizzata. Talvolta, delle comunità accettano di reintegrare la donna, ma rifiutano di accettare il bambino nato dallo stupro e chiamato “il bambino del serpente”, il “figlio del peccato”… Talvolta, alcuni uomini accettano di sposare la donna, ma rifiutano di prendere il bambino che l’accompagna. I gruppi di volontariato cercano di spiegare che la donna non ha commesso nessun errore, che è solo una vittima. Chiedere l’abbandono del figlio è infliggere alla madre un ulteriore trauma.

L’accompagnamento psicologico è importante: quando una donna è stata violentata in pubblico, davanti a suo marito e i suoi figli, ha il sentimento che non è più la donna di prima. Un capo villaggio la cui moglie è stata violentata in pubblico, non se la sentirà più, in seguito, di esercitare le sue funzioni, perché ha la sensazione che la sua autorità sia stata distrutta. Alla perdita di identità personale, per un marito, un padre di famiglia, si aggiunge la destrutturazione sociale.

Capita che degli uomini fuggano per destinazioni sconosciute, a causa della vergogna che provano per essere stati incapaci di proteggere la loro moglie, a volte in preda di un desiderio angoscioso di suicidio.

Ci sono migliaia di bambini che non hanno nessuna filiazione, perchè sono stati abbandonati da loro madre e non sanno nulla di loro padre. È una generazione persa che ha bisogno di un lungo accompagnamento psicologico. Quei bambini sono una vera bomba a scoppio ritardato…. Le autorità congolesi non hanno ancora compreso l’ampiezza del problema. Sono dei ricercatori americani che ci dicono che ogni giorno, nella provincia, 1.100 donne vengono violentate.

Ciò che esaspera il dottor Mukwenge, sono le recidive. Come il caso di una donna che, dopo essere stata curata all’ospedale, aveva beneficiato di un micro credito. Dopo essere ripartita da zero sul piano economico, lei e sua figlia sono state violentate una nuova volta, in piena città.

Per lui, la sicurezza all’est non sarà ristabilita tanto dalle FARDC (Forze Armate della RD Congo). Non si illude nemmeno della capacità delle forze della Monusco, anche “se non è pronto a chiederne la partenza”. Il “ginecologo” lancia un’idea che non mancherà di provocare subbuglio – in nome della “sovranità nazionale” – nel piccolo cerchio dei pseudo-nazionalisti che dirigono la RDCongo: “Negli Stati Uniti le persone hanno capito la situazione e l’opinione si mobilita. Occorre che anche in Belgio i cittadini facciano sapere ai politici che ciò che accade all’est della RDCongo è inaccettabile e inammissibile. Non nascondiamo la faccia: la protezione delle donne, è anche una questione militare. Sono certo che un intervento militare dei Belgi permetterebbe di risolvere, in grande parte, il problema. Il diritto internazionale prevede la protezione dei civili. Perché questo diritto è valido per i Libici e non per le popolazioni del Kivu?”.

 

Bukavu: Ho un sogno …

Per la mia città, Bukavu, e per la mia provincia, il Sud Kivu, io sogno:
che finiscano l’insicurezza e l’ingiustizia,
che si passi dalla violenza alla nonviolenza,
che, con la forza e con l’amore dei suoi abitanti,
tutti vivano nella giustizia, nella pace e nel benessere;
che tutte quelle donne, uomini e bambini
che continuano a mendicare sulle strade
trovino finalmente un miglioramento delle loro condizioni di vita.

Per l’intero mio paese, il Congo, io sogno:
che un giorno si cambierà le montagne in pianure,
consolidando la pace,
garantendo la sicurezza,
costruendo le nostre strade,
lottando contro la corruzione,
eliminando lo stipendio degli insegnanti da parte dei genitori,
dando a tutti ciò che è loro dovuto,
pensando ai poveri e agli schiavi,
creando posti di lavoro
per assicurare migliori condizioni di vita per tutti.

Che ogni cittadino veda riconosciuto il suo diritto
alla libertà di espressione e al rispetto,
che si senta libero, fiero di se stesso e della sua vita.

Che cambi la mentalità della nostra gente e dei nostri dirigenti,
che questi ultimi si prendano cura del popolo,
che un giorno governanti e governati si uniscano per costruire uno stato di diritto
in cui la legge sia uguale per gli uni e per gli altri.
Io sogno che un giorno una donna sia presidente del paese,
e che metta fine alla guerra e ai crimini.

Io sogno un Congo democratico, prospero e senza ipocrisia,
costruito sulla pace, la giustizia, la verità, l’amore e la cooperazione,
un Congo unito, progredito, solidario, coraggioso e ordinato,
che sia al primo posto nella produzione mondiale,
un Congo che non dipenda dal bianco né da altri stranieri,
un Congo simile a un paradiso, a tutti i livelli,
che segnerà il mondo e i cittadini del mondo.

Io sogno che i Congolesi prenderanno consapevolezza del loro paese,
che viaggeranno in tutto il mondo e saranno presi in considerazione.

Per ogni uomo e per ogni donna, io sogno:
che possa vivere una vita meravigliosa,
in cui trovi risposta ai propri bisogni fisici,
di sicurezza, amore, appartenenza,
rispetto e auto-realizzazione.

Per me, io sogno:
di terminare i miei studi e di avere un lavoro ben pagato,
affinché ne possano beneficiare gli emarginati e tutta la comunità;
di avere, un giorno, la responsabilità di una scuola
o un lavoro presso un’organizzazione internazionale;
di essere un leader politico di questo paese,
un costruttore di pace come Steve Biko,
un cittadino esemplare,
per combattere la povertà e il tribalismo
e ricostruire, di nuovo, il mio Paese.

Ne sono certo: un giorno, il popolo congolese avrà la libertà, la pace, la sicurezza,
con le proprie forze, mettendo da parte il fatalismo e l’inerzia.
Il futuro del nostro paese sarà migliore di oggi,
grazie a noi giovani
e grazie a Dio che ci ispira e ci dà la forza.

La nostra città può cambiare in un batter d’occhio,
il nostro paese sarà trasformato dal nostro coraggio,
di noi giovani del Congo e futuro di domani,
con ciò che possiamo fare,
mediante la nostra solidarietà e la consapevolezza
che possiamo essere artefici di cambiamento.

Bukavu, 18 giugno 2011
Giovani di Bukavu
(Intervista a cura di Teresina Caffi)