Mag 10

RWANDA ATTUALITA’ – ED. APRILE 2011

SOMMARIO:

– EDITORIALE: APRILE, IL MESE DELLE COMMEMORAZIONI DEL GENOCIDIO RUANDESE
– UNO O DUE GENOCIDI IN RUANDA?
– COMMEMORAZIONI CHE DIVIDONO E COMMEMORAZIONI CHE UNISCONO
– MEMORIA: PUNTI DI VISTA DI PLACIDE KALISA E DI JOSEPH MATATA.
– VICTOIRE INGABIRE ANCORA NELLA SUA CELLA DELLA PRIGIONE DI KIGALI
– PER UN “DIALOGO INTER RUANDESE ALTAMENTE INCLUSIVO” – DIRHI
– RUANDA: MIRACOLO O MIRAGGIO?

 

– EDITORIALE: APRILE, IL MESE DELLE COMMEMORAZIONI DEL GENOCIDIO RUANDESE

Il mese di aprile è stato dedicato, in Ruanda come nella diaspora ruandese all’estero, alle commemorazioni del genocidio ruandese del 1994.

Secondo l’articolo 2 della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948, si intende per genocidio qualsiasi atto commesso nell’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale, o religioso, come tale:
– omicidio di membri del gruppo;
– attentato grave all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
– sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di esistenza tali da provocare la sua distruzione fisica totale o parziale;
– misure che mirano ad ostacolare le nascite in seno al gruppo;
– trasferimento forzato di bambini del gruppo a un altro gruppo.

È dunque necessario accertare se gli avvenimenti che si sono svolti in Ruanda tra aprile e luglio 1994 e nella Repubblica Democratica del Congo tra ottobre 1996 e giugno 1997, da Goma a Kisangani fino a Mbandaka, corrispondano a questa definizione e se, per conseguenza, costituiscono genocidio.

Occorre dapprima ricordare che solo i massacri di Tutsi da parte di Hutu commessi tra aprile e luglio 1994 sono stati ritenuti dalla Comunità Internazionale come atti di genocidio .

Tuttavia altri rapporti dell’ONU e di ONG internazionali hanno messo in evidenza anche l’implicazione diretta del regime di Kigali nei crimini di guerra e nei crimini contro l’umanità commessi in Ruanda e nel Congo-Zaire dal 1994.

In un recente rapporto delle Nazioni Unite, il Rapporto Mapping pubblicato il primo ottobre 2010, il regime del presidente ruandese, Paul Kagame, è stato messo direttamente in causa nei massacri che hanno provocato la morte di centinaia di migliaia di rifugiati hutu ruandesi – e un gran numero di vittime congolesi – nel Congo-Zaire. I massacri degli Hutu ruandesi e congolesi potrebbero essere qualificati, secondo lo stesso rapporto dell’ONU, di genocidio da un tribunale competente.

Malgrado ciò, lo schema “Tutsi vittime, Hutu genocidari” continua ad orientare la vita pubblica ruandese e una grande parte dell’opinione internazionale. Si commemorano dunque solo le vittime tutsi e l’indennizzo delle vittime del genocidio prevede solamente una lista di Tutsi.

È veramente paradossale considerare solamente i Tutsi come vittime del genocidio ruandese del 1994 e non gli Hutu che furono ugualmente massacrati perché non accettarono di collaborare con i boia; non possono neanche sporgere querela, perché non sono riconosciuti come vittime dal regime del presidente Paul Kagame.

La mancanza di lutto pubblico per gli Hutu massacrati in Ruanda prima del genocidio, durante il genocidio e dopo la presa del potere da parte del Fronte Patriottico del presidente Paul Kagame causa enormi sofferenze a questo gruppo e costituisce un ostacolo alla vera riconciliazione.

Benché in Ruanda nessuno parli, perché nessuno ha il diritto di parlare, la maggioranza dei Ruandesi, a qualsiasi etnia appartengano, pensa che la commemorazione del genocidio deve riguardare tutte le vittime, senza nessuna distinzione etnica. Tutte le vittime massacrate in Ruanda e in Repubblica Democratica del Congo, sin dal 1990 fino ad oggi, meritano lo stesso rispetto, essendo tutte degli esseri umani.

 

– UNO O DUE GENOCIDI IN RUANDA?

In questo articolo, l’ambasciatore Jean-Marie Ndagijimana, autore del libro “Paul Kagame ha sacrificato i Tutsi” (Giugno 2009, Edizione la Pagaie), abborda la questione di un doppio genocidio in Ruanda.

Alla domanda “Ci sono stati uno o due genocidi in Ruanda?”, egli risponde: “Senza alcun dubbio, due. La mia analisi degli avvenimenti e la mia intima convinzione mi portano ad affermare che, in Ruanda, ci sono stati due genocidi paralleli e concomitanti. I fatti costitutivi di questi due genocidi hanno avuto luogo in circostanze di tempo, di luogo e di metodo ben identificabili. Conformemente al principio di uguaglianza al diritto alla vita, nessuno di questi due genocidi scusa né giustifica l’altro. Per la comunità internazionale, il solo modo di riconoscere o di confutare ufficialmente il genocidio hutu è quello di togliere l’embargo che mantiene ancora segreti tutti i rapporti che mettono in causa Paul Kagame e i suoi collaboratori, ciò che permetterebbe alle vittime Hutu e alle loro famiglie di poter usufruire pienamente del loro diritto a una giustizia internazionale equa ed imparziale, come i loro compatrioti Tutsi. Finché perdureranno le attuali ostruzioni, è evidente che il rancore e le frustrazioni di una grande parte della popolazione ruandese non faranno che amplificarsi.

Nella zona controllata dal governo Kambanda, tra aprile e luglio 1994, molti elementi convergenti provano che, malgrado la pretesa spontaneità di certi omicidi, i massacri erano organizzati. Quando si installa centinaia, migliaia di sbarramenti nelle città, a tutti gli incroci, sui ponti dei fiumi, su tutte le strade del territorio sotto controllo governativo, quando i miliziani armati che li sorvegliano, separano i passanti su base etnica, uccidendo tutti i Tutsi o Hutu dalla fisionomia tutsi e lasciando passare invece gli Hutu identificati come tali, non si può più parlare di reazioni spontanee. D’altronde, la spontaneità non diminuisce la gravità di tali massacri. Quando, durante tre mesi senza interruzione, squadre di assassini armati rastrellano le colline, le paludi, le foreste, le chiese, le scuole, le case, alla ricerca di Tutsi, uccidendo sistematicamente quanti vi si trovano, non si può più parlare di collera spontanea. L’intenzione di distruggere un gruppo identificato è patente. Questi atti criminali hanno avuto luogo nella zona controllata dal governo, seguendo quasi un copione invariabile, dovunque. Ciò, in diritto internazionale umanitario, è qualificato di genocidio. I Tutsi che sono sfuggiti ai massacri sono sopravvissuti perché la MINUAR o degli Hutu li hanno protetti o perché sono fuggiti in tempo.

Nella zona controllata dal FPR, all’indomani dell’assassinio del presidente Juvénal Habyarimana, mentre sul territorio controllato dal governo migliaia di Tutsi innocenti e indifesi venivano barbaramente uccisi, il FPR di Paul Kagame procedeva inesorabilmente seguendo un piano chirurgico prefissato e impressionante per la sua efficacia. Per monti e valli, il movimento ribelle metteva cinicamente in esecuzione l’eliminazione sistematica degli Hutu. Se le tecniche utilizzate differiscono da quelle dei miliziani Interahamwe, il metodo del FPR è più discreto, “più intelligente” (ubwenge), più veloce, più radicale, più moderno e più cinico. Nella zona controllata dal FPR, non c’erano sbarramenti stradali. Dopo avere messo al riparo i Tutsi identificati come tali, tutti gli Hutu erano assimilati agli Interahamwe. Invece degli sbarramenti, il metodo genocidario del FPR consisteva nel convocare delle riunioni-trappola “inama” dette di sensibilizzazione. I contadini si recavano così con tutta ingenuità a queste riunioni e, una volta raggruppati in un stadio o in una valle, come all’epoca del tristemente celebre massacro della palude di Rwasave a Butare, i militari del FPR, posizionati in anticipo intorno al luogo della “riunione”, sparavano sul mucchio. Era più veloce, più tecnico, più moderno e più efficace! Più “intelligente-ubwenge”. In poche ore, i cadaveri delle migliaia di Hutu abbattuti come animali selvaggi sparivano nottetempo tra le fiamme del fuoco o nelle fosse comuni scavate in anticipo.

Sì, dopo essere stati fucilati, uccisi per il lancio di granate o a colpi di cannone, i cadaveri dei nostri genitori, delle nostre mamme, dei nostri papà, dei nostri fratelli, delle nostre sorelle, dei nostri figli, degli anziani massacrati dagli uomini di Paul Kagame sono stati inceneriti o gettati nelle latrine e nelle fosse comuni. E si vuole fare credere che non si tratta di un genocidio!

Quando, due anni più tardi (nel 1996 e nel 1997), l’esercito di Paul Kagame ha attaccato i rifugiati Hutu in Zaire e ne ha massacrato più di trecentomila in piena foresta equatoriale, secondo un piano elaborato dallo Stato Maggiore dell’APR-Inkotanyi, si tratta di un vero genocidio. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite incaricato di indagare sul massacro dei rifugiati Hutu, Roberto Garreton ha, a tale proposito, affermato che questi massacri sono degli atti di genocidio.

Più vicino a noi, il Rapporto Mapping delle Nazioni Unite, pubblicato l’1 Ottobre 2010, sulle violazioni più gravi dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario commesse tra marzo 1993 e giugno 2003 sul territorio della Repubblica Democratica del Congo, ha affermato che l’esercito del Fronte Patriottico Ruandese comandato dal Generale Paul Kagame ha commesso dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e altri crimini che potrebbero essere definiti come atti di genocidio contro i rifugiati hutu.

Il massacro dei rifugiati Hutu è stato effettivamente preparato ed è stato eseguito dagli stessi ufficiali tutsi che hanno comandato le operazioni in Ruanda nel 1994. Gli stessi che hanno massacrato 8 000 compatrioti Hutu a Kibeho, nell’aprile 1995. Ci sono dunque sufficienti elementi convergenti, nel tempo e nello spazio, che provano “l’intenzione incontestabile di distruggere, in tutto o in parte, il gruppo hutu come tale”. In diritto penale internazionale, ciò si chiama genocidio. Chi ignora tutto ciò? Tutti conoscono la verità. A Parigi, ad Arusha, a New York, a Washington, a Londra, a Kigali, a Bruxelles, a Berlino, tutti sanno ma fanno finta di non sapere o di vedere solamente una parte della verità.

I responsabili dei massacri sono conosciuti e certamente non rappresentano la loro etnia di origine come tale. Dovrebbero pagare il prezzo della loro bestialità. Non è questione che tutta una etnia o tutto un popolo paghi al posto di alcuni eccitati estremisti il cui solo obiettivo era e resta quello di dividere per regnare. Degli estremisti Hutu e Tutsi hanno ucciso. La loro appartenenza all’etnia maggioritaria o all’etnia minoritaria non cambia niente in quanto alle loro responsabilità. La sola differenza fondamentale è che la giustizia internazionale e la giustizia ruandese non hanno perseguito finora che i criminali Hutu, lasciando, per ragioni politiche, al futuro di giudicare i criminali tutsi.

Ogni genocidio deve essere affrontato separatamente. Riconosciamo almeno i fatti, esigiamo che la giustizia se ne occupi senza discriminazioni e lasciamogli la responsabilità di qualificarli. Nell’attesa, riaffermiamo che un gruppo di Hutu ha commesso un genocidio distruggendo intenzionalmente la vita di centinaia di migliaia di Ruandesi di etnia tutsi e che un gruppo di Tutsi ha commesso un genocidio distruggendo intenzionalmente la vita di centinaia di migliaia di Ruandesi di etnia hutu. Per ciò che erano e non per ciò che avevano fatto. Abbiamo il diritto di dirlo senza essere tassati di revisionisti e di esigere la memoria e la giustizia per tutti. Ne dipende la pace futura nel nostro paese.

 

– COMMEMORAZIONI CHE DIVIDONO E COMMEMORAZIONI CHE UNISCONO

Ogni anno, nel mese di aprile, in Ruanda e sempre più anche in vari altri paesi, si commemora il genocidio ruandese. Organizzate dal regime del FPR, al potere da luglio 1994, queste commemorazioni hanno conosciuto un’evoluzione, sia nella loro organizzazione che nelle loro tematiche. La scelta della data e i criteri seguiti per determinare chi è autorizzato a partecipare alla commemorazione, tutto contribuisce ad ampliare il fossato che divide le comunità tutsi e hutu.

La questione della data è fonte di divisione.

Il 6 o il 7 aprile?.

È verso le 20h20 del 6 aprile 1994 che, in fase di atterraggio all’aeroporto di Kigali, fu abbattuto l’aereo su cui viaggiavano il presidente Juvénal Habyarimana e il suo omologo burundese Cyprien Ntaryamira, di ritorno da un vertice regionale a Dar Es Salaam. Tutti i passeggeri perirono. Immediatamente nelle ore seguenti, in alcuni quartieri di Kigali iniziarono le violenze: alcune persone furono uccise probabilmente dai soldati della guardia presidenziale, altre furono uccise probabilmente dai combattenti del FPR, arrivati in città nel dicembre 1993. Nei giorni successivi, i massacri si diffusero in tutta la città di Kigali e, in seguito, in tutto il paese. Ciò che si chiama ormai “genocidio ruandese” è, dunque, iniziato il 6 aprile 1994, con l’attentato contro l’aereo presidenziale, considerato ormai come l’elemento detonante.

L’attuale regime del FPR ha scelto il 7 aprile come data della commemorazione “ufficiale” del genocidio, perché, secondo una testimonianza resa a Bruxelles proprio il 7 aprile 2011, “il 6 aprile è la data in cui il pianificatore del genocidio (il presidente Juvénal Habyarimana) è morto e non si può confondere la data commemorativa delle vittime con la data della morte di questo ultimo”.

È logicamente comprensibile fissare una data, e una sola, come data simbolo tra quelle in cui sono avvenuti i massacri. Ciò che è meno comprensibile è il fatto che questo stesso regime decreti che chi si ricorderà dei suoi in un’altra data (il 6 aprile) sarà considerato come un negazionista, addirittura un genocidario, e trattato quindi come tale. Inoltre, dimenticando le vittime hutu e insistendo esclusivamente sul genocidio dei Tutsi, gli Hutu si sentono privati e impediti del loro diritto e del loro dovere di fare memoria, si sentono stigmatizzati e psicologicamente umiliati .

È tempo che l’insieme dei Ruandesi, senza distinzioni di etnie, stanchi di 17 anni di divisioni e di vedersi opporsi gli uni contro gli altri, raddoppino i loro sforzi, per fare in modo che la memoria, invece di dividerli, li riavvicini maggiormente tra loro.

Il 6 aprile, un centinaio di Ruandesi e alcuni stranieri si sono riuniti a Bruxelles, per “commemorare tutte le vittime del genocidio ruandese”. La commemorazione ha avuto luogo ad alcuni passi dalla stele dedicata alla memoria delle vittime del genocidio ruandese.

L’iniziativa è stata presa congiuntamente dal Centro di lotta contro l’impunità e l’ingiustizia in Ruanda, coordinato da Joseph Matata, dalla società civile ruandese rappresentata da Albert Rukerantare.

Secondo un’ordinanza del 28 marzo 2011, il Borgomastro del comune di Woluwe St-Pierre, Willem Draps, aveva vietato, come è il caso da vari anni, questa commemorazione, perché l’autorizzazione di una tale commemorazione aveva, in passato, provocato degli incidenti che hanno avuto delle “conseguenze sulle relazioni tra il Belgio e il Ruanda e, più particolarmente, tra i comuni di Woluwé-Saint-Pierre e il distretto di Kamonyi, settore di Musambira”.

Secondo l’ordinanza, stimando di non disporre di “informazioni sufficientemente precise per valutare correttamente il profilo di ogni associazione privata che chiederebbe di procedere ad una commemorazione davanti alla stele”, il comune si è fissato, come regola, di accettare solamente le richieste che emanerebbero da istituzioni pubbliche ( ministero o regione di Bruxelles) o da autorità ufficiali, come l’ambasciata”.

Secondo un agente della polizia presente per sorvegliare la manifestazione, il borgomastro aveva tuttavia “tollerato”, come ogni anno, una marcia di commemorazione dalla Rotonda Montgomery fino ad alcuni passi della stele, protetta da un notevole dispositivo di polizia.

Per circa due ore, preghiere, canti religiosi e due discorsi hanno scandito questo momento del ricordo delle vittime dell’orrore che ha colpito l’insieme della popolazione ruandese.

Nel suo discorso, Albert Rukerantare ha espresso la sua incomprensione di fronte alla sistematica volontà di vietare le commemorazioni del 6 aprile. Egli stima, infatti, che la data del 6 aprile ha segnato la storia del Ruanda, a causa dell’assassinio di due capi di stato, assassinio che fu l’elemento detonatore degli orrori che ne sono seguiti. Egli è del parere che è il giorno in cui si conosceranno gli autori di questo attentato, che si potrà meglio comprendere le ragioni per le quali tanti Ruandesi sono stati assassinati e perché si è diventati orfani dall’oggi al domani.

Facendo riferimento alle divisioni, Joseph Matata racconta che i Ruandesi hutu e tutsi erano uniti e afferma che nessuno potrà dividerli, malgrado gli sforzi permanenti del regime in questo senso, precisando che “un regime che divide i morti non può unire i viventi”. Egli ha, inoltre, reiterato la sua volontà di trovare una data comune per la commemorazione di tutte le vittime ruandesi.

Tra le personalità presenti, c’era anche l’ex numero due della MINUAR, il colonnello Luc Marchal, che ha dichiarato all’agenzia Belga: “La verità è che tutti sono stati massacrati”, facendo riferimento al persistente tentativo delle autorità di Kigali di fare dimenticare le vittime Hutu del genocidio e di rievocare solamente le vittime Tutsi.

L’11 aprile, il Patto di Difesa del Popolo, partito da Déo Mushayidi, ha fermamente condannato l’espulsione, da parte di Ibuka-Belgio, di Ruandesi venuti a commemorare le vittime del genocidio il 7 aprile a Bruxelles. In un comunicato stampa, il PDP stima che non si può tollerare che dei Ruandesi che non hanno dato nessun problema siano espulsi da una celebrazione di commemorazione, come se non avessero il diritto di fare memoria. Il PDP afferma che è incomprensibile che solo una etnia, quella Tutsi, possa essere autorizzata a ricordarsi di tutti i Ruandesi che sono periti nel genocidio del 1994. Per evitare che gli orrori commessi in Ruanda non si ripetano più, il PDP-IMANZI è del parere che tutti i Ruandesi, senza alcuna distinzione, dovrebbero partecipare alle commemorazioni.

Il 16 aprile, l’organizzazione “Mpore – Memoria e Giustizia”, un progetto iniziato da Jambo Asbl, ha organizzato, a Bruxelles, la seconda edizione della commemorazione in memoria delle vittime ruandesi e congolesi dei massacri perpetrati nella Regione dei Grandi Laghi durante gli anni 90 fino ad oggi. La prima edizione aveva avuto luogo il 16 aprile 2010 con una presenza di circa 150 persone. E’ stato un successo, poiché fino a quel momento, solo Ibuka aveva, in Belgio, il monopolio della commemorazione.

Si è scelto il 16 aprile per evitare la polemica sulla data del 06 o del 07 aprile. Il 16 aprile è una data neutra. Poco importa la data perché, in ogni caso, migliaia di Ruandesi sono morti durante quel periodo così sconcertante per tutta la popolazione ruandese nel suo insieme.

Si commemora tutte le vittime del conflitto della regione dei Grandi Laghi, in particolare le vittime ruandesi e congolesi a partire dal 1990 fino ai nostri giorni! Lo scopo di questa commemorazione è quello di permettere anche a coloro che non hanno mai potuto trovare una possibilità di raccoglimento, di avere infine il diritto di piangere i loro morti in pubblico, davanti a tutti, senza avere il timore di essere intimiditi o d essere trattati da negazionisti! Si vuole mettere fine alla monopolizzazione del dolore e dello statuto di vittima da parte di un’etnia, perché il dolore non ha etnia. In questa commemorazione, sono tutte le vittime ruandesi: Hutu, Tutsi e Twa, ma anche congolesi che si vuole commemorare.

“Mpore, Memoria e Giustizia” lotta per la riconoscimento di tutte le vittime e per la giustizia nei loro confronti e, attraverso le sue azioni, vuole promuovere una vera riconciliazione nazionale. È un progetto che desidera che si instauri una migliore giustizia, per potere conoscere e comprendere, attraverso processi giusti, tutta la realtà del dramma ruandese e congolese e chi ha assassinato gran parte della popolazione. C’è, infatti, un legame intrinseco tra i doveri di giustizia e di memoria. La riconciliazione non può che passare attraverso la creazione di uno stato di diritto e una buona amministrazione della giustizia che assicurino a tutte le parti che giustizia sarà loro resa. Quando la giustizia sarà resa a tutte le vittime, allora il processo della pace e della riconciliazione potrà infine cominciare.

 

– MEMORIA: PUNTI DI VISTA DI PLACIDE KALISA E DI JOSEPH MATATA.

Ogni anno, nel mese di aprile, si ravvivano le tensioni tra le due grandi comunità ruandesi, Hutu e Tutsi, intorno alla questione relativa alla memoria.

È con la volontà di disattivare alcune di queste tensioni e di chiarire certe incomprensioni che Jambonews ha intervistato due dei principali protagonisti storici delle commemorazioni delle due comunità: Joseph Matata, coordinatore del Centro di Lotta contro l’impunità e l’ingiustizia in Ruanda (CLIIR), e Placide Kalisa, ex presidente di Ibuka e attuale presidente del MRAX. Ciascuno ha manifestato il proprio punto di vista su questa questione.

Placide Kalisa stima che “la memoria dovrebbe essere un avvenimento che unisce piuttosto che una cosa che divide e parlarne è un dovere cittadino”.

Joeph Matata stima che è dovere dei responsabili delle associazioni illuminare i giovani e di far loro comprendere “che non ha alcun senso fare una guerra delle memorie”.

Placide Kalisa precisa che “quando si parla di genocidio dei Tutsi, in nessun caso si dice, o si sottintende, che gli Hutu non siano stati vittime di crimini contro l’umanità o di crimini di guerra”. Per ciò che riguarda il termine di genocidio contro gli Hutu, egli stima che “bisognerà aspettare che un tribunale internazionale o una giurisdizione belga si pronuncino su questi fatti e, se fossero qualificati di genocidio, non ci sarà dibattito”.

Ricordando i sistematici massacri commessi contro i Tutsi nelle zone controllate dalle forze governative, Joseph Matata afferma che anche gli Hutu sono stati vittime di crimini di genocidio su tutto il territorio ruandese e stima che “Ibuka, non può monopolizzare la memoria e dire che solo i Tutsi sono stati vittime di genocidio.”

A proposito della reazione dell’associazione Ibuka circa il Mapping report, quando si dice “offesa e urtata” dalle conclusioni di questo rapporto, Placide Kalisa dichiara di non condividere questo un simile approccio perché, secondo lui, “non ci sono violenze che sarebbero giuste per gli uni e condannabili per gli altri: ogni violenza è condannabile” e si chiede “in che cosa le conclusioni del Mapping report possano urtare i superstiti in termini di memoria e di giustizia.”

Reagendo alla lettera contro il rapporto Mapping, Joseph Matata la trova veramente fuori luogo per un’associazione responsabile della memoria e, secondo lui, ciò che ha fatto Ibuka, non è corretto e discredita l’azione stessa di Ibuka.

I due intervistati si esprimono poi sull’argomenti della riconciliazione e del progetto di Dialogo Inter Ruandese Altamente Inclusivo.

Per Placide Kalisa, sia la riconciliazione che il dialogo sono possibili, purché siano rispettate certe condizioni.

Per Joseph Matata invece, la riconciliazione e il dialogo rimangono impossibili, finché durerà il regime del FPR, ma si dice tuttavia sicuro che, presto o tardi, il dialogo avrà luogo.

Come messaggio finale alla comunità ruandese, Joseph Matata fa riferimento a una sua lettera inviata ad Ibuka: “Con tutti gli elementi che ormai si hanno a disposizione, non possiamo arrivare a un accordo per stabilire una data comune per commemorare insieme tutti i nostri morti”?

Da parte sua, Placide Kalisa invia alla comunità ruandese il messaggio secondo cui “la memoria può essere un vero legame tra le persone della nostra comunità, tutte le vittime hanno legittimamente il diritto di ricordarsi dei loro morti e affinché ciò possa avvenire in un quadro sereno e disteso, bisogna separare la politica dalla memoria”.

 

– VICTOIRE INGABIRE ANCORA NELLA SUA CELLA DELLA PRIGIONE DI KIGALI

Il 1° aprile, l’ambasciatore dei Paesi Bassi in Ruanda, Frans Makken, ha reso visita a Victoire Ingabire, leader del partito dell’opposizione ruandese FDU (Forze Democratiche Unificate) e attualmente in prigione. Makken era accompagnato da una delegazione di giovani che fanno parte di un’organizzazione per i diritti dell’uomo con sede a Rotterdam.
In un servizio del giornale olandese Nieuwsuur sulla visita ad Ingabire, si vede una Victoire Ingabire sorridente che sembra non avere perso il morale, né la combattività.
Mostra la cella in cui è detenuta: un letto, una televisione e delle finestre dipinte in nero perché “nessuno può vedermi e io non posso vedere nessuno.” dice. “Allora, quando non c’è elettricità, resto al buio durante tutto il giorno”, continua.

A una domanda sulla sua sicurezza in cella, risponde che finché è nelle mani del governo, non possono farle nulla, se no dovranno assumersene la responsabilità.

La giustizia ruandese l’accusa di attività terroristiche ed è alla ricerca di prove. Il suo avvocato olandese, Jan Hofdijk, ha detto che la giustizia ruandese “crea accuse e prove” e che le accuse contro Ingabire sono “delle invenzioni”.

Qualche mese fa, nel domicilio di Victoire Ingabire, in Olanda, c’è stata una perquisizione, in cui sono stati sequestrati dei documenti e dei computer, ma nessun elemento è stato finora inviato alla giustizia ruandese, perché il giudice olandese non ha ancora preso una decisione a questo proposito. “Non oso andare a Kigali” ha detto l’avvocato di Ingabire. Dice essere persona non grata.
Alla domanda su quanto tempo Ingabire resterà in prigione, il suo avvocato ha risposto che ciò dipende dall’appoggio che l’occidente dà a Kagame. Ingabire potrà ritornare in libertà “se l’occidente si accorgerà, infine, che Kagame è qualcuno che dovrebbe essere a Den Haag (NDLR alla Corte Penale Internazionale), per rendere conto dei bombardamenti lanciati sui campi di rifugiati e delle uccisioni dei suoi oppositori e, addirittura, di donne e bambini”, conclude l’avvocato.

Il 10 aprile, in un comunicato stampa, le Forze Democratiche Unificate (FDU) hanno denunciato nuove interferenze governative nel processo di Victoire Ingabire.

Contattato su Twitter da P. Kuiper, membro del consiglio umanistico di pace nei Paesi Bassi, il presidente Paul Kagame (o il suo segretario particolare su Twitter) ha calunniato Victoire Ingabire accusandola di far ritardare il suo processo.

Anche la commissione nazionale per i diritti dell’uomo (NCHR), nel suo comunicato stampa pubblicato il 5 Aprile, nota che la “stessa Ingabire contribuisce al prolungamento della sua incarcerazione preventiva, dato che non cessa di rinviare le udienze del suo processo.”

In realtà, secondo il comunicato delle FDU, le ostruzioni giudiziarie provengono dal tribunale stesso: l’accesso al dossier è stato molto difficile; l’amministrazione penitenziaria continua a confiscare certi documenti importanti; certi incontri privati con gli avvocati sono stati rifiutati o limitati; le traduzioni ufficiali dell’atto di accusa non sono ancora disponibili.

Ciò che è più allarmante è che il presidente ha affermato che Victoire Ingabire stessa si dichiarerà colpevole: “Che direte, e dovrà succedere, quando, a causa delle schiaccianti prove, lei stessa ammetterà la sua colpevolezza di fronte alle accuse!”

Infatti, sin dal suo arresto in Ottobre 2010, ella subisce forti pressioni, affinché firmi una dichiarazione di colpevolezza, in cambio di una sua ipotetica liberazione. Il ruolo del Presidente in questa ingerenza è molto sconcertante.

Victoire Ingabire, presidente del partito FDU-INKINGI, ha trascorso già 178 giorni nella prigione centrale di Kigali. Tutti i leader dell’opposizione in Ruanda sono in prigione.

Il governo dovrebbe cessare queste intimidazioni e aprire la via a una transizione democratica, libera e pacifica.

 

– PER UN “DIALOGO INTER RUANDESE ALTAMENTE INCLUSIVO” – DIRHI

Per ciò che riguarda il dopo genocidio, il Ruanda non ha ancora affrontato seriamente, 17 anni dopo, il problema di un’autentica riconciliazione nazionale che includa il ritorno dei rifugiati (o) oppositori Hutu e Tutsi. E’ sconcertante constatare che, finora, ogni voce critica nei confronti del regime di Paul Kagame si veda passibile di una pena di imprigionamento per “agitazione dell’ordine pubblico”, “divisionismo”, “ideologia genocidaria”, “negazionismo” e “terrorismo”. Un’assurdità, quando si sa che la vera causa di queste accuse è legata al severo restringimento delle libertà di espressione, di stampa e di associazione.

Tuttavia la cultura del dialogo è una delle condizioni capitali di ogni società giusta. Non solo questa caratteristica permette alla società civile di partecipare attivamente alle decisioni politiche, ma permette anche di esprimere le proprie frustrazioni con tutta sincerità e, addirittura, pubblicamente, ciò che favorisce il processo di risoluzione dei conflitti. Lo si dimentica spesso, ma la parola guarisce l’uomo.

Oltre 20 anni dopo l’inizio di una guerra che ha colpito l’insieme della popolazione ruandese e che ha provocato una lunga serie di gravi crimini contro l’umanità, fra cui il crimine di genocidio, il fossato che separa le vittime tra loro non cessa di aumentare, la polarizzazione etnica non cessa di intensificarsi, molti Ruandesi continuano a fuggire dal loro paese, l’impunità continua a regnare e il terrore della dittatura non cessa di amplificarsi, creando le condizioni per l’esplosione di un nuovo conflitto omicida.

Di fronte a questa deplorevole situazione potenzialmente esplosiva, vari Ruandesi e alcuni amici del Ruanda stanno tentando, già da vari anni, di cercare un’uscita pacifica alla crisi sociale che questo piccolo paese dell’Africa centrale sta attualmente attraversando. È in tale contesto che, già da oltre dieci anni, è emersa l’idea di un Dialogo Inter Ruandese Altamente Inclusivo (DIRHI).

Un hutu, Elysée Ndayisaba e un tutsi, Isidore Munyakazi, si erano posti la domanda sul “perché ci si evita quando si tratta di parlare delle questioni che dividono, mentre in occasione di battesimi e matrimoni si continua a vivere insieme”.

Dai loro scambi su internet e dalla loro volontà di trovare un’uscita dalle divisioni, è nato un progetto di dialogo per fare incontrare tutte le componenti della società ruandese, dibattere, senza tabù, di tutto ciò che divide i Ruandesi e progettare un Ruanda pacificato, senza esclusioni e senza divisioni, siano esse di ordine etnico, regionale, linguistico o di clan.

Dal 25 al 27 marzo, alcuni membri della Società Civile ruandese in esilio e del Comitato di Coordinamento dell’iniziativa “Dialogo Inter Ruandese Altamente Inclusivo” – DIRHI, si sono incontrati a Palma di Mallorca, in Spagna, per discutere sulla fattibilità della tenuta del DIRHI, i suoi preliminari e le misure di accompagnamento.

Nella loro dichiarazione finale, i partecipanti hanno constatato che “la situazione attuale del Ruanda lascia apparire molti segni e condizioni simili a quelle che hanno condotto ai conflitti precedenti e che sono sfociati nel genocidio ruandese”. Hanno riaffermato che “il dialogo è inevitabile, perché costituisce il solo quadro propizio all’edificazione di un clima di fiducia tra le etnie, indispensabile per la riconciliazione effettiva, la pace e lo sviluppo duraturo nella regione dei Grandi Laghi”.

Secondo i partecipanti, “il DIRHI deve essere uno spazio di espressione offerto a tutte le vittime della tragedia ruandese. Deve implicare non solo i diversi agenti politici, armati o non armati, ma anche la società civile e con la partecipazione di osservatori. Questo processo dovrà condurre verso un rinnovamento democratico di un popolo riconciliato, in cui la partecipazione del popolo diventa una realtà nelle istituzioni e in tutti i settori della vita del paese e le persone si riconoscono soprattutto intorno alle idee politiche che condividono e non sulla base dell’appartenenza etnica, regionale, di clan o altre”.

La società civile si impegna a “creare una rete e a collaborare con il Comitato di Coordinamento dell’iniziativa del DIRHI per mobilitare tutte le forze vive ruandesi, sensibilizzare l’ONU, i membri dell’UE, gli USA e l’UA per sostenere il progetto e mettere in atto tutti i meccanismi necessari alla sua realizzazione”.

Infine, i rappresentanti della società civile, si sono impegnati a realizzare azioni concrete, come:
– Organizzare una commemorazione interetnica del genocidio ruandese nel mese di aprile;
– Sostenere la giustizia e la lotta contro l’impunità;
– Dare continuità al rapporto “Mapping Exercice”;
– Mobilitare le Comunità locali sulle problematiche dei diritti dell’uomo in Ruanda;
– Denunciare gli atti di violazioni delle libertà individuali in Ruanda;
– Denunciare i rischi di rimpatrio forzato, quando molti Ruandesi continuano a fuggire dalla dittatura in corso”.

 

– RUANDA: MIRACOLO O MIRAGGIO?

Si parla spesso di “miracolo ruandese” per qualificare la spettacolare ricostruzione del paese. Il Ruanda è riuscito ad emergere dalle ceneri del genocidio e a costruire una delle economie più forti dell’Africa dell’est. Dal 2001 al 2008, il paese ha conosciuto una crescita di oltre il 5% ogni anno.

Ma di questo sviluppo ne trae vantaggio solamente una minoranza. L’80% dei Ruandesi vivono ancora di una agricoltura di sussistenza che li mantiene nella miseria. E questi contadini sono per lo più degli Hutu. Ma nel Ruanda di Paul Kagamé, che dirige il paese con mano di ferro dal 1994, non si ha il diritto di dirlo.

La stabilità politica ha fatto del Ruanda la prima destinazione turistica nella regione dei Grandi Laghi. Si è riuscito a sostituire le immagini degli orrori del genocidio con quelle dei gorilla di montagna e dei magnifici scenari naturali delle mille colline. Nel 2010, il Ruanda ha attirato

665.000 turisti. Il 52% delle monete straniere in circolazione nel paese provengono ormai dall’attività turistica.

Il rapporto Doing business 2010, della Banca Mondiale, classifica il Ruanda nel gruppo in testa dei paesi africani, per le riforme intraprese per facilitare la creazione di imprese e la costruzione. Secondo l’ONG Transparency International, il Ruanda sarebbe anche il paese meno corrotto dell’Africa dell’est.

Da un anno, tuttavia, questa immagine di successo si sta offuscando. Ci si rende sempre più conto che, in Ruanda, lo sviluppo economico si sta realizzando al prezzo di gravi violazioni dei diritti delle persone. Alti graduati dell’esercito e stretti collaboratori del presidente Kagamé disertano e rivelano il lato più oscuro del capo del Fronte Patriottico Ruandese (FPR).

Per la prima volta, il regime viene criticato da fonti ben informate che rivelano l’ampiezza dei mezzi usati dallo Stato per soffocare ogni critica. Capofila dei critici, il generale Faustin Kayumba Nyamwasa, ex-capo di Stato Maggiore, è stato vittima di un tentativo di assassinio l’estate scorsa in Sud-Africa meridionale.

Nell’agosto 2010, il presidente Kagamé si è fatto rieleggere con il 93% dei suffragi, un risultato di stampo stalinista, ottenuto schiacciando ogni movimento di opposizione, incarcerando o costringendo all’esilio tutti coloro che osano criticare il regime. Una legge che vieta il “divisionismo” permette al governo di incarcerare chiunque scriverebbe, per esempio, che la minoranza tutsi occupa la maggior parte dei posti nella pubblica amministrazione.

Nel Ruanda post-genocidio, è vietato fare una distinzione tra Hutu e Tutsi. Tutti sono Ruandesi e basta. È, dunque, vietato scrivere, per esempio, che la stragrande maggioranza degli Hutu che costituiscono più dell’80% della popolazione, vive nella miseria e non trae alcun vantaggio dai milioni di dollari del turismo.

La stella di Paul Kagamé sta impallidendo anche sulla scena internazionale. Nell’ottobre 2010, l’ONU ha pubblicato un rapporto in cui si afferma chiaramente che, negli anni seguenti al genocidio, l’esercito ruandese avrebbe commesso crimini di genocidio contro gli Hutu nell’est del Congo. Il rapporto descrive come migliaia di civili – in maggior parte bambini, donne, anziani e malati – sono stati massacrati a colpi di martello.

L’uomo forte di Kigali, finora appoggiato senza riserve da americani e britannici, non è più tanto gradito negli incontri internazionali. Il suo ultimo viaggio in Belgio, in dicembre 2010, è stato un fiasco diplomatico. La sua visita a Parigi prevista per marzo è stata annullata o rimandata. Le spiegazioni variano. Il nuovo ministro francese degli Affari Esteri, Alain Juppé, era già ministro degli esteri nel 1994, al tempo del genocidio. D’altra parte, Paul Kagamé stesso temeva un colpo di stato durante la sua assenza.

 

– A PROPOSITO DELL’ESERCITO RUANDESE

Proporzionalmente alla sua superficie e alla sua popolazione, il Ruanda è il paese più militarizzato dell’Africa.

– Ipertrofia.

Per ciò che riguarda la Forza Terrestre, l’organizzazione delle Forze della Difesa del Ruanda( RD) è modellata sulla suddivisione amministrativa del paese. Così, ad ogni Provincia corrisponde una “Divisione”. A Kigali, la capitale, ci sono anche le unità di “Riserva generale” (da non confondere con la Forza di Riserva che è una delle componenti delle RDF, ma non attiva) e le Forze “Speciali” come: la Guardia Repubblicana, i Battaglioni blindati, l’artiglieria pesante, le unità del Genio militare, le unità e i servizi amministrativi (Polizia Militare, Musica, Unità Mediche, la Giustizia militare, …). Considerando che una divisione di fanteria è formata da 12 a 15.000 uomini, si arriva già a 60.000 militari. Gli effettivi della Forza Aerea e della Marina possono essere stimati a più di 5.000. Se si aggiungono il corpo di Polizia e la “Local Defence Force”, si arriva facilmente alla cifra di 100.000 uomini, membri effettivi dell’esercito del FPR.

Il Ruanda deve dunque mantenere circa 100.000 militari: alloggiarli, nutrirli e soprattutto occuparli. Per questo, non ci sono che due soluzioni: congedarne una parte o fomentare uno stato di guerra che permetta di mantenere degli effettivi pletorici. Il regime ha optato per la seconda alternativa, visto che si comporta come in un paese conquistato, pensando che i militari devono proteggerlo dalla popolazione. Per aiutare Paul Kagame a gestire questa grottesca situazione, le potenze che lo hanno installato a Kigali gli permettono di mandare parte delle sue truppe all’estero, in missioni di mantenimento della pace rimunerate dall’ONU. Così tutti ci trovano un vantaggio: Kagame può mantenere sotto le armi i suoi uomini senza pagarli e l’America dispone di truppe da mandare dovunque sia necessario per difendere i suoi interessi, soprattutto dove non vorrebbe mandare i suoi militari, dopo l’amara esperienza della Somalia. Anche il mantenimento artificiale di uno stato di belligeranza con la RDCongo permette a Kagame di occupare le sue truppe e, nello stesso tempo, di trovare nella RDCongo stessa, attraverso lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie, i mezzi finanziari per mantenerli.

– Americanizzazione.

Gli ufficiali ruandesi sono “addestrati” all’americana. Gli americani sono i veri “padroni” dello Stato-Maggiore. L’attrezzatura, il trasporto aereo, il materiale di comunicazione, tutto è fornito dagli USA. L’attuale esercito ruandese sembra più a un “Corpo dell’US Army dispiegato nella regione dei Grandi-Laghi” che ad un esercito di un piccolo paese africano. Beninteso tutti ne sono fieri: gli ufficiali ruandesi e gli americani. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Mettendo la mano sul comando dell’esercito ruandese, gli americani hanno acquistato il diritto e la possibilità di influire sulla sorte del Ruanda stesso.

– Carattere monoetnico.

I militari dell’esercito regolare ugandese, rifugiati Tutsi di origine ruandese, che hanno conquistato il Ruanda nel 1994 credono ancora di poter mantenere il controllo dei Tutsi sugli Hutu, essendo il loro esercito ampiamente composto da Tutsi. Per l’istante è così, ma fino a quando? Dovunque un regime abbia creduto opportuno appoggiarsi su un esercito “puro e monoetnico” per consolidare il suo potere, ciò non ha funzionato.

– Un esercito con un passato pesante.

L’attuale esercito ruandese ha cominciato la sua conquista del Ruanda nel 1990 sotto la denominazione di “APR-Inkotanyi” (Esercito Patriottico Ruandese). Tutti i Ruandesi ricordano ancora la sua crudeltà dovunque passasse. Tra altri crimini, l’Apr resterà inciso nella memoria di tutti i Ruandesi per il massacro dei vescovi hutu della chiesa cattolica ruandese, il 5 giugno 1994, a Gakurazo, vicino a Kabgayi, sotto il comando del maggiore (oggi generale) Wilson Gumisiriza.

Il massacro di Kibeho, il 22 aprile 1995, resterà nella storia come uno dei crimini di guerra più atroci e rivoltanti che siano mai stati commessi da un esercito regolare: 8.000 sfollati, donne, bambini e anziani furono uccisi da un’unità militare sotto il comando del colonnello (oggi promosso a tenente-generale) Fred Ibingira.

L’esercito di Paul Kagame, oggi diventato “esercito ruandese”, si è reso colpevole anche di massacri commessi in RDCongo, vari dei quali potrebbero essere qualificati di genocidio, secondo il rapporto dell’ONU reso pubblico il 01 /10 / 2010 (Rapporto Mapping sulla RDCongo).

Le popolazioni superstiti del Nord del Ruanda (Byumba-Ruhengeri-Gisenyi) non dimenticheranno mai che, tra il 1998 e il 2002, furono oggetto di uno sterminio sistematico da parte dell’APR, come azioni di rappresaglia contro le infiltrazioni di combattenti provenienti dal Congo.