Mag 10 2011

Rwanda Attualità – ed. aprile 2011 – supplemento

SOMMARIO:

– GENOCIDIO RUANDESE: LE RESPONSABILITÀ DI PAUL KAGAME E DEL FPR
– IL TPIR: UNA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE O UNA GIUSTIZIA PER PRESERVARE L’IMPUNITÀ DEL VINCITORE?
– LETTERA DEI PRIGIONIERI DEL CENTRO PENITENZIARIO DEL TPIR A KOULIKORO (REPUBBLICA DEL MALI).

 

– GENOCIDIO RUANDESE: LE RESPONSABILITÀ DI PAUL KAGAME E DEL FPR

Nel suo libro “Chiedo giustizia per la Francia e i suoi soldati” recentemente pubblicato, il generale francese Didier Tauzin, ex comandante di forze francesi inviate in Ruanda tra il 1992 e il 1994, accusa Paul Kagamé di avere organizzato i massacri del 1994, per facilitare il suo accesso al potere e smentisce ogni implicazione dell’esercito francese nei massacri stessi. Egli attribuisce l’atteggiamento degli Hutu durante il genocidio al panico nato dalla loro ancestrale paura nei confronti dei Tutsi.

Sì, Paul Kagamé, l’attuale presidente ruandese, è il principale responsabile del genocidio del 1994 perpetrato nel suo paese. No, i militari francesi non hanno per nulla contribuito alla realizzazione dei massacri che hanno insanguinato il Ruanda. No, gli Hutu non hanno programmato lo sterminio dei loro concittadini Tutsi: sono tre delle principali tesi sostenute dal generale di divisione francese Didier Tauzin, ex comandante del 1° Reggimento Paracadutista di Fanteria di Marina (1 RPIMa) e già comandante dell’operazione “Chimera” o “Birunga” (1993) in Ruanda.

Didier Tauzin afferma di essere stato profondamente ferito nel suo onore e nella sua carriera militare, per vedersi implicato, suo malgrado, in uno dei più gravi crimini di massa della fine del ventesimo secolo. Ha deciso di uscire dalla riserva a cui lo costringe il suo statuto di ufficiale superiore e di consegnare al pubblico la sua versione dei fatti, quando, rievocando la vicenda ruandese, sua figlia stessa gli ha rinfacciato di essere un mascalzone e un assassino.

“Paul Kagamé ha indotto gli Hutu al massacro dei Tutsi”.

Secondo la versione di Didier Tauzin, Paul Kagamé appare come un geniale manipolatore nella preparazione e nel comando della sua guerra di conquista del potere, stabilendo precisi criteri, fra cui: non concedere mai nulla nel corso delle negoziazioni e non rispettare mai le tregue concluse. Sono queste alcune cause del fallimento di tutti gli sforzi di conciliazione intrapresi negli anni 90 in Ruanda, particolarmente degli accordi di pace di Arusha. Per Didier Tauzin, Paul Kagame ha deliberatamente scelto di sacrificare i Tutsi dell’interno. E’ il suo movimento, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), che sarebbe all’origine anche dell’attentato del 6 aprile 1994 che costò la vita al presidente Juvenal Habyarimana). Secondo Tauzin, tale attentato, considerato generalmente come l’elemento detonatore del genocidio, faceva parte del piano di Paul Kagame che, dal 1990, aiutato dall’Uganda di Yoweri Museveni e da “certe potenze”, ha scatenato una guerra che lo condurrà al potere a Kigali.

Secondo Didier Tauzin, partito dall’Uganda dove si era rifugiato, Paul Kagame ha avanzato conquistando, poco a poco, zone sempre più grandi del territorio ruandese. Ha infiltrato alcune migliaia di militari all’interno del Ruanda, fino a Kigali. Questi non hanno aspettato che il suo segnale per agire. Paul Kagame è riuscito anche a manipolare tutta la stampa mondiale, imponendo la sua versione dei fatti.

Nella loro avanzata, i suoi militari hanno massacrato e terrorizzato gli Hutu che hanno poi reagito con estrema violenza, a causa della paura nei confronti dei Tutsi. Sebbene questi siano una etnia minoritaria in Ruanda, tuttavia, per mezzo di una cultura della manipolazione, della dissimulazione e del segreto “, spiega Didier Tauzin, per secoli essi sono riusciti ad imporre il loro dominio sugli Hutu, imponendo un’ideologia secondo cui sono di una razza superiore, di essenza divina. Si designano con il termine Ibimanuka che significa “quelli che sono discesi dal cielo”. Il loro disprezzo verso gli Hutu sarebbe tale che alcuni di loro non mangiano mai in loro presenza. Il ritorno dei Tutsi al potere, mediante l’azione militare di Paul Kagame, significa, per gli Hutu, un ritorno alla schiavitù di cui si erano liberati. La paura di un tale pericolo ha spinto gli Hutu in un infernale spirale della violenza, afferma Didier Tauzin.

Scatenando la guerra, Paul Kagame sapeva che ciò avrebbe potuto succedere, ma ha deciso di servirsi dei massacri, poiché gli offrirebbero la possibilità di presentarsi poi come liberatore. In questa logica, Paul Kagame non ha mai rispettato un cessate il fuoco né l’accordo di pace che non ha firmato che per prepararsi meglio all’offensiva. Paul Kagame ha così indotto gli Hutu al massacro dei Tutsi dell’interno del Ruanda, sostiene Didier Tauzin. I suoi militari hanno addirittura ucciso persone della loro propria etnia, per addossarne poi la responsabilità sugli Hutu. Voleva una guerra totale e tutti i mezzi erano per lui buoni.

Secondo Musangamfura Sixbert, capo dei servizi segreti del Governo FPR dal 19 luglio 1994 fino al 30 agosto 1995, dati affidabili confermano che fino a luglio 1995, il FPR aveva massacrato, in modo selettivo e deliberato, circa 312.726 persone.

Fra queste, si era potuto comporre delle liste nominative, purtroppo non esaurienti, di oltre 104.800 persone uccise dal FPR dopo la sua presa del potere.

I corpi venivano sepolti spesso in fosse comuni (si hanno i nomi di oltre 173, sparse su tutto il territorio del paese), ammucchiati in latrine, scuole e case rurali, gettati nell’AKAGERA, cosparsi di benzina e bruciati, trasportati con camion militari verso il MUTARA, il parco nazionale dell’AKAGERA, la foresta di NYUNGWE, RILIMA e verso altri luoghi in cui erano sempre prEsenti degli squadroni della morte del Directorate of Military Intelligence (DMI) e altri soldati incaricati di seppellire i cadaveri. I luoghi di esecuzione si trovavano nelle zone dette militari, vietate all’accesso delle forze della MINUAR, ONG, osservatori internazionali per i diritti dell’uomo, autorità civili e popolazione civile. Certe zone dette militari erano, in realtà, dei veri campi di sterminio e di cremazione dei corpi.

Durante i massacri commessi da unità militari specializzate alcune zone erano chiuse al traffico aereo, altre erano sistematicamente chiuse alla circolazione terrestre (per esempio: lo Stadio di Byumba, nell’aprile ’94, dopo il massacro di oltre 3.000 contadini; SAVE, nell’agosto ’94, durante i massacri di oltre 1.700 persone; KABUTARE, da agosto a novembre ’94; NSHILI, nel gennaio ’95; eccetera….).

Molti luoghi di esecuzione abbandonati dai miliziani INTERAHAMWE sono stati, in seguito, utilizzati dall’APR, per camuffare i corpi delle vittime, nell’intento di fare credere all’opinione pubblica che era opera dei soli miliziani. Alcuni luoghi di esecuzione, come SAVE, NDORA, MAYANGE e Sakè, i cui cadaveri sono stati riesumati, contenevano in realtà i cadaveri delle vittime del FPR, presentati oggi come vittime dei miliziani Interahamwe.

Questo contro-genocidio continua attualmente attraverso l’esclusione etnica nell’amministrazione, nella magistratura, nell’insegnamento universitario, nell’esercito, negli organi di sicurezza e negli affari.

Continuano ancora oggi le espropriazioni di beni mobili e immobili, lo sterminio degli abitanti di certe località per creare zone etniche, la segregazione etnica che ricorda l’apartheid, la demonizzazione etnica e la responsabilizzazione collettiva.

Paradossalmente, certe autorità ruandesi, sottomesse al FPR e conosciute per la loro vigliaccheria e il loro opportunismo, e degli stranieri complici con il loro silenzio, vergognandosi per non aver adempiuto alla loro missione, ma preoccupati della loro carriera e dei loro interessi personali, si ostinano a scagionare il FPR, i cui responsabili, coscienti dei loro misfatti, rifiutano categoricamente la creazione di una commissione di inchiesta internazionale indipendente.

In una conferenza tenuta il 4 aprile 2011 davanti a un uditorio di studenti e professori dell’università di Idaho, Theogène Rudasingwa, ex maggiore dell’Esercito Patriottico Ruandese, ex Segretario generale del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), ex ambasciatore a Washington, ex Direttore di gabinetto del presidente Paul Kagame, ha affermato che, in tutti i suoi anni al servizio del dittatore ruandese, la sua missione era quella di mentire ai governi stranieri e alla Comunità Internazionale. Conformemente alle istruzioni ricevute dal suo capo Paul Kagame, egli doveva, in ogni occasione, servirsi sistematicamente del genocidio dei Tutsi come pretesto per terrorizzare i suoi interlocutori stranieri, per ridurli al silenzio ogni volta che rievocavano i crimini commessi contro la popolazione hutu dalle forze di Paul Kagame.

Diceva loro: “Come osate criticare un regime che ha potuto mettere fine, da solo, al genocidio, quando voi vedevate gli innocenti morire senza fare nulla?”. Questa era la consegna del potere di Kigali. E ciò produceva l’effetto desiderato, poiché gli interlocutori avevano paura, sentivano vergogna e quindi non criticavano più il regime di Kigali. Egli stesso afferma senza esitazioni: “Guardandoli negli occhi con furore, dicevo loro che la comunità internazionale aveva assistito al genocidio dei Tutsi con indifferenza e che, per questo, non aveva il diritto di giudicare le azioni del governo del FPR che aveva fermato il genocidio. Ciò aveva un effetto scontato sui miei interlocutori che preferivano passare ad altro argomento”.

 

– IL TPIR: UNA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE O UNA GIUSTIZIA PER PRESERVARE L’IMPUNITÀ DEL VINCITORE?

Il 18 marzo, l’istituto di Diritto Umanitario Internazionale (Internazionale Humanitarian Law Institute, IHLI), ha annunciato la pubblicazione di un lavoro di ricerca di 84 pagine, intitolato «Il Tribunale ad hoc delle Nazioni Unite per il Ruanda: Una Giustizia internazionale o una Giustizia per preservare l’impunità del vincitore?» (“The United Nations Ad Hoc Tribunal for Ruanda: International Justice or Juridically-Constructed Victor’s Impunity”), curato dal direttore dell’IHLI, il professore Peter Erlinder, e dal vice direttore Andrea M. Palumbo.

La ricerca è basata esclusivamente su dei documenti delle Nazioni Unite e del governo americano, come i Documenti del Pentagono o quelli svelati da WikiLeaks. I documenti originali possono essere consultati sul sito web dell’istituto IHLI, in www.rwandadocumentsproject.net.

I documenti dell’ONU spiegano come il ramo militare della maggioranza governativa in Ruanda, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), sia passato, tra gennaio 1991 e febbraio 1993, dall’essere un gruppo ugandese di disertori sconfitti ad essere l’esercito più potente dell’Africa Centrale; e questo col sostegno dell’Uganda, del Regno Unito e del Pentagono americano.

I documenti in questione riportano delle testimonianze fatte sotto giuramento davanti al Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, TPIR, secondo cui l’ambasciatore americano in Ruanda aveva avvertito personalmente Kagame, alla fine dell’anno 1993, che se rompesse gli accordi di cessate il fuoco di febbraio 1993, sarebbe tenuto per responsabile dei massacri che ne sarebbero derivati.

I documenti dell’ONU contengono anche delle testimonianze fatte sotto giuramento davanti al TPIR da ex ufficiali del FPR che avevano ricevuto l’ordine diretto di Paul Kagame di assassinare, il 6 aprile 1994, i presidenti del Ruanda e del Burundi. Altri ufficiali presenti al quartiere generale del FPR, la stessa notte, hanno affermato che Kagame stesso aveva loro ordinato di prendere il paese con la forza.

Altre dichiarazioni fatte sotto giuramento da un ex agente della FBI e da inquirenti del TPIR confermano la colpevolezza di Kagame in numerosi massacri. Le memorie di Carla del Ponte, già procuratore del TPIR, descrivono come gli Stati Uniti le avessero ordinato di non indagare sugli elementi di prova di cui disponeva per iniziare delle procedure giudiziarie contro il FPR e Kagame.

I documenti dimostrano anche che il Generale Roméo Dallaire, ex comandante dei Caschi Blu dell’ONU, aveva annunciato al già Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan, “che non c’era stato alcun colpo di stato” da parte dell’esercito del Ruanda nell’aprile 1994; che Kagame rifiutava sistematicamente le richieste di cessate il fuoco che avevano come scopo quello di mettere fine ai massacri commessi tra aprile e giugno 1994; e che Kagame rifiutava di utilizzare le forze militari del FPR per fermare i massacri dei civili, perché “stava per vincere la guerra.”

I documenti dimostrano anche che, nell’agosto 1994, il Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, e l’ex Segretario di Stato americano, Warren Christopher, erano stati informati dei massacri commessi dal FPR contro i civili. Tuttavia, dalla sua creazione nel novembre 1994 fino ad oggi, il TPIR non ha perseguito nessun imputato associato al FPR, e questo perché, secondo il procuratore Carla Del Ponte, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto Kagame.

L’autore di questo lavoro, il professor Peter Erlinder, direttore dell’IHLI e principale avvocato della difesa presso il TPIR, è stato accusato, arrestato e incarcerato nella primavera 2010 dal Governo ruandese, per avere “negato l’esistenza del genocidio” nelle sue pubblicazioni universitarie, poi liberato per ragioni medico sanitarie in seguito ad una intensa campagna internazionale.

Secondo l’autore: “questi documenti dell’ONU, finora tenuti nascosti, sono la ragione per la quale Kagame mi ha fatto arrestare. Non ho mai negato il fatto che decine di migliaia di Tutsi siano stati uccisi all’epoca del genocidio. Ma ci sono anche delle prove secondo cui forse sarebbero stati assassinati più Hutu che Tutsi. Tuttavia, ciò che è indiscutibile è che, a) se l’appoggio anglo-americano non avesse, tra gennaio 1991 e febbraio 1993, trasformato così rapidamente il FPR in un potere militare dominante in Ruanda, il FPR non avrebbe avuto il potere militare che gli ha permesso di aggredire il Ruanda dopo febbraio 1993; (b) se i due presidenti non fossero stati assassinati all’epoca della presa del potere da parte del FPR, i massacri dei civili, che erano già stati annunciati, probabilmente non avrebbero avuto luogo e il FPR sarebbe rimasto un partito politico minoritario in uno stato con più partiti politici”.

 

– LETTERA DEI PRIGIONIERI DEL CENTRO PENITENZIARIO DEL TPIR A KOULIKORO (REPUBBLICA DEL MALI).

Il 12 ottobre 2010, i prigionieri del centro penitenziario del TPIR a Koulikoro (Repubblica del Mali) hanno indirizzato una lettera al Presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella quale esprimono la loro reazione in seguito alla pubblicazione del rapporto Mapping sui crimini commessi contro gli Hutu in RDCongo da parte del FPR e del suo esercito:

 «Ci rallegriamo della pubblicazione del Rapporto sulle violazioni più gravi dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario commesse in Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), specialmente contro i rifugiati ruandesi di etnia hutu e contro gli Hutu congolesi.
Tenuto conto del loro carattere sistematico e generalizzato e considerato che sono stati commessi contro un gruppo etnico ben preciso, questi crimini che si sono concretizzati in massacri, sterminio, stupri, torture e trattamenti disumani e degradanti, non possono avere altra qualifica che quella di crimini di genocidio, nel suo senso più giuridico del termine .

Anche se il regime del Presidente Paul Kagame e i suoi sostenitori si ostinano a non voler accettare questo rapporto, senza tuttavia negarne i fatti riportati, si constata, una volta di più, che i massacri sistematici contro gli Hutu in Congo sono stati il frutto di una pianificazione decisa da tempo, maturata progressivamente e testata parecchie volte dagli ideologi ed alti quadri militari e politici del FPR.

Alexandre Kimenyi, Tutsi, professore all’università di Sacramento negli Stati Uniti , ha rivelato l’ideologia genocidaria del FPR contro gli Hutu nel giornale IMPURUZA n° 17, di dicembre 1990, scrivendo:
“Questi rapaci avvoltoi [Hutu] inghiottono tutto nel loro ventre, Come Ngunda o i maiali.
Questi malfattori che rovinano i prati destinati agli importanti pastori [Tutsi],
Hai ordinato che i Nobili [Tutsi] li colpiscano ai piedi per farli sparire,affinché gli eletti [Tutsi] si autogovernino lontano da questi mascalzoni epossano usufruire liberamente, senza questi banditi [Hutu], dei villaggi e campi che saranno completamente nostri”.

Circa il Congo, una delle prove di un piano contro i rifugiati Hutu in RDCongo che si è poi concretizzato in massacri sistematici, è indiscutibilmente la lettera che Paul Kagame, allora Ministro della Difesa e Vicepresidente del Ruanda, ha inviato a Jean Baptiste Bagaza, Tutsi, già Presidente del Burundi, il 10 ottobre 1994. Vi si legge:

“Stia sicuro che il nostro piano proseguirà come l’abbiamo stabilito in occasione della nostra ultima riunione a Kampala. La settimana scorsa ho comunicato col nostro grande fratello Yoweri Museveni e abbiamo deciso di apportare alcune modifiche sul piano. Infatti, come ha già potuto constatare, la presa di Kigali ha rapidamente provocato il panico tra gli Hutu che hanno preso la strada verso Goma e Bukavu. Pensiamo che la presenza di un gran numero di rifugiati ruandesi a Goma e, soprattutto, della Comunità internazionale, può fare fallire il nostro piano in Zaire. Non potremo occuparci dello Zaire che dopo il ritorno di questi Hutu. Sono state prese tutte le misure per farli ritornare il più rapidamente possibile. Tuttavia, i nostri servizi segreti continuano a solcare l’est dello Zaire e i nostri collaboratori belgi, britannici e americani il resto dello Zaire. … Il piano per il Burundi deve essere eseguito il più presto possibile, prima che gli Hutu del Ruanda si organizzino” .

Questa ideologia manifestamente genocidaria, in quanto mira apertamente a un gruppo etnico in quanto tale, si è concretizzata in un machiavellico piano per sterminare la maggior parte possibile della popolazione hutu sia in Ruanda che in RDCongo e dei Tutsi che non avessero aderito a simile piano.
La data del 1° ottobre 1990 resterà per sempre incisa nella memoria dei Ruandesi, perché, quando cominciavano ad apprezzare gli effetti di una pace e di uno sviluppo citati come esempio nel concerto delle nazioni, Fred Rwigema, detto Gisa, Generale ugandese di origine ruandese, Vice-ministro della Difesa del Presidente Yoweri Kaguta Museveni e Capo di Stato Maggiore aggiunto della NRA (National Resistance Army), ha lanciato un attacco sul nostro paese, il Ruanda, a partire dal posto di frontiera di Kagitumba, una guerra pianificata da molto tempo e che nulla poteva giustificare logicamente.
Immediatamente dopo la morte di questo Generale, il Presidente Museveni l’ha sostituito con il suo Capo dei servizi segreti militari, Paul Kagame, tristemente conosciuto in Uganda per il sangue degli ugandesi sparso inutilmente sotto la supervisione del suo sostenitore di sempre, Yoweri Museveni.
È sotto l’istigazione di quest’ultimo che la guerra imposta al Ruanda si estenderà su tutto il territorio ruandese e al di là delle sue frontiere, fino a Matadi, sulla riva atlantica, dopo la traversata del grande Zaire, oggi RDCongo.
Su questa avanzata assassina, la consegna data al suo esercito era lo sterminio .

I numerosi sostenitori del Generale Paul Kagame sanno che l’aereo su cui viaggiavano i Presidenti Juvénal Habyarimana e Cyprien Ntaryamira è stato abbattuto dagli uomini del suo esercito su suo ordine esplicito, ma, a causa della loro implicazione nei preparativi di questo assassinio, si sforzano invano a voler dissimulare la verità. E tuttavia, chi diede l’ordine si sparare contro l’aereo, il Generale Paul Kagame stesso, l’ha confessato a più riprese, in occasione di conferenze stampa e in varie interviste concesse a radio e televisioni.

Non è concepibile che fino ad oggi, più di sedici anni dopo i fatti, le Nazioni Unite non abbiano aperto alcuna inchiesta degna di questo nome. Ben al contrario, questa istituzione ha fatto di tutto per soffocare ogni tentativo di ricerca della verità, particolarmente dissimulando la scatola nera dell’aereo. Anche il TPIR ha brutalmente interrotto l’inchiesta, che aveva indetto e affidato ad uno dei suoi agenti, l’australiano Michael Hourrigan.

La pubblicazione del Rapporto sulle più gravi violazioni dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario commesse in RDCongo, specialmente contro i rifugiati ruandesi di etnia hutu e contro gli Hutu congolesi in RDCongo ci fanno sperare che inchieste similari non tarderanno ad effettuarsi sul suolo ruandese, affinché tutti i crimini commessi dagli uni e dagli altri tra il 1° ottobre 1990 e il 1° ottobre 2010 siano equamente riconosciuti e puniti in un modo accettato da tutti.
Come esempio, sarebbe impensabile che i seguenti crimini restino impuniti:
– i massacri sistematici e generalizzati della popolazione hutu di Byumba e Ruhengeri fin dall’inizio della guerra;
– il massacro di tutta una popolazione al mercato di Muhura, nell’aprile 1994, per mano del Generale Paul Kagame, che rimproverava alle sue truppe di esitare a sparare sulla folla;
– i massacri deliberatamente selettivi degli eletti locali della Zona detta Tampone;
– l’ordine dato dal Generale Paul Kagame di sterminare la popolazione hutu del comune di Gikoro, convocato a Musha su un campo di calcio, nel mese di maggio 1994 per una pretesa riunione di sicurezza;
– i massicci massacri nelle prefetture di Kibungo, Kigali rurale, Gitarama e Butare, alcuni dei quali sono stati identificati dal Relatore del HCR, Robert Gersony;
– i massacri selettivi operati negli stadi di Kigali, di Byumba e in diversi altri luoghi, come Karushya, nel comune di Giti, dov’è stato riunito e decimato il clero cattolico della diocesi di Byumba, che si era rifugiato presso il Seminario minore di Rwesero; i massacri di Nyarubuye e in tutto il comune di Rusumo e quello di Gakurazo, dove i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose sono stati selvaggiamente massacrati su ordine esplicito del Generale Paul Kagame;
– i massacri che si sono svolti nell’aprile 1995 a Kibeho, sotto gli occhi delle Nazioni Unite e altrove, in tutto il paese, dalla presa del potere da parte del FPR;
– le carneficine di Kanama, in prefettura di Gisenyi, dove gli Hutu che vi si erano rifugiati, sono stati uccisi, per soffocamento, in una grotta che il FPR / APR aveva accuratamente chiuso su ordine del suo capo.

L’ipocrisia della Comunità Internazionale nella ricerca della verità per una giustizia equa si è manifestata, in modo particolare, quando il Procuratore del TPIR, Carla Del Ponte, ha voluto emettere degli atti di accusa contro i membri del FPR, responsabili dello sterminio della popolazione hutu.

L’intervento dell’americano Richard Prosper e del Ministro Jack Strauw, in nome dei governi americano e britannico, per bloccare il processo di messa in accusa dei membri del FPR, mostra a che punto il TPIR abbia agito sotto ingiunzioni di questi governi.

Non abbiamo mai cessato di denunciare il fatto che questo Tribunale fosse sottomesso al regime di Kagame che lo controllava a tutti i livelli, sia nella procedura dei mandati di arresto che in quella dei processi e dei giudizi, mediante i suoi rappresentanti e quelli delle potenze occidentali che lo appoggiavano.

Ciò risulta anche dalla constatazione, fatta particolarmente dalla giornalista Florence Hartmann, stretta collaboratrice di Carla Del Ponte, che tutti i processi di questo tribunale siano menzogneri e iniqui e che, quindi, debbano essere rivisti. È un imperativo, perché i condannati di questo tribunale sono le persone che Kagame non ha potuto sterminare in Ruanda, nei campi dei rifugiati o nelle foreste del Congo. Il TPIR gli è servito come strumento di annientamento di quei superstiti.

La Comunità Internazionale deve comprendere che la riconciliazione dei Ruandesi, preliminare ad una pace duratura e a un vero sviluppo, passerà inevitabilmente attraverso il riconoscimento di tutte le vittime di quella guerra di aggressione e una giusta giustizia per tutti i figli del Ruanda.

Chiediamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di non esitare ulteriormente per mettere in piedi uno strumento giuridico per giudicare, finalmente, tutti i presunti autori di tutti i crimini contro l’umanità commessi sia in Ruanda che nei paesi vicini, particolarmente nel Congo e, un decennio prima, in Uganda.

Suggeriamo che il Tribunale dell’ONU con sede ad Arusha (Tanzania), espurgato di tutto il personale attuale (giudici, procuratori, cancellieri…) condizionati dal FPR, sia abilitato a svolgere questa nuova missione.

È a questa sola condizione che si sradicherà l’impunità nella regione dei Grandi Laghi. L’impunità è un flagello da sopprimere definitivamente, perché è un freno allo sviluppo della pace e della democrazia, impedisce la promozione dei diritti dei cittadini e sancisce la sacralizzazione dei boia che non hanno mai cessato di presentarsi come vittime, demonizzando gli innocenti senza protezione e senza voce.

Da due decenni, il genocidio dei Tutsi è stato strumentalizzato dal regime di Kagame, dal suo movimento politico, il FPR, e dal suo esercito, che ne hanno cinicamente fatto un fondo di commercio. Ci aspettiamo che il riconoscimento dei crimini di genocidio, di cui gli Hutu sono vittime da più di vent’anni, e la condanna dei responsabili di questi crimini da parte di un Tribunale libero e indipendente, portino a un dialogo inter ruandese, in vista di instaurare, in modo duraturo e accettabile per tutti, delle istituzioni che garantiscano la sicurezza e liberino l’insieme della popolazione ruandese, nella comprensione e il rispetto reciproco. Solo la verità e la giustizia garantiranno la riconciliazione e lo sviluppo del popolo ruandese.
Solo la verità e la giustizia libereranno il Ruanda».

Il testo integrale in francese, lo si trova qui.