Feb 28

Congo Attualità n. 121

Sommario:

1. RDCONGO: PER NON DIMENTICARE, PER CAMBIARE (Redazione)
2. EST DELLA RDCONGO: STORIA DI UNA LUNGA DERIVA (Teresina Caffi)
3. L’ORRORE DEL BOMBARDAMENTO DEI CAMPI DEI RIFUGIATI (On. Emma Bonino)
4. VIOLENZA SESSUALE E QUESTIONE GENERE (Mathilde Muhindo Mwamini)


1. RDCONGO: PER NON DIMENTICARE, PER CAMBIARE

Il 26 novembre 2010, a Parma, in un’Aula dell’Università, ha avuto luogo una Tavola rotonda sul rapporto, di circa seicento pagine, dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti umani, pubblicato ufficialmente il 1° ottobre 2010, dal titolo: “Rapporto del Progetto Mapping concernente le violazioni più gravi dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, commesse tra marzo 1993 e giugno 2003 sul territorio della Repubblica Democratica del Congo”.

Ad oggi, la guerra, in RD Congo, non è realmente finita; le popolazioni dell’est, soprattutto quelle delle zone interne e prossime dei siti minerari, subiscono fino ad oggi aggressioni, saccheggi, stupri, uccisioni e anche massacri.

Promossa dalla Rete Pace per il Congo, dal Dipartimento di Studi Politici e Sociali e dal Corso di Laurea Magistrale in Giornalismo e Cultura editoriale dell’Università di Parma, la Tavola rotonda, dal titolo “Togliere il velo del silenzio sul Congo. I massacri in RDC e il saccheggio delle risorse nel recente Rapporto ONU”, si proponeva di tenere vivi i riflettori sul documento e cercare insieme vie conseguenti d’impegno, perché una pace giusta e duratura possa giungere nel Paese e nell’intera Regione dei Grandi laghi africani.

In questi lunghi anni di guerre, l’informazione ha spesso taciuto i fatti o dato mezze verità; la Comunità internazionale, sorda a tanti appelli della popolazione e della società civile, ha continuato a ribadire queste mezze verità e persegue ancora linee di sostegno a regimi che sono stati e restano altamente destabilizzanti nella Regione. L’interesse dei minerali sembra avere più peso del diritto dei popoli alla vita e alla dignità.

Gli organizzatori della Tavola rotonda pensano che il rapporto non deve cadere nel dimenticatoio. Occorre anzi andare oltre gli immediati autori delle atrocità per scoprire i lontani mandanti e fiancheggiatori e chiedere una politica internazionale coerente con le parole di giustizia di cui spesso si riempie la bocca. Le popolazioni della Regione attendono la pace nella giustizia, e la loro attesa non può essere delusa.

La Tavola rotonda ha visto l’intervento dell’on. Emma Bonino, Vice-presidente del Senato già Commissaria europea e responsabile dell’Agenzia umanitaria ECHO durante la guerra del 1996-1997. Ella ha testimoniato, anche attraverso un filmato e mostrando una serie di appelli da lei inutilmente lanciati nel 1997, come la Comunità internazionale preferì credere che i rifugiati hutu ruandesi erano tutti rientrati in patria, e negò l’invio di una forza che avrebbe potuto soccorrerli e proteggerli dai massacri. L’on. Bonino ha espresso apprezzamento per il Rapporto e ha suggerito che si chieda al Consiglio di sicurezza dell’ONU l’estensione temporale e geografica del Tribunale internazionale che già esiste.

Introdotta dal saluto del Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, il prof. Roberto Greci, la Tavola rotonda ha visto anche l’intervento di Teresina Caffi, per la rete “Pace per il Congo”, che ha tracciato le grandi linee della storia della deriva dell’est della RDCongo e posto alcuni interrogativi. Mathilde Muhindo Mwamini, già deputato nazionale in Congo, impegnata nel sostegno alle donne a Bukavu, nella provincia del Sud-Kivu, ha portato la testimonianza dell’ampiezza del dramma delle donne dell’est della RD Congo, che si sono trovate e sono fino ad oggi, bersaglio della violenza della guerra, oggetto di stupri e abusi di ogni sorta, inflitti per umiliare tutto un popolo e distruggerne il futuro.

Ha coordinato e concluso con una relazione la Tavola rotonda il sociologo Marco Deriu, del Dipartimento di Studi Politici e Sociali dell’Università di Parma, il quale ha mostrato il mutamento delle guerre attuali rispetto a quelle passate. Sono guerre integrate nell’economia globale, in cui la violenza diffusa e il caos conseguente diventano situazioni proficue per trarre i massimi profitti. Il punto cruciale delle guerre in RDCongo sono i minerali di cui rigurgita soprattutto l’est del Paese, ove si passa da un estrattivismo militarizzato a un militarismo estrattivo.

Tra i partecipanti, un centinaio circa, c’erano cittadini congolesi e di altri Paesi della Regione, studenti universitari, cittadini impegnati nel volontariato per la o nella Regione, nella politica e nel giornalismo. Alcuni provenivano da Roma e da Genova. Numerosi sono stati gli interventi.

Iniziata alle 10,30, la Tavola rotonda si è conclusa alle 13. L’intento degli organizzatori è che essa sia una tappa di un impegno che continua e che potrà portare a nuove convocazioni per trasformare le proposte emerse in linee di impegno.

2. EST DELLA RDCONGO: STORIA DI UNA LUNGA DERIVA.

TERESINA CAFFI, rappresentante della Rete Pace per il Congo

Mentre la tempesta è in corso.

Quello che è successo in questi venti anni nei Paesi della Regione dei Grandi laghi africani, in particolare, Rwanda, Uganda, Congo-Kinshasa e Burundi, soprattutto negli anni 1994-2003, ma anche prima, e fino ad oggi, fa parte di quegli eventi che, se sapessimo dare a tutti i morti lo stesso peso, a tutte le sofferenze la stessa dignità, non potrebbe non fare oggetto di memoria universale per secoli.

Come avviene per la Shoah, che celebriamo con memorie annuali, articoli frequenti sui giornali, visite ai luoghi della memoria, senza renderci conto – o, per certuni, senza volere prendere atto – che tragedie analoghe sono ancora in corso. Perché occorrono cinquant’anni alla coscienza collettiva perché certi eventi prendano le loro dimensioni, perché dobbiamo occuparcene quando i giochi sono ormai finiti? Perché non prima, quando si può ancora strappare un giorno all’oppressione, prevenire delle lacrime, impedire che l’incendio divampi totalmente? La storia è forse semplicemente un libro da leggere, da intuire per i più acuti nel suo evolversi, senza che a noi, popolazione, sia possibile imprimerle un corso diverso?

Sono questioni che nascono a volte vedendo direttamente, o ascoltando, seguendo in questi anni le vicende dei popoli della Regione dei Grandi Laghi. Un’associazione statunitense, International Rescue Committee, ha più volte valutato negli anni della seconda guerra, quella iniziata nel 1998, il numero dei morti che essa ha causato. Il Rapporto ONU non conferma né smentisce la cifra che IRC dà: 3.800.000 morti a causa della guerra, tra agosto 1998 e aprile 2004, data della 4a inchiesta.

Forse, è più comodo evocare fatti già conclusi, responsabilità stabilite, che entrare nel pieno di una tempesta ancora in corso, soprattutto se essa potrebbe rivelare complicità imbarazzanti di grandi della terra, perfino una nostra non estraneità ai fatti.

Speranze distrutte

La Repubblica Democratica del Congo – allora Zaire – stava vivendo negli anni 1991-‘92 una faticosa uscita dalla dittatura di Mobutu. Tramite la Conferenza Nazionale Sovrana, la società civile dava voce e volto alla lunga oppressione e cercava le vie per una transizione pacifica. Non senza drammi, a volte suscitati ad arte da un regime duro a morire, come la tragica espulsione e caccia agli abitanti della provincia del Kasai in quella del Katanga. Nel Nord-Kivu, la tensione tra autoctoni e popolazioni ruandofone da lungo tempo immigrate provocava enormi violenze. La speranza c’era, comunque, anche perché il dittatore-messia era gravemente ammalato e il suo abbandono della scena era comunque vicino.

Un’avventura, però, era cominciata dall’Uganda, esattamente il 1° ottobre 1990, avventura preparata, sostenuta, accompagnata dalle potenze anglofone desiderose di sostituire al Francia nell’accesso alle ricchezze zairesi, della zona est in particolare. L’interesse di potenze economiche e di poteri politici lontani si incontrava con la sete di riscatto degli esuli ruandesi tutsi in Uganda. E col desiderio del regime di Museveni di rimandarli in patria, dopo averne ricevuto l’aiuto nella presa di potere.

Paul Kagame già capo dei servizi d’informazione dell’esercito ugandese, segui la formazione di alcuni mesi a Fort Leaven Worth (Kansas) e ben presto ebbe la guida delle truppe che il 1° ottobre varcarono la frontiera ruandese cercando il potere, tutto il potere.

Furono anni di una guerra sanguinosa, il cui racconto è ancora abbondantemente da fare: eccidi sulle popolazioni, assassini mirati di leader politici hutu. Gli accordi di Arusha del 1993 sulla spartizione del potere tra l’antico regime e le forze attaccanti non furono che una formalità disattesa dai fatti. La lotta continuava. L’abbattimento dell’aereo il 6 aprile 1994 uccise, oltre all’equipaggio, Juvenal Habyarimana, presidente hutu ruandese, e Cyprien Ntaryamira, presidente hutu burundese.

Dal genocidio in Ruanda all’attacco allo Zaire

Seguirono i cento giorni orribili e terribili del genocidio, l’evento in questi anni più conosciuto – e per altri versi più mal conosciuto – della Regione dei Grandi Laghi: eccidi compiuti da giovani estremisti hutu, mentre continuava l’avanzata violenta delle truppe del Fonte Patriottico Ruandese (FPR) di Paul Kagame; la latitanza e poi la partenza delle truppe Onu, la presa di potere da parte del FPR, l’inizio della grande vendetta.

L’est dello Zaire, già sovrappopolato e impoverito, si trovò di fronte un’ondata di circa due milioni di rifugiati: la popolazione hutu lasciava il paese con il suo esercito, i suoi funzionari, anche gli autori del genocidio, le milizie Interahamwe.

La generosità del popolo congolese, il soccorso degli organismi internazionali si fecero incontro alle necessità primarie di queste folle. La maggior parte dei rifugiati si raccolse in campi profughi. Troppo vicini alla frontiera, ma anche funzionali a un progetto più vasto allora nascosto.

Intanto il sospetto crescente nei confronti delle popolazioni tutsi da decenni installate sugli altopiani del Sud-Kivu (chiamati Banyamulenge), di cui si rendeva difficile il riconoscimento della nazionalità congolese, sfociò in una serie di maltrattamenti e anche massacri nei loro confronti da parte di Congolesi aizzati da certi loro capi. Così, molti Banyamulenge fecero causa comune con il regime ruandese.

Nell’ottobre 1996 cominciò il bombardamento dei campi e l’avanzata delle truppe rwando-ugando-burundesi all’inseguimento dei rifugiati, al saccheggio delle risorse e all’occupazione del territorio. Fu creata espressamente una ribellione congolese di copertura, di cui divenne ben presto capo Laurent-Désiré Kabila, un antico oppositore di Mobutu. La guerra si poteva così chiamare “di liberazione”.

Il 17 maggio 1997, già L.-D. Kabila sia autoproclamava presidente della Repubblica a Kinshasa: Dietro a lui, truppe miste che avevano lasciato fiumi di sangue, di Hutu e non solo, sul loro cammino. Fu un genocidio?, si chiede il Rapporto ONU, rispondendo che solo istanze giudiziarie possono dare questo nome a una serie di fatti che fanno pensare in questo senso. Anche le truppe governative si macchiarono di non pochi abusi e massacri.

Il colpo era ben riuscito. Due prese di potere in tre anni: Kigali e Kinshasa. L.-D. Kabila però si dissociò l’anno dopo, spinto anche dalla pressione popolare, e chiese senza esito alle truppe straniere di lasciare il Paese.

La guerra “di rettificazione”

Scoppiò così la seconda guerra: anziché lasciare il Paese, come era stato loro chiesto, il 2 agosto 1998 le truppe ruando-ugando-burundesi ricominciarono l’avanzata da est, inventando poco dopo una nuova ribellione-paravento: il Rassemblement Congolais pour la Démocratie (Raduno Congolese per la Democrazia: RCD). Da parte delle forze filo-governative e della popolazione, non pochi cittadini di etnia tutsi furono uccisi, particolarmente nella zona di Kinshasa e in Katanga.

Le truppe d’invasione stavolta presero di mira soprattutto la popolazione congolese, con una serie di grandi massacri, come rappresaglia ad azioni di partigiani – le milizie Mayi-Mayi: Kasika, Mboko, Makobola, Kamituga, Katogota… A volte – come accadeva per noi durante la seconda guerra: le guerre sono terribilmente simili – bastava semplicemente trovarsi nelle vicinanze del luogo dello scontro.

Ben presto la metà est del territorio congolese fu nelle mani della coalizione ruando-ugando-burundese. Con lo Zaire, ormai denominato Repubblica Democratica del Congo, schierarono truppe lo Zimbabwe, l’Angola, la Namibia, il Ciad. La pressione internazionale portò a una serie di accordi che solo nel 2003 videro l’inizio della partenza dal territorio delle truppe ruandesi e ugandesi.

L’impresa continua

Ma i ritorni di queste truppe, soprattutto di quelle ruandesi, ci sono stati e continuano ad esserci, le ragioni della guerra sono tuttora perseguite, la gente del Nord e Sud-Kivu, dell’Ituri continua a fuggire, a diventare rifugiata in patria, a subire saccheggi, stupri, assassini e anche massacri. A sud sono i Ruandesi, i loro alleati (il CNDP), i loro oppositori (le FDLR), più a nord gli Ugandesi e i loro oppositori (la Lord Résistence Army, LRA, di Joseph Kony), nonché i pastori Mbororo che scendono dal Ciad con le loro mucche. E anche molti Congolesi, lavorando per conto proprio o per conto terzi, sembrano aver perso ogni compassione per il loro popolo.

A fine 2008, la guerra di Nkunda e delle sue truppe del CNDP nell’est della RD Congo ha raggiunto limiti di allerta anche per la Comunità internazionale. Un rapporto Onu di dicembre 2008 segnalava apertamente il Ruanda per il sostegno dato alle truppe di Nkunda e per essere luogo di passaggio per i minerali specialmente coltan, illegalmente esportati dal Congo verso multinazionali soprattutto americane e canadesi, ma anche europee (belghe, britanniche e tedesche) e sudafricane. Il blocco degli aiuti budgetari verso il Ruanda da parte di Svezia e Olanda spinse il Ruanda a mettere fuori gioco Nkunda, ma non le sue truppe e il proprio progetto.

Nella complessità della situazione entra anche l’avanzata cinese nello sfruttamento delle ricchezze congolesi. Stranamente, Nkunda chiedeva, per finire la sua guerra, l’annullamento dei contratti minerari con la Cina!

Quello che funziona ancora bene, nonostante guerre, disposizioni legislative come la recente proibizione di sfruttamento minerario nei confronti dei minatori privati, o forse proprio grazie a questo, è il saccheggio delle risorse, che, conniventi anche commercianti e politici congolesi, continuano a lasciare illegalmente il territorio congolese, dirette soprattutto in Ruanda e da lì a diverse multinazionali.

Sotto gli occhi e talora il patrocinio di potenze mondiali

La Comunità internazionale assiste, e rivela la sua soluzione tramite i discorsi non velati di Herman J. Cohen, che fu membro dell’amministrazione Clinton, a fine 2008 e del presidente francese Sarkozy, nel gennaio 2009: il Congo-Kinshasa non ha che da accettare le situazione, comprendere le difficoltà dei vicini e creare una zona di libero scambio, fatto salvo solo il diritto di percepire tasse sul minerale esportato.

Tra i Paesi della regione c’è sempre stato uno scambio di merci e un flusso di persone. Vuole la Comunità internazionale riconoscere che c’è differenza tra questo e l’occupazione estremamente violenta che la popolazione est-congolese sta subendo?

Chi ha favorito l’ascesa, la presa di potere e la permanenza al potere di gruppo che governa il Ruanda, può davvero chiamare questo Paese “democrazia”? Conformemente all’ideologia di questo gruppo, anche molti politici e molta stampa internazionali continuano a considerare negatori del genocidio quanti in questi anni si sono levati per dire del sangue fatto scorrere in Ruanda e in Congo e altrove da questo gruppo di potere. Molti politici sono andati a Kigali e sono tornati presi al cuore dai mausolei del genocidio e dalle performance tecniche di questo regime, senza cogliere la miseria, il silenzio, la paura assordanti della maggioranza della popolazione!

Non si tratta di dichiarare innocente un gruppo piuttosto che l’altro, ma di riconoscere la complessità della tragedia ruandese, le sue remote complicità, per trovare nella verità e nella giustizia le vie per un’autentica riconciliazione, sola strada per evitare il ripetersi di queste tragedie.

Quando la Comunità internazionale in questi anni è stata messa alle strette da qualche rapporto Onu o delle proporzioni improbabili delle vittorie elettorali in Ruanda, ha risolto il tutto con una pacca sulle spalle, con il grugno di qualche giorno. Ma il sostegno è rimasto indefesso. Così, il presidente ruandese è diventato quest’anno vicepresidente della Commissione ONU per gli obiettivi del Millennio dello Sviluppo!

Il problema congolese è certo anzitutto congolese. Il giorno in cui la passione per il loro popolo sarà il motivo guida dei dirigenti congolesi, il Paese potrà essere salvo da chiunque. Ci sono tante forze positive che non domandano che d’essere coordinate, anziché estinte. Ma quanti leader o possibili leader sono stati uccisi in questi anni; quanta miseria ha costretto a una vita di sopravvivenza intelligenze che avrebbero potuto guardare e guidare a obiettivi lontani.

Giustizia, verità, dignità per le popolazioni dell’Africa dei Grandi Laghi

Noi chiediamo alla Comunità Internazionale di prendere seriamente atto di questo Rapporto, di leggerlo e di scavare oltre le righe: che cosa ha reso possibile tutto questo? Che cosa rende tuttora la Regione e l’est della RD Congo un braciere fumante cui basta il minimo soffio perché il fuoco divampi di nuovo al più alto grado?

Quali interessi la bloccano? Quale blocco particolaristico impedisce all’Unione Europea di avere una comune, coerente politica estera? E, in generale la politica estera di un Paese o dell’Unione deve proprio avere come primo obiettivo quello che la politica estera americana dichiara apertamente: prima il proprio interesse ?

Che spazio resta allora per la giustizia? Che senso hanno allora gli aiuti? Non fanno parte dello stesso sceneggiato? Incendiari che si fanno pompieri e che guadagnano nell’uno e nell’altro caso? Chi aiuta chi nell’Africa di oggi?

Speriamo vivamente che questo momento di studio con persone così autorevoli nascano indicazioni di vie da percorrere per un cambiamento nel senso della verità e della giustizia, per una pace duratura e ringraziamo tutte di aver voluto accettare l’invito dell’Università di Parma e nostro.

3. L’ORRORE DEL BOMBARDAMENTO DEI CAMPI DEI RIFUGIATI.

On. EMMA BONINO, Vice-presidente del Senato, già Commissario UE e responsabile dell’Agenzia ECHO durante la guerra del 1996

Perché non prevenire

Perché non prevenire, perché non reagire? Per quanto riguarda la tragedia congolese, non lo si è fatto. Per tre ordini di motivi, da un punto di vista politico.

– Il primo è che a volte per prevenire bisogna assumersi delle responsabilità. E queste responsabilità costano. E il mondo sviluppato non ha più molta voglia di pagare questi costi per problemi che magari avvengono a 10.000 o 20.000 km di distanza.

– Il secondo è che spesso, come il caso di cui parliamo oggi, la verità è che c’erano due agende politiche contrastanti. Comunque, in generale, la comunità internazionale si è schierata dalla parte di Rwanda e Uganda per porre fine al periodo Mobutu. Pur di liberarsi di Mobutu, “andava bene chiunque e qualunque cosa”. Quindi c’era un’agenda politica molto evidente che non voleva vedere e non ha voluto vedere.

Qualunque massacro compiuto dai gruppi armati locali (Mai-Mai, Banyamulenge) o da quelli creati, guidati e coadiuvati dalle forze militari rwandesi e ugandesi nella loro avanzata dal Kivu (Est) fino a Kinshasa (Ovest), era “accettato”, purché arrivassero a Kinshasha.

– Il terzo che la comunità internazionale non ha mai avuto il coraggio di ammettere apertamente questa “real politik”, sull’altare della quale si sono potute massacrare 500.000 persone, questo è il mio calcolo di quel periodo. Non ha mai avuto il coraggio di dire: “Pur di liberarci di Mobutu, va bene chiunque, persino Kabila o chiunque altro”. Per cui, normalmente, ha mentito.

Ciò che avvenne mentre ero Commissaria UE

Sono stata nominata commissario nel gennaio 1995. Il 25 gennaio 1995 ho prestato giuramento. Ho fatto la mia prima visita ai Grandi Laghi l’8 marzo 1995. Ho quindi visitato i grandi campi per i rifugiati allestiti sul confine tra Rwanda e Congo, in seguito al genocidio dell’aprile 1994 degli Hutu contro i Tutsi. Circa 1.200.000 persone Hutu, fuggite dal Rwanda, erano rifugiate in 4-5 grandi campi allestiti in Zaire, subito dopo il confine. Altri andarono in Uganda, altri in Tanzania. Tra queste persone c’erano anche, come li si chiamava, dei génocidaires, cioè della gente che si era armata, che aveva compiuto il primo genocidio e che si riparava dietro centinaia di migliaia di donne e bambini, vecchi e anziani. Ma vennero tutti definiti génocidaires. Cominciò così una grande propaganda, per cui questi 1.200.000 Hutu erano considerati tutti, in qualche modo, génocidaires. All’interno dei campi, è vero, bastava andarci per vedere, c’erano dei nuclei di persone armate, ma affermare che tutti erano dei genocidari è falso.

Richieste all’ONU

Ho visitato anche il Campo di Tingitingi e vi ho ritrovato 250.000 persone: una vera grande città. Nessuno può pretendere che uno, solo perché è rifugiato, sia anche buono: ci sono dei rifugiati buoni e dei rifugiati mascalzoni. In queste “città” che non hanno polizia e non hanno esercito, quando, al mattino, i nostri umanitari entravano nel campo, trovavano spesso dei cadaveri, perché le rese dei conti esistono anche tra i rifugiati. Io stessa ho dato ordine agli umanitari di non dormire nei campi, ma in una città vicina, zona riparata e protetta, perché a volte è veramente inutile fare gli eroi.

– La Comunità internazionale, io come Commissaria umanitaria, alcune agenzie delle Nazioni unite, la sig.ra Sadako Ogata (allora Capo dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, ndr), a richiesta anche del governo ugandese, presentammo al Consiglio di sicurezza la proposta di inviare delle truppe adeguate per separare i génocidaires dai rifugiati veri e propri.

E’ chiaro che questa separazione non la potevano fare delle Ong disarmate, non è che Médecins Sans Frontières potesse dire “tu qui, tu là”. Questa risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu approvata con l’impegno della comunità internazionale di separare gli armati dai rifugiati. Non è mai avvenuto.

– Il Consiglio di Sicurezza decise finalmente, nell’ottobre 1996, la creazione di una forza multinazionale che doveva appunto intervenire in zona, in loco. La decisione fu presa in seguito alle varie dichiarazioni di Kagame che riteneva e affermava, e in parte era anche vero, che una serie di attacchi contro il Rwanda partivano dai campi dei rifugiati o erano organizzati all’interno di essi, in particolare a Goma, ma non solo. Kagame aveva montato tutta una propaganda, in parte anche giustificata, di sicurezza nazionale, ovvero: il nostro paese, il Rwanda, è attaccato da gruppi che sono in Kivu e che “si nascondono” all’interno dei campi profughi. Era anche vero, ma io dubito che fossero in grado di attentare alla sicurezza nazionale del Rwanda. Ma questa è un’altra valutazione. In ogni caso era vero.

Il bombardamento dei campi e il rientro di parte dei rifugiati

In attesa che qualcuno separasse i genocidari da quelli normali, Kagame avverte: “o lo fate voi o lo farò io”. E decide di farlo nel novembre 1996 bombardando letteralmente i campi profughi, anche se erano sotto la bandiera delle Nazioni Unite. I campi vengono bombardati e attaccati all’arma bianca, non solo quelli di Goma, ma anche tutti gli altri. Il regime rwandese dichiarò che, in seguito a quest’operazione, 700.000 persone erano rientrate in Rwanda. Non le ha mai contate nessuno, ma prendiamo per buona tale cifra. Se i rifugiati all’interno dei campi erano 1.200.000 e 700.000 erano ritornati, mancavano allora all’appello 500.000 persone. La prima cosa che ho detto è: “Quindi mancano 500.000”. Potevamo sbagliarci di 10 o 20.000 persone, ma non di più.

Cinquecentomila persone ignorate

A quel punto, dicembre 1996, la forza multinazionale che era stata costituita all’ordine di un generale canadese, fu sciolta. Si mentì al mondo intero, dicendo che una forza multinazionale non era più necessaria, perché tutti erano rientrati. E di fronte alle mie dichiarazioni pubbliche, all’inizio anche delle Nazioni Unite, dell’HCR e di altri: “badate, mancano 500.000 persone, non è possibile”, la comunità internazionale pensò bene di credere, perché faceva anche comodo, che tutti i rifugiati fossero rientrati in Rwanda. E io fui lasciata sola a dire invano, in pubblico, alle istituzioni, al Parlamento, al Consiglio, alla Commissione che mancavano all’appello 500.000 persone.

Passano i mesi e arriva gennaio 1997. I pochi umanitari rimasti in zona, i padri Comboniani, pochi testimoni, cominciano a farsi vivi presso il mio ufficio e a dire: “Guardi, Commissaria, che noi li vediamo scappare nella foresta, inseguiti da truppe di tutta evidenza rwandesi e non solo. Noi li vediamo e in più non sappiamo più come fare, perché a volte cerchiamo di aiutarli, cioè di farli uscire dalla foresta per dargli del cibo o medicarli, e ci rendiamo conto che invece, facendo così e tirandoli fuori dalla foresta diventano l’obiettivo delle truppe che li inseguono. Infatti, mentre nella foresta muoiono di stenti ma scappano, quando escono allo scoperto nelle pianure, dove noi portiamo alimenti, diventano l’obiettivo di massacri da parte delle truppe che li inseguono”. Era il dilemma, quindi la contraddizione dei pochi umanitari, in particolare dei padri Comboniani, rimasti in loco, che mi chiedevano aiuto. Allora ho deciso di andarci.

Visita ai campi

31 gennaio – 2 febbraio 1997: arrivo in Zaire con una delegazione e con dei giornalisti – non sono andata coi giornalisti per pubblicità ma per raccogliere testimonianze – incontro le autorità e poi, con una specie di aereo e su indicazione dei padri Comboniani, cominciamo le ricerche.

Intanto troviamo Tingi Tingi: un campo di 250.000 rifugiati, inesistenti secondo le statistiche e le dichiarazioni internazionali. Sono i sopravvissuti che sono arrivati dopo aver camminato per 400 km, non in passeggiata, ma inseguiti dalle truppe e allo stremo delle forze.

Torno, con me c’era la BBC, e faccio il primo rapporto il 4 febbraio 1997, il 2° al Parlamento europeo il 24 febbraio, al Consiglio il 22 aprile, alla Commissione il 29 aprile, al Parlamento europeo di nuovo il 14 maggio, a un dibattito pubblico al Parlamento belga l’8 luglio, e di nuovo alla Commissione e al Consiglio il 29 luglio. Li ho tutti ritrovati, perché questi documenti li ho tenuti, così come tutte le cassette, nella speranza che servissero a qualcosa.

Inchiesta soffocata

In questo periodo, Louise Harbour, all’epoca Commissario per i diritti umani, riesce ad ottenere una Commissione d’inchiesta che viene formata e presieduta dal giudice Garreton. L.-D. Kabila intanto è arrivato al potere il 17 maggio e le autorità dicono: “Lasceremo che questa Commissione indaghi su cosa è successo”. Ma, al loro arrivo, Garreton e gli altri commissari vengono chiusi in un albergo dove rimangono, per giorni, per motivi (alibi) burocratici. Dopo di che, arrivano le minacce vere e proprie, per cui le Nazioni Unite decidono di ritirare la delegazione. Ma la commissione ha continuato il lavoro sotto altre forme. Ci ha messo più di dieci anni.

Il Rapporto Mapping

Trovo il Rapporto ONU del 1° ottobre 2010 molto appropriato. Per lo meno posso confermare le parti che ho visto io personalmente.

Che succede adesso? Temo semplicemente che questo rapporto finirà in un cassetto e lì rimarrà. Già per farlo uscire è successo l’inverosimile, con pressioni di tutti i tipi e non solo del Rwanda. Chi ha premuto perché il rapporto non uscisse o uscisse modificato, sono ben altre grandi potenze democratiche che hanno fatto pressione sul segretario generale e su Navy Pillay (Commissario dei diritti umani dell’Onu, ndr), che, devo dire, ha retto. Il documento è ora pubblico. Il problema è: quale forza abbiamo adesso, affinché non finisca in un cassetto?

Infine, aprire questo dossier vuol dire far perdere la faccia a una serie di grandi leader occidentali, che si sono molto spesi in un sostegno acritico e entusiastico di alcuni leader africani.

A quell’epoca erano tutti innamorati di questa nuova generazione anglofona per bene, o che si presentava come tale, rispetto ad altri regimi che nemmeno io voglio difendere. Il mondo occidentale si schierò con grande evidenza; ricordo che durante la denuncia di questi massacri, per esempio, un giornale come l’Economist uscì con una pagina “kick going mr Kabila”, indipendentemente da cosa stesse succedendo sul posto.

Piste d’impegno

Credo che tener viva la memoria sia importante. Credo sia importantissimo raccogliere le prove.

Il Consiglio di sicurezza ha istituito un Tribunale speciale per i Grandi Laghi, che è ancora in corso e sta per terminare, così come istituì il Tribunale speciale per l’ex Jugoslavia, che però aveva un mandato temporale e geografico più ampio. Quello dei Grandi laghi ha un mandato temporale e geografico molto limitato.

Se solo riuscissimo a creare sufficiente forza politica, la struttura già c’è, basterebbe ampliare il mandato temporale e geografico del Tribunale ad hoc, perché si abbia un’istituzione a cui passare questo rapporto e che cominci a lavorare. Ci vorrà tempo, ma sempre meglio che finire in un cassetto. Occorrerà sentire i testimoni, le vittime, i superstiti e contro verificare gli episodi illustrati.

Non so se avremo la forza di farlo. So che in giro un po’ di reti si stanno creando per percorrere questa strada che non è la perfezione, ma intanto è una strada da seguire. Io spero che si possa fare perché sono convinta che non ci sia pace senza giustizia.

Una tal iniziativa potrebbe aiutare alcuni Paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna ed altri ancora che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ad avere un’opinione e una posizione molto diverse da quelle che hanno avuto in tutto questo periodo.

Non dico che non bisogni riconoscere che il Rwanda stia andando meglio, sia un po’ più ordinato. Non discuto questo, ci mancherebbe altro. Anzi i passi positivi vanno sempre sottolineati.

Questo non vuol dire dimenticare completamente ciò che è successo nel passato, perché la mia profondissima convinzione è che non c’è pace duratura senza giustizia. Poi ogni Paese decide la sua giustizia; Nelson Mandela decise la Truth commission e non il Tribunale. Altri Paesi hanno deciso altre cose, ma c’è perlomeno un atto, un gesto, un modo in cui il potere certifica, ammette, sa, dice che qualcosa di orrendo è capitato. Non c’è un’unica soluzione, ogni Paese fa quello che crede più opportuno, ma una riparazione, almeno parziale, nei confronti delle vittime è necessaria. La cosa inaccettabile è che questo rapporto, che ho trovato molto composto e fattuale, finisca in un cassetto. Grazie.

Dopo le domande e osservazioni dei partecipanti.

La responsabilità dell’Unione Europea è stata evidente, nel senso che i gruppi di Paesi erano tre: gli indifferenti, i più numerosi, gli anti Mobutu e pro Kagame che sono stati in particolare gli inglesi e gli americani, con un sostegno tacito dei paesi nordici neanche troppo sbilanciati, e i francesi dall’altra parte.

Si è trattato di un mutamento di rapporti di forza all’interno del continente africano, che è passato da una prevalenza francese ad una prevalenza anglofona. Il tutto è avvenuto con delle nefandezze straordinarie, ma non è stato l’unico posto al mondo dove si cambiano alleanze. E’ chiaro che lo scontro, come sempre, è stato sulle ricchezze. E’ indubbio che il Congo è il paese più ricco al mondo; prima lo sfruttava solo la Francia e qualcun altro; il cambiamento ha voluto dire che anche altri sono interessati.

Anche Paesi africani sono entrati in questa competizione (Sudafrica, Angola, ecc.). Segnalo che c’è anche una new entry che giocherà a fondo che è la Cina. Certamente la Cina ha profondi interessi e sta facendo investimenti in tutta l’Africa e anche in Congo. Quindi questa new entry è un interlocutore indispensabile, giocherà pesantissimamente.

A proposito del Rwanda, spesso ho detto ai Rwandesi: “Non potete pensare, in modo sostenibile, di poter governare un paese mediante la predominanza, in tutti i posti chiave del potere, di una classe dirigente proveniente da una sola etnia, Tutsi, che rappresenta solo il 20% dell’intera popolazione, aspettandosi che l’80% della popolazione, Hutu, subisca vita natural durante. Potrà subire un po’ ma non è sostenibile”.

Oggi, il Rwanda è una pulita dittatura militare, molto presentabile all’esterno, ma con molte contraddizioni all’interno. La condivisione del potere è l’unica strada di pacificazione e l’unica strada perseguibile, perché altrimenti stiamo preparando un contro genocidio che potrà aver luogo fra 10 anni. Non nego i progressi fatti e l’efficienza, dico semplicemente che se non si arriva a una condivisione di potere, e quindi di ricchezze e di opportunità di vita, tra dieci anni saremo ancora nei guai.

Infine, il Rwanda è un paese piccolissimo, bellissimo, sovrappopolato. Il Rwanda non ce la farà mai a tenere un ritmo di sviluppo adeguato al suo peso demografico. Il Rwanda non ha, al suo interno, materie prime sufficienti per uno sviluppo economico sostenibile. Quindi, in un modo o nell’altro, (fomentando e appoggiando movimenti ribelli armati, ndr) cerca di impossessarsi delle risorse naturali del Kivu. E’ il motivo per cui, ufficialmente o non ufficialmente, il Rwanda vuole avere una mano libera sul Kivu e ottenerne(illecitamente, ndr) una sorta di protettorato. Per la sua sopravvivenza, potrebbe essere possibile che il Rwanda usufruisse delle ricchezze naturali del Kivu, ma tutto questo dovrebbe essere fatto mediante Trattati, (Convenzioni e Accordi commerciali, nel quadro di una cooperazione regionale tra Paesi limitrofi, indipendenti e sovrani. ndr).

4. VIOLENZA SESSUALE E QUESTIONE GENERE.

MATHILDE MUHINDO MWAMINI, Direttrice del Centro OLAME – Bukavu (Sud Kivu – RDCongo)

Dall’eccesso di criminalità in contesto di guerra al rischio della banalizzazione dello stupro massiccio, al di là dei conflitti. Il posto della donna al centro della problematica.

1. Introduzione.

Salutiamo il rapporto Mapping delle N.U. sulle violazioni più gravi dei diritti dell’uomo e del diritto umanitario internazionale commesse tra il 1993 e il 2003 sul territorio della RDCongo. Questo rapporto dedica un capitolo intero alle violenze sessuali di cui le donne e le giovani ragazze sono state vittime.

“La RDCongo è firmataria dello statuto di Roma. Il Paragrafo 2 dell’art. 8, stipula che lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata e tutt’altra forma di violenza sessuale, di gravità comparabile, possono costituire un crimine contro l’umanità e un crimine di guerra. La giurisprudenza del TPIY e TPIR dimostra come le violenze sessuali possono essere considerate anche come atti di Genocidio, trattamenti crudeli e disumani, in quanto crimini contro l’umanità. Gli oltraggi alla dignità delle persone e la schiavitù sessuale possono essere perseguiti come crimini contro l’umanità, se commessi come parte integrante di un attacco generalizzato e sistematico contro una popolazione civile

Anche Il diritto internazionale dei diritti dell’uomo conferma l’interdizione delle violenze sessuali nei conflitti armati”.

2. Situazione della donna.

In RDCongo, la donna occupa un posto importante nella famiglia e nella società in generale.

In RDCongo, le donne rappresentano il 53% della popolazione; non solo sono una forza numerica, ma spesso sono diventate anche il pilastro economico delle loro rispettive famiglie.

Tutte le responsabilità della famiglia ricadono sulle spalle della donna, soprattutto in questi momenti di crisi e di depauperamento generalizzato. Le strategie di sopravvivenza passano sempre più attraverso le donne. L’assenza di sviluppo economico e sociale ha provocato l’impoverimento della popolazione femminile, particolarmente quella del mondo rurale e delle periferie urbane.

Le donne costituiscono, infatti, il motore dell’economia di sussistenza nel Sud-Kivu, essenzialmente basata sull’agricoltura e sull’allevamento; l’80% della popolazione della provincia è impegnata nell’agricoltura, fra cui il 70% di donne. Esse praticano anche il piccolo commercio e l’artigianato, lavorano nel settore dell’attività mineraria come mano d’opera sfruttata all’eccesso e mal pagata.

3. Tradizione e pratiche discriminatorie verso la donna.

Le donne e le giovani ragazze sono ancora vittime di discriminazioni legate alla tradizione e a leggi discriminatorie, vittime di violenze fisiche e psicologiche, di rapimenti che le costringono a legami matrimoniali contro la loro volontà.

Esistono, purtroppo, anche casi inediti di uomini che si dedicano agli stupri di minori per offrirsi una cosiddetta opportunità di arricchirsi e/o di guarire dal VIH/SIDA. Spiacevolmente, la stessa pratica è segnalata, in certe zone, anche in occasione di cerimonie di intronizzazione dei capi tradizionali.

La maggior parte delle donne e delle ragazze non hanno accesso all’educazione, alla scolarizzazione, contrariamente ai ragazzi che sono più privilegiati.

Il 70% delle donne sono analfabete, non hanno accesso alla terra, alla proprietà privata, al credito bancario, non hanno diritto all’eredità e non sono sufficientemente rappresentate negli spazi di decisione.

A questo si aggiungono i matrimoni e maternità precoci ed altre pratiche umilianti, come il levirato.

4. Stupri e violenze sessuali.

Parlare di stupri, in RDCongo, è un tabù, perché ciò tocca la sessualità. Parlare pubblicamente di sessualità è un fenomeno recente in R.D.Congo.

In effetti, nella Regione dei Grandi Laghi Africani lo stupro è utilizzato come un’arma di guerra e come tattica di distruzione e di destrutturazione della cellula familiare e, a lungo termine, di destabilizzazione della Comunità intera.

Tutti gli eserciti e gruppi armati stranieri, militari delle Fardc e, addirittura, dei civili hanno commesso degli stupri e violenze sessuali contro le donne e giovani ragazze durante un decennio intero di guerra e di guerra a ripetizione.

La donna vittima di stupro è una vittima dai molteplici aspetti, fisici ed economici. Sfollata di guerra in una popolazione sfollata, soffre un sentimento di colpevolezza e di stigmatizzazione. Le donne e i bambini sono la maggior parte. Umiliando le donne attraverso gli stupri, le gravidanze forzate e la disseminazione delle malattie IST e VIH/SIDA, il nemico tenta, intenzionalmente o inconsapevolmente, di sterminare tutta la Comunità, provocando il complesso di inferiorità, la mancanza di rispetto e la perdita della dignità di sé.

Le cifre sui casi di stupri in R.D Congo parlano da sé stesse; secondo l’ultimo rapporto della Monuc nel 2009, dal 1996 al 2009 si sarebbero registrati 200.000 casi di stupri, ossia 1.100 casi recensiti ogni mese; l’UNFPA riporta 8.000 casi di stupri registrati nel solo 2009; l’ospedale di Mpanzi (Bukavu) ha curato, dal 1999 ad oggi, più di 25.416 vittime di violenza sessuale. Tra esse, 5.812 casi di fistole. Il Centro Olame ha accolto, dal 2001 al 2006, 5670 donne e giovani ragazze, la cui età varia da 5 a 75 anni ..161 casi di gravidanze provocate da stupro.

Gli stupri sono accompagnati da torture, crudeltà ed altri trattamenti umilianti e degradanti. Spesso gli stupri avvengono in pubblico e in presenza dei membri della famiglia. Frequenti sono gli stupri forzati tra membri della stessa famiglia. Gli stupri sono praticati spesso con introduzione, nell’organo femminile, di oggetti estranei, come bastoni e canne di fucili. Molti sono anche gli stupri collettivi, massicci e ripetuti, pianificati di villaggio in villaggio.

I rari uomini che hanno osato difendere le loro mogli o le loro figlie, sono stati vilmente uccisi. Certe donne e giovani ragazze sono state torturate fino alla morte, per essersi opposte categoricamente a questi trattamenti violenti e degradanti.

Oltre allo stupro, molte donne hanno subito mutilazioni; altre sono state sequestrate e portate nella foresta per servire da schiavi sessuali. Alcune di loro sono morte, lontano dai loro familiari. Altre, dopo la loro cattività o le numerose razzie nei villaggi, sopravvivono con grandi handicap.

5. Conseguenze degli stupri e violenze sulle vittime.

Le conseguenze degli stupri toccano sia la vittima nel suo essere fisico, morale e psicologico, sia tutta la Comunità:

– Conseguenze fisiche: i primi effetti degli stupri sono le lacerazioni delle parti genitali le apparizioni di fistole, le contaminazioni di malattie IST e del VIH/SIDA, postumi di atti di torture, dolori soprattutto al basso ventre, ecc.

– Conseguenze psicologiche: le donne violentate presentano dei disturbi di comportamento, come la vergogna, la paura, la colpevolezza, l’introversione, l’insonnia, il terrore di essere contaminate dal VIH/SIDA, la stigmatizzazione e il rifiuto.

– Conseguenze socioeconomiche: In ogni attacco ai villaggi, agli stupri sistematici di donne e giovani ragazze si aggiunge anche il saccheggio dei beni, fra cui le provviste alimentari, il denaro, vestiti, materassi, oggetti da cucina, telefonini, radio, bestiame, lasciando le famiglie in una miseria indescrivibile.

L’età media delle donne vittime della violenza sessuale varia dai 18 ai 45 anni. Il fatto di essere diventate vulnerabili per lo stupro ha una ripercussione sulle attività produttive. Dal minor rendimento, ne deriva un grave abbassamento del livello del reddito familiare.

Molte famiglie sono fuggite a causa dell’insicurezza nei loro villaggi di origine, lasciando i loro campi, unica loro fonte di risorse, per rifugiarsi, come sfollati interni, in città o nella sua periferia, più rassicurante, è vero, ma in una situazione di estrema precarietà e di palese miseria, perché spesso senza risorse, senza casa decente e senza un’assistenza efficiente.

6. Gli autori degli stupri.

Tra i gruppi armati che continuano a perpetrare gli stupri, citiamo: le FDLR, il CNDP, il LRA, i MA ÏMAI, i soldati indisciplinati delle FARDC e anche dei civili.

Dei responsabili dell’esercito o di gruppi ribelli sono arrivati fino a garantire e a legittimare gli stupri come ricompensa ai loro militari per le loro funeste prodezze o per punire la popolazione accusata di nascondere o collaborare con il campo avverso.

7. Ruolo delle donne.

Le donne hanno svolto il ruolo molto importante di denunciare la guerra e tutte le sue conseguenze.

Hanno consapevolmente rotto il muro del silenzio e hanno osato parlare di ciò che subiscono.

Hanno documentato i casi di stupri. Hanno collaborato con le organizzazioni umanitarie e internazionali per pubblicare dei rapporti sugli stupri e altre violazioni dei diritti umani.

Hanno collaborato con i vari servizi di assistenza: centri di ascolto psico-sociale per le donne traumatizzate, orientazione verso il servizio medico sanitario, appoggio giuridico a certi dossier di denuncie, apporti vari alla legge per la repressione degli stupri.

Hanno organizzato manifestazioni e interpellato le autorità politico-militari locali, nazionali e internazionali, per il ritorno della pace, mediante petizioni, memorandum, dichiarazioni e marce di protesta contro le violenze subite

Hanno preso parte attiva nel processo di democratizzazione in corso e si sono implicate nella gestione della cosa pubblica, anche in occasione delle elezioni del 2006.

8. Prospettive per la protezione delle donne.

– Mettere fine alla presenza dei gruppi armati stranieri e locali
– Accelerare la formazione della polizia e dei militari
– Mettere fine al regno dell’impunità, istituire un tribunale misto
– Normalizzare gli scambi commerciali delle risorse naturali
– Appoggiare dei progetti di sviluppo duraturo
– Appoggiare le iniziative locali di auto-promozioe delle donne
– Sostenere le istituzioni nel quadro di una buona governabilità.