Feb 10

Congo Attualità n. 120

Sommario:

1. REVISIONE DELLA COSTITUZIONE
    – relazioni internazionali
    – alcune petizioni contro
2. DOPO LA REVISIONE
3. LETTURA REALTÀ POLITICA
4. KIVU
    – traffico d’oro
    – nuovi gruppi armati?
5. DIRITTI UMANI


Editoriale:
La revisione della Costituzione è stata approvata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica.
L’articolo di cui si è parlato di più è l’art. 71 che prevede, ormai, elezioni presidenziali a un solo turno invece di due.

Ne consegue che il candidato che otterrà la maggioranza relativa sarà proclamato Presidente della Repubblica, senza dovere affrontare la tensione di un rischioso secondo turno al ballottaggio. Ciò che sorprende è la rapidità (pochissimi giorni) con cui si è voluto concludere l’iter parlamentare, incluso in assenza dell’opposizione. E tuttavia, una revisione della Costituzione è materia che richiede un ampio dibattito e un chiaro consenso.

E’ vero che, almeno apparentemente, tutto si è svolto nel pieno rispetto della maggioranza parlamentare e della legalità costituzionale, ma è proprio questo che diventa pericoloso, quando la maggioranza parlamentare e la legalità non rispecchiano più il sentire e la volontà del Popolo sovrano. Quest’ultimo ha infatti reagito con prontezza e determinazione alle decisioni del potere, mostrando il suo disaccordo e iniziando campagne di raccolta di firme per chiedere l’annullamento della revisione.

E’ dunque legittimo chiedersi che cosa sia realmente successo e perché.

Sul piano interno, ci sono alcuni elementi che meritano essere presi in considerazione.

Dopo tre anni di permanenza all’estero, lo storico oppositore Etienne Tchisekedi, presidente dell’Udps, è tornato à Kinshasa presentandosi come candidato. Vital Kamerhe, principale artefice della vittoria di Kabila nel 2006, ha lasciato il partito presidenziale, il Pprd, per fondare un suo proprio partito, l’Unc e presentarsi come candidato. All’Est, dove Kabila aveva ottenuto i suoi migliori risultati nel 2006, la popolazione gli ha ritirato la propria fiducia, perché, nonostante le dichiarazioni ufficiali, non è riuscito a riportare la pace e la sicurezza promesse.

Sul piano internazionale, il regime Kabila è sempre più criticato per le sue derive autoritarie e violazioni dei diritti umani, nei confronti di membri dell’opposizione, giornalisti e difensori dei diritti umani.

Verso la fine di dicembre, il regime Kabila ha dunque cominciato a realizzare che la vittoria elettorale non era più così sicura come poteva esserlo solo qualche mese prima.

Da qui sono cominciati i calcoli.

Essendo il maggior partito del Paese, trovandosi già al potere, appoggiandosi sulle divisioni interne dell’opposizione e adottando alcune “misure preventive” nei confronti di membri dell’opposizione, giornalisti e difensori dei diritti umani che potrebbero criticare e intralciare la corsa verso la vittoria, le elezioni ad un solo turno potrebbero garantire, già all’inizio, la maggioranza relativa a Kabila e al suo partito.

Ma cosa succederà se, nel caso in cui l’opposizione riuscisse a presentare un unico candidato, Kabila ottenesse il 40 % dei voti e il candidato dell’opposizione il 35 %? Che tipo di legittimità popolare, che tipo di rappresentatività potrebbe avere un Presidente della Repubblica eletto in tal modo? In questo caso, il regime Kabila sarebbe pronto ad ascoltare la voce dell’opposizione invece dei consigli provenienti da quel cerchio ristretto di personalità che formano un “governo parallelo”?

E l’opposizione sarebbe capace di limitarsi ad un’azione di opposizione forte e costruttiva o, facendo leva sui risultati ottenuti, non pretenderebbe forse la sua fetta della torta?

E, secondo un’altra ipotesi, se fosse il candidato dell’opposizione ad ottenere il 40 % dei voti e Kabila il 35 %, sarebbe egli pronto a cedere il potere secondo il verdetto delle urne?

1. REVISIONE DELLA COSTITUZIONE

Il 20 gennaio, il Capo dello Stato congolese, Joseph Kabila, ha promulgato la legge sulla revisione della costituzione. Otto sono gli articoli della legge fondamentale ad essere stati rivisti.

L’articolo 71, capoverso 1 prevede ormai elezioni presidenziali ad un solo turno.

L’articolo 110 tratta della perdita del mandato di un parlamentare. Quando quest’ultimo è chiamato ad una funzione politica incompatibile col suo mandato, egli potrà ricuperare il suo seggio in seno al parlamento alla fine di questa funzione politica.

Gli articoli 197 e 198 relativi alle istituzioni provinciali sono stati oggetto di una modifica. Di fronte ai numerosi conflitti sorti durante questa legislatura, la revisione costituzionale permette ormai al capo dello stato di arbitrare i conflitti. Può destituire un governatore dalle sue funzioni o sciogliere l’assemblea provinciale.

L’articolo 149 pone i magistrati del parquet sotto l’autorità del ministero della Giustizia.

L’articolo 208 autorizza unicamente il capo dello stato a convocare il popolo per un referendum.

L’articolo 226 propone di deconstituzionalizzare la programmazione dell’installazione di 26 nuove province e di lasciarla alla discrezione del legislatore.

L’articolo 126 integra la disposizione secondo la quale, quando la legge finanziaria non sia votata entro i limiti previsti, il governo deve chiedere i crediti provvisori al parlamento.

Il 22 gennaio, in una conferenza stampa a Kinshasa, il presidente del Movimento del Popolo Congolese per la Repubblica, Jean-Claude Vuemba, ha annunciato che l’opposizione politica intende presentare un candidato unico alle elezioni presidenziali del 2011. “Sarebbe una buona cosa, perché è dalla diversità dell’opposizione unita che può sgorgare la luce”, ha stimato Odette Banbandoa, membro dell’Unione per la Nazione Congolese (UNC) di Vital Kamerhe.

L’opposizione denuncia l’introduzione di un solo turno per le elezioni presidenziali che, secondo il suo parere, favorisce il presidente uscente. Nello stesso tempo, essa denuncia anche il rafforzamento dei poteri del capo dell’esecutivo, il presidente Kabila, a scapito delle province.

Le reazioni internazionali

I partner esterni della RDCongo non desiderano intromettersi nella legalità costituzionale congolese – materia che rileva della sovranità di uno Stato. Alcuni diplomatici occidentali hanno incontrato il Primo ministro per esprimere la loro adesione al principio di possibili elezioni presidenziali a un solo turno. Alla sola condizione che lo scrutino sia trasparente, sereno e aperto a tutte le correnti politiche. La riduzione a un solo turno delle presidenziali in RDCongo è un affare interno in cui la comunità internazionale non si è implicata.

L’incaricato d’affari del Regno del Belgio a Kinshasa, Jean-Paul Charlier, ha dichiarato a Adolphe Muzito che “questa questione fa parte della politica interna” e che non aveva nessun commento da fare su tale argomento. Più importante per il Belgio è che “le elezioni si svolgano nella trasparenza. La libertà di espressione e la sicurezza devono essere garantite a tutti i candidati dei partiti politici”.

L’ambasciatore francese a Kinshasa, Pierre Jacquemot, ha dichiarato al Primo ministro che “la questione costituzionale fa parte della legalità ed è dunque una questione di sovranità della RDCongo”. Tuttavia, per la Francia, tre punti sono essenziali e richiedono una grande vigilanza: “il calendario elettorale, la libertà di azione, di movimento e di espressione come garantiti nella Costituzione del 2006 e, infine, la sicurezza durante la campagna elettorale”.

James Entwitsle, ambasciatore degli Stati Uniti in RDCongo, ha dichiarato che “si tratta di una qestione di politica interna. Esistono dei paesi di vecchia democrazia che organizzano elezioni presidenziali ad uno, a due, addirittura a tre turni”. Per gli USA, è più importante trovare dei meccanismi efficaci per assicurare “la trasparenza dello scrutino e la libertà di espressione per tutti i candidati”.

Il 20 gennaio, dopo un incontro con Evariste Boshab, presidente dell’Assemblea Nazionale, l’ambasciatore dell’Unione Europea a Kinshasa, Richard Zink, ha dichiarato alla stampa che la sua delegazione non ha da discutere, né da approvare e nemmeno da giudicare il sistema elettorale messo in atto nel Congo Democratico, perché rischierebbe di sconfinare sulle prerogative delle autorità dell’Assemblea Nazionale e del Senato. Tuttavia, ha insistito su “un processo elettorale libero, la sicurezza e l’accesso paritario ai media per tutti i partiti politici”. Richard Zink ha, in fine, affermato che, al termine dell’incontro, i suoi colleghi hanno ricevuto la rassicurazione che l’Assemblea Nazionale è pronta a garantire un processo elettorale corretto, trasparente e democratico.

Il 24 gennaio, in nome dell’Unione Europea, l’Alta rappresentante Catherine Ashton, in una dichiarazione sulla RDCongo, ha affermato che “l’Unione Europea ha seguito attentamente il processo di revisione della costituzione che ha condotto alla modifica di alcuni articoli relativi alle elezioni presidenziali e agli equilibri istituzionali.

L’UE nota che questo processo meritava un dibattito pubblico più ampio…

L’UE insiste sulla responsabilità, da parte delle autorità della RDCongo, di assicurare un processo elettorale libero, regolare e pacifico, rispettando le libertà di espressione, incluso dei media e garantendo a tutti i candidati le paritarie condizioni che permetteranno loro di svolgere la campagna elettorale con tutta libertà e sicurezza.

L’UE invita tutti i partiti politici ad impegnarsi pienamente e pacificamente in un processo democratico aperto.

L’UE nota, infine, che i cambiamenti della modalità dello scrutino presidenziale hanno poca incidenza sul piano finanziario. L’UE conferma che è pronta ad appoggiare un processo che deve condurre ad elezioni democratiche, credibili ed aperte a tutti e che i suoi impegni saranno rivisti alla luce di un nuovo bilancio elettorale da stabilire”.

Il 25 gennaio, il ministro belga degli Affari Esteri, Steven Vanackere, ha ammesso che, come l’insieme della comunità internazionale, anche il Belgio “si è sorpreso” per la rapidità con cui la RDCongo ha modificato la sua Costituzione, per organizzare a un solo turno le elezioni presidenziali previste per il prossimo novembre.

Ha annunciato che una parte del finanziamento (un importo di cinque milioni di euro) del ciclo elettorale previsto dal governo sarebbe condizionato alla tenuta di tutte le elezioni, incluso quelle locali, finora sempre riportate. M. Vanackere ha sottolineato che la scelta di un sistema elettorale è prerogativa di uno Stato sovrano e che la modifica della Costituzione adottata dal parlamento congolese con un’ampia maggioranza è avvenuta “in tutta legalità”. Ma il capo della diplomazia belga ha tuttavia riconosciuto che ci si può porre alcune domande sulla “fretta” con cui la maggioranza che sostiene il presidente Jospeh Kabila ha approvato la revisione costituzionale e sulle ragioni che ne stanno alla base.

Iniziate alcune petizioni contro la revisione costituzionale

Il 15 gennaio, i Giovani Patrioti del Quartiere Furu in città di Butembo hanno iniziato una petizione contro la revisione costituzionale. Essendo giunta la notizia al gabinetto del Presidente Joseph Kabila, questa iniziativa sarebbe stata ritenuta come un affronto al regime di Kinshasa. Infatti, il 19 gennaio, il Tenente-colonnello Donat Mandonga, Comandante delle Fardc in città di Butembo, ha intrapreso un’operazione militare contro i Patrioti di Furu. L’ordine sarebbe venuto da Kinshasa, per mettere fine a questa iniziativa che i Patrioti di Furu ritengono tuttavia legittima, perché legata al loro diritto di libertà di espressione riconosciuto nella carta universale dei diritti umani e nella costituzione congolese. L’arrivo dei militari al quartiere Furu è dunque stato percepito localmente come una violazione della libertà di espressione dei Giovani Patrioti di FURU e un segno del fatto che il regime di Kinshasa voglia mettere la museruola a quei Congolesi che non approvano la sua gestione calamitosa della Repubblica.

Il 16 gennaio, il presidente dell’Unione Nazionale dei Congolesi (UNC), Vital Kamhere, si è dichiarato contrario alla revisione costituzionale che instaura uno scrutino presidenziale a un solo turno. In una conferenza stampa tenuta a Kinshasa, egli ha annunciato un suo progetto di petizione per modificare il nuovo articolo 71, capoverso 1, della costituzione che instaura elezioni presidenziali a un solo turno.

Il 19 gennaio, a Bruxelles, due associazioni congolesi – la Lega degli Elettori e l’Aprodec Asbl, coordinate rispettivamente da Paul Nsapu Mukulu e Benjamin Kalombo – hanno deciso di iniziare una petizione. Si tratta di sensibilizzare i concittadini sulla necessità di raccogliere 100.000 firme per ottenere l’abrogazione della controversa revisione della Costituzione. Un modo per portare il “potere cittadino” a bloccare il “potere di stato” nei suoi eccessi. Per queste organizzazioni, “i motivi portati” a sostegno degli emendamenti costituzionali “costituiscono in realtà un indietreggiamento della democrazia e un ritorno al monolitismo della seconda Repubblica.”

Secondo le due organizzazioni, la legittimità si definisce in base al “fatto che un potere è investito ed esiste in conformità alla volontà dei governati”. Esse constatano, tuttavia, una rottura tra la piattaforma presidenziale e l’opinione pubblica congolese. Si tratta della rottura tra un potere autista, disumano, brutale e arrogante e una popolazione strangolata dalla miseria e dalla paura. Una popolazione delusa dalle promesse non mantenute da parte dei governanti, più preoccupati di salvare i loro interessi e privilegi che di cercare delle soluzioni ai problemi inerenti alla vita collettiva. La Lega degli Elettori e l’Aprodec Asbl “invitano il Popolo congolese, nella sua qualità di sovrano primario, a fare uso delle prerogative riconosciutegli dagli articoli 27 e 218 della Costituzione congolese, per raccogliere almeno 100.000 firme per chiedere un referendum contro l’attuale revisione costituzionale”. Le due Ong “propongono che, in un referendum popolare, il popolo possa rispondere alla seguente domanda: “Sì o no alla revisione dell’insieme delle disposizioni della Costituzione così come sono state approvate dal Congresso riunitosi dal 14 al 15 gennaio 2011?”. Le due organizzazioni propongono che, “per evidenti ragioni economiche, il referendum popolare sia organizzato simultaneamente col primo turno delle elezioni presidenziali” e concludono: “Se al referendum popolare vincesse il Sì, il candidato che ottenesse il maggior numero dei voti espressi (maggioranza relativa) al primo turno delle elezioni presidenziali, sarebbe proclamato d’ufficio Presidente della Repubblica. Nel caso in cui al referendum vincesse il No, i due candidati che avessero raccolto il maggior numero di suffragi espressi al primo turno potrebbero, ipso facto, presentarsi al secondo turno, conformemente all’articolo 71 della Costituzione del 18 febbraio 2006”.

Il 20 gennaio, la Rete di organizzazioni dei diritti umani e di educazione civica di ispirazione cristiana in RDCongo (Rodhecic) raccomanda, in un comunicato, al Presidente del Repubblica Joseph Kabila di richiedere una rilettura della legge sulla revisione della costituzione adottata dal Congresso il 15 gennaio. Il Rodhecic stima che tale rilettura sarebbe essenziale per il consolidamento del processo di democratizzazione in RDCongo e per migliorare la partecipazione dei cittadini e la qualità del dialogo tra i membri delle Istituzioni della Repubblica e i vari protagonisti della vita politica. Rodhecic ritiene troppo rapida l’approvazione di questa legge da parte del Congresso, dal momento in cui i parlamentari non hanno avuto il tempo sufficiente per esaminare a fondo la proposta di legge, la cui iniziativa è stata presa all’infuori delle istituzioni della Repubblica.

Il 22 gennaio, la Nuova Società Civile Congolese (NSCC) ha indetto a Kinshasa una petizione contro la revisione della costituzione. Stima che modificare la costituzione del 18 febbraio 2006 in questo momento è indebolire e ostacolare la democrazia in RDCongo. Perciò, ha chiesto il ripristino di questa costituzione che garantiva l’elezione presidenziale a due turni.

Secondo la costituzione, la Nuova Società Civile Congolese deve raccogliere almeno centomila firme per convalidare la sua petizione che dovrebbe poi essere presentata in Parlamento per approvazione.

2. DOPO LA REVISIONE DELLA COSTITUZIONE

Il 13 gennaio, in un comunicato reso pubblico a Kinshasa, l’associazione africana per la difesa di diritti dell’uomo, l’Asadho, enumera alcuni casi in cui alcuni membri dell’opposizione politica sono stati arrestati, intimiditi e minacciati. Anche alcune manifestazioni sono state represse o vietate dai servizi di sicurezza. Secondo l’Asadho, si tratta di atti che violano la costituzione. L’ong accusa il governo di fomentare l’intolleranza politica in prossimità delle elezioni generali del 2011.

Il comunicato dell’Asadho cita la riunione di membri dell’opposizione interdetta il 9 gennaio presso il Grande Hotel Kinshasa. Non è stata fornita alcuna motivazione per vietare tale manifestazione.

Altri fatti denunciati dall’Asadho: le difficoltà incontrate da Vital Kamerhe, fondatore di un nuovo partito, l’UNC, per organizzare comizi a Goma e Bukavu, nell’est della RDCongo.

Asadho menziona anche il caso di Diomi Ndongala, presidente della Democrazia Cristiana (DC), un partito dell’opposizione. E’ stato interpellato nella regione del Bas-Congo, verso la fine del 2010.

“Abbiamo chiesto al presidente della Repubblica che possa fare liberare tutti gli oppositori politici che sono attualmente in prigione. Al governo congolese abbiamo chiesto di garantire la sicurezza dei membri dell’opposizione e di permettere loro di poter organizzare le loro riunioni e manifestazioni pubbliche conformemente ai prescritti della costituzione “, ha dichiarato Jean Claude Katende, presidente dell’Asadho.

Il 3 febbraio, il presidente della Repubblica, Joseph Kabila, ha firmato il decreto sulla nomina dei 7 membri del Comitato della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni). La loro designazione, 4 per la maggioranza e 3 per l’opposizione, era stata approvata dall’assemblea nazionale dei deputati il 15 gennaio scorso.

I 7 membri del Comitato della Ceni sono: per la maggioranza, il pastore Daniel Ngoy Mulunda, Flavien Misoni, Matthieu Mpita Pinto e Muhimuzi Élysée e, per l’opposizione, Jacques Ndjoli, Laurent Ndaye Kondo e Carole Kabanga.

La questione relativa alla loro designazione ai diversi posti del Comitato sarà risolta a livello dell’Assemblea Nazionale. Fonti parlamentari hanno affermato che la ripartizione delle funzioni si farebbe per consenso e secondo l’importanza numerica di ogni forza o gruppo politico in seno all’assemblea nazionale. Secondo tale logica, la funzione di presidente della Ceni potrebbe andare, per esempio, alla maggioranza e quella di vicepresidente all’opposizione.

Il 5 febbraio, vari leader dell’opposizione hanno partecipato alla mattinata politica della piattaforma “Unione per la Nazione “, Un, organizzata presso il collegio Boboto a Kinshasa. Un solo messaggio per la maggior parte dei responsabili dei partiti: la coesione dell’opposizione per non andare alle elezioni in ordine disperso. Il 2 febbraio, il presidente e co-fondatore dell’Unione per la Nazione Congolese, Vital Kamerhe, durante una conferenza a Washington, aveva dichiarato: “Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’opposizione possa andare alle elezioni unita, cioè insieme, come un solo uomo”.

3. PER UNA LETTURA DELLA REALTÀ POLITICA

L’elezione di Joseph Kabila alla presidenza della Repubblica, nel 2006, aveva fatto nascere molte speranze. “Che ne è rimasto in questo inizio 2011”?, si interroga Alain Bischoff, un osservatore della regione dei Grandi Laghi.

La realizzazione dei “cinque cantieri” (il lavoro, l’elettricità, la sanità, l’acqua, le infrastrutture) annunciata dal presidente Kabila e dei grandi obiettivi del quinquennio è in un punto morto. Lo stato congolese non è riuscito a mettere fine agli atti criminali delle diverse milizie che, soprattutto all’est, continuano a uccidere e a violentare. Il governo congolese è incapace di evitare il saccheggio sistematico delle risorse naturali del paese, peggio ancora, se ne rende complice svendendo le concessioni minerarie alle compagnie straniere: il cobalto e il rame del Katanga agli americani e ai cinesi, i diamanti del Kasaï all’israeliano Dan Gertler – un intimo del presidente Kabila -, senza esigerne la contropartita in risorse fiscali. Lo sfruttamento delle miniere del Kivu è sotto controllo del Ruanda che regna come padrone nell’est del Congo. Il governo di Kinshasa si dimostra amorfo di fronte al rischio di “balcanizzazione” del paese. Il livello di vita dei congolesi non cessa di diminuire, l’inflazione galoppa, le derrate alimentari di prima necessità sono carissime, il Congo rimane un paese arretrato, un “paese perso” (Paul Collier), è uno dei cinque paesi in cui si concentra la metà dei decessi di bambini sotto i cinque anni.

L’uso del potere da parte delle autorità è scandaloso: si moltiplicano gli omicidi di giornalisti e militanti dei diritti dell’uomo – come quello di Floribert Chebeya, l’emblematico presidente dell’ONG “La Voce dei Senza Voce”, il 2 giugno 2010, probabilmente con la complicità delle autorità.

Tutto porta a credere che il 2011 sarà ancora peggio del 2010, dal momento in cui il presidente Kabila ha modificato la Costituzione del 2006 per mantenersi al potere, instaurando uno scrutino maggioritario a un solo turno invece dei due attuali, per approfittare in pieno della frammentazione di un’opposizione che fatica a riunirsi. L’inquietante evoluzione della vita politica congolese porta a chiedersi anche se le elezioni legalmente previste per il 2011 potranno veramente aver luogo.

Tutti gli indicatori sono in rosso e le derive di Joseph Kabila, la cui elezione nel 2006 era stata voluta dalla “comunità internazionale”, devono essere denunciate prima che sia troppo tardi, non tanto da questa “comunità internazionale” che, in realtà, si adatta perfettamente a questa situazione catastrofica, ma da tutti coloro che si preoccupano sinceramente dell’avvenire della Repubblica Democratica del Congo.

Pur desiderando un buono anno 2011, non si può che essere preoccupati per la sorte della Repubblica democratica del Congo e dell’evidente regressione delle condizioni di vita dei congolesi, mal ricompensati dei loro immensi sacrifici e delle loro innumerevoli sofferenze.

Secondo Guy De Boeck, un attento osservatore della realtà congolese, a proposito della revisione costituzionale, non si può sperare in una qualsiasi reazione di indignazione da parte della “comunità internazionale”. Come l’hanno constatato i giornali di Kinshasa, “i partner (sono) d’accordo per uno scrutino a un solo turno”: la reazione internazionale è stata quella di constatare che non c’è stato nulla di illegale. I partner della RDCongo non hanno voluto intromettersi nella legalità costituzionale congolese – materia inerente alla sovranità di uno Stato. Alcuni diplomatici occidentali hanno incontrato il Primo ministro per esprimere la loro adesione al principio di una elezione presidenziale a un solo turno. Con la sola condizione che lo scrutino sia trasparente, sereno, aperto a tutte le correnti politiche.

Un atto può mancare di “fair play” e, addirittura, della decenza più elementare e, tuttavia, essere legale. È in effetti questo che i “partner” come la Francia o gli Stati Uniti si sono limitati a constatare. E l’hanno fatto con un linguaggio diplomatico che, in generale, in Congo non è compreso o è compreso esattamente al contrario. In effetti, cosa vuole dire l’atteggiamento quasi unanime di “riconoscimento della legalità della Revisione” a cui segue immediatamente quella “insistenza affinché lo scrutino sia trasparente, sereno, aperto a tutte le correnti politiche”? Pressappoco questo: “Caro JKK, abbiamo visto il vostro piccolo colpo. Sono vostri affari interni, dunque, no comment. Ora che vi siete assicurati un vantaggio mediante un imbroglio legale, andateci piano e non vi lanciate in imbrogli illegali”. Aggiungiamo il non detto, ciò che è sottinteso: “Noi, Potenze imperialiste, abbiamo tutto l’interesse che gli Stati africani siano deboli ed instabili. Le vostre piccole ambizioni vi fanno giocare il nostro gioco, banda di ingenui!”.

Non bisogna aspettarsi troppo anche dalle petizioni, come quella iniziata da Vital Kamerhe. È vero che 100.000 cittadini possono chiedere al Parlamento una revisione della costituzione. In questo caso, si tratterebbe di una re-revisione che annullerebbe la prima. Ma non bisogna farsi illusione sull’accoglienza che una tale proposta riceverebbe in Parlamento. È evidente che i Parlamentari non accetteranno di contraddirsi poche settimane dopo.

Le elezioni presidenziali del 2011 saranno dunque ad un solo turno. Questa misura si basa su di un’ipotesi: JKK crede (o il suo “brain trust” crede al posto suo) che un’elezione a un solo turno favorirà la sua rielezione. E anche tutte le altre voci di protesta sono basate sulla stessa ipotesi. E’ tuttavia vera?

JKK è un timido, non è un oratore di comizi politici, non ama le campagne elettorali e in un dibattito contraddittorio, si farebbe “soffiare” come una candela.

È certo che l’Est non voterà più in massa JKK, come nel 2006. C’è la guerra che continua, benché Kinshasa dica che “tutto va bene”. C’è l’adesione del CNDP all’AMP. C’è la mancata ristrutturazione delle province che irrita l’Ituri. C’è Kamerhe che ha cambiato campo. C’è l’incognita dei risultati che potrebbe ottenere Tshisekedi.

Tutto lascia prevedere un abbassamento del voto a JKK che “l’effetto TSK” (Tutto Salvo Kabila) rischierebbe di trasformare in disfatta nel secondo turno. Per compensare ciò, JKK non può che far affidamento sul “premio al presidente uscente” e sul “voto di precauzione” per arrivare, malgrado tutto, primo già nel primo turno. La modifica della Costituzione permetterà che questo risultato diventi il risultato finale e definitivo.

È vero che nelle file dell’opposizione si parla più che mai di “candidatura unica”. Ma è del tutto evidente che ci saranno anche altre candidature, secondo la logica del “io per primo” e del “spostati di là che mi ci metto io”. Dunque, beneficiando dei due effetti favorevoli (il “premio al presidente uscente” e il “voto di precauzione”) e non dovendo più temere “l’effetto TSK” al secondo turno, JKK ha tutto da guadagnare da elezioni a un solo turno.

Ma è sicuro?

Sembra che questo fine ragionamento, che si percepisce in filigrana dietro la procedura intrapresa dal potere, non tiene conto di un certo numero di fattori.

In primo luogo, c’è una questione che non ci si pone mai: quanti congolesi andranno a votare?

Nel 2006, le elezioni avevano il fascino discreto della novità, ci si aspettava mare e monti e, accanto alle campagne elettorali propriamente dette, c’era tutta una campagna di sensibilizzazione della base in vista delle elezioni stesse. È probabile che certi elettori, dopo avere votato nel 2006 “perché bisogna avere vissuto questa esperienza almeno una volta nella propria vita”, si astengano nel 2011. Tra le cause, si possono annoverare l’insicurezza, un lungo cammino, una non meno lunga attesa, in piedi, sotto un sole di piombo o sotto una pioggia sferzante. Gli astensionisti saranno innanzitutto degli elettori poco politicizzati. Votano spesso “per il Capo”, in modo da non avere noie. Sono in qualche modo i campioni del “voto di precauzione”. In caso di astensione, questi voti sarebbero dunque dei voti persi soprattutto dal campo di JKK.

Si ha l’abitudine di considerare “la Maggioranza” come un monolito quando, invece, è composita e fatta di alleanze varie. Nella maggioranza governativa, accanto a una nebulosa di mini-partiti e di eletti “indipendenti” che girano come elettroni liberi, ci sono due partiti organizzati esterni all’AMP: il PALU e l’Udemo. Il primo aveva dichiarato che non avrebbe presentato nessun candidato per le Presidenziali e che si concentrerebbe sulle legislative. Il secondo aveva annunciato una candidatura Nzanga Mobutu, ma l’aveva fatto molto prima della revisione costituzionale e potrebbe abbandonare tale idea e concentrarsi, anch’esso, sulle legislative.

Ma è evidente che due partiti che fanno parte del governo e che vogliono presentare una lista propria alle legislative, nonostante abbiano promesso di lasciare il campo libero a JKK per le presidenziali, dovranno pur affrontarlo nelle legislative. E’ tuttavia avventuroso presupporre che gli elettori che voteranno per il PALU alle legislative, votino, nello stesso giorno, per JKK alle presidenziali. E ciò eroderà ancor più l’elettorato dell’attuale Presidente. Non è dunque tutto vinto in anticipo.

Tuttavia, anche se il gioco non è concluso in anticipo, come si potrebbe immaginare, l’ipotesi più probabile è la rielezione di JKK.

Tuttavia, l’originalità della Costituzione RDCongolese, redatta sul modello della V° Repubblica francese, è che il potere è bicefalo, in quanto il Presidente lo condivide col Governo e, in modo particolare, col Primo Ministro.

In tale situazione, i “rinoceronti” del PPRD, sono partigiani di una democrazia presidenziale bloccata in cui, pur conservando tutti gli attributi della democrazia parlamentare e la presenza di un’opposizione nelle Camere, sia estremamente difficile, idealmente impossibile, per quest’ultima, ostacolare o disturbare l’azione del Presidente e della Maggioranza. Non è una dittatura personale, ma è certamente il potere quasi assoluto di una classe politica.

Per i “rinoceronti” del PPRD, per evitare un governo di coalizione, occorre JKK al potere, un maggioranza kabilista al Parlamento e un governo monocolore PPRD. Secondo loro, uno scrutinio proporzionale apre troppo facilmente le porte del Parlamento alle varie liste e ai piccoli partiti. In una parola, il proporzionale favorisce troppo l’opposizione. E’ dunque meglio un voto maggioritario che privilegia i grandi partiti e che porta a “maggioranze chiare.”

Dal punto di vista teorico, la scelta è tra due vantaggi: il proporzionale fa della Camera “la fotografia” più esatta possibile dell’opinione degli elettori. Il voto maggioritario facilita, senza dubbio, la formazione di una maggioranza e spinge, del resto, alla bipolarizzazione. Nessuno di questi obiettivi è, in sé, cattivo, immorale o antidemocratico. Tuttavia, sembra che l’obiettivo di rappresentazione esatta dell’opinione e il rispetto del parere emesso dal popolo, questo “Sovrano Primario a cui non si permette di esprimersi che ogni quattro o cinque anni, sia più fondamentale che quello di risparmiare ai politici lo sforzo di negoziare.

La soppressione del proporzionale è estremamente pericoloso in RDCongo, a causa di un effetto meccanico inevitabile: privilegiando i grandi partiti con molti elettori, si favorirebbero anche le grandi etnie, a scapito delle minoranze. A lungo termine, ciò potrebbe condurre a quei conflitti identitari che si pretende volere evitare.

Con il voto maggioritario, l’AMP guadagnerebbe dei seggi dove è forte, ma li perderebbe dove, essendo debole, ha beneficiato del proporzionale in circoscrizioni dominate da un altro partito. Perché, allora, correre gravi rischi identitari se, praticamente, ci si ritroverà, alla fine dei conti, allo stesso punto?

Contrariamente alle presidenziali, in cui ogni voto conta, le legislative, qualunque sia il modo di scrutino, si fanno per circoscrizione. E, in un voto maggioritario, non si ha nemmeno il “premio di consolazione” della proporzionale, cioè il riporto dei voti soprannumerari di un’altra circoscrizione.

Nel proporzionale, le formazioni minoritarie possono sperare, localmente, ancora qualche cosa. Nello scrutino maggioritario, le minoranze sarebbero svantaggiate.

Se si suppone, come molto verosimile, che l’AMP perda, in parte, le sue “roccaforti” dell’est e che mantenga probabilmente solo il Katanga e il Maniema; che il PALU mantenga il Bandundu; il MLC e l’Udemo, l’Equateur; che l’UDPS ritrovi la sua preponderanza nei Kasaï e che i Kivu e la Provincia Orientale diano la loro preferenza all’una od altra formazione (vecchia o nuova) dell’opposizione, si arriva alla conclusione che, invece di ottenere la maggioranza assoluta, l’AMP rischia di essere, in Parlamento, in minoranza e, quindi costretta a passare all’opposizione. Tale possibilità sarebbe ancora incrementata dallo scrutino maggioritario. Soprattutto se, come ne hanno perfettamente diritto, il Palu e l’Udemo stimassero che, con la fine della legislatura, non hanno più nessuno impegno con l’AMP e rivendicassero la loro libertà di agire.

Non ci sarebbe da meravigliarsi di ritrovarsi, all’indomani delle elezioni, con un JKK rieletto, ma con un punteggio molto minoritario, di fronte ad un Parlamento che non accetterebbe che un governo formato dai partiti dell’attuale opposizione, dunque in situazione di “coabitazione”. Quali conseguenze ne seguirebbero da una coabitazione (in effetti, una confrontazione) tra un Presidente eletto col 20% dei voti ed un governo che rappresenterebbe veramente la maggioranza dei Congolesi?

4. KIVU

Traffico d’oro al Kivu: un aereo bloccato all’aeroporto di Goma

Il 4 febbraio, un Jet privato proveniente da Abuja (Nigeria) è stato bloccato all’aeroporto internazionale di Goma, come annunciato il 7 febbraio dal governatore del Nord-Kivu, Julien Paluku. L’aereo e il suo equipaggio sono arrivati a Goma con un’importante somma di denaro, stimata in parecchi milioni di dollari americani. Questa somma sarebbe stata destinata ad una transazione di minerali, particolarmente nel settore dell’oro.

A bordo dell’aereo, un bireattore immatricolato negli Stati Uniti con il numero “N886DT”, c’erano quattro membri dell’equipaggio: tre Americani e un Nigeriano e quattro passeggeri: due Nigeriani, un Americano e un Francese.

I quattro presunti trafficanti d’oro avrebbero pagato la somma di 6,5 milioni di dollari per l’acquisto di 310 kg d’oro, ma i servizi di sicurezza congolesi hanno potuto ricuperare solo 1,8 milione.

La stampa congolese sospetta il generale Bosco Ntaganda e i suoi collaboratori di essere implicati in tale faccenda. Il governatore Paluku ha anche lasciato intendere che tra il denaro ricuperato c’erano anche delle false banconote. Secondo fonti aeroportuali, il Jet era atterrato all’aeroporto di Goma il giovedì 3 febbraio verso le ore 13,00 locali.

Secondo la versione fornita da tali fonti e ripresa da Radio Okapi, la radio dell’Onu in RDCongo, la situazione è precipitata l’indomani, quando un ufficiale militare, prossimo al generale Bosco Ntaganda, è arrivato precipitosamente all’aeroporto, accompagnato dai membri dell’equipaggio e si è opposto alla perquisizione di una valigia ritirata dall’aereo.

Le stesse fonti aeroportuali affermano che il graduato dell’esercito congolese ha ricevuto poi l’ordine di portare la valigia al governorato.

Dopo aver lasciato l’aeroporto, il convoglio, composto dal responsabile militare prossimo al generale Ntaganda, dai membri dell’equipaggio e da altri ufficiali militari delle FARDC, ha cambiato direzione nei pressi della chiesa del Santo Spirito e si è diretto, affermano le stesse fonti, verso il domicilio del Generale Bosco Ntaganda. Gli ufficiali militari delle FARDC che seguivano il convoglio non sono stati autorizzati ad avvicinarsi al domicilio del generale Ntaganda.

Nello stesso giorno, lo stesso responsabile militare è ritornato all’aeroporto con “nove casse metalliche”, che ha fatto introdurre nell’aereo. Le nove “casse metalliche”, sono state poi sequestrate e depositate in banca, ha affermato il governatore Paluku. La quantità d’oro ricuperato resta imprecisa e varia secondo le fonti: 310 kg, secondo il portavoce del governo, Lambert Mende, 435,6 kg, secondo il governatore Paluku e 456 kg, secondo una fonte militare.

L’aereo è stato bloccato su ordine delle autorità provinciali e le inchieste proseguono per determinare la destinazione dell’aereo.

Secondo il giornale Le Potentiel, dietro questo caso si nasconde un grosso affare di traffico illegale d’oro e un’oscura operazione di false banconote.

Secondo fonti molto informate, la transazione si sarebbe svolta bene. Il generale Bosco Ntanganda avrebbe consegnato l’oro e le casse sarebbero state imbarcate nei depositi della carlinga dell’aereo. Da parte loro, il generale Bosco Ntanganda e i suoi collaboratori avrebbero posto i fondi in un luogo sicuro, una delle sue residenze di Goma.

Ma non si erano fatti i conti con la vigilanza dei servizi di sicurezza.

Le casse sospettate sarebbero state sequestrate. Gli acquirenti avrebbero allora esigito il rimborso del prodotto della transazione, visto che l’operazione non si era conclusa come previsto. Si è dovuto negoziare a lungo per arrivare ad ottenere, da Bosco Ntanganda, la consegna di una parte almeno del denaro fornito dagli acquirenti. Fonti prossime all’inchiesta affermano che dei 6.800.000 Usd consegnati, il generale Bosco Ntanganda ha restituito solo 1.800.000 Usd. 5 milioni Usd si sono quindi volatilizzati come per incanto. Inoltre, nella somma ricuperata, si sono scoperte delle banconote false, benché gli acquirenti brandiscano le autenticazioni delle banche straniere per confermare che nessun biglietto falso faceva parte del pacchetto.

Altre fonti confermano che non è la prima volta che questo aereo atterrava nel capoluogo del Nord-Kivu. Questa volta, perché la macchina si è inceppata? Due ipotesi sono possibili. O qualcosa è andato storto nella conclusione dell’affare e uno dei membri della rete ha fatto una soffiata ai servizi di sicurezza. O non si sono rispettate le regole della transazione. Sembra, infatti, che il denaro – più di sei milioni USD, non corrispondesse alla contropartita dell’oro consegnato.

Questo affare conferma che gli ex militari del Congresso Nazionale per la Difesa del Popoli, CNDP, sono direttamente implicati nel traffico illegale delle materie prime provenienti dall’est della RDCongo. Del resto, è proprio in seguito alla sospensione dell’attività mineraria nell’est del Paese, decretata dal Capo dello Stato, che gli ex-CNDP non hanno accettato di essere permutati in altre regioni, lontano dal Kivu.

Non c’è più alcun dubbio che gli ex militari del CNDP dispongano di un piano nascosto, con lo scopo di proseguire una guerra che gli permette di non separarsi dall’allettante operazione di saccheggio delle risorse naturali, con la complicità di operatori stranieri. Tutti i rapporti delle Nazioni Unite e di molte ONG hanno sempre accusato gruppi armati, esercito e società straniere di fomentare la guerra nell’est della RDCongo. Stranamente, queste società straniere non sono mai state oggetto di indagini da parte dei loro paesi rispettivi. Si fa tutto come se i morti congolesi non abbiano nessun valore di fronte alla soddisfazione dei bisogni industriali delle multinazionali occidentali.

Nuovi gruppi armati in gestazione?

Il 21 gennaio, la seconda riunione della commissione di difesa e di sicurezza della Comunità Economica dei Paesi dei Grandi Laghi (CEPGL) si è conclusa a Kigali (Ruanda) con la riunione dei ministri della Difesa di Burundi, Ruanda e RDCongo.

I partecipanti hanno rivelato che un progetto di alleanza di forze negative è attualmente in gestazione nell’est della RDCongo. Tale alleanza sarebbe composta dalle FDLR, dai gruppi Kayumba/Karegeya e Nsengiyumva, dai Maï-Maï Yakutumba e Cheka, dal Fronte Patriottico per la Liberazione del Congo (FPLC) e dal gruppo di Soki, molto conosciuto a Rutshuru, nel Nord-Kivu. Gli esperti militari parlano anche di El Shabab, un gruppo integralista islamico.

Secondo il verbale della riunione dei ministri, il gruppo sarebbe coordinato dall’ex capo dell’esercito ruandese Kayumba Nyamwasa e dall’ex direttore dei servizi segreti Patrick Karegeya, due ex stretti collaboratori del presidente Kagamé.

L’incontro dei ministri è stato preceduto da una riunione dei capi di Stato Maggiore degli eserciti dei tre paesi. Secondo il colonnello Mamba, responsabile dei servizi segreti della RDCongo e relatore della sottocommissione Difesa e Sicurezza dei paesi membri della CEPGL, la formazione di questa alleanza ha come unico obiettivo quello di creare l’instabilità nella regione.

Gli eserciti dei tre paesi membri della CEPGL hanno approvato, per il 2011, un progetto di azioni in nove punti, fra cui i più importanti sono: la creazione di una commissione per l’elaborazione di un piano d’azione conformemente al protocollo di difesa e di sicurezza reciproca; la creazione di un comitato congiunto per lo scambio di informazioni e l’attuazione delle modalità di scambio di criminali.

L’ex capo di Stato Maggiore del Ruanda e l’ex capo dei servizi segreti ruandesi smentiscono di avere organizzato una base in RDCongo. Il generale Kayumba e il colonnello Patrick Karegeya, attualmente rifugiati in Sud Africa, considerano che si tratta di una manipolazione da parte di Kigali. Peraltro, secondo alcuni osservatori, queste manipolazioni da parte di Kigali mirano piuttosto a giustificare una sua possibile nuova entrata in RDCongo, per ragioni evidenti ma inammissibili. Per cui, deve inventare nuove ragioni plausibili e giustificabili per un tale intervento militare. Tutti i pretesti sono buoni.

A proposito di questo ipotetico nuovo gruppo armato, il giornale Le Potentiel fa una doppia constatazione: da una parte, è una chiara manifestazione del fallimento delle operazioni militari congiunte, dall’altra, il nuovo dato sarebbe una strizzatina d’occhio di Kigali verso Washington, per ottenere il sua consenso per il rilancio delle suddette operazioni che gli permetterebbero di rinforzare la sua presenza in Congo sullo sfondo di un’agenda nascosta.

Per certi osservatori, questo nuovo gruppo armato sarebbe una nuova creazione di Kigali per giustificare il suo ritorno in Congo. Un intento che diventa un po’ sospetto, nella misura in cui il ricorso quasi permanente ad operazioni militari congiunte condotte dai due paesi tenderebbe a sostituirsi alla formazione di un esercito congolese forte e repubblicano, come auspicato dai Congolesi stessi e dalla comunità internazionale. Secondo alcuni analisti, il regime di Kigali ha voluto emettere un segnale destinato ad ottenere dal governo americano l’appoggio morale per un nuovo ritorno in forza in RDCongo. Altri, evocano un’ennesima agenda nascosta. Volendo intraprendere operazioni militari contro i ribelli hutu delle FDLR in RDCongo, il Ruanda pretende presentarsi come un’indispensabile Forza di intervento nell’intera regione dei Grandi Laghi.

Tuttavia, è dal 1996 che le truppe ruandesi controllano vasti territori dell’est congolese, senza mai riuscire a sconfiggere le FDLR, movimento politico militare costituito in maggioranza da loro connazionali. Di conseguenza, il Ruanda dovrà assolutamente abbandonare l’idea di varcare, con il pretesto di questa nuova minaccia, le frontiere della RDCongo. Le esperienze del passato permettono di dubitare molto della reale efficacia di cosiddette operazioni militari congiunte.

L’eterno argomento del genocidio assunto come alibi ha fatto talmente il suo tempo, che il Ruanda si vede costretto a rinnovare la sua strategia per ricevere, ancora una volta, il sostegno della comunità internazionale.

E’ così che il Ruanda sta cercando un pezzo di ricambio.

Il celebre sito WikiLeaks ha recentemente pubblicato i punti chiave della diplomazia americana nella sotto-regione dei Grandi Laghi, fra cui la realizzazione di un’azione sotto-regionale per frenare l’espansione dell’integralismo musulmano. Kigali ha saputo captare il messaggio. Da fine stratega, il Ruanda ha afferrato la palla al balzo per farsi avvalere nei confronti degli americani.

Il regime di Kigali vuole dimostrare alla Comunità Internazionale che, per la potenza del suo esercito, è il solo paese capace di impedire l’espansione dell’integralismo musulmano nella regione dei Grandi Laghi Africani.

A livello della sotto-regione dei Grandi Laghi, le rivelazioni di WikiLeaks hanno infatti portato alla luce del giorno le questioni fondamentali della diplomazia della super potenza mondiale. Se il sito non aggiunge gran che a ciò che già si sapeva, ha tuttavia il vantaggio di fare cadere le maschere, di rivelare all’opinione pubblica l’azione che gli Stati Uniti intendono condurre nella sotto-regione.

A Washington, in cui si trova il quartiere generale della diplomazia americana, le istruzioni impartite alle ambasciate ubicate nella regione dei Grandi Laghi – dettate dagli interessi chiave degli Stati Uniti – sono molto chiare: risorse minerarie, postumi del genocidio e insediamento dell’integralismo musulmano.

Per essere meglio presente nella sotto-regione, gli Stati Uniti hanno, secondo WikiLeaks, adottato come punto focale il Ruanda. Il sito svela un telegramma che fa chiaramente menzione delle congratulazioni inviate direttamente dall’amministrazione americana al regime di Kigali per la sua intera “cooperazione.”

Secondo WikiLeaks, “se gli USA hanno ringraziato Kagame per i servizi resi, vorrebbero però avere anche ampie informazioni sull’implicazione del FPR (Partito del presidente Kagame) nel dossier delle violazioni dei diritti umani e, soprattutto, ottenere informazioni sulle divisioni all’interno del cerchio ristretto intorno al presidente ruandese.”

Il sito aggiunge che: “Il Burundi è presentato come un paese senza leadership politica e che può ricadere ad ogni momento in una nuova guerra civile. La RDCongo, il gigante minerario, preoccupa i servizi americani che lo tengono sotto osservazione. Governato da una classe di predatori, questo paese rischia di rendere fragile l’equilibro con la forza che Washington vorrebbe installare nella regione, per bloccare l’avanzata del terrorismo islamico a partire dalla Somalia, via il Sudan. L’Uganda, paese nella linea del fronte anti-islamico, rischia di compromettere la sua relativa stabilità, a causa della corruzione endemica del regime del presidente Museveni.”

“Per la diplomazia americana, le tre questioni fondamentali che interessano questa regione sono le risorse minerarie, i postumi del genocidio e l’insediamento dell’integralismo musulmano”, conclude WikiLeaks.

Il 26 gennaio, il tenente colonnello Gaye, portavoce militare della Monusco, ha annunciato la creazione di un nuovo gruppo armato nel Nord Kivu, il Fronte Congolese per la Conservazione della Natura (FCCN) che si opporrebbe all’ICCN (Istituto congolese per la conservazione della natura), responsabile del parco nazionale dei Virunga. Il tenente-colonnello Gaye precisa che, per l’istante, non si hanno elementi sufficienti che possano permettere di capire quale è la composizione di questo gruppo armato, quale è la sua agenda politica e quali sono le sue zone di influenza.

Secondo il giornale Le Potentiel, questo nuovo gruppo armato sarebbe attivo nel Parco nazionale di Kahuzi-Biega, nella provincia del Sud-Kivu.

5. DIRITTI UMANI

Il 19 gennaio, il ministro della Giustizia e dei diritti umani ha visitato la prigione centrale di Makala a Kinshasa. Luzolo Bambi e il ministro dei Lavori pubblici e infrastrutture hanno potuto constatare le condizioni di detenzione dei prigionieri e lo stato delle infrastrutture di questa prigione.

Costruita inizialmente per 1 500 detenuti, la prigione di Makala ne ospita attualmente circa 6 000. Al padiglione 2, per esempio, una cella di 1,5 m su 2,5 ospita 4 detenuti invece di uno solo. Al padiglione 5, un dormitorio di 5 m su 15 ospita almeno 70 detenuti, stretti gli uni accanto agli altri, a torso nudo e seduti sul pavimento. In uno spazio tanto ristretto, non è nemmeno possibile stendersi a terra per dormire. I detenuti passano tutta la notte rannicchiati gli uni contro gli altri e anche il minimo movimento rischia di perturbare il sonno dei compagni di detenzione.

La situazione non è migliore al padiglione 10, riservato ai minori. Qui, più di 130 bambini dormono incastrati come in una latta di conserva. I servizi igienici sono tutt’altro che igienici.

Molti detenuti sono a Makala da oltre 10 anni, senza essere mai stati processati o condannati, ciò che è alla base della sovrappopolazione di questo stabilimento carcerario.

Il 20 gennaio, la Rete nazionale delle ONG per i diritti dell’uomo in RDCongo (Renadhoc) ha attivato un numero verde per ricevere segnalazioni di abusi e violazioni dei diritti dell’uomo. Renadhoc, a sua volta, si incaricherà di allertare le autorità competenti. Questo numero verde è il 081 080 0012. Sarà attivo 24 ore su 24 e gratuitamente. Questo numero è tuttavia riservato ad alcune categorie di persone: difensori dei diritti dell’uomo, giornalisti, sindacalisti e politici, di ogni tendenza. Nella stessa occasione, il Renadhoc ha annunciato il premio Floribert Chebeya che sarà conferito il 1° giugno di ogni anno al migliore difensore dei diritti dell’uomo. Per l’edizione 2010, il Renadhoc aspetta le diverse candidature entro il 25 aprile prossimo.