Feb 10 2011

Congo Attualità n. 120 – supplemento

SOMMARIO
ECONOMIA
       I sottintesi della riduzione del debito estero della RDCongo
       La RDCongo assillata dai fondi avvoltoi
       Un progetto di oleodotto denominato “il rettile”?

ECONOMIA

I sottintesi della riduzione del debito estero della RDCongo

Tra altre situazioni, il popolo congolese si vede costretto ad affrontare la questione della riduzione del debito estero da parte delle Istituzioni Finanziarie Internazionali.

Difficilmente uno Stato debole può far fronte alle grandi potenze occidentali e alle multinazionali onnipresenti. Tuttavia, per quanto debole possa essere un Governo, esso ha sempre il dovere di difendere la dignità, i diritti e il benessere della sua popolazione. Anche nel disequilibrio di forze, per quanto fragile possa essere, un Governo ha sempre la responsabilità di evitare la corruzione nella firma di contratti e convenzioni di ordine economico e commerciale. Ciò permette alla popolazione di usufruire dei benefici, anche se ristretti, derivanti da tali contratti e convenzioni ed evita lo scandaloso arricchimento di pochi a scapito dei molti.

In questo senso, un Governo che è riuscito ad ottenere una riduzione del suo debito estero e, conseguentemente, una diminuzione degli interessi dovuti a terzi, dovrebbe investire la differenza in servizi sociali destinati alla popolazione: scuole, ospedali, acqua potabile, elettricità, strade, agricoltura, ecc.

Il 1° luglio 2010, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale annunciavano ufficialmente il raggiungimento, da parte della RDCongo, del punto di completamento dell’iniziativa PPTE (“Paesi Poveri Molto Indebitati”).

Un’espressione umiliante inventata dai paesi ricchi del Nord per qualificare certi paesi del Sud ritenuti pronti a ricevere una riduzione del loro debito estero, purché applichino certe politiche decise dai finanziatori occidentali. Superando l’ultima tappa di questo strategia PPTE, la RDCongo ha ottenuto, infine, una riduzione del suo debito estero. Nonostante ciò, il problema non è stato ancora risolto…

Il raggiungimento del punto di completamento costituisce, infatti, la conclusione logica della sottomissione del governo congolese ai diktat dei finanziatori occidentali organizzati in seno al FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi. Questa affermazione si basa su quattro constatazioni:

– Prima constatazione: Il debito estero pubblico della RD Congo non è stato annullato.

Il raggiungimento del punto di completamento non significa che il debito estero pubblico di un certo Paese sia annullato. Infatti, la strategia PPTE mira semplicemente a rendere il debito di questi paesi “sostenibile”, secondo i criteri definiti arbitrariamente dai ricchi creditori del Nord.

L’obiettivo dei creditori è duplice.

Da una parte, queste riduzioni di debito permettono di fare pagare ai paesi del Sud il massimo delle loro possibilità. Con un bilancio di solo 4,9 miliardi di dollari nel 2009, la RDCongo non poteva ragionevolmente rimborsare l’interezza di questo debito, arrivato a più di 13 miliardi di dollari prima del raggiungimento del punto di completamento.

D’altra parte, le riduzioni del debito non sono mai disinteressati perché, quasi sempre, sono soggette a condizioni di tipo politico ed economico, incompatibili col diritto dei popoli a disporre di se stessi.

Conformemente alla strategia PPTE, il debito estero pubblico congolese non è stato dunque cancellato. Ancora oggi è di 2,931 miliardi di dollari (sono solo 10,774 miliardi di dollari di debito che sono stati annullati).

Il debito che ancora rimane continuerà a pesare sulle finanze dello stato congolese per i prossimi anni, a scapito delle necessità umane dei Congolesi. Nello stesso tempo, i creditori potranno conservare il controllo sulla politica del paese, poiché ogni futura rinegoziazione del debito sarà condizionata dall’impegno del governo congolese ad applicare le politiche dettate dal FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi. Una riunione col Club di Parigi è già prevista nell’ottobre 2011, in vista di trattare un accordo bilaterale sul resto di questo debito.

– Seconda constatazione: i finanziatori occidentali ricompensano il governo congolese per la sua relativa docilità.

Il raggiungimento del punto di completamento da parte della RDCongo viene a ricompensare gli “sforzi” intrapresi dal governo, in questo ultimo decennio , per soddisfare i suoi creditori occidentali.

Infatti, affinché la RDCongo potesse ritornare nel giro finanziario internazionale ed essere ammessa all’iniziativa PPTE, le autorità congolesi sono state costrette, all’inizio degli anni 2000, di riprendere il rimborso del debito, sospeso negli anni 90, nonostante fosse accertata la sua natura odiosa. Il debito estero della RDCongo è costituito, per lo più, da arretrati, non restituiti, del dittatore MOBUTU. A partire dal 1965, quando MOBUTU prende il potere, il debito congolese non fa che aumentare. Il debito della RDCongo passa da 32 milioni di dollari nel 1965 a 10, 274 miliardi nel 1990, nel momento in cui Mobuto viene abbandonato dall’occidente a causa della fine della Guerra fredda.

Secondo la dottrina del debito odioso, formulata dal giurista Alexander SACK nel 1927, “Se un potere dispotico contrae un debito non per le necessità e nell’interesse dello stato, ma per fortificare il suo regime dispotico, ecc., questo debito è odioso per la popolazione dell’intero stato (…). Questo debito non è obbligatorio per la nazione; è un debito di regime, debito personale del potere che l’ha contratto, di conseguenza scade con la caduta di questo potere”.

I creditori non possono, dunque, far valere il principio di continuità dello stato, per obbligare il governo congolese a rimborsare il debito di MOBUTU.

Nonostante il carattere fraudolento di questo debito, i creditori hanno tuttavia fatto pressione sul governo affinché lo rimborsasse, avendo preso prima di tutto la precauzione di “truccarlo”.

In effetti, a partire da 2002, l’infernale trio, Club di Parigi – FMI – Banca Mondiale, ha cominciato a concedere prestiti al governo congolese, per poter rimborsare i vecchi debiti del dittatore, imponendogli anche certe condizioni, come l’adozione dell’attuale Codice minerario favorevole agli investitori stranieri.

In conclusione, questa “associazione di malfattori” ha permesso, non solo la formazione di un nuovo debito (in apparenza “pulito”) a carico del popolo congolese, ma anche una nuova messa sotto tutela del paese da parte delle Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI). In cambio, la RDCongo ha potuto raggiungere, nel 2003, il punto di decisione dell’iniziativa PPTE (tappa intermedia prima del punto di completamento), ma ha dovuto aspettare fino a luglio 2010 per raggiungere il punto di completamento, quando il processo PPTE dovrebbe durare, in totale, solo 6 anni….

I motivi di questo blocco, come avanzati dai creditori occidentali, sono diversi: un tasso di inflazione troppo elevato, una cattiva “governabilità”, relazionata a un’insicurezza giuridica per gli investitori stranieri, a causa della revisione di certi contratti minerari, come il contratto KMT firmato, tra l’altro, con l’impresa mineraria canadese First Quantum Minerals e, ancora, il rischio di aumento del debito congolese legato alla conclusione del contratto firmato con la Cina.

Ma dietro i motivi ufficiali, si nascondono evidenti ragioni di ordine economico e geopolitico.

KMT (Kingamyambo Musonoi Tailings) è società a capitale misto conclusa tra l’impresa canadese First Quantum, lo stato congolese, l’impresa pubblica congolese Gécamines, la sud-africana Industrial Development Corporation e la SFI (Società Finanziaria Internazionale, filiale della Banca Mondiale incaricata di appoggiare il settore privato).

Invece, il contratto firmato con la Cina prevedeva, all’inizio, 6 miliardi di investimenti nello sviluppo di infrastrutture e 3 miliardi di dollari per il settore minerario.

La posta in gioco per il Canada e per gli altri paesi membri del Club di Parigi è quella di mantenere il controllo sulle risorse naturali della RDCongo, utilizzando l’alibi del debito estero e del buon “clima degli affari”, per mantenere saldi i loro contratti leonini e tentare di contrastare l’offensiva dei paesi detti “emergenti”, come la Cina, in Africa.

Questa strategia si è rivelata in parte efficace poiché, sotto la pressione del FMI, il contratto con la Cina è stato rivisto in ottobre 2009, riducendolo da 9 a 6 miliardi di dollari.

Questa concessione da parte del governo congolese ha subito permesso la conclusione di un nuovo accordo triennale (2010-2012) col FMI, firmato in dicembre 2009, poi del raggiungimento del punto di completamento, nel luglio 2010. Ma nel settembre 2010, la Banca Mondiale ha sospeso un prestito di 100 milioni di dollari, per solidarietà con la sua filiale, la SFI (Società Finanziaria Internazionale), azionista nel contratto KMT…

– Terza constatazione: La riduzione del debito congolese favorisce dapprima le imprese sovranazionali e i creditori occidentali.

La riduzione rimborso annuo del debito odioso del Congo, conseguenza del raggiungimento del punto di completamento, avrà purtroppo un impatto estremamente limitato sulle condizioni di vita della popolazione congolese, tenuto conto delle priorità dei finanziatori occidentali e del governo congolese. Tra queste priorità, c’è il sacrosanto “clima degli affari”, il cui miglioramento è esigito dagli investitori stranieri e dai finanziatori. Questo concetto (clima degli affari) può essere collegato direttamente al rapporto Doing Business (“Fare degli affari”), pubblicato annualmente dalla Banca Mondiale che classifica quasi tutti i paesi del mondo in funzione della loro facilità a “farvi degli affari”, secondo vari indicatori, fra cui quello relativo alla flessibilità del lavoro, facilitando i licenziamenti.

Si può trovare un’altra spiegazione del “miglioramento del clima degli affari” nel programma triennale concluso tra la RDCongo e il FMI nel dicembre 2009, che mette l’accento sullo “sviluppo del settore privato, particolarmente mediante la riforma delle imprese pubbliche” e “la protezione dell’investimento straniero”.

In altri termini, le autorità congolesi devono finalizzare la privatizzazione dei settori strategici del paese (settore minerario, forestale, telecomunicazione, ecc.), con tutti i licenziamenti che ciò implica, come all’epoca dell’operazione “autolicenziamenti volontari” organizzata nel 2003 dalla Banca mondiale e il governo congolese.

L’obiettivo è quello di assicurare i profitti delle transnazionali e di garantir loro che i contratti già conclusi non siano modificati o rescissi, anche se fossero disequilibrati, addirittura illegali.

L’operazione “Partenze volontarie” è un piano di licenziamento finanziato integralmente dalla Banca Mondiale. Questa operazione ha violato i diritti di 10.655 lavoratori della Gécamines che aspettano ancora il pagamento dei loro stipendi arretrati e le indennità previste dal diritto congolese.

Infine, i fondi avvoltoi, la cui strategia è di ricomprare, a un prezzo molto basso e a loro insaputa, dei debiti di paesi in sviluppo, per costringerli poi, per via giudiziaria, a rimborsarli ad un prezzo molto elevato (cioè l’importo iniziale dei debiti, gli interessi corrispondenti, le varie penalità e le diverse spese di giustizia) potrebbero essere gli altri grandi approfittatori del punto di completamento.

In effetti, questi fondi di investimento privato, per l’istante inarrestabili, approfittano particolarmente delle riduzioni di debito, dal momento in cui esse procurano provvisoriamente una ventata di ossigeno finanziario ai paesi indebitati del Sud .

Per questi fondi avvoltoi, il raggiungimento del punto di completamento costituisce un’opportunità per ottenere, tramite processi presso tribunali stranieri, il pagamento dei loro crediti acquistati immoralmente. La RDCongo potrebbe proteggersi dagli attacchi di questi fondi “avvoltoi” approvando, per esempio,una legge, come ha fatto il Belgio, per impedire loro di estorcere le risorse finanziarie del paese.

– Quarta constatazione: il debito congolese rischia di esplodere a corto e medio termine.

Il fatto che la RDCongo abbia terminato il suo “percorso PPTE”, non significa affatto che il suo debito resti ad un livello “sostenibile.”

Infatti, è molto probabile che, per varie ragioni, l’attuale residuo di circa 3 miliardi di dollari riprenda ad aumentare. Innanzitutto, nei prossimi mesi, il debito aumenterà automaticamente sotto l’effetto della crisi mondiale ancora in corso e dei vari prestiti, come quelli accordati dalla Cina.

Poi, anche il miglioramento del “clima degli affari”, imposto dall’IFI, rischia di generare un debito, a causa della privatizzazione delle imprese pubbliche. Tale manovra comporta automaticamente, oltre ai licenziamenti di massa, una diminuzione delle entrate dello stato.

In queste condizioni, sarà estremamente problematica la mobilitazione delle risorse interne del paese per finanziare lo sviluppo. Lo stato congolese non avrà allora altra scelta che quella di rivolgersi a creditori stranieri, contraendo nuovi debiti a delle condizioni ancora una volta imposte…

Conclusione:

Il raggiungimento del punto di completamento non rompe il cerchio vizioso del debito, finché il debito congolese non sarà totalmente annullato.

Una delle risposte immediate sarebbe quella di sospendere il rimborso del debito (con il congelamento degli interessi) per potere identificare quella parte “odiosa” che dovrebbe, per conseguenza, essere annullata senza condizioni. Ma la maggior difficoltà proviene dal fatto che, nello stato attuale dei rapporti di forze, i creditori non prenderanno mai una simile iniziativa, dal momento in cui il debito costituisce, per essi, un formidabile strumento per controllare le politiche dei paesi del Sud. Di fronte all’unità tra la Banca Mondiale, il FMI e il Club di Parigi, la RDCongo e gli altri paesi del Sud dovrebbero fare un fronte comune, per ripudiare il debito e rompere gli accordi con le IFI che impediscono l’esercizio del loro diritto all’autodeterminazione. Per questo, la solidarietà tra i popoli del Sud sarà determinante.

La RDCongo assillata dai fondi avvoltoi

I fondi avvoltoi continuano a fare disastri nei paesi del Sud. La RDCongo ne ha appena fatto le spese perdendo un nuovo processo contro il fondo speculativo FG Hémisphère presso la corte del Jersey, come riportato dal Comitato per l’annullamento del debito del Terzo Mondo (CADTM). La notizia era purtroppo prevedibile, commenta la fonte. FG Hémisphère utilizza infatti sempre lo stesso metodo, caratteristica dei fondi avvoltoi: con sede in un paradiso fiscale (nel Delaware, negli Stati Uniti) come la maggioranza dei fondi avvoltoi, nel 2004 FG Hémisphère aveva comprato, a basso prezzo, dei vecchi debiti della RDCongo, contratti negli anni 1980 e di un valore reale di 37 milioni Usd. FG Hémisphère aveva poi esposto querela presso la giustizia anglosassone, la corte del Jersey, particolarmente protettiva nei confronti dei creditori, per ottenere il rimborso del valore nominale del debito, a cui si aggiungono gli interessi di ritardo ed altre penalità, per un importo totale di circa 100 / milioni Usd.

In tal modo, FG Hémisphère ha ottenuto il diritto di farsi rimborsare un debito di 100 / milioni di dollari, quando aveva, in realtà, sborsato solo 37 / milioni Usd. A causa degli interessi, il debito aumenta di 27.500 / Usd al giorno! Per assicurare il rimborso, il tribunale del Jersey ha conferito a FG Hémisphère il diritto di prelevare una parte dei futuri benefici della società a capitale misto GTL (Raggruppamento della Miniera di Lubumbashi), fra i cui azionisti figurano il gruppo di George Forrest e il governo congolese, via la Gécamines, un’impresa pubblica mineraria della provincia del Katanga. FG Hémisphère aveva ottenuto, già nel 2008, il diritto di prelevare, per i prossimi quindici anni, i proventi della vendita di elettricità al Sud Africa e, in febbraio 2010, veniva autorizzato dalla corte d’appello di Hong Kong a prelevare una parte dei diritti pagati dalla Cina alla RDCongo per lo sfruttamento di un giacimento minerario.

Altri fondi avvoltoi sono entrati nella danza, richiedendo, davanti ai tribunali, alla RDCongo più di 452 milioni Usd. C’è dunque da temere che i fondi resi disponibili in seguito alla riduzione del debito estero congolese, siano arraffati da questi fondi avvoltoi. Di fronte a questi attacchi, il governo congolese ha chiesto l’aiuto dell’Agevolazione africana di sostegno giuridico, un organismo creato nel 2008 dalla Banca africana dello sviluppo (BAD), per assistere gli Stati attaccati dai fondi avvoltoi. Questo nuovo organismo ha il merito di portare un aiuto concreto ai paesi vittime di questi fondi speculativi, mettendo a loro disposizione degli avvocati, per negoziare e difendere gli Stati davanti ai giudici.

Tuttavia, questo aiuto resta insufficiente di fronte all’ampiezza del fenomeno.

E’ dunque necessario prendere provvedimenti forti, per impedire ai fondi avvoltoi di nuocere ulteriormente.

L’attività dei fondi avvoltoi è, per il momento, legale. Perciò occorrerà instaurare nuove regole. I Governi dovranno decretare illecita la loro attività, vietando la speculazione sui debiti di stato che giova solamente ad un piccolo gruppo di individui senza scrupoli. In attesa di un’iniziativa internazionale di questo tipo, i parlamenti del Sud e del Nord dovranno approvare immediatamente, in modo unilaterale, delle leggi che limitino l’azione dei fondi avvoltoi. Nel 2008, per esempio, il Belgio ha approvato una legge che rende “inaccessibile e inafferrabile” il denaro belga della cooperazione allo sviluppo. I diversi paesi dovranno agire in seno alle istanze europee e internazionali per l’estensione di questo tipo di disposizioni a tutti i fondi, pubblici e privati.

Un progetto di oleodotto denominato “il rettile”?

 Il ministro degli Idrocarburi, Célestin Mbuyu Kabango e il presidente della società Italcon/RDC, Alfredo Carmine Cestari, peraltro console della RDC in Italia e presidente della camera del commercio ItalAfrica centrale, hanno firmato, inizio dicembre 2010, un protocollo di accordo per iniziare lo studio di un progetto di una rete di oleodotti in RDCongo, per collegare l’Est del Paese al litorale Ovest dell’oceano Atlantico.

Il nuovo sistema è soprannominato “il rettile”, perché lungo circa 6500 km da Est a Ovest, dal nord al sud. Secondo le stime del ministero degli Idrocarburi, il costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 13 miliardi Usd.

I dirigenti del gruppo Cestari hanno affermato che lo sfruttamento dei campi petroliferi in Congo creerà nuovi posti di lavoro e grandi vantaggi per le popolazioni locali, ma hanno espresso, soprattutto, il desiderio di vedere “coinvolte” altre imprese italiane, particolarmente quelle specializzate nell’esplorazione, l’ingegneria e la raffinazione.

Tuttavia, alcuni giorni dopo, indica il sito specializzato Africa energy intelligence, è stato dato espressamente ordine di annullare l’accordo. Ragione ufficiosa: Italcon RDC voleva, dopo la realizzazione degli studi, diventare il passaggio obbligatorio per tutti gli investitori interessati al progetto. Inoltre, alcune fonti dubitavano della capacità di Italcon per condurre a termine questi studi di un’ampiezza così rilevante.

Secondo “Africa Energy Intelligence”, la richiesta di annullare l’accordo è arrivata nel momento in cui il colosso italiano Eni aspetta le decisioni di Kinshasa su una concessione per gli idrocarburi del bacino del Lago Eduard, il blocco 4, una delle zone più promettenti dell’est.

L’anno scorso, infatti, il gruppo petrolifero italiano Eni aveva già firmato un accordo per l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi nella provincia del Bacino Centrale e nelle province orientali, dal Lago Kivu al lago Tanganyika. Varie compagnie – oltre l’Eni – come la francese Total, la britannica Tullow Oil e la cinese CNOOC La più interessata per gli idrocarburi congolesi) sono pronte a fare parte di un nuovo consorzio internazionale.

Attualmente, il gigante africano, la RDCongo, non estrae che 25.000 barili di grezzo al giorno, principalmente nel sud-ovest del paese. Ma, come ha ricordato il “Financial Time” all’inizio di settembre, le speranze sono molte: i giacimenti del Lago Alberto, alla frontiera con l’Uganda, rappresenterebbero una riserva di petrolio stimata a due miliardi di barili, ciò che ha suscitato molto interesse e una corsa frenata alle concessioni nella regione del Lago Alberto.

Italcon RDC è una filiale di diritto congolese del gruppo siciliano di costruzioni Cestari.

Italcon RDC è già attivo nel settore elettrico, lavorando già nell’elettrificazione della città di Mbandaka e facendo degli studi, su finanziamento congolese, sull’approvvigionamento in energia elettrica per le città di Beni (Nord-Kivu), di Inongo e Boende (Equateur). Il gruppo Cestari sta costruendo anche l’Edificio Italia a Kinshasa, un complesso di uffici a undici piani e sta realizzando dei progetti di alimentazione in acqua potabile nella periferia della capitale.

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