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Gen 15 2011

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Congo Attualità n. 118

SOMMARIO:EDITORIALE
1. POLITICA INTERNA
2. PER UNA LETTURA DELLA REALTÀ POLITICA
     A) Elezioni presidenziali ad un solo turno
     B) L’adesione del CNDP all’AMP
3. DIRITTI UMANI

 

EDITORIALE

Nella Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), l’attenzione della politica, dei media e del popolo è ormai focalizzata sulle elezioni presidenziali previste per il mese di novembre prossimo. È del tutto normale. Ciò che preoccupa, però, è il contesto politico e sociale in cui si svolgeranno.

A livello sociale, l’ambasciatore francese per i diritti umani, François Zimeray, ha qualificato la situazione dei diritti umani in RDCongo come una situazione di “naufragio”.

Il governo americano ha eliminato la RDCongo dalla lista del programma African Growth and Opportunity Act (AGOA), per non avere effettuato i progressi richiesti, dall’AGOA stessa, in materia di diritti umani. AGOA è un programma di cooperazione economica e commerciale che facilita le esportazioni africane verso gli Stati Uniti.

Human Rights Watch ha denunciato l’incremento dell’arruolamento forzato di centinaia di giovani da parte dell’esercito e dei gruppi armati nell’est del Paese.

Due giornalisti del Sud Kivu sono stati oggetto di arresti arbitrari per aver partecipato ad un programma radiofonico in cui si criticava il discorso del Presidente in Parlamento.

A livello politico, per assicurarsi un posto al potere, ex movimenti ribelli hanno aderito all’Alleanza della Maggioranza Presidenziale che, pur di raccogliere voti, li ha accolti a braccia aperte, nonostante il loro passato criminale.

Per assicurarsi la vittoria elettorale, la maggioranza al potere ha voluto cambiare la modalità delle elezioni presidenziali, passando da un sistema a due turni a quello maggioritario di un solo turno.

I motivi addotti non sembrano convincenti: ridurre le spese ed evitare eventuali violenze tra il primo e il secondo turno. In realtà, si tratta di assicurarsi, da subito, la vittoria elettorale, anche solo con un 20 % – 30 % dei voti espressi.

La procedura implica la revisione della legge elettorale e, soprattutto, la revisione della Costituzione che, entrambe, prevedono elezioni presidenziali a due turni. Se tale revisione può essere legittima, ciò che sorprende è la rapidità (tre giorni) con cui il Parlamento ha approvato gli emendamenti alla Costituzione, anche se in assenza dei Parlamentari dell’opposizione, che hanno lasciato l’aula per dimostrare il loro disaccordo. Ciò che preoccupa è l’idea, che si sta diffondendo sempre più, secondo cui, in democrazia, è la voce della maggioranza che vince e che la voce dell’opposizione non conta nulla. Può essere, questo, un segno della deriva totalitaria di un regime che si sta incamminando sulla strada dell’intolleranza, dell’abusivismo, del soffocamento delle libertà e della “democratura”.

Riuniti insieme, tutti questi elementi possono costituire un grave rischio per la giovane democrazia congolese.

1. POLITICA INTERNA

Il 10 novembre, un mese e mezzo dopo la scadenza del termine fissato dal presidente dell’Assemblea Nazionale, la maggioranza ha fatto pervenire la lista delle quattro persone da lei designate come membri della futura Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (Ceni), essendo gli altri tre stati designati dall’opposizione il 29 settembre. Tra gli ultimi quattro, il pastore Daniel Ngoyi Mulunda Nyanga, protestante metodista nativo del Katanga, presentato come “consigliere spirituale” del Capo dello Stato di cui è un lontano cugino, ha partecipato alla creazione del Partito del Popolo per la Ricostruzione e la Democrazia (PPRD) e, nelle elezioni presidenziali del 2006, aveva appoggiato la candidatura di Joseph Kabila. E’ fondatore di una ONG, Programma Ecumenico per la pace, trasformazione dei conflitti e riconciliazione (Parec) per il ricupero di armi in cambio di un piccolo aiuto in denaro.

Le altre persone designate per far parte della Ceni sono: Crispin Kankonde e Flavien Musoni, membri della precedente commissione, e Mathieu Mpita, membro del partito del Primo ministro, Adolphe Muzito. L’opposizione aveva designato: Jacques Ndjoli, del Movimento di Liberazione del Congo, Carole Kabanga Nkoyi, dei Cristiano-democratici, e Laurent Ndaye Nkondo Mulekelay, dell’Ordine dei Democratici Repubblicani. Alcuni sono stati reclutati in seno ai partiti, disattendendo al criterio di personalità “indipendenti”, non membri cioè di una formazione politica, come raccomandato dalla legge che istituisce la Ceni.

Il 16 novembre, la Commissione parlamentare Speciale e Temporanea per la verifica dei dossier dei candidati al Comitato della CENI ha invalidato le candidature di Djoli Jacques del MLC, Mpita Mathieu del Palu e Ndaye Laurent dell’UMR, non rispondendo al criterio di “personalità indipendente”.

Il Coordinatore del comitato provinciale della Commissione Elettorale Indipendente (CEI) del Nord-Kivu, Kasereka Ngalyavusa, ha affermato che sui 792 centri di iscrizione attivati nel 2005 nella Provincia del Nord-Kivu, quest’anno ne sono stati soppressi 506 per mancanza di fondi. Ne sono stati mantenuti solo 286, distribuiti in tutta la provincia. Questa riduzione drastica del numero di centri di iscrizione preoccupa molto i responsabili politici e le ONG che si chiedono come una persona potrà percorrere molti chilometri, addirittura una giornata intera, per andare a farsi iscrivere. Tale situazione rischierà di scoraggiare più di un elettore e di fare perdere credibilità alla CEI.

L’8 dicembre, nel suo intervento al Parlamento riunito in Congresso, il Capo dello Stato, Joseph Kabila, ha affermato la necessità di un calendario elettorale realistico che tenga conto del quadro giuridico in vigore e delle condizioni materiali e tecniche richieste.

Ai termini dell’articolo 73 della Costituzione, “lo scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica è convocato dalla Commissione Elettorale Nazionale, novanta giorni prima della scadenza del mandato del Presidente in esercizio”. Facendo i calcoli, le elezioni presidenziali dovrebbe tenersi tre mesi prima del 6 dicembre 2011, data che coincide con la fine costituzionale del mandato presidenziale di Joseph Kabila. È dunque nella prima quindicina del mese di settembre 2011 che il popolo dovrebbe andare alle urne per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Il 13 dicembre, il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), ex-ribellione diventata partito politico, ha aderito all’Alleanza della Maggioranza Presidenziale (AMP), la piattaforma elettorale del presidente Joseph Kabila in vista delle elezioni del 2011.

Il 14 dicembre, alla chiusura del 1° congresso dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), Etienne Tshisekedi è stato designato presidente del partito e candidato per le elezioni presidenziali del 2011. Secondo Valentin Mubake, membro del comitato politico dell’UDPS, Etienne Tshisekedi è carismatico e possiede un certo numero di qualità, come la costanza, l’integrità morale e i valori repubblicani.

Il 14 dicembre, Vital Kamerhe, deputato nazionale originario di Bukavu, ha annunciato le sue dimissioni dal Partito del Popolo per la Ricostruzione e la Democrazia (PPRD), il partito del presidente Joseph Kabila e dal suo mandato di deputato all’Assemblea Nazionale. Ha aggiunto che si presenterà come candidato alle elezioni presidenziali di novembre 2011, se designato dal suo “partito di opposizione”, l’Unione per la Nazione Congolese (UNC) creato in giugno scorso.

In un suo discorso, l’ex presidente dell’Assemblea Nazionale ha severamente criticato il regime al potere e ha denunciato l’esistenza di un governo parallelo che agisce a scapito del benessere del popolo congolese. Vital Kamerhe non è il solo deputato a lasciare il PPRD e l’Assemblea Nazionale. Con lui, si sono dimessi anche una decina di altri deputati per aderire al suo movimento.

Originario della provincia del Sud-Kivu ed ex stretto collaboratore del presidente Joseph Kabila, nel marzo 2009, Kamerhe era stato criticato dal suo partito e costretto alle dimissioni dalla Presidenza dell’Assemblea Nazionale, per avere qualificato di “grave” l’entrata, in gennaio dello stesso anno, di truppe ruandesi nell’est della RDCongo per un’operazione congiunta con l’esercito di Kinshasa contro i ribelli hutu ruandesi delle FDLR.

Proponendo delle soluzioni per mettere fine al conflitto all’est del Paese, Vital Kamerhe ha affermato che il Ruanda dovrebbe “aprire lo spazio politico per vere trattative con degli Hutu e dei Tutsi moderati, in vista di una riconciliazione nazionale”, e ha auspicato l’istituzione di una “forza speciale di 3.000 uomini”, del tipo operazione Artémis (missione europea inviata nel 2003 in Ituri, sotto mandato dell’ONU) per disarmare le ribellioni.

Il 15 dicembre, Vital Kamerhe si è recato a Goma (Nord Kivu), per la presentazione del suo nuovo partito politico. Il suo arrivo a Goma è stato un po’ movimentato. In un primo tempo, il corteo che l’accompagnava dall’aeroporto è stato bloccato ad un incrocio da un gruppo di moto-taxi che avevano visibilmente l’intenzione di sbarrargli la strada. I simpatizzanti di Kamerhe si sono quindi scontrati con i moto-taxi. Ci sono stati dei lanci di pietre e dei tafferugli tra i due gruppi e la polizia è intervenuta sparando in aria per disperderli. Secondo il sindaco di Goma, gli incidenti sono esplosi tra i sostenitori di Kamerhe e dei militanti del partito presidenziale, il PPRD, quando i secondi hanno iniziato ad accusare i primi di essere dei “traditori”. Vital Kamerhe non ha quindi potuto pronunciare alcun discorso a Piazza Grande. Quando poi ha voluto recarsi presso il governatore, è stato impedito da un cordone di polizia.

Il governatore Julien Paluku ha affermato che, al momento degli incidenti, non era in città. Vital Kamerhe dice che si è voluto impedirgli di tenere il suo discorso. Da parte loro, i responsabili della polizia smentiscono di avere voluto formalmente attaccare i suoi militanti. Alla fine della giornata, a Goma, molti si chiedevano come potrebbe una campagna elettorale durare quasi un anno in tale clima.

Il 16 dicembre, dopo Goma, Vital Kamerhe è arrivato a Bukavu (Sud Kivu). Un lungo corteo l’ha accompagnato dall’aeroporto di Kavumu fino all’entrata della città, ove le autorità provinciali avevano già installato un forte dispositivo di sicurezza. La tribuna da cui abitualmente le autorità si rivolgono alla popolazione, era inaccessibile e sorvegliata dagli agenti di polizia. Una grande folla, composta essenzialmente di simpatizzanti dell’Unione per la Nazione Congolese (UNC), si è data appuntamento alla piazza detta dell’indipendenza. Il corteo si è poi diretto verso piazza Mulamba, presso la sede del partito, dove Vital Kamerhe si è brevemente rivolto alla popolazione dicendo di voler evitare eventuali incidenti. “C’è già un ferito e non voglio che ce ne siano altri”, ha affermato, promettendo alla folla di richiedere la liberazione dei manifestanti arrestati: “Questa è intimidazione. Le intimidazioni devono cessare. Nessuno deve più intimidirvi”.

Il 3 gennaio, a dieci mesi delle elezioni generali, il portavoce del governo congolese, Lambert Mende, ha annunciato che l’Alleanza per la Maggioranza Presidenziale (AMP) presenterà in parlamento una proposta di elezioni presidenziali a un solo turno, meno “onerose” e per evitare al Paese “una guerra identitaria”. “A differenza di uno scrutinio a due turni come previsto dala Costituzione e sperimentato nel 2006, uno scrutinio ad un solo turno sarebbe “meno oneroso (350 milioni di dollari invece di 700) ed eviterebbe al paese di cadere in guerre identitarie, come in Kenya, Guinea o Costa d’Avorio, anche se implicherebbe una revisione parziale della Costituzione e della legge elettorale”, ha egli affermato.

Il ministro Mende ha dichiarato che la revisione costituzionale riguarderebbe, fra altro, le modalità delle elezioni del presidente della Repubblica, affermando che, per imperativi di ordine “finanziario ed economico”, è tempo di riconsiderare l’attuale modalità, per favorire elezioni presidenziali a suffragio diretto a un solo turno. Ciò esige innanzitutto la revisione della Costituzione che, nel suo articolo 71, capoverso 1, dispone che “il Presidente della Repubblica è eletto a maggioranza assoluta dei suffragi espressi. Se questa non è ottenuta al primo turno dello scrutino, si procederà, entro quindici giorni, a un secondo turno”. Il capoverso 3 dello stesso articolo stipula che è dichiarato eletto al secondo turno, il candidato che ha ottenuto la maggioranza dei voti espressi”.

L’ex-presidente dell’Assemblea Nazionale, Vital Kamerhe, possibile candidato nelle elezioni presidenziali di novembre 2011 per il suo partito, l’Unione per la Nazione Congolese (UNC), ha affermato che “cambiare le regole del gioco alla vigilia delle elezioni sembra un passo politico immorale e irresponsabile che si avvicina all’imbroglio… Lo scrutino maggioritario a due turni è il meglio indicato per un paese con 453 tribù”.

Thomas Luhaka, un responsabile del Movimento per la Liberazione del Congo (MLC), uno dei principali partiti dell’opposizione, ha definito la proposta come “inaccettabile”, stimando che “rischia di intaccare la legittimità del presidente eletto. Vogliono evitare il secondo turno perché hanno paura”.

Il ministro Lambert Mende ha affermato che “essendo il costo delle elezioni a due turni stato valutato a 700 milioni USD contro 350 milioni USD per uno scrutinio ad un solo turno, la scelta è chiara.”

Secondo il giornale Le climat tempéré, probabilmente il ministro Mende non ha detto la verità.

Infatti, il 27 settembre 2010, il Comitato di pilotaggio del progetto di appoggio al ciclo elettorale (PACE), aveva approvato un bilancio globale di 715.450.766 USD per l’insieme del processo elettorale. Tale bilancio presentato comprendeva: 148.922.594 USD per l’operazione di revisione dello schedario elettorale; 238.173.511 USD per le elezioni presidenziali, legislative nazionali e provinciali; 114.145.382 USD per le elezioni locali; 134.209.279 USD per le operazioni della CEI/CENI e circa 80.000.000 USD come appoggio logistico della Monusco. È l’insieme del processo elettorale che costa precisamente 715.450.766 USD. Ma le elezioni presidenziali come tali costano nettamente meno, molto meno della metà. E la cifra di 238.173.511 USD ingloba sia le elezioni presidenziali come le legislative nazionali e le provinciali.

Secondo Le climat tempéré, ciò che è stato comunicato all’opinione pubblica è veramente una grande menzogna. In realtà, le spese specifiche di un secondo turno propriamente detto, escludendo le spese comuni con le legislative nazionali e le legislative provinciali, dovrebbero ammontare a circa 2 milioni USD per la stampa delle schede dei due candidati del secondo turno. L’argomento economico, come descritto con enfasi dal portavoce del governo, è una disinformazione pura e semplice. Non sta in piedi.

Il 4 gennaio, fonti parlamentari hanno indicato che l’opposizione e la maggioranza non hanno ancora trovato alcun accordo su un’eventuale revisione della legge elettorale. In una dichiarazione del 30 dicembre 2010 rilasciata a Kinshasa, l’opposizione politica aveva dichiarato di opporsi ad ogni iniziativa che potrebbe andare nel senso di una revisione della legge elettorale. Ma la maggioranza al potere stima che è necessario cambiare questa legge per varie ragioni, particolarmente di ordine economico. Inoltre, secondo la maggioranza, il modo di scrutino proporzionale non favorisce una vera maggioranza in seno al governo. Ma, da parte sua, l’opposizione stima che, essendo la RDCongo un paese post – conflitto, lo scrutino maggioritario a un solo turno porti in sé i germi di esclusione. Emery Okundji, deputato dell’opposizione, spiega i vantaggi delle elezioni presidenziali a due turni: “È un sistema che ha il vantaggio di favorire l’equità e consolidare la democrazia con la rappresentazione di tutti i partiti che partecipano allo scrutinio”.

Il 5 gennaio, l’arcivescovo di Kinshasa, il cardinale Laurent Monsengwo, si è detto favorevole ad un scrutino presidenziale a due turni, affinché il Capo dello Stato sia eletto da “una base sufficientemente ampia”. “Se il candidato passa In un sistema elettorale a un solo turno, un candidato potrebbe matematicamente vincere anche con solo una maggioranza relativa del 20% dei voti e, per questo, non sarebbe sufficientemente rappresentativo. Occorre invece che il Presidente abbia una base sufficientemente ampia, che lo si conosca ovunque e che raggiunga almeno il 51% dei voti”, ha dichiarato il cardinale Monsengwo, aggiungendo: “Lo spirito della legge ci invita a riflettere seriamente su questa questione e a non precipitare le cose”.

L’11 gennaio, l’Assemblea Nazionale dei Deputati ha approvato la proposta di legge relativa alla revisione costituzionale, con 334 voti favorevoli, uno contrario e due astensioni. La votazione si è svolta in assenza dei deputati dell’opposizione, contrari alla revisione costituzionale. Questi ultimi sono usciti dalla sala, in seguito alla non accettazione, da parte della maggioranza, di una mozione di procedura presentata dal loro collega François Mwamba.

Otto sono le disposizioni della Costituzione prese in considerazione da questa proposta di revisione. Si tratta di: il capoverso 1 dell’articolo 71, relativo alla modalità dell’elezione presidenziale; l’articolo 110, relativo alla fine del mandato di un deputato nazionale o di un senatore; l’articolo 126, relativo alla legge finanziaria; l’articolo 149, relativo alle disposizioni generali sulla separazione dei poteri tra il potere giudiziario, esecutivo e legislativo; gli articoli 197 e 198, sul funzionamento dei governi e assemblee provinciali; l’articolo 218 relativo all’iniziativa per la revisione costituzionale; e, infine, l’articolo 226 sul passaggio a 26 province come previsto all’articolo 2, capoverso 1 della Costituzione.

Il 13 gennaio, con 71 voti favorevoli, 1 contrario e 9 astensioni, i Senatori hanno adottato la proposta di legge relativa alla revisione di alcune disposizioni della Costituzione del 2006. Al momento del voto, i senatori dell’opposizione sono usciti dalla sala, stimando che questa revisione della Costituzione è inopportuna.

Il 15 gennaio, l’Assemblea Nazionale dei Deputati e il Senato riuniti in Congresso hanno approvato il progetto di revisione della Costituzione. Su un totale di 608 deputati e senatori, 485 hanno votato per la modifica di otto articoli della Costituzione, mentre otto hanno votato contro e undici si sono astenuti. Più di un centinaio di deputati dell’opposizione hanno boicottato la seduta, come in occasione delle due precedenti all’Assemblea e al Senato. Gli emendamenti riguardano particolarmente il capoverso 1 dell’articolo 71 della Costituzione relativo alla modalità dello scrutino presidenziale che stipula, oramai, che il Presidente della Repubblica viene eletto con la maggioranza relativa dei suffragi espressi e non più con la maggioranza assoluta nel secondo turno. Sono stati modificati anche altri testi, particolarmente l’articolo 110 relativo alla fine del mandato del deputato o del senatore che autorizza ormai questi ultimi a reintegrare il Parlamento, una volta terminato l’esercizio di un’altra funzione politica. Dopo la modifica dell’articolo 126 relativo alle disposizioni generali sulla separazione dei poteri giudiziario, esecutivo e legislativo, i magistrati dei tribunali, finora indipendenti, saranno d’ora in poi sotto l’autorità del ministro della Giustizia.

Il 15 gennaio, l’Assemblea Nazionale ha confermato le proposte dei membri che dovranno far parte del Comitato della Commissione elettorale nazionale indipendente, Ceni.

La maggioranza presidenziale ha presentato il pastore Ngoyi Mulunda, Flavien Musoni, Elisée Nkoy che sostituisce Crispin Kankonde, ex 3 vice presidente della Commissione elettorale indipendente (CEI) e Mathieu Mpita, ex ministro dei Trasporti e Vie di comunicazione. Peraltro, l’opposizione ha presentato il senatore Jacques Ndjoli, il deputato Ndaye Nkondo e la Sig.ra Carole Kabanga, membro della CEI. Questa conferma mette fine alla suspense che si era creata sin dall’apertura della sessione di settembre, a proposito del comitato della Ceni.

2. PER UNA LETTURA DELLA REALTÀ POLITICA

A) Elezioni presidenziali a un solo turno

Il potere di Kinshasa vuole evitare la sindrome della vittoria anelata ma non ottenuta da Laurent Gbagbo, in occasione del primo turno delle elezioni presidenziali in Costa d’Avorio. In tale prospettiva e in vista delle presidenziali di novembre 2011, il regime del Pprd propone quindi di sopprimere semplicemente il secondo turno e di modificare, conseguentemente, la Costituzione congolese. Non sarà, dunque, più questione di organizzare delle elezioni presidenziali a due turni come nel 2006. Le principali ragioni rievocate dal Pprd per una tale manovra sono la riduzione delle spese elettorali, essendo minore il costo di uno scrutinio a un solo turno e la volontà di evitare possibili violenze tra il 1° e il 2° turno, come successo in Guinea e in Costa d’Avorio nel 2010. Tuttavia, la realtà è molto diversa: ciò che Kabila teme è l’unione dell’opposizione dopo il primo turno.

A Kinshasa, si fanno già i calcoli elettorali. Il partito presidenziale, il Pprd, ha perso uno dei suoi più grandi membri: Vital Kamerhe, ex presidente del Parlamento congolese e sostenitore di J. Kabila nella campagna elettorale del 2006. Il Mlc (principale partito di opposizione, di Jean-Pierre Bemba) rimane un grande rivale sulla scena politica congolese. Dopo il suo ritorno dall’estero, Etienne Tshisekedi, eterno oppositore congolese e membro dell’Udps, ha già annunciato la sua candidatura. Anche Vital Kamerhe, iniziatore dell’Unc ha annunciato la sua candidatura, con la singolarità di essere un uomo dell’est della Rdcongo, dove Kabila aveva ottenuto, nel 2006, molti voti.

Sopprimendo la modalità di uno scrutinio a due turni, il Pprd intende operare un tour de force sin dal primo turno. Con delle elezioni a un solo turno, non c’è più il rischio di affrontare una grande coalizione dell’opposizione in un fatidico secondo turno. Tanto più che a livello del Pprd, si conta già sul fatto che non è scontato che Kamerhe, il Mlc e Tshisekedi riescano a coalizzare le loro energie e a presentare un solo candidato, in una consultazione elettorale ad un solo turno.

Il “voto-sanzione” consiste nel non rieleggere un eletto di cui non si è soddisfatti.

Il “voto-precauzione” è esattamente il contrario del “voto-sanzione”. In sostanza, ci si dice: “X è un dirigente pessimo, però è meglio votare per lui – pur sperando la sua sconfitta – per evitare eventuali rappresaglie.”

Il calcolo che sottende la proposta di uno scrutinio presidenziale ad un solo turno è limpido. Il voto “premio al presidente uscente” e il “voto di precauzione” fanno sì che il presidente uscente è quasi sempre il vincitore Relativo del primo turno. “Relativo” significa, in tal caso, che arriva primo, ma totalizza meno del 50% dei voti. È al secondo turno che i presidenti “uscenti” si trasformano, talvolta, in presidenti “usciti”. Tutti gli scrutini africani che il presidente “uscente” non ha accettato (Kenya, Zimbabwe, Costa d’Avorio…) sono degli scrutini di cui non si è accettato il secondo turno. Logico, ma primario e semplicistico, Joseph Kabila Kabange trova dunque “necessario” sopprimere semplicemente il secondo giro.

L’elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale a due turni è una delle disposizioni della Costituzione della V° Repubblica francese, trasportata tale e quale, o quasi, nella costituzione congolese. Il Generale De Gaulle voleva dotare la Francia di un regime più presidenziale degli anteriori. Sotto la III° e IV° Repubblica, il Presidente era eletto indirettamente dalle Camere, meccanismo di cui De Gaulle voleva sbarazzarsi, perché troppo sottomesso al gioco dei partiti. Per aumentare il prestigio della funzione presidenziale, occorreva che fosse conferita direttamente dal “sovrano primario” e che l’elezione avesse luogo direttamente, a suffragio universale. L’idea era che, per scegliere il Presidente di tutti i Francesi, occorreva che il vincitore raggiungesse la maggioranza dei suffragi. Se ciò non fosse stato possibile nel primo giro (risultato che solo De Gaulle riuscì ad ottenere), un secondo turno tra i due migliori del primo turno porterà sempre il vincitore finale ad avere più del 50% dei voti.

Il voto a due turni serve, in questo sistema, innanzitutto ad evitare che si possa trattare un Presidente eletto, in un sistema maggioritario ad un solo turno, col 35% dei voti come “Presidente della minoranza del popolo”. Con solo due candidati in lizza al secondo turno, il vincitore ottiene necessariamente più del 50% dei voti, nonostante l’insoddisfazione degli avversari.

Finora, sulle questioni importanti, il Parlamento congolese ha sempre seguito una disciplina di voto, quella di maggioranza contro opposizione, che permette di approvare facilmente i progetti governativi presentati.

Salvo sorprese, è dunque molto probabile che si adotti la proposta di revisione sia della Costituzione che della legge elettorale. Le proteste dell’opposizione non cambieranno nulla, perché, sul piano formale, la manovra sarà pienamente legale.

Quando Joseph Kabila Kabange sarà stato eletto “presidente della minoranza dei congolesi”, sarà difficile che la popolazione lo accetti passivamente. Bisogna allora aspettarsi delle agitazioni popolari e, conseguentemente, una forte repressione che genererà altre agitazioni in virtù della spirale già molto conosciuta “la violenza genera altra violenza”. Beninteso, queste violenze saranno interpretate dal regime come “tentativi di prendere il potere con la forza” diretti contro un potere “legalmente eletto”. Ci saranno così degli interventi stranieri (Comunità Internazionale, Onu, Unione Africana) che avranno certamente come scopo ufficiale quello di “difendere il potere sorto dalle urne” e, senza dubbio, come scopo meno confessabile, quello di continuare il processo di balcanizzazione del paese.

Rendendosi conto che è impossibile che il candidato Joseph Kabila ottenga la maggioranza assoluta (51% dei voti) nel primo turno, la maggioranza al potere cerca argomenti che possano permettergli di cambiare le regole del gioco elettorale. Ma finora non è riuscita a convincere il popolo congolese. Così per esempio, l’argomento della povertà del paese, invocato per sopprimere la maggior parte dei seggi elettorali nelle province molto popolate dell’est del paese e per presentare una proposta di elezioni presidenziali ad un solo turno, non regge, quando l’AMP, solo sei mesi fa, ha speso per le celebrazioni del cinquantenario dall’indipendenza, più di quanto occorra per organizzare le elezioni di 2011. Se la democrazia è la base del suo potere, l’AMP ha il dovere di privilegiare il cantiere della democrazia piuttosto che quello del prestigio (il gioco di luci e le fontane d’acqua di cui si parla a Kinshasa).

Più l’AMP cercherà di manipolare le regole del gioco durante il gioco, più sarà grande il sospetto di frode. Inoltre il Kivu, che aveva votato massivamente per Joseph Kabila nel 2006, non gli è più del tutto favorevole. Infatti, l’uscita dal campo maggioritario dell’ex presidente della Camera dei Deputati, Vital Kamerhe, molto apprezzato in queste province e la crescente insicurezza nell’est del Paese rendono ancor più difficile l’ipotesi di una rielezione di Joseph Kabila. L’Amp ha già molti antecedenti sfavorevoli agli occhi degli elettori congolesi: la presenza del Ruanda in RDCongo, l’alleanza col CNDP, il carovita, l’insicurezza sotto tutte le sue forme, … Se alla lista, bisogna aggiungere una legge elettorale fatta su misura del candidato Joseph Kabila dell’AMP, secondo alcuni osservatori, l’AMP vuole rendere la vita dei Congolesi ancora più difficile.

Elezioni non accettate dai Congolesi non favorirebbero che la balcanizzazione della R.D.Congo. Già la presenza di un esercito mono-etnico all’est del paese è un chiaro segnale del piano di balcanizzazione del paese ancora in sordina. Vari osservatori pensano che, per diminuire la tensione prima delle elezioni del 2011, invece di modificare la legge elettorale, i legislatori dovrebbero preoccuparsi della riforma dell’esercito e dei servizi di sicurezza, per evitare gli errori del 2006 con un esercito nazionale più debole di una ribellione. Per questi osservatori, un esercito repubblicano neutro è necessario per il gioco democratico: non è uno scrutinio a un solo turno che bisogna offrire ai Congolesi, ma piuttosto un esercito e dei servizi di sicurezza capaci di garantire la sicurezza dei Congolesi e delle Istituzioni dello Stato sorte dalla democrazia.

B) L’adesione del CNDP all’AMP

Nemici ieri… alleati oggi, questo avvicinamento tra il CNDP e l’AMP sembra dettato da un calcolo elettorale molto semplice, secondo il Raggruppamento per lo Sviluppo e la Pace nel Congo (RDPC). Per Gaspard-Hubert Lonsi Koko, del RDPC, attraverso questa adesione, il presidente Kabila “si è assicurato il controllo su tutti i seggi elettorali localizzati nei territori attualmente non accessibili alle FARDC e controllati dal CNDP. D’altra parte, con questa scelta, Kabila spera di contare su questo partito militaro-politico, in caso di contestazione dei risultati dello scrutino. In compenso dell’accordo, un buon numero di elementi del CNDP saranno promossi nella direzione delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC)”.

L’ammissione del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) alla piattaforma presidenziale fa rabbrividire. Il CNDP, lo stesso che ha seminato terrore e desolazione nell’est della RDCongo, si presenta oggi come alleato del Capo dello Stato alle elezioni del 2011. Una decisione pesante di conseguenze. Optando per un’alleanza col CNDP, il Capo dello Stato si addossa le conseguenze di tutti i crimini commessi dall’ex-movimento insurrezionale, diventato più tardi ribellione, prima di rivestire l’abito di partito politico. Anche ultimamente, dei militari provenienti dalle sue file, hanno rifiutato, per un’ennesima volta, di servire la Patria lontano dalle frontiere dell’est, sfidando così un’istruzione della loro gerarchia a livello nazionale. Più recentemente, hanno rifiutato il censimento biometrico. Sono questi dei segni di una loro integrazione non riuscita nelle FARDC. Nello stesso momento, i militari delle FARDC provenienti dal CNDP sono citati in tutti i rapporti sulle violazioni dei diritti dell’uomo e sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali della RDCongo. Sono considerati ormai nella stesso modo che gli Interahamwe, la LRA e le ADF-Nalu. I cinque territori più insicuri sono proprio quelli controllati, in passato, dalle truppe FARDC provenienti dal CNDP. Conseguentemente, l’AMP deve ormai assumersi l’oscuro passato del CNDP. Una trappola per Joseph Kabila.

La notizia ha, inutilmente, sorpreso molti compatrioti. L’amnesia e l’abitudine di lavorare a corto termine sarebbero alla base di questa sorpresa.

Se si perde di vista il fatto che il Ruanda, a tutt’oggi, opera per la divisione del Congo in vista di prendere il controllo sul Kivu;se si dimentica che le potenze occidentali praticano la politica del “dividere per regnare” servendosi dell’Uganda, del Ruanda e del Burundi come Stati-satelliti per destabilizzare l’Africa dei Grandi Laghi ed avere accesso alle sue risorse naturali e alle sue materie prime strategiche, si falsifica il dibattito.

Per realizzare questi obiettivi, conducono azioni coerenti, a corto, medio e lungo termine. Ogni tanto, cambiano strategia, ma gli obiettivi restano gli stessi: infiltrare tutte le istituzioni congolesi per indebolirle dall’interno e creare delle istituzioni parallele, ricorrere allo stupro come arma di guerra e indicare ai loro uomini di fiducia collocati in seno alle istituzioni congolesi ciò che devono fare, ecc.

Tutti i movimenti ribelli creati e sostenuti da Kigali (AFDL, RCD, CNDP) erano suoi Cavalli di Troia. Essi hanno sempre lavorato in seno ad un governo parallelo, per realizzare gli obiettivi di Kigali e dei loro sostenitori occidentali comuni. Quando il CNDP cerca di avvicinarsi ufficialmente ai suoi alleati naturali – perché ufficiosamente ha sempre collaborato con Kabila e i suoi -, si inserisce nella logica coerente della continuazione dell’azione di balcanizzazione del Congo e del saccheggio delle sue risorse naturali e minerarie. Attraverso la loro alleanza, il CNDP e l’AMP restano coerenti nel perseguimento dell’azione criminale e predatrice che conducono in Congo a vantaggio degli interessi propri e di quei paesi che li sostengono.

3. DIRITTI UMANI

Il 18 dicembre, in occasione di una visita definita “sconvolgente”, l’ambasciatore francese per i diritti umani, François Zimeray, ha qualificato la situazione dei diritti umani in RDCongo come una situazione di “naufragio”.

A Goma (Nord Kivu), ha rilevato il caso dei difensori dei diritti umani, che, “minacciati, vivono in modo estremamente duro e doloroso la presenza” in città del generale dell’esercito congolese Bosco Ntaganda, “un uomo perseguito dalla CPI, ma ancora in libertà, perché la lotta contro l’impunità è affermata solo a parole, ma non a fatti”.

“A Goma, ho visto una prigione di 140 posti in cui sopravvivono, in condizioni di igiene e di promiscuità spaventose, 1.046 detenuti”, che non “hanno da mangiare che un bicchiere di fagioli una volta al giorno, esclusi il sabato e la domenica”, ha raccontato François Zimeray.

“Ho visto la sorte delle donne vittime di violenze sessuali e l’assenza totale di assistenza da parte delle istituzioni, se non quelle della comunità internazionale”, ha aggiunto.

Il 20 dicembre, Human Rights Watch ha denunciato l’arruolamento forzato di centinaia di giovani da parte di ufficiali dell’esercito provenienti dall’ex gruppo ribelle del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), della ribellione hutu ruandese delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) e delle milizie congolesi Maï-Maï. “Da settembre, sarebbero stati reclutati almeno 1.000 giovani, di cui almeno 261 minorenni”, scrive l’ONG in un comunicato, precisando che vengono prelevati con la forza nelle scuole o sulla strada, a casa loro o nei campi e che “quelli che oppongono resistenza rischiano violente rappresaglie e, addirittura, anche la morte”.

Tra i reclutatori, Human Rights Watch cita il generale Bosco Ntaganda, ex capo di Stato Maggiore del CNDP e alcuni suoi ufficiali subalterni. Ufficialmente incaricato dell’integrazione delle truppe ex-CNDP nell’esercito, Ntaganda sarebbe, in realtà, il numero due delle operazioni condotte dalle FARDC, da marzo 2009 nei due Kivu, contro le FDLR e milizie Mai Mai e dirigerebbe una catena di comando parallela in seno alle FARDC, come recentemente affermato dal gruppo i esperti dell’Onu per la RDCongo. Il generale è oggetto di un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per arruolamento di minori nel 2002-2003, ma Kinshasa rifiuta di arrestarlo. “E’ scandaloso che un individuo ricercato dalla CPI possa continuare a commettere esattamente lo stesso genere di crimini di cui è accusato”, dichiara Anneke Van Woudenberg, ricercatrice a HRW.

Human Rights Watch accusa anche Innocent Zimurinda, un ex miliziano del CNDP attualmente tenente-colonnello dell’esercito nazionale, per avere organizzato, nelle scuole di varie località, un censimento dei giovani compresi tra i 15 e i 20 anni d’età, in vista del loro reclutamento militare.

Anche il colonnello Baudouin Ngaruye sarebbe implicato in questa operazione di arruolamento forzato dei giovani nelle province del Nord e Sud-Kivu.

L’Ong chiede al governo congolese di “mettere fine” a questi reclutamenti e di “arrestare immediatamente Ntaganda, invece di nascondersi dietro il pretesto che egli sarebbe indispensabile per il processo di pace”.

Il 21 dicembre, il governo americano ha eliminato la RDCongo dalla lista del programma African Growth and Opportunity Act (AGOA). Questa decisione è stata resa pubblica a New York dallo stesso presidente americano, Barack Obama.

Il programma African Growth, promosso dal Congresso americano nel 2000 per una durata di 15 anni, stabilisce una cooperazione economica e commerciale col continente africano per facilitare le esportazioni africane verso gli Stati Uniti e sostenere, in tal modo, non solamente lo sviluppo economico, ma anche le riforme in Africa subsahariana.

A partire dal 1° gennaio 2011, la RDCongo non farà dunque più parte di questa rete commerciale e perderà il suo statuto di partner privilegiato degli Stati Uniti.

La Casa Bianca stima che il governo della RDCongo non ha effettuato i progressi necessari per rispondere ai criteri dell’AGOA, particolarmente in materia dei diritti dell’uomo. Per le autorità americane, le forze di sicurezza congolese e di altri gruppi armati continuano a commettere troppe violazioni dei diritti dell’uomo, in particolare stupri. Inoltre, il governo della RDCongo non ha risposto alle richieste fatte dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale per rimediare a tale situazione. Si tratta di una sanzione contro la RDCongo per un bilancio negativo in materia dei diritti umani, si afferma alla Casa Bianca.

Il 23 dicembre, Reporter senza frontiere hanno denunciato con vigore l’arresto arbitrario, il 17 dicembre 2010, del giornalista Robert Shemahamba, direttore della Radio-televisione Comunitaria Mitumba (RTCM) e corrispondente dell’agenzia Syfia Grandi Laghi. Il giornalista è stato detenuto in una cella dell’Agenzia Nazionale dei servizi di informazioni (ANR), ad Uvira, nella provincia del Sud-Kivu.

Il 12 dicembre, il giornalista aveva animato l’emissione “parlare franco” in cui gli invitati avevano criticato il discorso del presidente Joseph Kabila dell’8 dicembre in Parlamento e la costruzione dello stadio di Uvira, di cui si occupa il vice amministratore del territorio incaricato delle finanze, Victor Chomachoma, sospettato di corruzione.

L’indomani, Robert Shemahamba era stato convocato dal tribunale di grande istanza di Uvira e interrogat dal Procuratore della Repubblica. Era accusato da Victor Chomachoma di “insulto e oltraggi nei confronti di Chomachoma e del Capo dello Stato”. Convocato dall’ANR il 17 dicembre, era stato posto in stato di arresto.

Il giornalista Dominique Kalonzo, corrispondente a Uvira di Radio Maendeleo, con sede a Bukavu, è ricercato dall’ANR per avere partecipato alla stessa emissione. Dal 17 dicembre, ha vissuto in clandestinità. La sua casa è stata perquisita e accerchiata dagli agenti dei servizi dell’ANR che minacciano di arrestare la moglie, se il giornalista non si presentasse.

Alcune manifestazioni sono state organizzate nel territorio di Uvira per chiedere la liberazione di Robert Shemahamba. I manifestanti sono stati brutalmente dispersi dalle forze di polizia.

Dal 20 dicembre 2010, tre radio comunitarie di Uvira hanno iniziato dei programmi speciali per manifestare la loro solidarietà con Robert Shemahamba. Le emissioni sono state sospese e le radio hanno trasmesso solo canzoni tematiche in rapporto con la detenzione del giornalista. Il 24 dicembre 2010, i giornalisti di Uvira hanno organizzato un sit-in davanti all’ufficio dell’amministratore del territorio.

Il 27 dicembre, Robert Shemahamba, è stato rimesso in libertà. Era stato trasferito, il 24 dicembre, da Uvira all’ANR di Bukavu. Una grande incertezza rimane, invece, sulla sorte dell’altro giornalista, Dominique Kalonzo. Rimasto nascosto durante una settimana, il 26 dicembre sarebbe riuscito ad evitare il suo arresto da parte di agenti dell’ANR, grazie all’intervento di alcuni giovani presenti. Ferito, è stato condotto al centro di sanità della città. Secondo informazioni raccolte da Giornalisti in pericolo (JED), organizzazione partner di Reporter senza frontiere, Dominique Kalonzo ha lasciato l’ospedale in compagnia di due individui venuti a rendergli visita. Da allora, non si hanno più notizie su di lui. Né i suoi familiari, né i suoi colleghi di lavoro sanno se è stato sequestrato-arrestato o se si è nascosto ancora una volta.