Mag 03 2010

Congo Attualità n. 108

SOMMARIO:

EDITORIALE
1. NEWS
2. LA VISITA DI MICHAËLLE JEAN, GOVERNATRICE GENERALE DEL CANADA
3. VICTOIRE INGABIRE ARRESTATA A KIGALI
4. RWANDA: UNO SVILUPPO A DUE VELOCITÀ

 

EDITORIALE

Riportiamo l’editoriale di Echos Grands Lacs n. 64 (aprile 2010) diffuso da Eurac.

In un discorso molto politico in occasione della commemorazione del genocidio, il 7 aprile 2010 a Kigali, il Presidente Paul Kagame ha, non solo rievocato le sofferenze indescrivibili delle vittime e delle loro famiglie, ma ha espresso anche il suo disprezzo per le persone che si sentono chiamate a pronunciarsi sulla mancanza di libertà e di spazio politico per i ruandesi che “sono talmente liberi e felici come non lo sono mai stati in vita loro”.

Il Presidente Kagame si stupisce che ci siano “persone che incoraggiano degli hooligans politici, delle persone inutili venute da nessuna parte, fra cui una certa signora, con un collaboratore che è un criminale del genocidio, che dice che c’è stato un genocidio e poi un altro e che il mondo comincia a proclamare leader dell’opposizione”.

Alcuni giorni prima, queste stesse idee erano state formulate in modo più esplicite in un articolo intitolato “Genocide deniers and their agents” apparso sul New Time.

Certo, è molto importante commemorare le sofferenze delle vittime e il lutto dei superstiti, affinché non si dimentichi mai ciò che è accaduto e affinché tutti insieme si gridi “mai più”. Anche noi ci incliniamo con rispetto davanti al loro dolore. Ma ci dispiace profondamente che queste sofferenze e questo dolore siano utilizzati per sopprimere ogni spazio politico. Dal 1994, il paese è gestito in un clima psicologico fondato su una logica di vincitori contro perdenti, vittime contro boia, ciò che conduce ad un progetto di società basata sull’esclusione, sulla stigmatizzazione e su un muro di silenzio intorno a certi argomenti.

È assolutamente prioritario che i crimini di genocidio contro i Tutsi siano esaminati, trattati e puniti, ma ci dispiace profondamente che, durante tutto questo tempo, ci sia stato e ci sia ancora un tabù enorme sui crimini commessi dal FPR dall’inizio della guerra. Questo tabù è consolidato da un quadro legale relativo a nozioni vaghe e mal definite, come la diffusione dell’ideologia genocidaria, il negazionismo e il divisionismo. Questi termini sono applicati a tutti coloro che hanno una lettura della storia recente del Ruanda diversa da quella ufficiale . Pensiamo che molte persone demonizzate in questi termini dalle autorità ruandesi non negano il genocidio. Sanno che i crimini del FPR non possono essere paragonati al genocidio. Ma trovano che ciò non è un argomento sufficiente perché i crimini commessi dal FPR possano restare impuniti, come l’ha dichiarato un gruppo di accademici del mondo intero nel giugno 2009. Finché le sofferenze di una parte delle vittime non potranno essere espresse, prese in considerazione e curate, il paese e la sua popolazione non arriveranno mai ad assumere il passato traumatizzante e non potranno mai iniziare un processo di vera riconciliazione. Oggi, le sofferenze e il lutto sono strumentalizzati in un contesto preciso: quello delle elezioni presidenziali del 9 agosto 2010. Sono usati in modo abusivo per paralizzare i leader dell’opposizione nelle loro attività politiche alla base, per impedirli di lavorare e, finalmente, di esercitare i loro diritti politici.

1. NEWS

Bernard Ntaganda, capo del partito di opposizione PS Imberakuri e candidato alle elezioni presidenziali del 9 agosto prossimo, è stato dimesso dalle sue funzioni. Christine Mukabunané assicurerà l’interim fino all’elezione di un nuovo capo del partito fra due mesi. Una frangia del partito accusa Bernard Ntaganda di essere implicato nelle recenti esplosioni di bombe a Kigali e di aderire all’ideologia genocidaria. Ntaganda nega queste accuse e accusa, a sua volta, il partito al potere, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), di averlo fatto dimettere per annientare il suo partito, l’unico partito di opposizione registrato dal governo ruandese.

Il 24 marzo, il Centro di Lotta contro l’Impunità e l’Ingiustizia in Ruanda (CLIIR) e le associazioni membri della Società Civile ruandese (SOCIRWA), hanno organizzato una manifestazione pacifica davanti alle Ambasciate degli Stati Uniti e del Regno Unito della Grande Bretagna a Bruxelles. Gli obiettivi di questa manifestazione sono:

1. chiedere l’intervento di queste due grandi potenze per ottenere la liberazione di Déo MUSHAYIDI rapito in Burundi e incarcerato in Ruanda, di Joseph NTAWANGUNDI condannato da un Gacaca fittizio, di Charles Ntakirutinka condannato a 10 anni, di Théoneste Niyitegeka condannato a 15 anni e per esigere la sicurezza e la libertà di azione degli altri oppositori politici ruandesi, Frank Habineza, Bernard Ntaganda, Victoire Ingabire Umuhoza,…

2. denunciare l’assenza di una giustizia indipendente ed equa in Ruanda e l’impunità di cui godono i capi militari e politici del FPR, implicati in crimini di genocidio commessi in Ruanda e in Repubblica Democratica del Congo (RDC).

3. denunciare il sostegno dell’Inghilterra e degli USA al regime FPR e il mutismo della Comunità Internazionale di fronte ai crimini del FPR commessi negli ultimi 15 anni.

4. chiedere alle autorità britanniche e americane di assumere le loro responsabilità e di rivedere il loro appoggio politico, militare, economico e diplomatico accordato al regime ruandese che non dimostra alcun rispetto verso i valori universali della democrazia, dei diritti umani e delle libertà pubbliche.

Il 7 aprile, in occasione della 16ª commemorazione del genocidio del 1994, il Presidente Paul Kagame ha trattato gli oppositori di “hooligans politici”, “persone venute da nessuna parte… persone inutili”, presentandoli come persone che vorrebbero instaurare i valori della democrazia multipartitica, un sistema che gli Occidentali hanno impiegato “centinaia… migliaia d’anni” per mettere in pratica nei loro paesi.

1. Se, nello sport, generalmente il calcio, un hooligan, un tifoso, utilizza la violenza per condizionare l’esito di una partita, allora un hooligan politico è un adepto di un partito che utilizza la violenza per influenzare l’esito di un confronto politico.

2. In questa materia, i dirigenti del Fronte Patriottico Ruandese in generale e il suo Presidente Paul Kagame in particolare, hanno sistematicamente usato dei mezzi violenti per regolare delle questioni politiche e ciò sin dal 1990, sia in politica interna che in politica estera.

3. Se ci sono degli hooligans politici, non è dunque tra le FDU-Inkingi che bisogna cercarli, ma nel FPR-Inkotanyi.

4. Affermare che i Rwandesi non sono maturi per la democrazia e che bisognerebbe aspettare ancora “centinaia… migliaia d’anni” è espressione del disprezzo più abietto che si possa avere nei confronti di un popolo. È il Fronte Patriottico Rwandese che non è pronto per la democrazia, non il popolo rwandese.

5. E’ giunto il tempo in cui la politica deve cambiare logica: la politica deve passare dalla logica del potere che punta ad acquistare più potere possibile, per mantenerlo il più possibile e per mezzo della violenza e della menzogna, a quella della responsabilità, i cui principi di base consistono nell’esercitare le proprie responsabilità insieme ad altri, in un tempo limitato e in un settore determinato, perché non si può essere competenti in tutto.

Come ogni altro popolo nel mondo, i Rwandesi sono perfettamente capaci di scegliere i loro dirigenti. Sono perfettamente capaci di scegliere le politiche economiche convenienti votando per un programma preciso. Sedici anni dopo il genocidio, non è più possibile strumentalizzarlo per continuare a differire il momento in cui i Rwandesi possano esercitare i loro diritti politici.

Il 10 aprile, il presidente Paul Kagame ha proceduto a un cambiamento al vertice del ministero della Difesa, nominando ministro della Difesa un suo stretto collaboratore, il generale James Kabarebe, finora Capo di Stato Maggiore dell’esercito. Sostituisce in questo incarico il generale Marcel Gatsinzi che diventa ministro dei rifugiati e dei disastri.

Il Presidente Paul Kagame ha proceduto anche a un rimaneggiamento ai vertici delle Forze Rwandesi della Difesa (FRD): il Lt generale Charles Kayonga, comandante dell’esercito di terra, è stato nominato nuovo Capo di Stato Maggiore delle FRD. È sostituito dal maggiore generale Caesar Kayizari. Il maggiore Gatete Karuranga, promosso al grado di Lt Colonnello, è stato nominato capo del servizio di informazione esterna. Il capo dell’aeronautica militare, il Lt generale Charles Muhire, è stato designato comandante delle forze di riserva. Il comando dell’aeronautica militare è stato confidato al maggiore Joseph Damari, promosso direttamente al grado di colonnello.

Alcuni osservatori vedono nella nomina di James Kabarebe a Ministro della Difesa il segno di una ripresa in mano dell’esercito da parte del presidente Kagame, in seguito ai vari attacchi alla granata avvenuti nella capitale e a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

A prima vista, le nomine del 10 aprile 2010 si iscrivono nel quadro della riorganizzazione di un esercito divenuto troppo numeroso e pletorico. Ma guardando più da vicino e alla luce degli ultimi avvenimenti (defezioni del colonnello Karegeya e del generale Kayumba), si nota che si tratta essenzialmente di restringere le file intorno al piccolo cerchio iniziale dei combattenti che erano con Kagame a Mulindi nel 1994 e, nello stesso tempo, di “gestire” il caso dei rari “Hutu di servizio”, particolarmente quello di Marcel Gatsinzi.

Il 20 aprile, l’esercito rwandese ha annunciato l’arresto e la sospensione di due dei suoi principali generali, imputati di “corruzione” e di “cattiva condotta”.

Il generale Emanuel Karenzi Karake è stato sospeso dalle sue funzioni “per cattiva condotta non conforme ai principi che reggono la disciplina delle Forze Rwandesi di Difesa” (RDF), ha annunciato il portavoce dell’esercito, il maggiore Jill Rutaremara. Il generale Charles Muhire è anch’egli stato sospeso “per crimine grave di corruzione e abuso di potere”, ha indicato il maggiore Rutaremara, precisando che i due ufficiali superiori “erano stati arrestati”.

“Questa decisione è stata presa per rinforzare la disciplina, il rispetto e la fiducia in seno dell’esercito rwandese”, ha egli spiegato.

Il generale Karenzi Karake, detto “KK”, è l’ex numero due della missione di pace ONU-Unione Africana (Minuad) dispiegata nel Darfour (ovest del Sudan) e che comprende anche un importante contingente rwandese.

Ex Capo di Stato Maggiore delle forze aeree, il generale Muhire era appena stato nominato, il 10 aprile scorso, capo di Stato Maggiore della Forza di riserva dell’esercito.

Tutti e due Tutsi anglofoni provenienti dalla diaspora ugandese, come il presidente Kagame, facevano parte del cerchio molto ristretto dei capi militari di alto rango del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), ex ribellione in maggioranza tutsi diretta da Paul Kagame. In particolare, il generale Karake ha svolto un ruolo molto importante nell’offensiva condotta nel 1996 in Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), durante la quale decine di migliaia di rifugiati hutu rwandesi furono massacrati.

Una fonte ben informata stima che Paul Kagamé sta operando una vera purga in seno all’esercito rwandese, per sbarazzarsi di coloro che potrebbero fargli ombra. A Kigali, aggiunge questa fonte, oggi si soprannominano i militari che occupano ruoli importanti i “yes boss”, quelli che dicono sempre “sì padrone”.

L’organizzazione Reporter senza frontiere denuncia la sospensione di due giornali indipendenti rwandesi, Umuseso e Umuvugizi, per una durata di sei mesi. Tale decisione è stata resa pubblica il 13 aprile 2010 dal segretario esecutivo dell’Alto Consiglio dei media, Patrice Mulama, in un momento di tensione tra la stampa indipendente e le autorità politiche. A cinque mesi dalle elezioni, presidenziali, essa esclude di fatto questi giornali dalla campagna elettorale.

Reporter senza frontiere ha affermato: “All’avvicinarsi delle elezioni presidenziali di agosto 2010, questa misura tende a soffocare ogni voce critica e priva i Rwandesi di un’alternativa ai giornali di stato. Prendendo gli ordini dal più alto vertice dello stato, l’Alto Consiglio dei media organizza così una campagna elettorale bloccata e monolitica”.

L’Alto Consiglio dei media accusa i due settimanali di “incitamento dell’esercito e della polizia alla disobbedienza agli ordini dei loro capi”, “pubblicazione di notizie che recano offesa all’ordine pubblico”, “diffusione di voci”, “diffamazione” e “intromissione nella vita privata delle persone”.

In diverse regioni del Paese, i tribunali Gacaca sono ancora in attività e le condanne emanate colpiscono principalmente i commercianti, i funzionari dello Stato e altre persone che godono una certa considerazione in seno alla loro comunità. La strategia utilizzata è la seguente:

– Dei membri del FPR si recano nella loro regione di origine e, attraverso IBUKA, redigono delle liste di persone ritenute indesiderabili. Tornano a Kigali con tali liste per completarle e preparare le direttive da dare ai giudici dei Gacaca;

– Come i Gacaca locali talvolta assolvono i loro vicini, perché sanno che sono innocenti, dei responsabili di Gacaca di un’altra regione ricevono la missione di recarsi sul luogo di residenza degli imputati, non tanto per giudicarli, ma per condannarli direttamente, senza offrire loro la minima opportunità di presentare i motivi di difesa;

– In tal modo, numerose sentenze vengono pronunciate in tutta fretta da inyangamugayo (giudici dei gacaca) estranei alla regione dove si svolge il processo e nei confronti di imputati che essi non conoscono.

2. LA VISITA DI MICHAËLLE JEAN, GOVERNATRICE GENERALE DEL CANADA

Il 18 aprile, un gruppo di persone riunite a Montreal ha presentato, in una conferenza stampa, una dichiarazione in cui chiedono al Canada di cessare di passare sotto silenzio i crimini commessi dal dittatore Paul Kagame. Il gruppo comprende, tra altri, Jean-Marie Ndagijimana, ex ambasciatore del Ruanda e autore del libro “Paul Kagame ha sacrificato i Tutsi” e Luc Marchal, il comandante del settore Kigali del MINUAR nel 1994.

A proposito della visita ufficiale della governatrice generale del Canada, Michaëlle Jean, in Ruanda, dal 20 al 23 aprile 2010, il gruppo afferma che ella dovrebbe approfittare di tale visita per esigere: che le elezioni presidenziali del mese di agosto 2010 siano libere e democratiche; che i partiti di opposizione siano autorizzati a svolgere la loro campagna elettorale e che degli osservatori indipendenti siano autorizzati a circolare liberamente per controllare, sin da ora, la campagna elettorale stessa”.

Secondo Augustin Baziramwabo, presidente della Comunità degli immigrati rwandesi della regione d’Ottawa-Gatineau (CIRO), varie sono le problematiche che dovrebbero attirare l’attenzione di Michaëlle Jean durante la sua visita in Rwanda.

Il primo aspetto fa riferimento alla democrazia. La guerra “di liberazione” innescata dal Fronte Patriottico Rwandese (FPR) il 1° ottobre 1990 e che ha poi condotto al genocidio rwandese del 1994, aveva come scopo, secondo le dichiarazioni dei suoi iniziatori, quello di “instaurare la democrazia in Ruanda”. Dopo sedici anni, la situazione è calamitosa: lo spazio politico è abbondantemente limitato da diverse disposizioni “legali”, come quella che obbliga ogni formazione politica a far parte del “forum dei partiti” controllato dal FPR al potere; il paese vive nel totalitarismo di un partito-stato, il FPR; i diritti umani sono costantemente beffeggiati; la strumentalizzazione del genocidio ruandese ha condotto a dei processi sommari che violano i diritti e libertà elementari dei cittadini; il fossato tra una minoranza opulenta e una massa popolare impoverita diventa sempre più ampio; secondo una deliberata politica per affamare la popolazione delle campagne, i contadini sono costretti a coltivare dei prodotti destinati all’esportazione, come i fiori, mentre muoiono di fame per mancanza di prodotti alimentari. Si assiste impotenti ad un multipartitismo di facciata. Prossimamente, i Rwandesi si recheranno alle urne per le presidenziali 2010 previste per il mese di agosto, ma il restringimento dello spazio politico li impedirà di esprimersi liberamente.

Mentre vari partiti fittizi sono stati registrati e riconosciuti senza alcuna difficoltà, le Forze Democratiche Unificate (FDU) di Victoire Ingabire, la figura di spicco dell’opposizione ruandese, non sono state autorizzate a tenere il loro congresso costitutivo. Ritornata dall’esilio in gennaio scorso per fare registrare il suo partito, la Ingabire è oggetto di assilli e vessazioni amministrative e poliziesche incessanti. Giocando con una certa retorica confusa, le autorità ruandesi accusano oggi la Ingabire di “divisionismo”, di “negazionismo” e di “ideologia genocidaria”. Queste accuse costituiscono un’arma regolarmente brandita dal FPR nei confronti dei suoi concorrenti politici, con lo scopo di squalificarli per le prossime elezioni presidenziali.

La seconda problematica fa riferimento alla libertà di espressione. Solo i media filo governativi hanno voce in capitolo per vantare i meriti del regime. Il presidente Kagame ha appena sospeso la pubblicazione di due giornali locali, “Umuseso” e “Umuvugizi”. Questi due settimanali in lingua Kinyarwanda (lingua locale) erano molto apprezzati dal popolo rwandese, perché erano i soli a poter denunciare gli errori del potere incarnato da Paul Kagame.

La terza problematica, pietra basilare di una democrazia degna di questo nome, riguarda la giustizia. I tribunali popolari “Gacaca” erano stati creati come un suppletivo prammatico al sistema giudiziario classico. Il bilancio della loro attività è, quanto meno, discutibile. Dopo circa dieci anni di esistenza, questi tribunali hanno meritato, a buon diritto, l’epiteto di giustizia del vincitore e, in molti casi, sono diventati un luogo di corruzione, un’opportunità di spoliazione dei beni altrui e, infine, un mezzo di repressione continua.

La comunità ruandese del Canada è in diritto di chiedere al governo canadese, attraverso la governatrice generale, di cessare di essere un appoggio morale di una dittatura che non dice il suo nome. Michaëlle Jean dovrebbe essere la voce forte di tutti i “senza-voce” del Ruanda, richiedendo con tutta la sua forza l’apertura dello spazio politico in questo paese.

Il 20 aprile, in un comunicato diffuso in occasione della visita di Michaëlle Jean, il congresso rwandese del Canada afferma di temere che il tema della democrazia e del buon governo sia sacrificato a profitto dei “successi”, reali o apparenti, del regime di Kigali (economia, sicurezza) e, soprattutto, perché questa visita si realizza nel contesto della commemorazione del 16° anniversario del genocidio ruandese. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, il regime di Paul Kagame reprime sistematicamente i suoi oppositori, accusandoli di propagare l’ideologia genocidaria, come l’ha dimostrato Human Rights Watch. La governatrice generale del Canada solleverà il caso della dirigente dell’opposizione e candidata all’elezione presidenziale, Victoire Ingabire, che è vittima di molteplici soprusi amministrativi e giudiziari sin da quando è ritornata dall’esilio e che non riesce a fare registrare il suo partito politico? La governatrice riuscirà a chiedere al presidente Kagame di abrogare la legge sull’ideologia genocidaria, legge che reca offesa al pluralismo politico? Riuscirà a dire a Kagame di abbandonare la strategia di aggressione contro l’opposizione politica e di favorire una vera riconciliazione nazionale, attraverso la tenuta di un dialogo inter ruandese? Farà pressione sul regime di Kigali affinché inizi le riforme politiche necessarie per una maggiore stabilità del Ruanda e della regione dei Grandi Laghi in generale? La governatrice generale si recherà al Centro commemorativo del genocidio di Gisozi. La migliore commemorazione che si possa fare in questo momento in ricordo delle vittime del genocidio ruandese è di fare in modo che il loro sangue non sia stato versato invano. Ciò esige la denuncia vigorosa anche delle attuali derive dittatoriali del regime di Paul Kagame. Non farlo, sarebbe un insulto alle vittime del genocidio ruandese. Non farlo, sarebbe proteggere un regime che, presto o tardi, porterà ineluttabilmente il Ruanda verso un’altra tragedia, come molti osservatori attenti non cessano di dirlo.

Ella parteciperà anche ad un incontro sulla riconciliazione nazionale. Chiederà giustizia anche per i crimini di guerra commessi dal Fronte Patriottico Ruandese di Paul Kagame? Chiederà i risultati delle inchieste sulle uccisioni dei padri canadesi Guy Pinard e Claude Simard, di Hélène Pinsky e della sua famiglia e di fratel François Cardinal?

 Il 21 aprile, la governatrice generale del Canada, Michaëlle Jean, in occasione della sua visita ufficiale a Kigali, ha riconosciuto “una parte di responsabilità” del suo paese nell’inoperosità della comunità internazionale all’epoca del genocidio rwandese del 1994. “Nel 2008, in una mozione del governo del Canada, è stato reiterato che il genocidio è stato possibile per l’indifferenza e la passività della comunità internazionale che ha gravemente mancato al suo dovere di assistenza ad una popolazione in pericolo”, ha spiegato la governatrice. “Il Canada non esita a riconoscere la sua parte di responsabilità”, ha poi proseguito. “Credo che avremmo potuto fare una differenza, credo che avremmo potuto limitare l’ampiezza dell’orrore”, ha aggiunto Michaëlle Jean.

 

3. VICTOIRE INGABIRE ARRESTATA A KIGALI

 Il 21 aprile, Victoire Ingabire, un’oppositrice rwandese che aveva annunciato la sua decisione di presentarsi come candidata alle elezioni presidenziali previste in agosto, è stata arrestata a Kigali per “collaborazione con un’organizzazione terroristica, divisionismo, propagazione dell’ideologia genocidaria, negazionismo e minimizzazione del genocidio dei Tutsi in Ruanda nel 1994”. E’ inoltre accusata di collaborazione coi ribelli hutu rwandesi delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) basati nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo). La Ingabire è presidentessa delle Forze Democratiche Unificate (FDU), un partito che non è ancora stato riconosciuto dalle autorità ruandesi. Queste ultime settimane, le FDU avevano denunciato “un numero crescente di minacce, aggressioni e vessazioni subite dall’opposizione all’avvicinarsi delle prossime elezioni presidenziali” e avevano accusato le autorità rwandesi di bloccare deliberatamente il riconoscimento del partito, per impedire la partecipazione della Ingabire alle elezioni.

Eugene Ndahayo, ex vicepresidente delle FDU e in esilio a Parigi ha dichiarato: “Eravamo partiti per un combattimento politico basato sulla non violenza, ma l’arresto di Ingabire dimostra chiaramente che il regime di Kigali non è ancora pronto ad accettare la competizione democratica”.

Il 21 aprile, il Comitato di Sostegno alle FDU-Inkingi condanna nei termini più vigorosi l’arresto della Presidentessa dei FDU-Inkingi, Victoire Ingabire Umuhoza, a causa delle sue opinioni politiche sul modo di procedere per arrivare ad una vera riconciliazione nazionale, alla pace e al ristabilimento di uno stato di diritto che garantisca le stesse possibilità per tutti i cittadini e che metta fine alla violenza politica, in vista di una competizione democratica non violenta per l’esercizio del potere. È tragico per il Ruanda che un appello ad una giustizia equa per tutti i cittadini rwandesi, indipendentemente dalla loro appartenenza politica o etnica e un invito ad un dialogo nazionale inclusivo siano trasformati in accuse di ideologia genocidaria, divisionismo e collaborazione con un’organizzazione terroristica, le FDLR. Tale atto illegale è non solo una sfida alla coscienza e alla dignità di tutto il popolo ruandese, ma anche alla comunità internazionale, in particolare ai governi stranieri che sostengono ancora attualmente quello del Ruanda. Infine, il Comitato di Sostegno alle FDU-INKINGI esige la liberazione immediata e senza condizioni della Ingabire.

Secondo Bernard Desgagné, l’arresto arbitrario di Victoire Ingabire da parte del regime del Fronte Patriottico Ruandese di Paul Kagame, è un’inammissibile dimostrazione di arroganza e di crudeltà che ha lo scopo di imbavagliare ogni opposizione politica e di evitare che Paul Kagame sia un giorno condotto davanti alla giustizia, per rispondere dei suoi immensi crimini. Paul Kagame sa che il FPR e lui stesso non hanno nessuna possibilità di vincere delle elezioni organizzate secondo vere condizioni democratiche e sa anche che, se perdesse, la verità uscirebbe alla luce del giorno e la giustizia potrebbe, infine, seguire il suo corso, ciò che significherebbe probabilmente la fine del regime dittatoriale del FPR, la riconciliazione di tutto il popolo rwandese e la fine delle sofferenze del popolo congolese.

C’è un solo modo di mettere fine alla violenza in Ruanda e in RDCongo: cessare di fare la politica dello struzzo, come attualmente fanno i media e gli uomini della politica e della diplomazia internazionale. È tempo che si ponga un termine alla menzogna e all’occultazione che permettono a Paul Kagame di mantenersi al potere con l’appoggio di vari Paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Belgio e il Canada. Gran parte delle attuali violenze compiute in RDCongo sono commesse non dai “genocidari” che vivono nelle foreste del Congo, come affermato da Paul Kagame e da certi media occidentali, ma piuttosto dal regime del FPR che ha invaso il Congo mediante le sue truppe e le ribellioni da esso fomentate. E’ una situazione che persiste dal 1996.

La governatrice generale del Canada, in visita ufficiale a Kigali, dovrebbe denunciare l’arresto di Victoire Ingabire Umuhoza e lasciare immediatamente il Ruanda in segno di protesta.

Il governo del Canada dovrebbe richiamare immediatamente il suo ambasciatore per consultazione e convocare l’ambasciatore del Ruanda ad Ottawa per protestare energicamente contro l’arresto di Victoire Ingabire Umuhoza.

 Il 22 aprile, Victoire Ingabire è stata rimessa in libertà provvisoria e posta sotto controllo giudiziario in attesa di un suo processo. Il Tribunale di Gasabo a Kigali ha ordinato la rimessa in libertà provvisoria della Ingabire, con l’obbligo di presentarsi ogni lunedì davanti al giudice e l’interdizione di uscire dalla capitale.

 

3. RUANDA, UNO SVILUPPO A DUE VELOCITÀ

Un Rwanda ricco e potente?

Il 29 dicembre 2009, il Rwanda è diventato ufficialmente il 54° paese membro del Commonwealth britannico presieduto da Elisabetta II, regina della Gran Bretagna.

Il Ruanda, paese senza risorse minerarie, di tradizione francofona, con una popolazione di 8 milioni di abitanti, è diventato uno dei paesi più potenti dell’Africa, con un esercito di oltre 30 000 soldati e con componenti aeree e navali. La capitale Kigali è diventata la Singapore africana e un importante centro di esportazione di minerali, fra cui il coltan. Kigali ospita, infatti, numerose filiali di società minerarie, specialmente canadesi e australiane. Kigali è diventata anche la sede della Fondazione Bill Clinton per l’Africa, Tony Blair è consigliere privato del presidente Kagame e l’Unione Europea sostiene il regime di Kigali nominando un rappresentante permanente con rango di ambasciatore.

Come si è potuto arrivare a tale metamorfosi?

Si tratta di un processo iniziato nel 1990 con l’aggressione del Ruanda, a partire dall’Uganda, da parte dell’Esercito Patriottico Rwandese (APR), braccio armato del Fronte Patriottico Rwandese (FPR).

Tre constatazioni si impongono.

1. Il regime rwandese è diventato straordinariamente ricco e potente, perché si appoggia su una stretta minoranza che opprime la grande maggioranza della popolazione totalmente impaurita. La preparazione delle elezioni del mese di agosto prossimo ben dimostra in che clima antidemocratico vive la popolazione.

2. L’occupazione multiforme del Kivu (Est della RDCongo) e lo sfruttamento militarizzato delle sue risorse naturali e minerarie sono la fonte principale dell’attuale ricchezza e del nuovo sviluppo di Kigali.

3. Il processo di trasformazione da un Rwanda francofono in una base strategica anglofona era pianificato dall’Uganda fin dal 1990, al servizio delle multinazionali che hanno finanziato l’aggressione contro il Rwanda. Questo piano iniziale prevedeva, del resto, anche la conquista del Congo. Le aggressioni rwandesi del 1996 e 1998 ne sono la prova evidente.

Diverse misure economiche, politiche e fondiarie adottate dal governo rwandese dimostrano che l’impoverimento di una grande parte della popolazione fa parte di una precisa politica deliberata.

Secondo l’ultimo rapporto del PNUD sullo sviluppo umano in Ruanda, il 62% della popolazione rurale vive attualmente nella povertà con meno di 0,44 $US per giorno, quando nel 1990 questa percentuale non era che del 50,3%. Il rapporto menziona anche che nel 2000, il 20% dei più ricchi deteneva il 51,4% del prodotto interno lordo, mentre il 20% dei più poveri rimaneva con solo il 5,4% del PIL, ciò che pone il Ruanda tra il 15% dei paesi più disuguali del mondo. Paragonate alla situazione anteriore alla guerra del 1990, queste proporzioni erano rispettivamente del 48,3% e del 7,6%.

Questa valutazione del PNUD è confermata dal recente rapporto della Banca Africana dello Sviluppo (African Economic Outlook 2009), il cui presidente è un ex ministro del regime di Kigali. Il rapporto parla né più né meno di “regressione in materia di lotta contro la povertà e la fame”.

E’ sorprendente il contrasto tra il lusso ostentato di Kigali, dove vivono i dignitari del paese e la povertà della campagna, dove vive più del 90% della popolazione.

Negli anni 1980 e 1990, la politica economica e sociale era centrata sullo sviluppo rurale, con la rete stradale senza dubbio la più densa e meglio mantenuta nella regione, infrastrutture sanitarie e centri di sanità praticamente in ogni comune ed importanti investimenti a livello agricolo.

Attualmente, alcune regioni che un tempo erano i granai del paese, come il Bugesera e il Gisaka, sono in preda alla carestia.

Oggi la priorità è data allo sviluppo della città di Kigali, in cui vivono i dignitari del regime e agli investimenti di prestigio, destinati a mostrare ai visitatori stranieri un’immagine lusinghiera di Kigali. Alcuni fondi importanti provenienti dai finanziamenti esteri sono stati massicciamente investiti in numerose strutture poliziesche che controllano la popolazione e nel finanziamento della guerra in Congo e di un esercito diventato il più pletorico dell’Africa.

Come spiegare questo contrasto tra un preteso tasso di crescita e una povertà in aumento?

Il Ruanda è un paese a vocazione agricola. Nel 2004, l’agricoltura contribuiva al 40% del PIL.

L’83,3% della popolazione vive in ambiente rurale. Il 28,29% coltiva una superficie inferiore a 0,2 ettari di terra e circa il 70% delle famiglie rurali che vivono dell’agricoltura dispongono di una superficie inferiore ad un ettaro e non possono guadagnare il necessario per la loro vita.

In queste condizioni, l’attuale situazione del Ruanda non può che essere la conseguenza di una errata scelta delle priorità. La Banca Africana dello Sviluppo parla di investimenti insufficienti nel settore agricolo. Si constata infatti che il settore rurale è puramente e semplicemente il parente povero della politica economica del regime: mentre l’80% della popolazione vive dell’agricoltura, questo settore riceve solo il 3% del bilancio del governo, ben lontano dal 10% raccomandato dalla FAO.

Peraltro, secondo il CIA-World Factbook, nel 2006 il Ruanda ha dedicato il 13% del suo PIL alle spese militari. Inoltre, il 10 % degli aiuti ricevuti per lo sviluppo è usato per finanziare l’esercito e gli organi di sicurezza, ciò che rappresenta il doppio della somma riservata all’agricoltura.

Il governo ha anche fatto abbattere gran parte dei bananeti che, talvolta, costituiscono l’unica fonte di guadagno per le famiglie rurali.

L’obbligo di vendere i prodotti agricoli a dei grossisti diminuisce notevolmente il ricavato che i produttori percepivano anteriormente vendendo direttamente i loro prodotti al mercato. A ciò si aggiunge anche una certa politica per la concessione di licenze: se portano i loro prodotti direttamente al mercato, i contadini devono passare attraverso degli intermediari e pagare una tassa che può arrivare fino al 50% del prezzo stimato.

L’interdizione di certe attività economiche in ambiente rurale aggrava un’economia rurale già debolmente monetizzata. Sono prese di mira le attività di produzione di mattoni e tegole, del carbone di legna e del vino di banane. Anche l’attività dell’allevamento di bestiame viene ulteriormente limitata, perché il governo esige un allevamento intensivo che non è alla portata di tutti.

La carenza di mano d’opera agricola è un’altra realtà che si va imponendo sempre più, dal momento in cui la politica carceraria adottata dal regime fa sì che la maggior parte delle persone attive si trovi o in prigione, o sottomessa alle famose pene alternative, i ‘lavori di interesse generale’ (TIG), obbligatori e per conto dello stato. Sono tante forze sottratte all’agricoltura e alle attività di lotta contro la povertà.

Lo sviluppo urbano di Kigali di cui tanto si inorgoglisce il regime, non solo non ha avuto alcun effetto di miglioramento sul resto del paese, ma favorisce invece una élite che vive in una specie di bolla. Infatti, gli investimenti favoriscono la popolazione immigrata che non va a stabilirsi in ambiente rurale e gli abitanti del posto vengono espropriati dei loro beni, senza ricevere un sufficiente indennizzo che permetterebbe loro di ricostruire almeno l’equivalente delle case distrutte. Le nuove esigenze urbanistiche sono fissate su misura per escludere le persone a basso reddito e respingerle lontano dal centro città, in una specie di ghetti. Le misure di espropriazione, di abbattimenti di case vecchie e di urbanizzazione mirano ad allontanare i vecchi abitanti dalla città di Kigali.

Una categorizzazione ufficiale della popolazione che esclude.

Secondo il documento “Valutazione Partecipativa della Povertà (EPP) (2001-2003)”, il governo rwandese ha identificato e classificato la popolazione di ogni collina (umudugugu) in sei categorie, corrispondenti ciascuna alla ricchezza di ogni individuo . Secondo il governo, tale categorizzazione dovrebbe permettere di iniziare delle azioni di sviluppo a partire dalle categorie superiori ed intermedie per averne un impatto sulle categorie più deboli. Nei fatti, questa categorizzazione è considerata come umiliante per gran parte della popolazione e mostra la volontà del governo di meglio controllare la popolazione.

Basandosi su questa classificazione, il governo pensava che favorendo le categorie “superiori”, ci sarebbe stato un effetto positivo sugli strati “inferiori” della popolazione, quelli più poveri. Non é stato così, perché invece di assistere ad una re-distribuzione degli sforzi per la lotta contro la povertà, si sta assistendo ad un accumulo della ricchezza nelle mani delle popolazioni più agevoli e a un depauperamento di una parte sempre più elevata della popolazione. Questa categorizzazione, ufficializzata, è considerata come umiliante e è mal sopportata dalla popolazione, tanto più che essa si aggiunge ad altre forme di esclusione come, per esempio, l’obbligo di portare le scarpe per andare al mercato, anche quando non si ha la possibilità di acquistarle.

Conclusione.

Lo sviluppo urbano ostentato nella capitale Kigali nasconde delle enormi disparità economiche tra una borghesia prossima al potere, rientrata in Ruanda grazie alla presa del potere da parte del FPR e la stragrande maggioranza di Rwandesi sottomessi a un depauperamento crescente.

Questo è il risultato di una politica di investimento selettivo in settori a debole effetto moltiplicatore, a scapito dell’agricoltura che occupa circa il 90% della popolazione rwandese.

Misure tassative, restrizioni dell’accesso alla terra e la nuova regolamentazione del commercio dei prodotti alimentari impoveriscono ancor più la popolazione. Mai la disuguaglianza è stata tanto palese.

La realtà economica del Ruanda è che l’alto tasso di crescita osservato dal 1994 è il frutto di una notevole assistenza straniera. Difatti, secondo il PNUD, il Ruanda continua a dipendere dall’aiuto esterno per quasi il 50% del bilancio nazionale. Mai nella storia del Ruanda, il paese è stato tanto dipendente dalla manna straniera. Tuttavia, questo aiuto estero e questa crescita non impediscono il depauperamento crescente e l’esclusione della popolazione rurale.

La povertà in cui vive la popolazione rwandese è stata constatata anche da Susan Thompson, dell’università di Ottawa: “la maggior parte dei visitatori stranieri non vedono la quotidiana povertà e miseria dei Rwandesi ordinari. Per la maggior parte di loro, tanto hutu che tutsi, la vita dopo il genocidio non è tanto migliorata come le autorità di Kigali vorrebbero far credere”.

La fame è, tra l’altro, causata da certi programmi imposti dal regime Kagame. Per esempio, i Rwandesi non possono più coltivare prodotti di loro scelta. Sono costretti a coltivare ciò che il regime detta loro e chi non ubbidisce alle direttive del regime vede le sue culture distrutte dalla local defense units. In certe regioni, i contadini sono costretti a coltivare dei fiori che vengono poi commercializzati dai favoriti del potere, fra cui Janet Kagame. I contadini sono costretti a vendere i loro magri raccolti, a prezzo irrisorio, a delle cooperative controllate dal potere, le quali vendono gli stessi prodotti a prezzi tre, quattro, cinque volte superiori a quello pagato al produttore. I contadini affamati sono costretti a portare le scarpe e dunque devono acquistare prima le scarpe e poi il cibo. Naturalmente, il monopolio della commercializzazione delle scarpe a basso prezzo è detenuto da commercianti al soldo del potere.

Il regime impone ai contadini di possedere almeno una mucca che deve essere custodita obbligatoriamente in una stalla dove deve essere nutrita e abbeverata. Così il contadino, oltre al lavoro quotidiano per la sua propria sopravvivenza, deve coltivare, tagliare e portare il foraggio alla mucca e attingere l’acqua per abbeverare la mucca. I contadini rischiano di essere schiavi della loro mucca.

Dalla colonizzazione fino alla presa del potere da parte di Kagame, il Ruanda aveva una rete sanitaria citata come modello in Africa. Oggi, il semplice popolo nelle città ma soprattutto nelle campagne non ha più accesso alle cure mediche.

Oltre alla fame e alla privazione delle cure sanitarie, i Rwandesi che si riconoscono come hutu non hanno il diritto di piangere in pubblico i loro morti. Devono soffrire in silenzio e devono sforzarsi di sorridere davanti ai soldati di Kagame che hanno ucciso loro familiari. Chi osa dire che prima, durante e dopo il genocidio del 1994, sono stati massacrati anche degli hutu è qualificato rapidamente di negazionista o di divisionista o di ideologia genocidaria. Ma per quale ragione si è arrivati a tale situazione? Semplicemente, perché i massacri del 1994 sono stati presentati all’opinione occidentale, in modo parziale e fazioso, come ‘il genocidio dei tutsi commesso dagli hutu’, imponendo il silenzio su tutti i crimini commessi dal FPR a partire dal 1990.

Coloro che non sono ritenuti sufficientemente sottomessi al regime sono rapidamente condannati dai tribunali GACACA a severe pene di imprigionamento, inclusa la prigione a vita.

I tribunali Gacaca incaricati ufficialmente di processare gli indiziati di genocidio, in realtà spesso condannano gli insubordinati reali o potenziali. Le condanne possono essere mutate in lavori di interesse generale (TIG), in cui i condannati sono costretti a lavorare gratuitamente per i notabili del potere.

In Ruanda è oggi vietato costruire con mattoni crudi, quando tutte le organizzazioni di aiuto allo sviluppo raccomandano il mattone crudo come materiale poco costoso, duraturo e ecologico per la costruzione di case a basso costo. La conseguenza è che la maggior parte delle persone non possono più possedere una loro casa e sono costrette ad affittare le case costruite dai baroni del regime. Quelli che ancora possono costruirsi una casa, sono costretti ad utilizzare o dei blocchi di cemento o dei mattoni cotti, ma l’industria del cemento e del mattone cotto è, naturalmente, controllata dai favoriti del regime. Recentemente, il quartiere Kiyovu dei poveri della capitale è stato raso al suolo. Ai proprietari degli appezzamenti di terreno su cui sorgevano le loro case sono state risarcite delle somme irrisorie. Gli stessi appezzamenti di terreno sono stati poi venduti ad un prezzo dieci volte più elevato.

I familiari dei prigionieri non possono portare loro i pasti preparati in casa, ma devono acquistare le provviste nei negozi installati nei dintorni delle prigioni e gestiti da commercianti al servizio dei baroni del regime.

In un paese in cui lo stipendio del Presidente è di oltre 12.000 $ al mese e quello dei generali oltre i 10.000 $ al mese, lo stipendio di un insegnante di scuola elementare è solo di 100 $ al mese e tutti i lavoratori sono costretti a versare il 10% del loro stipendio al partito-stato FPR. È la condizione per continuare a lavorare.

Malgrado l’estrema gravità di questi fatti, poche persone osano lottare contro questa situazione di oppressione, perché tutti sono terrorizzati.

 

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“A ogni nuovo crimine o orrore dovremmo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi”
(Etty Hillesum, Westerbork, 3 luglio ’43)
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