Kasaï → quando l’autorità tradizionale locale sfida il potere politico nazionale

Editoriale Congo Attualità n.323 a cura di Rete Pace Congo

 

Da un semplice problema di successione dell’autorità tradizionale locale

 

Tutto era iniziato come un semplice conflitto di successione del defunto Kamwina Nsapu (Capo Tradizionale) dei Bajila Kasanga, un clan della tribù Lulua, residente nel territorio di Dibaya, a 75 km a sud-est di Kananga, capoluogo del Kasai Centrale.

La causa del conflitto: il rifiuto, da parte del governatore della provincia e del Ministro degli interni del governo centrale, di riconoscere ufficialmente il titolo di Kamwina Nsapu a Jean Pierre Mpandi, designato dalla famiglia regnante, nel novembre 2011, alla successione di suo zio defunto, Anaclet.

Motivo di questo rifiuto: a quel che pare, Jean Pierre Mpandi non era iscritto a nessun partito membro della Maggioranza Presidenziale.

Indignato, Jean Pierre Mpandi già nel 2012 annuncia di non riconoscere più alcuna autorità, sia a livello  provinciale che nazionale. Il conflitto si intensifica. All’inizio di aprile 2016, egli è sospettato di essere in possesso di armi da guerra e una missione militare investigativa perquisisce la sua residenza in sua assenza. Egli inizia quindi una campagna per incitare la popolazione a non riconoscere alcuna autorità dello stato a partire dal 20 dicembre 2016, data che marca la fine del secondo e ultimo mandato presidenziale di Joseph Kabila. È stato ucciso il 12 agosto 2016, nel corso di un’operazione militare intrapresa dalle forze di sicurezza in vista del suo arresto. I suoi seguaci si sono quindi  organizzati in milizie e sono riconoscibili da una fascia rossa cinta intorno al  capo.

 

A una rivolta di carattere politico

 

La maggior parte dei miliziani sono dei minorenni reclutati a livello locale attraverso pratiche mistico-religiose e false promesse di invulnerabilità. Generalmente, essi sono armati di machete, bastoni, fucili fabbricati artigianalmente, fionde, frecce e … molti amuleti.

Il governo li accusa di prendere di mira le strutture e le persone simbolo dello Stato, incendiando, saccheggiando e distruggendo edifici pubblici (residenze militari, uffici amministrativi, scuole, ospedali, uffici della Commissione elettorale) e massacrando persone che lavorano al servizio dello Stato (agenti di polizia, capi tradizionali locali, insegnanti, infermieri e agenti dell’amministrazione e della Commissione elettorale).

La rivolta si è rapidamente diffusa anche in altre diverse province limitrofi, come il Kasai Orientale, il Kasai e il Lomami, cristallizzando il malcontento di una popolazione che si sente trascurata dal governo centrale e tradizionalmente favorevole a partiti  dell’opposizione politica. Le rivendicazioni si sono quindi politicizzate, includendo la richiesta di un primo Ministro proveniente dal Raggruppamento dell’Opposizione e l’organizzazione delle elezioni entro i tempi fissati nell’accordo del 31 dicembre 2016, come garanzia di un’alternanza politica ai vertici dello Stato. Alcuni esponenti del regime del Presidente Kabila non esitano ad evocare delle connessioni tra i miliziani Kamwina Nsapu e dei membri dell’opposizione.

Il Governo centrale di Kinshasa ha reagito procedendo ad una brutale repressione di ogni forma di rivolta organizzata dalla milizia Kamwina Nsapu, facendo ricorso, come d’abitudine, a un uso sproporzionato della forza, il che ha contribuito ad aggravare il conflitto.

Fonti dell’Onu parlano di almeno 500-600 persone (forse più di 1.000) uccise in soli 8 mesi (da settembre 2016 a fine aprile 2017), di 1.27 0.000 persone sfollate e di una quarantina di fosse comuni in cui sono stati gettati i cadaveri di numerose vittime.

 

Con drammatiche conseguenze internazionali

 

È in questo contesto che due esperti dell’Onu, Michael Sharp (Statunitense) e Zaida Catalán (Svedese), arrivati in Congo per fare un’inchiesta sulle violenze commesse nel Kasai durante gli ultimi mesi sono stati sequestrati il 12 marzo scorso e ritrovati morti dopo due settimane, sepolti in una fossa comune. Secondo un video diffuso dal governo congolese, gli autori del loro sequestro e della loro uccisione sarebbero dei miliziani Kamwina Nsapu, una versione ben poco convincente.

Secondo vari analisti, infatti, i mandanti (e gli esecutori) del sequestro e dell’uccisione dei due esperti dell’Onu sarebbero da ricercare tra certe personalità membri del Governo e dell’Esercito congolesi che non avrebbero certo potuto accettare, per motivi facilmente intuibili, che i due iniziassero e portassero a termine la missione loro affidata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Ciò viene a confermare l’ipotesi secondo cui solo un’inchiesta internazionale indipendente, promossa dall’Onu e dai Paesi dei due esperti o, addirittura , dalla Corte Penale Internazionale, potrà far luce non solo sulla sorte dei due esperti dell’Onu, ma anche sulle vere cause e responsabilità delle violenze commesse nel Kasai durante gli ultimi mesi.