Lug 12

L’integrità del territorio nazionale non è negoziabile

Congo Attualità n. 155 – Editoriale a cura della Rete Pace per il Congo

 

La popolazione del Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), continua a vivere al ritmo degli spari dei kalashnikov e dei colpi di cannone.

Migliaia di sfollati, insicurezza generalizzata e molta paura. Da alcuni mesi, il Nord Kivu è teatro di violenti scontri tra l’esercito nazionale e un “nuovo gruppo armato, il Movimento del 23 marzo (M23).

Presentato, all’inizio, come un fenomeno interno di diserzioni di alcuni militari indisciplinati, poi come un movimento di ammutinamento in vista di alcune rivendicazioni e successivamente come ribellione, il M 23 si è rivelato, infine, come un movimento di invasione e di occupazione militare del Kivu.

Il M23 usufruisce di un vasto appoggio militare, logistico e finanziario da parte del regime ruandese, come documentato, in modo esaustivo, dall’ultimo rapporto del gruppo degli esperti dell’Onu per la RDCongo. Il rapporto ha, inoltre, rivelato il preciso obiettivo del M23, espresso chiaramente dal capitano Célestin Senkoko, assistente personale di James Kabarebe, ministro ruandese della difesa, nell’incontro del 23 maggio, a Gisenyi (Ruanda): provocare «una nuova guerra per la secessione dei due Kivu».

Nel comunicato del 6 luglio, i vescovi della RDCongo affermano che questa ennesima guerra fa parte del “piano di balcanizzazione” (suddivisione, smembramento) del Paese e parlano di una “occupazione irregolare del territorio nazionale” e non possono fare altro che opporvisi con tutte le loro forze.

Non si tratta, quindi, di una secessione cui, per motivi legittimi, si può arrivare attraverso un processo pacifico di autodeterminazione che includa un referendum popolare.

No, secondo le stesse parole del capitano Célestin Senkoko, si tratta di una secessione imposta con la forza delle armi, facendo ricorso alla guerra e con “l’appoggio” di un Paese vicino, il Ruanda.

Non si tratta solo di un appoggio esterno, ma piuttosto di un’implicazione diretta.

Che nell’esercito nazionale di stanza nei due Kivu ci siano molti militari dell’esercito ruandese non è più un segreto di stato. L’ex generale Bosco Ntaganda e l’ex colonnello Ruzandiza (alias Sultani Makenga), membri del M23, lo sono. Infatti, molti militari ruandesi che hanno partecipato alle varie guerre della RDCongo, a fianco dei cosiddetti ex movimenti ribelli dell’AFDL, il RCD, le FRF e il CNDP, sono rimasti in Congo e, quando questi movimenti sono stati incorporati all’esercito nazionale, vi sono stati integrati anche questi militari ruandesi, ma come cittadini congolesi, in quanto membri di gruppi armati “congolesi”. Si è quindi in presenza di un lungo processo di infiltrazione progressiva iniziata praticamente nel 1996 e che si protrae fin ad oggi.

 

In questo contesto, vari osservatori parlano di una continua “invasione ruandese” sul territorio congolese e di conseguenti guerre di occupazione militare. Qualcuno osa affermare che, come i precedenti movimenti ribelli, anche il M23 è un gruppo terrorista contro il quale l’Onu dovrebbe intervenire tempestivamente.

È per questo che i Vescovi della RDCongo riaffermano con forza “l’unità e l’indivisibilità della RDCongo nelle sue frontiere ereditate dal tempo della colonia e riconosciute tali dalla comunità internazionale il 30 giugno 1960”, data dell’indipendenza. E i Vescovi insistono: “l’integrità del territorio nazionale non è negoziabile!”.

Di fronte a questa situazione, l’ONU e la Comunità Internazionale si sono finora limitate a timide “dichiarazioni” di condanna e a pie “esortazioni” al dialogo.

Più forti sono le prese di posizione della Società Civile. Dopo la Voce dei Senza Voce, Global Witness, Human Right Watch, la Coalizione per i Grandi Laghi d’Africa, scende in campo anche EURAC, la rete delle ONG presenti nella regione dell’Africa Centrale, chiedendo all’Unione Europea e ai suoi Stati membri di:

«1. Prendere una posizione forte, denunciando l’appoggio del Ruanda ai ribelli del M 23 e la sua protezione al generale Bosco Ntaganda;

2. Esigere che il governo ruandese metta fine immediatamente e senza condizioni al suo appoggio al M23 e ad altri gruppi armati nell’est della RDCongo;

3. Rivedere la propria strategia sulla sicurezza all’est della RDCongo. In tale strategia il Ruanda non dovrebbe più essere considerato un agente pacifista che vuole promuovere la pace nell’est della RDCongo e si dovrebbe fare ricorso ad ogni tipo di pressioni e di sanzioni per costringere il Ruanda al rispetto del diritto internazionale;

4. Decretare delle sanzioni contro gli ufficiali ruandesi citati nel rapporto delle Nazioni Unite, tra cui: il ministro della Difesa, Gen. James Kabarebe, il Capo di Stato Maggiore, il generale Charles Kayonga, e i generali Jack Nziza, Emmanuel Ruvusha e Alexis Kagame;

5. Mettere in atto dei meccanismi per assicurarsi che l’aiuto finanziario e militare concesso al governo ruandese non sia utilizzato per sostenere gruppi ribelli e per la destabilizzazione della regione dei Grandi Laghi;

6. Sostenere efficacemente la RDCongo nel ripristino dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale, in particolare all’est del Paese, soprattutto nel contesto della riforma del settore della sicurezza (esercito, polizia, giustizia);

7. Opporsi alla candidatura del Ruanda ad un seggio non permanente presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, seggio che rischierebbe di aumentare la sua influenza che, finora, non è certo stata positiva per gli sforzi di pacificazione dell’est della RDCongo».