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Apr 02 2012

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Congo Attualità n. 143

SOMMARIO:

EDITORIALE: Insicurezza, mafia e «minerali di sangue»

1. KIVU

a. I gruppi armati hanno ripreso gli attacchi

b. L’insicurezza

c. Nuove operazioni contro i gruppi armati

d. Diverse interpretazioni

e. La causa di un fallimento

2. IL COMMERCIO ILLEGALE DEI «MINERALI DI SANGUE»

a. Un libro sul percorso della cassiterite

b. Silenzio. All’est della RDCongo, si continua a saccheggiare e a uccidere.

c. Un decreto ministeriale per l’attuazione del meccanismo regionale per la certificazione delle

risorse naturali

d. La lista delle 85 società ufficialmente citate dalle Nazioni Unite nel saccheggio dei minerali

congolesi

EDITORIALE: INSICUREZZA, MAFIA E «MINERALI DI SANGUE»

 

1. KIVU

Il 3 marzo, la Vice Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Congo, responsabile per le questioni dei diritti umani, Leila Zerrougui, a conclusione di una missione effettuata nei territori di Kaniro, Walikale e Masisi (Nord Kivu ), ha espresso la sua grande preoccupazione per la riapparizione dell’attivismo dei gruppi armati, stranieri e locali, e per il conseguente spostamento di popolazioni.

In effetti, tali gruppi armati erano rimasti relativamente calmi durante il lungo periodo elettorale del 2011. Ma ben presto, subito dopo le elezioni, hanno ripreso gli attacchi armati.

Tra i gruppi armati stranieri, si possono citare le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), l’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) e l’Alleanza delle Forze Democratiche (ADF), questi ultimi due di origine ugandese. Tra i gruppi armati nazionali, si possono citare, tra altri, l’Alleanza dei Patrioti per un Congo Libero e Sovrano (APCLS), i Mai Mai Yakutumba (Forze armate alléluia), i Mai Mai Sheka (Nduma Défense Congo), i Mai Mai Raya Mutomboki, i Mai-Mai “Guide”, la Forza di Difesa del Congo (CDF).

 

a. I gruppi armati hanno ripreso gli attacchi

Il 25 dicembre 2011, i Mai-Mai “Guide”, una nuova milizia congolese operativa nella parte orientale della RDC, si sono scontrati con i ribelli delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) a Ntoto, una località situata a oltre 100 km a nord ovest di Goma, nel raggruppamento di Waloa Uroba, a est di Walikale, nel Nord Kivu. Nel corso di questi scontri, sono stati uccisi quattro membri delle FDLR, tre civili e un miliziano Mai-Mai del gruppo Guide.

Il 30 dicembre, cinque persone sono state uccise durante gli attacchi a tre villaggi, Ngenge, Kanyati, Buhimba, del raggruppamento Waloa Yungi, in territorio Walikale (Nord Kivu), da membri delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). Secondo i membri della società civile locale, i ribelli ruandesi erano venuti per cacciare le forze di autodifesa Guide che avevano precedentemente preso il controllo di queste località.

Nelle notti dal 1° al 2 gennaio e dal 3 al 4 gennaio, in territorio di Shabunda, nella provincia del Sud Kivu, le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) hanno lanciato due attacchi, in cui almeno 26 persone sono state uccise e 13 ferite. “Il primo attacco è avvenuto a Luyuyu: 18 civili sono stati uccisi e sei case sono state bruciate. Nel secondo attacco, nella località di Ngolombe, sono state uccise otto persone”, ha dichiarato il colonnello Ekenge Sylvain, portavoce delle operazioni militari Amani Leo per il Nord e il Sud Kivu. Secondo alcune associazioni per i diritti umani citate da Radio Okapi, patrocinata dalle Nazioni Unite, i morti sarebbero circa 40.

Queste associazioni per i diritti umani riferiscono che a Luyuyu gli attaccanti hanno ucciso trenta persone, tra cui una donna incinta è stata sventrata e il bambino gettato via. Altre otto persone sono state uccise a Ngolombe. Lo stesso capo villaggio di Kishenya è stato decapitato. Gli assalitori hanno anche saccheggiato cibo e medicine in un deposito dell’associazione “azione di solidarietà”. Gli assalitori hanno affermato di avere ucciso per rappresaglia contro i civili sospettati di collaborare con le forze locali di autodifesa “Raia Mutomboki”, dei giovani del territorio di Shabunda che si sono organizzati in gruppo di autodifesa per combattere le FDLR che considerano come stranieri venuti ad occupare le loro terre.

Il 6 gennaio, a Ufamandu, 42 km a nord-est della cittadina di Minova, nel Nord Kivu, nel corso di scontri tra le forze armate della RDC e i miliziani Mai-Mai Guide, sono state uccise 10 persone: sei delle FARDC e quattro dei Mayi-Mayi.

Tra il 1° e il 4 marzo, trentasei persone sono state uccise in un attacco attribuito alla milizia Raia Mutomboki in tre villaggi nei pressi di Ekingi, nel territorio di Kalehe (Sud Kivu). Secondo un comunicato del comando dell’operazione Amani Leo, le vittime di questo attacco sono 31 Ruandesi familiari di membri delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), due civili congolesi e tre membri di Raia Mutomboki. Secondo il comunicato del comando di Amani Leo, i Mai-Mai Raia Mutomboki, provenienti da Kalonge, hanno ucciso dei civili disarmati, a colpi di machete e per fucilazione, nelle località di: Muhombe, Muhinga e Ngunda.

A Muhombe, il capo località è stato ucciso insieme a dodici familiari di membri delle FDLR che alloggiavano da lui, nell’attesa del loro rimpatrio volontario. A Muhinga, hanno ucciso 11 persone dipendenti dalle FDLR e una donna congolese sposata con un FDLR. A Ngunda, hanno ucciso altri otto civili dipendenti dalle FDLR. Per ritorsione, le FDLR ha ucciso tre Raia Mutomboki in fuga verso Kalonge dopo il massacro. I miliziani “Raia Mutomboki”, organizzati in gruppo di autodifesa, effettuano regolarmente dei raid contro i ribelli delle FDLR, visti come una forza straniera di occupazione.

 

b. L’insicurezza

Il 1° marzo, nove rappresentanti di organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno denunciato il fatto che non meno di 300 persone sono state uccise negli ultimi 12 mesi nella provincia del Sud Kivu (Est), cioè una media di 25 per mese. È il direttore della Caritas di Bukavu che ha presentato personalmente la denuncia delle organizzazioni al ministro degli Interni della Provincia, Etienne Babunga, attualmente governatore ad interim del Sud Kivu, nell’attesa delle prossime elezioni locali. Il deterioramento della sicurezza si situa nel contesto della ripresa degli attacchi da parte delle “forze negative” straniere e locali e di certi militari indisciplinati delle FARDC. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e la società civile chiedono alle autorità nazionali e locali di aprire un’inchiesta sulla violenza che colpisce il Sud-Kivu. “Siamo costernati per l’impunità, la violenza contro dei civili innocenti e la totale mancanza di valori. Si spendono enormi somme di denaro in operazioni militari per migliorare la sicurezza della popolazione, ma gli omicidi, gli stupri, i sequestri, le rapine e disordini di ogni tipo aumentano ogni giorno di più”, così si esprimeva un leader della società civile locale nel mese di gennaio scorso.

L’insicurezza è grande anche a Beni e a Lubero, nella provincia del Nord Kivu. Ne consegue che gli abitanti di questa regione non possono più dedicarsi in pace alle loro occupazioni principali, le attività agricole. I loro campi sono invasi da militari dell’ex movimento ribelle del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) che gli autoctoni identificano, però, come Ruandesi. Essi commettono ogni sorta di abusi ma nella più totale impunità. Si accaparrano dei prodotti dei campi, violentano le donne, uccidono e sequestrano persone. E ciò sotto gli occhi delle autorità civili e militari. I contadini non possono andare a lavorare nei loro campi e raccoglierne i prodotti per la paura di cadere in un’imboscata di questi soldati.

Veri fuorilegge, si comportano come in territorio conquistato. Oltre a rubare nei campi, diventati ormai di loro proprietà, rubano anche nelle case: portano vie capre, galline, denaro e altri oggetti di valore. Naturalmente, dopo aver violentato le donne che si trovano in casa. Inoltre non esitano a condurre azioni sugli uomini che osano protestare. Accusandoli di essere dei ribelli ugandesi dell’ADF / Nalu, li sequestrano o li ammazzano. Nelle località lontane dalla città, per trovare un riparo per la notte, verso sera questi banditi prendono d’assalto le scuole, da cui escono il mattino, prima dell’arrivo degli allievi. Ci si può chiedere in che stato lasciano queste aule. Soprattutto quando si sa che non sono dei chierichetti.

 

c. Nuove operazioni contro i gruppi armati

Il 15 febbraio, nei territori di Shabunda, Mwenga, Kabare e Kalehe (Sud Kivu), è iniziata un’operazione mista Forze armate della RDC / Monusco, soprannominata operazione “Amani Kamilifu” (pace perfetta), con l’obiettivo di attaccare, ancora una volta, i ribelli Hutu delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). Lo scopo di tale operazione è di costringere i ribelli ruandesi ad accettare il rimpatrio nel loro paese d’origine. Secondo alcune fonti delle FARDC, “Amani Kamilifu” è una risposta ai recenti attacchi contro le popolazioni locali, costrette a fuggire in massa, per evitare l’insicurezza. L’operazione è iniziata mediante operazioni di controlli e ricognizioni aeree delle regioni in cui operano le FDLR, per raccogliere informazioni più precise. Attraverso i mass media locali, sono stati lanciati dei messaggi per convincere le FDLR di partecipare al processo di rimpatrio volontario. Secondo l’accordo stipulato tra le FARDC e la MONUSCO, quest’ultima fornirà un supporto logistico, ma saranno i militari congolesi a condurre le operazioni. Parteciperanno all’operazione Amani Kamilifu anche dei membri civili della Monusco, in particolare quelli delle sezioni per i diritti umani e per la tutela dei minori e degli affari civili, per far fronte alle eventuali conseguenze dell’operazione stessa e avvertire gli agenti umanitari per un’eventuale assistenza.

Il 21 marzo, il portavoce militare della Monusco, il tenente colonnello Felix Prosper Basse, nel corso di una conferenza stampa a Kinshasa, ha annunciato che la MONUSCO e le FARDC hanno recentemente lanciato un’operazione chiamata “Colpo di fulmine” (“Strike Radi”), nel Nord Kivu. Obiettivo: combattere l’insicurezza provocata dalle forze negative, le FDLR in particolare, ancora attive in questa provincia orientale della RDC.

 

d. Interpretazioni diverse

L’Agenzia Fides del Vaticano denuncia apertamente il progetto di svuotare i due Kivu della loro popolazione mediante campagne militari di facciata che colpiscono più le popolazioni locali che le presunte forze negative.

“Non si sa praticamente nulla dell’operazione ‘Pace Perfetta’, avviata da alcune settimane nel sud Kivu ed ora estesa al nord Kivu”, riferisce all’Agenzia Fides una fonte della Chiesa locale di Bukavu, capitale del Sud Kivu. I due Kivu sono province orientali della Repubblica Democratica del Congo, situate al confine con Burundi, Rwanda e Uganda, dove da almeno 20 anni agiscono diversi gruppi armati, alcuni locali, altri di origine straniera. Tra questi vi sono le FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda), i Mai-Mai e l’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) di Joseph Kony.

Periodicamente le forze armate congolesi (FARDC) lanciano delle offensive militari allo scopo ufficiale di dare la caccia a questi gruppi, riuniti sotto l’appellativo di “forze negative”. Le FARDC sono appoggiate di volta in volta dai Caschi Blu della Missione ONU nella RDC (Monusco) e dagli eserciti dei Paesi vicini. Nel caso dell’operazione “Pace Perfetta” sembra che le FARDC stiano operando da sole, con l’appoggio logistico delle truppe ONU.

“Non c’è nessun giornalista che segue direttamente queste offensive militari che ormai avvengono periodicamente. In mancanza di notizie indipendenti, le autorità congolesi e dell’ONU ci raccontano quello che vogliono”, afferma la fonte di Fides. “Non si hanno notizie di scontri tra le forze congolesi e i ribelli, ma è certo che queste operazioni militari svuotano la popolazione dell’area, probabilmente per installare qualcun altro al loro posto”. Secondo quanto riporta una corrispondenza del quotidiano britannico “The Guardian”, l’operazione “Pace Perfetta” ha costretto alla fuga dai loro villaggi circa 100.000 civili. Una cifra che la nostra fonte ritiene credibile.

“L’esercito congolese fa del “teatro” con la complicità della Missione ONU nella RDC (Monusco): con la scusa di reprimere i gruppi ribelli come quello delle FDLR, si sta portando avanti il disegno strategico di svuotare i due Kivu della popolazione per mettere altri al suo posto”, conclude la fonte di Fides.

Da oltre due mesi, si registrano scontri tra le FARDC e i ribelli hutu ruandesi in diversi villaggi di Walikale, Masisi e Rutshuru, con effetti collaterali sulle popolazioni civili. Purtroppo, questi interventi possono causare un disastro umanitario a causa dell’assenza di misure di accompagnamento e di assistenza alle popolazioni sfollate.

Secondo un articolo di Marcellin Solé, consulente presso l’Ufficio di Ricerca e Sviluppo (BED), è difficile pensare di poter destabilizzare i gruppi armati stranieri, come le FDLR, di origine ruandese e l’ADF, di origine ugandese, attraverso operazioni congiunte FARDC-MONUSCO, soprattutto perché alcuni soldati congolesi, mal pagati e mal equipaggiati, hanno spesso collaborato con loro.

Pertanto, i servizi segreti statunitensi hanno predisposto una serie di misure tecniche per sradicare il pericolo che questi gruppi rappresentano ai confini dei loro rispettivi alleati regionali, il Ruanda e l’Uganda. Per la loro realizzazione, si è deciso di avviare delle operazioni di infiltrazioni e delle azioni clandestine per:

– Promuovere la raccolta di informazioni più precise e il loro coordinamento

– Dare priorità all’eliminazione della sovversione politica e militare (neutralizzazione dei presunti leader di queste milizie e ribellioni)

– Non avviare una campagna militare se non su solide basi e informazioni.

Tali operazioni dovrebbero, in linea di principio, essere effettuate da soldati governativi.

Purtroppo la mancanza di un esercito congolese repubblicano ha fornito l’occasione ai paesi confinanti, soprattutto il Ruanda e l’Uganda, di organizzare loro stessi delle azioni specifiche sul suolo congolese, per neutralizzare il pericolo alle loro frontiere con la RDCongo.

Data l’urgenza e, soprattutto, la preoccupante situazione di non-Stato che caratterizza la Repubblica Democratica del Congo, i Paesi vicini hanno deciso di prendere in mano la situazione, effettuando operazioni puntuali, mediante forze mobili in grado di colpire bersagli specifici. Si tratta, in un primo momento, di operazioni di ricognizione all’interno delle linee nemiche, per poi effettuare operazioni mirate e controllate, limitate nel tempo, sui punti nevralgici dell’avversario. Ciò che implica piccoli gruppi, capaci di usare la forza militare gradualmente, in modo diretto o attraverso collaboratori addestrati al ricorso sistematico all’astuzia e al segreto.

Qualche tempo fa, le popolazioni del Nord Kivu parlavano di infiltrazioni notturne di soldati dell’esercito ruandese, senza sapere esattamente il motivo del loro arrivo e per quanto tempo sarebbero rimasti sul suolo congolese. Si tratta, infatti, di azioni a sorpresa, condotte da forze speciali contro i capi ribelli ruandesi delle FDLR. I servizi statunitensi sono al lavoro anche nel nord-est della RDCongo, per raccogliere il massimo di informazioni sugli spostamenti e le capacità militari del LRA, in vista di coordinare delle operazioni che saranno effettuate da squadre mobili dell’esercito ugandese.

 

e. La causa di un fallimento annunciato

È da oltre 15 anni che i ribelli hutu ruandesi sono presenti nelle province del Kivu e vi dettano legge sin da quando collaboravano con i regimi Kabilisti. Si sono socialmente integrati sposando donne congolesi con le quali hanno avuto molti figli. Ben strutturati, hanno sfruttato le ricchezze della regione per rifornirsi di armi e munizioni e hanno, addirittura, creato un’organizzazione per la sicurezza e l’amministrazione della popolazione. In assenza di un potere politico sufficientemente forte, si comportarono come conquistatori, alleandosi con gruppi armati locali per attirare la simpatia degli autoctoni. Nel corso del tempo, l’Est del Paese è diventato una roccaforte di miliziani e ribelli, stranieri e nazionali, sostenuti da reti internazionali di acquisto / vendita dei minerali congolesi.

Molte persone si chiedono come un gruppo armato, le FDLR, presente sul territorio congolese dal 1994 e colpito da lunga data da un embargo su armi e munizioni, può ancora sopravvivere e rinnovare il suo arsenale di combattimento. Alla luce del recente rapporto delle Nazioni Unite, non vi è più alcun dubbio che questo gruppo armato ruandese gode di una sicura protezione, a Kinshasa, Kampala, Kigali, Bujumbura e anche al di fuori del continente africano stesso. L’Est della RDCongo è chiaramente sotto il controllo di una vasta rete mafiosa. Tutte le operazioni militari contro il movimento ribelle, con l’intenzione ufficiale di decapitarlo, hanno fatto flop. Il motivo è semplice: le FDLR servono da schermo per il contrabbando di armi e minerali, il riciclaggio di denaro sporco, l’arricchimento di alcuni funzionari civili e militari residenti in RDCongo, Ruanda, Uganda e Burundi.

Nel contesto attuale, in cui le FDLR usufruiscono di vari appoggi negli ambienti di certe autorità politiche e militari di Kinshasa, Kampala, Kigali e di Bujumbura, non sembra realistico parlare del loro smantellamento o del loro rimpatrio. La sopravvivenza o l’eliminazione dei ribelli ruandesi in Congo dipende solo dalla volontà dei loro vari “sponsor”.

Per quanto riguarda gli eserciti ruandese e ugandese, associati più di una volta all’esercito congolese per operazioni congiunte contro questi ribelli ruandesi, sarebbe troppo chiedere loro di impegnarsi in operazioni destinate a eliminare il proprio “fondo di commercio” e quello di alcuni loro leader politici.

In questo contesto, si possono anche sospettare le truppe delle Nazioni Unite della Monusco di chiudere gli occhi sulle operazioni mafiose di saccheggio delle risorse naturali della RDCongo.

Secondo alcune informazioni provenienti dall’Est della RDCongo, i ribelli delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) sono ora in gran parte controllate da Tutsi ruandesi. Quindi, potrebbero essere proprio loro i responsabili dei massacri perpetrati contro il popolo congolese all’Est del Paese, in particolare nel Sud e Nord Kivu. L’obiettivo dei Tutsi sarebbe quello di impossessarsi delle terre della popolazione congolese. È stato chiesto al portavoce militare della MONUSCO se poteva confermare o smentire le informazioni secondo cui i Tutsi sarebbero ormai i nuovi dirigenti del movimento ribelle conosciuto come FDLR. Il tenente colonnello Felix Prosper Low ha dichiarato che “si erano constatate di tanto in tanto delle connivenze tra Hutu ruandesi e congolesi”. Ma non saprebbe rispondere con precisione se “oggi le FDLR sono costituite da Tutsi”.

 

2. IL COMMERCIO ILLEGALE DEI «MINERALI DI SANGUE»

Il 2 gennaio, la polizia di frontiera ha sequestrato 600 chili di cassiterite presso il posto di frontiera di Goma (Nord Kivu), chiamato “la grande barriera”, che separa la Repubblica Democratica del Congo (RDC) dal Ruanda. Fonti prossime alla direzione generale delle dogane e accise (DGDA) hanno affermato che nel commercio illegale dei minerali sono implicati anche membri dell’agenzia nazionale dei servizi segreti (ANR), dei servizi militari per la lotta contro attività anti-patriottiche (DEMIAP) e della polizia di frontiera.

Altri 250 chili di cassiterite erano già stati sequestrati dalla polizia nel mese di agosto del 2011, nello stesso posto di confine. Il detentore di questi minerali stava cercando di farli passare in Ruanda di contrabbando.

Nel novembre del 2011, il Ruanda aveva rimesso alle autorità congolesi competenti 81.365 kg di cassiterite, coltan e wolframite. Sequestrati dai servizi di sicurezza ruandesi, questi minerali erano stati introdotti in Ruanda dal Nord Kivu, di contrabbando, a partire da aprile del 2011.

Secondo un rapporto dell’IPIS, un’ONG belga, presentato nell’ultimo vertice della CIRGL, 2 tonnellate d’oro, cioè l’80% della quantità prodotta nella RDC, sono state esportate clandestinamente, con una perdita annuale di circa 122 milioni di dollari ai danni del governo.

 

a. Un libro sul percorso commerciale della cassiterite

Nel suo libro di 344 pagine, Christophe Boltanski, un giornalista di Le Nouvel Observateur, ha fatto un’inchiesta sul percorso della cassiterite, la principale componente dello stagno, uno dei minerali più ricercati per la fabbricazione di telefoni cellulari, lettori MP3, scanner , stampanti, computer … In questo libro affascinante e denso pubblicato dalle edizioni Grasset, l’autore dimostra che la guerra che ha scosso, negli ultimi quindici anni, la Regione dei Grandi Laghi e la parte orientale della RDCongo, in particolare, e che sembra così lontana dagli occhi degli occidentali è, in realtà, relazionata al loro confort tecnologico e alla loro immagine di modernità.

La guerra non è ovviamente una casualità. È motivata dallo sfruttamento delle risorse del sottosuolo congolese. Fin dal XIX° secolo, il Congo e le sue immense risorse sono oggetto di tanti interessi. Il Congo è sempre stato considerato una terra di ricchezze da saccheggiare. Metallo indispensabile per le nuove tecnologie, la cassiterite è, nello stesso tempo, il nervo e la posta in gioco di questa guerra. Oggi, questa componente principale dello stagno ne è il movente. Facile da maneggiare e da saldare, eccellente conduttore, lo stagno è diventato un metallo essenziale nella composizione di innumerevoli oggetti elettronici che rendono confortevole la nostra vita quotidiana: PC, MP3, telefoni cellulari, aerei, automobili, PlayStation, hi-fi, radio, televisori, decoder, scanner, stampanti. Tutta la nostra modernità contiene una traccia di tutto ciò che entra a far parte dell’elettronica. L’Occidente è più che mai dipendente da queste materie prime.

L’autore del libro ne ha ripercorso la catena commerciale, una filiera tra altre.

Il minerale estratto è dapprima trasportato in bicicletta, o a spalle, in sacchi di 50-60 kg, fino ad una piccola città, Walikale. Arriva poi a Goma, capitale del Nord Kivu, per via aerea. Frantumato e polverizzato, il minerale prende la direzione del Ruanda, il più delle volte in contrabbando. Da Kigali a Dar es Salaam (Tanzania), in camion. Poi è esportato in Malesia, destinato alla fonderia di Butterworth, che raffina un ottavo della produzione mondiale e trasforma la polvere di stagno in lingotti puri al 99%. I suoi maggiori clienti sono i produttori dei fili per la saldatura, tra cui il gruppo tedesco Henkel.

I minatori lavorano in condizioni molto difficili. Sotto un calore allucinante, devono addentrarsi in tunnel sempre più lunghi, con pochi attrezzi a disposizione: scalpelli, martelli, badili. I rischi che corrono per guadagnare pochi franchi congolesi sono sproporzionati. A volte non guadagnano nulla, soprattutto all’inizio, quando devono scavare per trovare un nuovo filone o quando la loro produzione è sistematicamente saccheggiata da militari e miliziani o sottoposta a tasse illegali da parte dei gruppi armati. I minatori sono per lo più indebitati. È davvero una forma di schiavitù.

È difficile rimediare alle cause di questa nuova schiavitù, perché ogni agente che interviene nella catena, dalla produzione all’utilizzazione, passando attraverso la tappa dell’esportazione, può facilmente scaricare le proprie responsabilità su altri a causa dell’attuale impunità. Tutto è pre-finanziato. Gli intermediari acquistano i minerali con il denaro dei centri di esportazione che, a loro volta, ricevono il denaro dal principale commerciante, Minerals Supply Africa, pre-finanziato dalla fonderia Malaysia Smelting Corporation. Quindi, contrariamente a quello che essi dicono, sanno bene da dove proviene il minerale.

Occorre, quindi, che la gente si renda conto del fatto che i prodotti elettronici che acquista hanno un costo umano molto elevato. Occorre una pressione da parte dei consumatori. Ci si deve battere per una reale tracciabilità delle materie prime.

 

b. Silenzio. All’est della RDCongo, si continua a saccheggiare e a uccidere.

Ogni giorno porta con sé la sua quota di abusi: furti, saccheggi, stupri, torture, estorsioni, abusi, omicidi, massacri, in modo particolare nelle province del Kivu. Questa zona di insicurezza sfugge sempre più al controllo dello stato congolese. Vi opera, infatti, una vasta rete mafiosa che controlla la maggior parte delle concessioni minerarie. Si tratta di una rete composta di capi di gruppi armati (interni e stranieri), ufficiali dell’esercito (FARDC), autorità politiche e amministrative, intermediari, commercianti e uomini d’affari che agiscono in complicità con società e individui residenti nei paesi confinanti (Ruanda, Uganda, Burundi, Tanzania, Kenya). Ecco perché non è facile trovare una soluzione. Tanto più che il Kivu è diventato un eldorado, una terra di nessuno.

In queste province, il costo di produzione e, quindi, di acquisto dei minerali è molto basso. Per abbassare i prezzi sul mercato locale, si ricorre a minatori artigianali che lavorano per conto dei capi di gruppi armati o di alcuni ufficiali dell’esercito regolare. L’artigianato permette ai gruppi armati e agli ufficiali delle FARDC di bypassare la modalità industriale che richiede grandi investimenti. In tal modo, localmente si compra a basso prezzo e, sul mercato internazionale, si vende secondo gli indici forniti dalle borse, realizzando immensi guadagni.

Ciò spiega il caos congolese, perché è nel caos che si ottengono grandi profitti. L’esistenza di reti criminali è ormai accertata. La collusione dell’esercito regolare congolese con le cosiddette “forze negative” (nazionali e straniere) è confermata. Il problema non è, dunque, solo congolese. È diventato regionale e internazionale. «Tutti ci guadagnano, eccetto il popolo», dicono rassegnati tutti coloro che denunciano l’impunità, di cui a Kinshasa usufruiscono tutti coloro che sono implicati nella prosecuzione di conflitti armati nella Provincia Orientale e nel Nord e Sud Kivu.

Il rifiuto da parte dei comandanti militari dell’ex braccio armato del CNDP (Consiglio Nazionale per la Difesa del Popolo) di essere trasferiti dalle loro basi del Kivu verso altre regioni del Paese e la nomina di alcuni di loro ad alti posti di responsabilità all’interno delle FARDC non sono certo fatti rassicuranti. Il CNDP continua anche oggi a difendere i suoi interessi nel modo più assoluto. Infatti, il loro atteggiamento è senz’altro determinato dai grandi profitti che derivano dallo sfruttamento delle aree minerarie, attraverso complicità che lo stato congolese dovrebbe identificare e punire. Nelle proposte delle grandi riforme che lo Stato congolese dovrebbe intraprendere, si richiede, infatti, che i “militari abbandonino i siti minerari”. Porre fine ai saccheggi e massacri nell’est della RDCongo richiede un preciso e deciso impegno per smantellare le reti criminali, ripristinare l’autorità dello Stato su tutto il territorio del paese e avere il controllo sull’intero circuito di commercializzazione responsabile di minerali. Il fine è quello di consentire al popolo congolese di essere il primo beneficiario delle sue risorse naturali.

Da paese “potenzialmente” più ricco del mondo, la Repubblica Democratica del Congo (RDC) è diventata uno dei paesi più poveri del pianeta che attualmente vive di assistenza e aiuti umanitari. Secondo i rapporti della Banca Mondiale e del PNUD, la frode, la permeabilità delle frontiere, la corruzione diffusa a tutti i livelli, la dilapidazione del denaro del contribuente, l’evasione fiscale, l’impunità, la cattiva gestione dei fondi pubblici, le esazioni, la politica delle tangenti, non hanno fatto che dilapidare le risorse della RDC.

I minerali congolesi (cassiterite, coltan, oro) possono essere esportati e venduti a partire dall’estero. È ciò che sta accadendo attualmente. Minerali provenienti dalla RDC si trovano in Burundi, Ruanda, Uganda, Tanzania ed è da questi paesi confinanti con il Congo che vengono esportati in Europa, Cina, Asia e nei Paesi Bassi arabi.

Ultimamente, è la società cinese specializzata nel commercio dello stagno, la TT Mining, che compra ed esporta la maggior parte della cassiterite congolese commercializzata a Bukavu e Goma. L’esercito congolese vi è profondamente implicato e alcuni paesi vicini non sono disposti a lasciare la RDC e ridurre la loro influenza sul commercio dei minerali, per cosiddetti motivi di “sicurezza”.

L’illegalità in materia di risorse naturali è la manifestazione dell’incapacità dello Stato a ristabilire la propria autorità su tutto il territorio nazionale. Le risorse che non sono sotto il controllo dello Stato sono, dunque, oggetto di saccheggio. Ne deriva che la protezione dei minerali dal saccheggio è principalmente una questione nazionale. Il saccheggio non cesserà se non quando queste risorse saranno messe sotto la protezione dello Stato congolese. Ciò che sta succedendo nell’est del Congo è il sintomo di un malessere più ampio che colpisce la RDC, cioè l’assenza di una vera e propria autorità statale. La RDC è l’esempio di uno stato che non funziona. È lo stereotipo di uno stato africano ricco di risorse ma mal governato. Tale constatazione porta alla luce diversi problemi, quali il concetto di potere e di organizzazione della società. Il governo del presidente Kabila non è stato capace di riorganizzare né l’esercito nazionale, né i servizi di sicurezza, né l’amministrazione, per poter proteggere e disciplinare il commercio dei minerali strategici del paese. Pertanto, qualsiasi iniziativa deve concentrarsi sulla ricostruzione dello stato congolese, poiché solo uno Stato forte e competente è l’unica soluzione, a lungo termine, al problema dei minerali “insanguinati”. Nessuna legge straniera potrà porre fine al commercio dei minerali di sangue, se non c’è uno stato congolese funzionale. Il Congo ha bisogno di una autorità statale credibile.

Secondo diversi rapporti, vari ufficiali delle FARDC sono implicati in questo commercio illegale dei minerali, sia in complicità con i loro omologhi ruandesi, sia con i ribelli ruandesi, le FDLR in particolare. La lotta contro il contrabbando dei minerali di sangue può portare frutto solo se, internamente, le autorità congolesi prendono tutte le disposizioni necessarie per sanzionare severamente tutti coloro che sono ritenuti responsabili di questo commercio illegale. Kinshasa ha, dunque, l’obbligo morale, politico e giudiziario di agire con efficacia, dal momento in cui si sa che il commercio illegale dei minerali è la causa principale, se non esclusiva, della guerra e dell’insicurezza nell’Est della RDCongo, in particolare nelle province del Kivu. Ma anche nella regione dei Grandi Laghi Africani. Per questo, la Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi, CIRGL, ha deciso di promuovere la “certificazione di origine” dei minerali della regione. Già si stanno dando dei passi in tale direzione. Tuttavia, la RDC deve accelerare l’attuazione di questo procedimento.

 

c. Un decreto ministeriale per l’attuazione del meccanismo regionale per la certificazione delle risorse naturali

Il 29 febbraio, la RDC ha reso pubblico un decreto ministeriale per attuare il meccanismo regionale per la certificazione delle risorse naturali, già approvato dai Capi di Stato e di Governo membri della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIRGL), in occasione del vertice speciale sulle risorse naturali, tenutosi a Lusaka, Zambia, nel dicembre 2010. Strumento di base dell’Iniziativa Regionale sulle Risorse Naturali (IRRN), tale documento permetterà di stabilire delle norme appropriate relative alla catena di approvvigionamento dei minerali, comprese le disposizioni sulla certificazione di origine come, ad esempio, l’etichettatura, il monitoraggio, la supervisione e la verificazione dei prodotti e, contemporaneamente, la messa in atto e il potenziamento delle capacità degli agenti direttamente implicati, per accertarsi che i minerali da esportare non provengono da zone di conflitto o non servono come fonte di finanziamento di gruppi armati. Determinante per il futuro della popolazione della regione, questo meccanismo permetterà di lottare contro lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie e il commercio clandestino di quei minerali che sono la causa maggiore dei conflitti che paralizzano la regione dei Grandi Laghi e la RDCongo, in particolare.

Il decreto ministeriale dovrebbe segnare una reale presa di coscienza, da parte del governo, del fenomeno dello sfruttamento illegale dei “minerali di sangue” e far parte integrante della strategia di neutralizzazione delle forze negative ancora attive nella regione e che, attraverso la commercializzazione irresponsabile dei “minerali di sangue”, dispongono di una “economia di guerra” che permette loro di destabilizzare il paese. A livello internazionale, il decreto ministeriale può rafforzare la legge statunitense, la Dodd-Frank. Secondo quella legge, le società statunitensi hanno l’obbligo di precisare l’origine dei loro minerali e di acquistare solo prodotti certificati. È una legge che ha già costretto alcune società minerarie a rivedere le loro fonti di acquisto, per evitare eventuali sanzioni. A livello interno, se prendere una decisione è già qualcosa di positivo, è comunque necessario applicarla senza esitazione. Perché, fin quando i gruppi armati e le forze negative continueranno a godere di complicità, a livello nazionale, regionale e internazionale, la pace nella regione dei Grandi Laghi sarà sempre un pio desiderio.

 

d. La lista delle 85 società ufficialmente citate dalle Nazioni Unite nel saccheggio dei minerali congolesi:

  1. AFRICAN TRADING CORPORATION Sarl, SOUTH AFRICA
  2. AFRIMEX, United Kingdom
  3. AHMAD DIAMOND CORPORATION, BELGIUM
  4. A.H. PONG & Sons, SOUTH AFRICA
  5. A. KNIGHT INTERNATIONAL Ltd, United Kingdom
  6. A & M MINERALS and METALS Ltd, United Kingdom
  7. ALEX STEWART Ltd (Assayers), United Kingdom
  8. AMALGAMATED METAL CORPORATION Plc, United Kingdom
  9. AMERICA MINERAL FIELDS (AMFI), USA
  10. ANGLO AMERICAN Plc, United Kingdom
  11. ANGLOVAAL MINING Ltd, SOUTH AFRICA
  12. ARCTIC INVESTMENT, United Kingdom
  13. ASA DIAM, BELGIUM
  14.  ASA INTERNATIONAL, BELGIUM
  15. ASHANTI GOLDFIELDS, GHANA
  16. AVIENT AIR, ZIMBABWE
  17. BANRO CORPORATION, SOUTH AFRICA
  18. BARCLAYS BANK, United Kingdom
  19. BAYER A.G., GERMANY
  20. B.B.L. Banking, BELGIUM
  21. BELGOLAISE, BELGIUM
  22. CABOT CORPORATION, USA
  23. CARSON PRODUCTS, SOUTH AFRICA
  24. CHEMIE PHARMACIE NETHERLANDS, HOLLAND
  25. COGECOM, BELGIUM
  26. C. STEINWEG NV, BELGIUM
  27. DARA FOREST, THAILAND
  28. DAS AIR, United Kingdom
  29. DE BEERS, United Kingdom
  30. DIAGEM BVBA, BELGIUM
  31. EAGLE WINGS RESOURCES INTERNATIONAL, USA
  32. ECHOGEM, BELGIUM
  33. EGIMEX, BELGIUM
  34. ENTREPRISE GENERALE MALTA FORREST, DRC
  35. EUROMET, UK
  36. FINCONCORD SA, SWITZERLAND
  37. FINMINING, SAINT KITTS
  38. FIRST QUANTUM MINERALS, CANADA
  39. FLASHES OF COLOR, USA
  40. FORTIS, BELGIUM
  41. GEORGE FORREST INTERNATIONAL AFRIQUE, DRC
  42. HARAMBEE MINING CORPORATION, CANADA
  43. H.C. STARCK GmbH & Co KG, GERMANY
  44. IBRYV AND ASSOCIATES LLC, SWITZERLAND
  45. INTERNATIONAL PANORAMA RESOURCES Corp, Canada
  46. ISCOR, South Africa
  47. JEWEL IMPEX Bvba, Belgium
  48. KABABANKOLA MINING COMPANY, Zimbabwe
  49. KEMET ELECTRONICS CORPORATION, USA
  50. KHA International AG, Germany
  51. KINROSS GOLD CORPORATION, USA
  52. K & N, Belgium
  53. KOMAL GEMS NV, Belgium
  54. LUNDIN GROUP, Bermuda
  55. MALAYSIAN SMELTING CORPORATION, Malaysia
  56. MASINGIRO GmbH, Germany
  57. MELKIOR RESOURCES Inc, Canada
  58. MERCANTILLE CC, South Africa
  59. MINERAL AFRIKA Limited, United Kingdom
  60. NAC KAZATOMPROM, Kazakhstan
  61. NAMI GEMS, Belgium
  62. NINGXIA NON-FERROUS METALS SMELTER, China
  63. OM GROUP Inc, USA
  64. OPERATION SOVEREIGN LEGITIMACY (OSLEG) Pvt Ltd, Zimbabwe
  65. ORION MINING Inc., South Africa
  66. PACIFIC ORES METALS AND CHEMICALS Ltd, Hong Kong
  67. RAREMET Ltd, Saint Kitts
  68. SARACEN, South Africa
  69. SDV TRANSINTRA, France
  70. SIERRA GEM DIAMONDS, Belgium
  71. SLC GERMANY GmbH, Germany
  72. SOGEM, Belgium
  73. SPECIALITY METALS COMPANY SA, Belgium
  74. STANDARD CHARTERED BANK, U.A.E.
  75. SWANEPOEL, South Africa
  76. TENKE MINING CORPORATION, Canada
  77. THORNTREE INDUSTRIES (Pvt) Ltd, Zimbabwe
  78. TRACK STAR TRADING 151 (Pty) Ltd, South Africa
  79. TRADEMET SA, Belgium
  80. TREMALT Ltd, Belgium
  81. TRINITECH INTERNATIONAL Inc, USA
  82. TRIPLE A DIAMONDS, Belgium
  83. UMICORE, Belgium
  84. VISHAY SPRAGUE, USA and Israel
  85. ZINCOR, South Africa.