Gen 30

Congo Attualità n. 104

SOMMARIO:

EDITORIALE

1. KIVU

News
L’operazione “Amani leo” (“La pace oggi”)
L’entrata del CNDP nel governo del Nord Kivu

2. PROROGA DEL MANDATO DELLA MONUC

3. PER UNA LETTURA DELLA REALTÀ DEL KIVU

 

EDITORIALE

Le autorità militari congolesi hanno annunciato la fine dell’operazione militare Kimya II condotta contro le FDLR e l’inizio di una nuova operazione denominata Amani leo. Sono due informazioni che suscitano alcuni interrogativi.

Se, secondo le dichiarazioni ufficiali, Kimya II è stata un successo per aver raggiunto i suoi obiettivi, perché la si è interrotta e non la si è continuata? Forse perché le dichiarazioni ufficiali altamente positive non corrispondono alla realtà e sono state contraddette dall’ultimo rapporto del Gruppo degli esperti dell’Onu per la RDCongo e dalle Ong per i Diritti Umani, HRW in prima fila, che hanno affermato chiaramente il fallimento di Kimya II, dal momento in cui non solo non è riuscita a disarmare e rimpatriare un numero significativo di ribelli rwandesi, ma non è nemmeno riuscita a smantellarne la struttura locale di comando e a impedire il loro ritorno in certe zone minerarie da cui erano stati allontanati.

A questi insuccessi, si è aggiunto l’aggravamento della crisi umanitaria a causa degli “effetti collaterali” dell’operazione: persone civili uccise, villaggi incendiati, violenze sessuali, furti, sfollati, …

La nuova operazione annunciata, Amani leo, non lascia presagire nulla di diverso, dal momento in cui non c’è stato alcun cambio di persone nei quadri di comando. Si afferma, tuttavia, che sarà meno offensiva e più difensiva rispetto a Kimya II. Si sarà forse capito che il miglior modo di combattere gli attacchi delle FDLR è quello di ridurre la pressione militare su di loro e aumentare le possibilità di dialogo politico e di negoziati? È ciò che si spera. D’altra parte, le operazioni militari contro le FDLR sono servite soprattutto a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica, nazionale e internazionale, dai grandi problemi della Regione dei Grandi Laghi Africani: il commercio illegale delle risorse minerarie, la mancanza di democrazia e la deriva dittatoriale, le violazioni dei diritti umani, il non rispetto della sovranità nazionale e dell’intangibilità delle frontiere, i tentativi di espansionismo e di egemonismo, la corruzione, l’impunità, le questioni salariali, …

Chi dovrà rendere conto di questa tragedia umana davanti ai morti, agli sfollati, ai derubati e alle vittime degli stupri di massa? Il Presidente congolese Joseph Kabila, il Presidente rwandese Paul Kagame, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, il suo rappresentante speciale in RDCongo e capo della Monuc Alan Doss, i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la Comunità Internazionale (i governi di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa), le multinazionali implicate nel commercio illegale delle risorse minerarie della RDCongo e nel traffico clandestino delle armi?

La lista potrebbe allungarsi di molto.

KIVU

News

Il 6 gennaio, nella località di Kibumba, a una trentina di chilometri a nord di Goma, nel territorio di Nyiragongo, Nord Kivu, degli scontri hanno opposto le popolazioni locali agli agenti di polizia dispiegati per preparare l’arrivo delle autorità territoriali che dovevano procedere alla riabilitazione nelle sue funzioni amministrative del capo località, Deogracias Makombe Naraima, che aveva abbandonato il suo posto in seguito all’occupazione di Kibumba da parte dell’ex-movimento armato CNDP. Gli agenti di polizia hanno dovuto far fronte alla resistenza di un gruppo di persone che sostengono l’attuale capo località, Vitonda Rusisi, nominato dall’ex-movimento armato. Queste persone erano munite di armi ed avevano barricato tutti i passaggi. Il bilancio provvisorio di questi scontri è di cinque feriti.

Dall’inizio di gennaio 2010, nel Sud del Territorio di Lubero, si assiste ad un saccheggio sistematico di animali, capre, mucche, pecore, da parte di uomini armati e in uniforme militare. Secondo certi allevatori, sono i militari FARDC che sono gli autori di questi saccheggi di bestiame. Difatti, si è appurato che il comandante FARDC / CNDP basato a Mbughavinywa è in possesso di più di 100 mucche.

 La società civile, componente Giovani di Uvira, denuncia delle estorsioni commesse nei confronti delle popolazioni civili della provincia del Sud-Kivu da parte di militari FARDC dispiegati nel quadro dell’operazione “Amani Léo”. A titolo illustrativo, il presidente del settore giovani della Società civile cita il caso degli abusi perpetrati a Rubuga nel raggruppamento di Bafuliru e di Mikenge a Misisi.

Durante una conferenza stampa, il tenente-colonnello Jean-Paul Dietrich, portavoce militare della Monuc, ha dichiarato che l’operazione “Kimia II” ha permesso di neutralizzare 3.350 elementi FDLR e che 1.448 combattenti si sono consegnati alle FARDC e alla Monuc. Al termine dell’operazione “Kimia II, “551 combattenti FDLR sono stati arrestati e 1.405 si sono arresi. Il processo DDRRR per le FDLR ha permesso di operare un rimpatrio in Ruanda di 1.956 combattenti e delle persone a loro carico.

Il 18 e 19 gennaio, si è tenuta a Matadi (Bas-Congo) la 2° riunione di valutazione dell’operazione militare “Kimia II” condotta nel Kivu contro le FDLR dalle FARDC e dall’esercito ruandese con l’appoggio della Monuc. Un comunicato congiunto è stato firmato dai tre capi di Stati Maggiori Generali degli eserciti della RDCongo, Ruanda e Burundi, in presenza del comandante dei caschi blu della Monuc. Secondo questo comunicato, si tratta di “mantenere il ritmo delle operazioni e di mettere a punto un monitoraggio congiunto e un meccanismo di scambio di informazioni tra i servizi di investigazione di Ruanda, Burundi e RDCongo”.

 Il 20 gennaio, due ufficiali della polizia nazionale congolese sono stati uccisi e 3 civili feriti durante un attacco perpetrato da un gruppo di uomini fortemente armati e in uniforme militare, nel capoluogo del territorio di Rutshuru, a circa 70 chilometri a nord di Goma. Secondo i testimoni, tra gli assalitori sono state riconosciute delle guardie del corpo di alcuni ufficiali FARDC basati in questo settore. Secondo l’autorità amministrativa a Rutshuru, invece, si tratta di un attacco comandato e condotto dalle forze negative provenienti dal parco nazionale dei Virunga.

 

L’operazione “Amani leo” (“La pace oggi”)

Il 31 dicembre, le operazioni militari Kimia 2 si sono concluse su decisione delle autorità civili e militari congolesi. Cedono il posto ad una nuova fase operativa chiamata Amani Léo” (La pace adesso”, in swahili). Secondo il portavoce delle operazioni, questa fase è prevista per una durata di 3 mesi e dovrà dedicarsi prioritariamente alla protezione della popolazione civile.

Olivier Hamuli, portavoce dell’operazione Amani Léo nel Sud-Kivu spiega la filosofia della nuova fase delle operazioni militari: “L’accento è messo adesso, sulla protezione della popolazione civile e sul rispetto rigoroso dei diritti umani. La Monuc resta sempre il partner privilegiato delle FARDC, fornendo le informazioni militari, l’appoggio logistico e sanitario, il carburante, l’alimentazione e, se necessario, un appoggio diretto in certi combattimenti)”. Il capitano Hamuli precisa anche che queste operazioni, più difensive che offensive, dovrebbero permettere, non solo di proteggere meglio le popolazioni civili contro le aggressioni delle FDLR e di altri gruppi armati, ma anche di controllare meglio i soldati FARDC tentati di commettere delle estorsioni.

Secondo un comunicato della Monuc, si tratta di proteggere le popolazioni civili, di liberare le zone strategiche dalle forze negative, di conservare i territori ricuperati dalle FDLR e di aiutare a restaurare l’autorità dello stato. L’operazione Amani Léo comporterebbe degli interventi preventivi che mirano ad impedire alle FDLR di raggrupparsi di nuovo, di attaccare le popolazioni civili e di riprendere il controllo delle zone minerarie importanti. Alla domanda delle FARDC, la Monuc fornirà alle unità delle FARDC le razioni alimentari e altri appoggi essenziali, purché le operazioni siano pianificate congiuntamente e che si facciano nel rispetto dei diritti dell’uomo, del diritto umanitario internazionale e dei diritti dei profughi, come richiesto dalla risoluzione 1906(2009) del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

 

L’entrata del CNDP nel governo provinciale del Nord-Kivu

 Il 22 dicembre, il governatore della provincia del Nord-Kivu, Julien Paluku, ha proceduto ad un rimaneggiamento del suo governo. Tale cambio interviene all’indomani della visita, a Goma, del Capo dello Stato, Joseph Kabila, che aveva ricevuto i membri dei gruppi armati. La particolarità della nuova equipe è quella di avere nel suo seno, anche dei membri degli ex gruppi armati, fra cui il CNDP. François Ruchogoza Tuyihimbaze, del CNDP, è stato nominato nuovo ministro provinciale della Giustizia, Diritti umani e Reinserimento comunitario.

Il CNDP è riuscito ad entrare nel governo del Nord Kivu. Sarebbe, questa, la concretizzazione degli accordi firmati a Goma il 23 marzo 2009. Un gruppo armato che ha violato i diritti umani e ha rinnegato la giustizia nazionale e internazionale, rifiutando di consegnare i suoi criminali alla CPI, si vede affidare il Ministero provinciale della Giustizia, dei diritti umani e del reinserimento comunitario di quella popolazione che esso ha massacrato a più riprese. E’ il mondo alla rovescia, in cui gli assassini possono essere ricompensati con importanti posti di governo in una provincia che essi hanno disumanizzato!

“Gli accordi di pace firmati tra il governo congolese e i gruppi armati prevedevano la fine delle ostilità, la trasformazione dei gruppi armati in partiti politici, il ritorno degli sfollati e dei rifugiati e l’integrazione dei quadri di tutti i gruppi armati nella vita politica nazionale.”

La trasformazione dei gruppi armati in partiti politici e la loro integrazione nella vita politica nazionale sono sinonimi della loro integrazione in un processo che essi hanno sempre boicottato? Perché la vita politica nazionale si ridurrebbe alla partecipazione nel governo? Non si sarebbe in presenza di un antecedente spiacevole che rischia di riportare laRDCongo in altre guerre interminabili? Chi potrà opporsi domani a coloro che prenderanno le armi per avere accesso al potere nazionale? L’integrazione di membri del CNDP e di altri gruppi armati in un governo sorto da un processo detto democratico dovrebbe spingere gli onorabili deputati provinciali e nazionali a dimettersi, dal momento in cui tale processo è ridotto a nulla.

Secondo Mwinyi Hamza Badjoko, politico congolese, membro dell’opposizione non istituzionale, la RDCongo è un Paese retto da una Costituzione che regola le istituzioni della Repubblica e le modalità di accesso al potere per i deputati e senatori, nazionali e provinciali e per il Presidente della Repubblica… e il periodo del loro mandato. In nessun paragrafo, la Costituzione prevede che un gruppo di persone possa prendere le armi per accedere al potere e far parte di un governo. È un fatto anti-costituzionale. Questa modalità potrebbe forse essere tollerata in un periodo di transizione o di compromesso politico, ma non in un periodo ordinario.

Le persone del CNDP hanno offeso la sovranità del Congo e hanno massacrato uomini e donne congolesi. Il loro posto non è in un governo della Repubblica, ma davanti alle corti e tribunali della RDCongo e della comunità internazionale.

È strano che ogni volta che l’est della RDCongo viene attaccato da una ribellione sostenuta, armata e finanziata dal Ruanda, il governo congolese non reagisca allo stesso modo con cui ha fatto nel Bas-Congo con Bundu dia Kongo e, recentemente, nell’Equateur con gli insorti di Dongo. A Dongo si è arrestato un certo Firmin Yangambi e a Kisangani Eric Kikunda. Questi due sono stati trasferiti davanti all’Alta Corte Militare, mentre il CNDP è oggetto di negoziazioni. E’ incomprensibile. Ciò che fa problema è questa politica di due pesi, due misure.

L’entrata del CNDP nel governo del Nord-Kivu e i suoi tentativi per entrare anche nel governo di Kinshasa sono un ritorno alla lettura etnica e, quindi riduttiva, della guerra di aggressione a cui il popolo congolese continua finora a resistere.

Accettare che il CNDP entri nei diversi governi del paese, è ipso facto, ammettere che la guerra di aggressione imposta alla RDCongo aveva come causa maggiore l’esclusione delle “minoranze tutsi” in nome delle quali il CNDP, per bocca di Nkunda, aveva affermato di avere preso le armi. I congolesi hanno tuttavia dimostrato a più riprese, con prove alla mano, che la suddetta minoranza è rappresentata, e addirittura iper rappresentata, in tutte le istituzioni del paese e che in RDCongo, quasi tutte le etnie sono minoritarie. Inoltre, vari rapporti, tanto nazionali che internazionali, redatti su questa guerra hanno indicato, nero su bianco, che il CNDP, come l’AFDL e il RCD, è al servizio di Kigali, principale mediatore nel saccheggio delle risorse naturali del Congo da parte delle multinazionali.

Per il fatto che il CNDP partecipa già in un governo provinciale, sembra che i governanti congolesi avallino lo spiegazione etnia, tuttavia confutata, della guerra di aggressione e ne scagionino i veri mandanti: gli U.S.A., la Gran Bretagna e le loro multinazionali. La guerra di aggressione fa parte del ridisegnamento della mappa dell’Africa Centrale da parte degli USA dopo Mobutu. Essi e i loro alleati hanno scelto nuove pedine: Kagame e Museveni. Controllare la RDCongo e le sue risorse naturali mediante l’interposizione del Ruanda e dell’Uganda permetterebbe agli USA e ai loro alleati di avere il controllo sull’Africa e di vincere la guerra economica contro i paesi emergenti, fra cui la Cina e l’India.

 

PROROGA DEL MANDATO DELLA MONUC

 Il 29 dicembre, il ministro congolese della Comunicazione e portavoce del governo, Lambert Mende, si è dichiarato soddisfatto della risoluzione 1906 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul futuro mandato della Monuc. Egli ha affermato che la proroga del mandato della Monuc fino al 31 maggio 2010 soddisfa la RDCongo, tanto più che il presidente Kabila e il suo governo hanno chiesto alla Monuc di presentare, entro il 30 giugno 2010, un piano di un suo ritiro progressivo.

 

Secondo il responsabile del dipartimento dell’informazione della Monuc, Kevin Kennedy, nella risoluzione “1906” emergono tre grandi priorità. Si tratta, in primo luogo, di assicurare in particolare la protezione dei civili, di eliminare poi la minaccia dei gruppi armati congolesi e stranieri, le FDLR ed i LRA, rinforzando i programmi di DDR e DDRRR, appoggiando delle operazioni militari e aiutando il governo a stabilizzare le zone da cui sono stati cacciati i gruppi armati. In terzo luogo, la risoluzione mira ad aiutare il governo congolese a progredire nella riforma del settore della sicurezza, particolarmente nella riforma delle FARDC, della polizia nazionale e dei sistemi giudiziari e penitenziari congolesi. Secondo Kevin Kennedy, la risoluzione ha stabilito chiaramente le condizioni che reggono il sostegno della Monuc alle FARDC: le operazioni devono essere pianificate in comune e devono privilegiare la protezione dei civili, il rispetto del diritto internazionale umanitario, dei diritti dell’uomo e dei profughi. Questa lettura della risoluzione da parte della Monuc differisce abbastanza da quella emessa dalle autorità governative congolesi.

Infatti, il portavoce del governo, Lambert Mende, ha dichiarato che nessuna intromissione sarà tollerata su aspetti che toccano la sovranità nazionale, come le strategie di dispiegamento dell’esercito, il funzionamento delle istituzioni nazionali e l’organizzazione delle elezioni.

Il ministro Mende si è soffermato su alcuni punti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza che suscitano qualche riserva da parte delle autorità di Kinshasa. Il primo punto che il governo considera “come un vero processo di intenzione” fa riferimento al calendario elettorale. Nel preambolo della risoluzione 1906, infatti, il Consiglio di Sicurezza insiste sul fatto che il governo della RDCongo deve fare alcuni sforzi supplementari per stabilire il calendario delle elezioni locali, legislative e presidenziali, in totale conformità con la Costituzione. Il governo congolese trova a ridire anche rispetto al capitolo della smobilitazione e del rimpatrio dei combattenti stranieri attivi sul territorio della RDCongo. Nella sua ultima risoluzione, il Consiglio di Sicurezza chiede insistentemente alla Monuc di rinforzare il suo appoggio ai programmi di smobilitazione e di rimpatrio volontario di questi combattenti. Ciò che non è condiviso dalle autorità congolesi che stimano, secondo Lambert Mende, che la tappa del rimpatrio volontario è già terminata da molto tempo”. “La vera questione che è all’ordine del giorno, è quella del disarmo e del rimpatrio forzato di coloro che non hanno accettato di deporre le armi e di ritornare al loro paese di origine”, ha spiegato il portavoce del governo congolese.

Del resto, all’inizio della risoluzione, il Consiglio di Sicurezza ricorda che “il dovere della sicurezza e della protezione dei civili incombe al Governo congolese”, mette un accento particolare sulla necessità della riforma del settore della sicurezza e invita il governo congolese a dotarsi “di un esercito plurietnico, realmente nazionale, disciplinato e professionale”, perché la situazione del Paese rimane molto preoccupante. Il Consiglio di Sicurezza richiede che ne siano determinate la “taglia e la composizione delle unità” e insiste affinché sia escluso dalle forze armate congolesi ogni candidato che avrebbe violato il diritto internazionale umanitario.

 

Il portavoce del governo ha manifestato il suo stupore nel constatare che nell’approccio globale al conflitto e all’insicurezza della regione dei Grandi Laghi, la Risoluzione 1906 sembri dimenticare che la Repubblica Democratica del Congo sia la vittima e non l’autore delle aggressioni che subisce. “Non si sottolineano il ruolo e la responsabilità della comunità internazionale e dei Paesi limitrofi in questa situazione. Solo una rilettura obiettiva dei ruoli svolti dagli uni e dagli altri nella Regione dei Grandi Laghi sin dal 1994 potrà condurre a una definizione più giusta dei doveri di ciascuno, negli sforzi per ristabilire la pace e la sicurezza “, egli ha detto con forza.

Il ministro Mende stima inoltre che per quanto riguarda la filiera del commercio illegale delle risorse naturali della RDCongo, la Risoluzione 1906 non risale fino ai primi beneficiari basati in Occidente, per stabilirne le loro responsabilità. Tutto ciò è stato superbamente ignorato.

 

PER UNA LETTURA DELLA REALTÀ DEL KIVU

In seguito all’uccisione di P. Cizimya Daniel, il 6 dicembre 2009, a Kabare e di Sr. Denise, il 7 dicembre à Murhesa, l’Abbé Richard MUGARUKA ha pubblicato una sua analisi della situazione del Kivu (Est della RDCongo).

Secondo l’Abbé Mugaruka, il piano di balcanizzazione della RDCongo e dell’annessione della sua parte orientale al Ruanda, che non è stato possibile realizzare mediante la guerra, non è stato tuttavia abbandonato. La sua concretizzazione proseguirebbe attraverso nuove strategie che consistono nel creare e mantenere nell’est del Paese un clima di insicurezza che dimostrerebbe l’incapacità dello Stato congolese a rappacificare, rendere sicura, gestire e governare questa parte del suo territorio. Questo piano di balcanizzazione della RDCongo è in corso con la complicità dello Stato congolese incapace di garantire la sicurezza sul suo territorio e di controllare il flusso migratorio alle sue frontiere.

A. LE CAUSE GEOPOLITICHE E GEOSTRATEGICHE.

Il primo beneficiario di questo piano, il Ruanda, che vi troverebbe la soluzione al suo cruciale problema di sovrappopolazione e di insufficienza di spazio vitale, è riuscito ad imporsi militarmente e diplomaticamente sulla RDCongo fragilizzata da una guerra d’usura, il mal governo, la corruzione, l’incuria e la venalità di alcuni suoi dirigenti. Prendendo atto dei rapporti di forza reali tra Kigali e Kinshasa, la comunità internazionale ha imposto a quest’ultima l’accettazione dell’egemonia ruandese nella regione e la condivisione delle risorse e del territorio congolese con i paesi limitrofi, aprendo, di fatto, la via ad un larvato processo di annessione del Kivu al Rwanda.

Su questo argomento, in un articolo apparso sul quotidiano di Kinshasa la Tempête des Tropiques, del 25 Novembre 2009, sotto il titolo evocatore: “Proliferazione dei gruppi di resistenza e afflusso dei rifugiati ruandesi. Il Kivu subisce un’annessione silenziosa”, si scrive: “L’arrivo dei vari belligeranti, maggiori e minori, a Kinshasa, gratificati con ricompense di incoraggiamento alla guerra mediante la loro compartecipazione alla gestione del paese che avevano appena saccheggiato e devastato; il processo elettorale da cui sono sorte le nuove istituzioni e i loro animatori; l’accordo di Nairobi firmato tra Kinshasa e Kigali, la conferenza di Goma sancita da un atto di impegno firmato dal governo e da tutti i gruppi armati attivi nel Kivu; l’installazione a Goma di una struttura internazionale permanente composta dai Plenipotenziari di certe potenze dell’Europa occidentale e del Nord America; l’integrazione delle truppe ribelli nell’esercito nazionale; le operazioni militari congiunte RDCongo-Ruanda nel Nord Kivu; l’integrazione dei membri del CNDP nelle istituzioni; l’operazione militare Kimia II ecc.: Tutte queste strategie non hanno messo fine alla guerra e non hanno riportato la pace nel Kivu. La situazione va sempre di male in peggio. Il deterioramento di una situazione cronica che non si riesce a dominare o ad arginare, può diventare, a lungo andare, un fatto compiuto. È verso dove il Kivu si sta incamminando. Il fallimento di tutte le strategie e la persistenza dell’insicurezza non lasciano presagire il contrario”.

Il clima di “né guerra né pace” che persiste nell’est della RDCongo continua a favorire lo sfruttamento illegale delle risorse naturali e strategiche della RDCongo da parte di reti mafiose, nazionali e internazionali che si sono costituite grazie alla guerra e che hanno le loro basi di transito nei paesi limitrofi, particolarmente il Ruanda, l’Uganda e il Burundi. I vari rapporti degli esperti dell’ONU hanno identificato molte di questi reti mafiose, ancora attive con la complicità di Stati limitrofi, occidentali e asiatici…

Nel Rapporto n° S/2008/773 del 12/12/ 2008 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ai § 128 e 129 si può leggere ciò che segue. Al § 129: “La cassiterite, il coltan e il wolframite sono esportati ufficialmente da imprese installate in Belgio, Ruanda, Malaysia, Tailandia, Regno Unito di Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, Hong Kong (Cina), Canada, Federazione della Russia, Austria, Paesi Bassi, Svizzera, India, Emirati Arabi Uniti e Sud Africa. I principali punti di esportazione di questi minerali sono Mombasa e Dar-Es-Salaam. L’oro esce in contrabbando attraverso i paesi vicini per essere poi esportato principalmente verso gli Emirati Arabi Uniti e l’Europa”.

Al § 128: “Il Gruppo stima che le cifre ufficiali relative all’esportazione mineraria sono molto inferiori alla realtà, particolarmente a causa della sottovalutazione sistematica del tenore in minerale e delle grandi quantità esportate in contrabbando verso i Paesi limitrofi”.

La lobby tutsi ha adottato la tattica della demonizzazione sistematica di tutti i leader politici e religiosi, accusandoli di trialismo e razzismo, con il fine di spezzare, decapitandola, la resistenza popolare congolese del Kivu alla politica egemonica, espansionista, militarista e predatrice del regime di Kigali. Le ambasciate occidentali a Kinshasa che, nella loro ingenuità e nella loro abituale compiacenza verso Kigali, a causa della loro responsabilità nel genocidio in Ruanda, si lasciano facilmente manipolare e intossicare dalla stessa lobby tutsi, infiltratasi in tutte le organizzazioni internazionali.

In tal modo, si invertono i ruoli: i boia colpevoli prendono il posto delle vittime innocenti e queste ultime diventano paradossalmente i boia colpevoli.

Lo Stato congolese ha dimostrato la sua incapacità a garantire la sicurezza e a proteggere la popolazione civile.

L’integrazione di Tutsi ruandesi neille FARDC, in occasione dell’integrazione delle truppe del CNDP, in seguito agli accordi di dicembre 2008 e dell’operazione Umoja wetu, ha rinforzato il carattere eteroclito e la non affidabilità dell’esercito nazionale congolese. In vista dell’operazione Kimya II, nel Kivu sono state dispiegate proprio queste unità ultimamente integrate, un insieme di bande armate, i cui vari comandanti provenienti dal CNDP (ndrl e dalle FDRL) continuano ad essere fedeli a Kigali. Molti crimini, stupri, furti, massacri e violazioni dei diritti dell’uomo sono attribuiti proprio a loro.

Sul piano diplomatico, la RDCongo non è stata capace né di vincere la guerra contro il CNDP, armato da Kigali, né di trattare una pace vera. Il Ruanda può così continuare a trarre profitto dalla sua vittoria militare e diplomatica, per meglio consolidare la sua egemonia nella sotto-regione e favorire l’emigrazione di una parte della sua popolazione verso il Nord Kivu. L’esistenza di un’amministrazione parallela nel Masisi e nel Rutshuru è la dimostrazione di questa presenza persistente del CNDP la cui simpatia verso Kigali è nota a tutti. Ancor più, l’attuale invasione del territorio di Rutshuru da parte di decine di migliaia di ruandesi, dimostra quanto la regolarizzazione delle relazioni diplomatiche tra Kinshasa e Kigali sia stata inficiata da interessi vari.

Sul piano politico, l’opacità e l’assenza di dibattito democratico che hanno caratterizzato Umoja wetu, Kimya I e Kimya II e l’integrazione di ruandesi del CNDP nelle FARDC, tramite un processo precipitato ed empirico, continuano ad alimentare le frustrazioni e le incomprensioni della popolazione congolese che assiste pietrificata alla dissoluzione dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale. Trattando la pace con Kigali senza l’appoggio e all’insaputa del popolo congolese e dopo le sconfitte militari inflitte da Nkunda, Kinshasa è diventata ancor più fragile e ha dovuto accettare una capitolazione senza condizioni, dalle conseguenze pregiudizievoli per l’interesse nazionale.

B. ALCUNE PISTE DI RIFLESSIONE E DI SOLUZIONE:

Il problema dell’insicurezza persistente nell’est della RDCongo si inserisce nel contesto globale del fallimento, della decadenza, della debolezza e della dimissione dello Stato congolese. Non potrà essere risolto in modo definitivo che per la restaurazione dello stato congolese e della sua autorità sull’insieme del territorio.

Questa restaurazione dello Stato si fonda su quattro pilastri: una classe dirigente competente, onesta e dedicata al bene comune; una giustizia indipendente, imparziale ed efficace; un’amministrazione a-politica e rigorosamente organizzata e, infine, un esercito repubblicano, professionale e dissuasivo.

Più immediatamente, nell’est della RDCongo, occorrerebbe:

Sul piano interno, chiedere ed ottenere:

– l’obbligo di residenza in caserme per tutte le unità militari integrate e il loro trasferimento in province dell’ovest del paese;

– la pianificazione della loro smobilitazione progressiva e della loro inserzione socioeconomica;

– la loro sostituzione con unità militari disciplinate e meglio formate e inquadrate;

– una giustizia rigorosa ed efficace, incaricata di far luce sugli stupri, gli incendi dei villaggi, i massacri di persone e le altre violazioni dei diritti dell’uomo;

– la declassificazione e la revisione con tutta trasparenza da parte dell’assemblea nazionale, degli accordi di pace del dicembre 2008 circa l’operazione militare congiunta rwando-congolese Umoja wetu.

– la valutazione da parte di una commissione parlamentare, dei risultati delle operazioni militari Kimia I e Kimia II e del problema dell’invasione del Kivu da parte di ruandesi che si presentano come rifugiati congolesi;

– il controllo dei flussi migratori delle popolazioni lungo la frontiera orientale del paese e il censimento della popolazione.

Sul piano diplomatico, occorrere che:

– il Ruanda organizzi il dialogo politico inter rwandese per risolvere il problema ruandese del genocidio e delle FDLR. Tutte le soluzioni militari proposte dalla Comunità Internazionale sono, infatti, fallite. La RDCongo non può continuare a vivere il suo presente e ad ipotecare il suo avvenire a causa di un passato negativo di un altro paese. La RDCongo non può continuare ad accettare che il suo esercito serva a Kigali per combattere contro i ribelli ruandesi delle FDLR, presunti genocidari che non possono ritornare in patria, per la mancanza di condizioni politiche di sicurezza e di accoglienza.

– per quanto riguarda la condivisione delle risorse naturali della RDCongo, nessuno glielo imponga dall’esterno e a scapito suo. La RDCongo è uno Stato sovrano che rimane il proprietario legale del suo suolo e sottosuolo. Ogni condivisione delle sue risorse naturali deve farsi nel rigoroso rispetto della sovranità nazionale garantita dal diritto internazionale, e dunque nella legalità e nella trasparenza.

– la Comunità Internazionale si implichi maggiormente nella lotta contro le reti mafiose statali e non statali, locali e internazionali e contro le multinazionali che continuano a servirsi del Ruanda, dell’Uganda e di altri paesi limitrofi, come basi di accesso allo sfruttamento fraudolento e illegale delle risorse naturali della RDCongo. E’ infatti di dominio pubblico che l’insicurezza persistente nell’est della RDCongo è alimentata dallo sfruttamento illegale delle risorse naturali del paese.

Fine novembre 2009, la senatrice Els Schelfhout (NDLR: Regno del Belgio) si è recata per due settimane in Repubblica Democratica del Congo (RDCongo). L’obiettivo della sua missione: avere degli incontri con organizzazioni e persone impegnate nei diversi settori a Kinshasa e nell’est del paese (Kivu) e prendere conoscenza della situazione attuale in Africa centrale, per ottenere delle informazioni in vista delle sue attività parlamentari sul Congo.

 

“L’est del Congo non è un tema attraente né per la politica, né per la stampa: troppo lontano, troppo grande, troppo complesso. L’interesse per il Congo non porta nessun vantaggio elettorale.

Stimate sui sei milioni di morti, le vittime dirette o indirette della violenza nell’est della RDCongo fanno parte dei famosi danni collaterali.

La ricchezza conduce alla povertà.

Le province orientali del Congo dispongono di un’immensa quantità di risorse naturali. L’est della RDCongo è una terra molto fertile. I Kivu possono nutrire tutto il Congo. Questo granaio congolese può rifornire anche tutta l’Africa subsahariana. Il territorio è costituito in grande parte di foreste chiamate ‘i polmoni verdi dell’Africa’ e dispone di risorse naturali che alimentano l’egoismo dei predatori locali ed internazionali.

Ma queste fertili terre possono essere sfruttate solo in minima parte, visto che la strada verso i campi è cosparsa di pericolose imboscate: può succedere di essere violentata sia all’andata che al ritorno. I polmoni verdi congolesi vengono deforestati. L’anno scorso, il 23% delle piante del parco Virunga nel Nord-Kivu è stato tagliato illegalmente. I tronchi degli alberi diventano carbone ‘makala’ per uso domestico.

Le risorse naturali vengono saccheggiate dappertutto, ma tutti questi metodi hanno un punto comune: non sono a favore della popolazione. Nel 2008, il governo congolese ha incassato 92 milioni di dollari per il commercio delle risorse. Ha perso 450 milioni di dollari a causa della mancanza di registrazione all’esportazione, dell’evasione fiscale e di contratti fraudolenti. Dei 74,73 milioni di dollari di tasse, il governo ha incassato solamente il 22%. L’anno scorso, solo 100 kg d’oro congolese sono stati commercializzati ufficialmente. In realtà – secondo stime approssimative – si tratta di un giro di 28.000 – 30.000 kg. Secondo altre fonti, almeno il 90% dell’estrazione dell’oro viene esportato illegalmente. Cobalto, coltan, cassiterite… I documenti ‘ufficiosi’ indicano che ogni camion che esce dalla miniera, perde l’80% del suo carico. Per strada, dei gruppi armati prelevano ogni tipo di tasse: la strada che conduce dalla miniera al centro di esportazione è occupata successivamente dalle FDLR, ribelli hutu, dalle FARDC (esercito congolese) e dal CNDP (milizie tutsi). Tutti vogliono una parte del dolce. I gruppi armati possono prelevare delle tasse anche su sigarette, batterie, carburanti, ecc.

La popolazione deve pagare una tassa o ‘il pizzo’. Coloro che non possono o non vogliono rischiano di subirne le conseguenze. Le pratiche mafiose non sono assolutamente estranee ai gruppi ribelli. Nella foresta, si ritrovano armati uno di fronte all’altro; lungo la strada, diventano dei commercianti e degli uomini d’affari.

L’opportunismo internazionale.

La comunità internazionale lascia fare. Siamo soprattutto realisti: la maggior parte dei paesi occidentali che affermano di aver un interesse per il Congo, difendono piuttosto i loro propri interessi. All’infuori dell’Europa, è soprattutto il Canada che ha grandi interessi nello sfruttamento delle risorse naturali in RDCongo. Diverse multinazionali sono attive nel settore minerario. In cambio delle concessioni minerarie, offrono dei servizi per la ricostruzione delle strade e delle infrastrutture. Anche la Cina ha il senso degli affari in RDCongo. Questi progetti non fanno, purtroppo, la differenza. Che cosa vale una scuola senza insegnanti? O un ospedale senza medici?

In seno all’Europa, la Gran Bretagna osserva la situazione dell’Africa Centrale soprattutto a partire da Kampala (Uganda) e Nairobi (Kenia). ‘Dimenticare il passato’ è la parola d’ordine. Il senso di colpevolezza per non avere impedito il genocidio ruandese ha condotto il Regno Unito a collocarsi a fianco del presidente ruandese Kagame. Risultato: grazie a Tony Blair, consigliere personale (!) di Kagame, il Ruanda è entrato nell’Eastern African Community e recentemente nel Commenwealth.

In Europa, non c’è un minimo atteggiamento critico nei confronti di Kagame anche se, nel frattempo, tutti sanno che il suo ruolo nel genocidio rwandese non era certo quello del cavaliere bianco. Anche se secondo uno studio – mantenuto segreto – dell’ONU, sembra incontestabile che nel ’97, decine di migliaia di hutu sono state massacrate dai tutsi. Anche se è più che chiaro che i progetti di Kagame sull’est del Congo, ricco e fertile, sono stati accuratamente calcolati, sia che si tratti dell’appoggio al CNDP di Nkunda, dello spostamento strategico di profughi ruandesi come pedine su una scacchiera per annettere certi territori congolesi o dell’implicazione delle truppe ruandesi in questi territori. Solamente alcuni paesi europei ammettono le intenzioni perverse di Kagame.

Per molto tempo, i Paesi Bassi hanno seguito la Gran Bretagna, ma recentemente – sotto l’influenza dei paesi scandinavi – hanno iniziato un processo di presa di coscienza e hanno diminuito l’aiuto diretto al Ruanda. Durante la guerra del 1998-2003, la Francia ha fatto la cattiva scelta di scommettere su Jean-Pierre Bemba e ancora oggi ha seri problemi con l’arrivo del presidente Kabila al potere. La Repubblica Checa era un importante fornitore di armi alla RDCogo. Dopo la sua adesione all’UE, le consegne sono state rimandate. I paesi scandinavi sono finanziariamente molto attivi in Ruanda e in Uganda. Il Portogallo si occupa piuttosto degli interessi della sua ex colonia, l’Angola.

È chiaro: la politica adottata nei confronti del Congo dalla maggior parte dei paesi attivi nella regione è condotta dall’interesse personale.

La questione sociale.

Il governo congolese non riesce ad organizzare i servizi dello stato e le finanze. I funzionari, i militari, la polizia, i medici, gli insegnanti… sono pagati raramente e molto poco. Un medico all’ospedale Generale di Riferimento, ospedale pubblico, guadagna circa 60 dollari al mese, un chirurgo, 10 dollari. Per un insegnante è pressappoco la metà. I militari guadagnano tra i 50 e gli 80 dollari al mese. Tutti si sentono obbligati a completare questo magro stipendio. Il medico conta ‘una visita’. Quelli che non possono pagare sono presi in ostaggio all’ospedale, senza cure. L’insegnante chiede il minerval. È per questo che molti bambini non possono andare a scuola. Il militare utilizza la sua arma per avere uno stipendio. Crimine e impunità vanno mano nella mano. Quasi 80 volte più grande del Belgio, con un bilancio nazionale corrispondente a quello di una città media belga, il paese è alla deriva e vittima dei progetti e delle perfide strategie dei paesi limitrofi che perturbano indisturbati la metà delle frontiere. Sovente gli uomini di governo sono corrotti, impotenti, incompetenti e indifferenti. L’impunità regna.

Il processo di pace è un fallimento.

L’operazione militare Kimia II è stato un fallimento. Le FDLR si sono ritirate verso l’interno della foresta, una zona che i combattenti conoscono a memoria. La MONUC sosteneva l’azione congiunta dell’esercito congolese e del CNDP mediante la consegna di razioni alimentari, il trasporto e l’evacuazione medica. Ma non aveva niente a che fare con la programmazione operativa e non è riuscita a proteggere la popolazione civile del Kivu.

Il processo di pace è un fallimento. Sembra meglio riconoscerlo e capirne le cause per poter anticipare le conseguenze. Un falso ottimismo non serve a nessuno, nemmeno ai congolesi.

A partire dalle loro gabbie dorate, gli espatriati dell’ONU passano davanti alla miseria dei congolesi e sono troppo occupati a scrivere rapporti. Ciò che caratterizza le organizzazioni internazionali attive a Goma è del protagonismo e dell’ego management. Le loro grandi jeep causano solo grandi problemi di circolazione sulle strade di Goma.

EUSEC (European Security) è la missione europea speciale che fornisce l’assistenza alla riforma del settore della sicurezza. La missione riconosce che l’integrazione del CNDP di Nkunda e dell’altro criminale Ntaganda, nelle FARDC non è certo una riuscita. ‘Un vero bordello’. Durante la prima metà del 2008, il CNDP si trovava in due piccoli territori del Nord-Kivu. Alla fine del 2008, la presenza di questo milizia tutsi, sostenuta dal Ruanda, si è estesa. Oggi si può constatare che il CNDP ha la regione di Masisi sotto il suo completo controllo. Il CNDP disporrebbe ancora di armi non registrate.

Kymia II non è stata un’operazione militare dell’esercito congolese, ma dei ruandesi.

Non è molto molto tempo che i gruppi armati congolesi (i ‘non rwandofoni’), Mai Mai, APCLS e PARECO si battevano accanto alle truppe congolesi per respingere il CNDP. Adesso, sono diventati ‘i cattivi’ e si dedicano come gli altri ai furti, saccheggi, stupri e massacri.

EUPOL è un’iniziativa europea per assistere la riforma della polizia. Anch’essa ha ottenuto – a partire da Kinshasa – pochi risultati. E poi, c’è REJUSCO che dovrebbe appoggiare la riforma della giustizia… Non c’è uno stato di diritto, non c’è giurisdizione, non c’è giustizia. Crimine ed impunità vanno di pari passo in Congo. Ciò non cambierà, finché la polizia, i giudici e le guardie carcerarie non sono pagati o sono poco pagate.

Piste di soluzione.

“Se gli Stati Uniti e l’Europa dicessero: “adesso basta!”, la situazione si sbloccherebbe Ma non dicono nulla.

Bisogna mobilitarsi per un Congo indipendente, capace di governarsi da sé stesso, con tribunali, scuole, università, ospedali, strade, infrastrutture, ferrovie, porti ed aeroporti…

Bisogna formare un esercito disciplinato, ben attrezzato e ben comandato: non nelle strade, ma nelle caserme, sempre e dovunque pronto ad intervenire, quando sia necessario.

Bisogna disarmare i ribelli e offrire loro una prospettiva di futuro: ‘un tetto per un’arma’, la possibilità di consegnare un’arma per costruire una vita.

Bisogna costruire degli ospedali, delle scuole, delle università… ma non senza condizioni: occorre che i medici, gli infermieri, gli insegnanti, i professori… ricevano uno stipendio accettabile e l’insegnamento sia gratuito.

Bisogna appoggiare un rilancio economico, cominciando dalla promozione della trasparenza nel commercio delle risorse naturali. Garantendo l’esportazione e la vendita delle risorse naturali nella legalità, affinché le entrate vadano a beneficio della popolazione. Con la costruzione di forni in cui i minerali grezzi possano essere inizialmente trattati e trasformati, si può creare un valore aggiunto per l’impiego e l’economia locale. Sviluppando l’agricoltura – la vera ricchezza del Congo – e le infrastrutture stradali, le scatole di conserva di pomodoro non dovranno più essere importate dalla Cina, ma i pomodori coltivati localmente possono essere trasportati verso le città per consumazione.

Bisogna scavare dei pozzi d’acqua, affinché le donne e i bambini non debbano camminare per dei chilometri su strade pericolose e non siano più esposti ad ogni tipo di pericoli per avere accesso all’acqua potabile”.

Il rapporto di Human Rights Watch (HRW) intitolato “Sarete puniti: Attacchi contro i civili nell’est della RDCongo”, reso pubblico il 13 dicembre 2009 dimostra chiaramente che:

1. Il Ruanda, una “dittatura Tutsi” (Lemarchand), ha stabilito, di fatto, una zona etnica cuscinetto in RDCongo gestita dalla milizia etnica Tutsi chiamata CNDP sulla quale si è messo il sigillo del marchio “FARDC”. Questa situazione allarmante è stata debitamente notata anche dalla Risoluzione 1906/2009 del Consiglio di Sicurezza del 23 dicembre 2009 che “Reitera che la responsabilità della riforma del settore della sicurezza incombe in primo luogo al Governo della RDCongo e incoraggia quest’ultimo… a costituire un esercito su una base plurietnica, verificandone accuratamente gli antecedenti e determinandone la taglia, la composizione e la struttura con l’appoggio della MONUC, in vista di rinforzare la capacità, la disciplina e la professionalità delle FARDC”.

2. L’afflusso massiccio e improvviso dal Ruanda di sedicenti Tutsi col loro bestiame “ha suscitato” “accuse” di un tentativo sistematico di “espansionismo Tutsi”. Secondo Jason Stearns, questi nuovi rifugiatii “sono o dei Tutsi congolesi che vivevano tra la popolazione civile rwandese, e sono vari, o si tratta di cittadini ruandesi. Le autorità congolesi che avevano provato a recensire questi rimpatriati ne sono state impedite dalle ex unità militari del CNDP.”

3. Il CNDP mantiene un’amministrazione parallela sul territorio sotto suo controllo e ha, addirittura, esteso questo controllo anche sul territorio prima controllato dal governo di Kinshasa. Attualmente, l’est del Congo è, di fatto, sotto l’occupazione di una milizia etnica, con la complicità attiva di Kinshasa. Il Presidente congolese Joseph Kabila è sospettato di mettere il suo proprio popolo sotto il giogo di un paese straniero e di avere messo in pericolo la sovranità e la sicurezza del suo paese. Il Presidente ruandese Paul Kagame è sospettato di essere il cervello motore di una nuova strategia per il controllo dei minerali congolesi. Lemarchand afferma che le formidabili Rwandan Defence Forces, composte da 50.000 a 100.000 soldati, non sono viabili senza le risorse del sottosuolo congolese.

Dal mese di marzo 2009, data degli accordi di pace tra Kinshasa e il CNDP, la pace tanto decretata nelle alte sfere del potere resta ancora sconosciuta alle popolazioni civili della base. Per la popolazione civile, l’accordo di Ihussi (Goma) assomiglia ad una cessione pura e semplice del Nord-Kivu al CNDP. Infatti, tutti gli ufficiali militari che comandano l’esercito nel Nord-Kivu sono dei rwandofoni provenienti dal CNDP, primo fra tutti Bosco Ntaganda, ricercato dalla CPI. Il CNDP dà l’impressione di utilizzare l’accordo di pace con Kinshasa, per continuare in modo diverso la guerra di Laurent Nkunda! Le unità militari provenienti dal CNDP non solo sono benequipaggiate, ma anche ben pagate. Questa differenza di trattamento spiega anche la superiorità militare degli ex soldati CNDP rispetto ai militari congolesi nell’esercizio delle loro funzioni.

L’operazione militare Kimya II ha lasciato intatte la catena di comando e la capacità operativa delle FDLR. Una parte del CNDP non è mai stata integrata nell’esercito nazionale e l’altra parte è passata per un processo di integrazione “ultra light” e superficiale che ha lasciato inatta la sua catena di comando. Mediante la nomina dei suoi ufficiali a comandati locali delle FARDC, il CNDP ha esteso la sua presenza militare a dei territori che non controllava prima, comprese certe zone minerarie. Un anno fa, gli effettivi del CNDP erano stimati a 4.500-5.000 miliziani. Oggi, le statistiche parlano di 9.000 nuovi soldati ex-CNDP integrati. Nessuno dubita che ci siano anche dei ruandesi che sono stati integrati nell’esercito congolese, anche se è difficile dare delle prove inconfutabili o il loro numero esatto. Anche se non si vuole ridurre i problemi del Congo al ruolo del Ruanda e pur evitando le analisi che prendono “la grande cospirazione” internazionale come punto di partenza, si comprende, tuttavia, che le persone sul terreno dicano con amarezza che, grazie ad Umoja wetu e Kimya II, la sigla FARDC sia diventata sinonima di “Forze Armate Ruandesi Dispiegate in Congo”.

“Sono l’Uomo dei tempi nuovi. Il mio cammino è lo stesso del tuo.

Senza sosta mi guida verso la pace e al bello, anche se il vento secco mi trattiene o mi trascina”

(Georges Minakenda)